Mario Deaglio. Postglobal.

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La nostra epoca è definita come “ dura, spigolosa “ e  con il termine postglobal, vengono  indicati  un ventaglio di problemi, in cui l’unica cosa relativamente certa è la fine, per molti, di tempi facili, mentre sono in atto processi di de-globalizzazione. A questa diagnosi, il lavoro di Deaglio arriva dopo un viaggio  in quella che viene definita  una “terra incognita” , in cui la mappa del percorso è costituita dall’analisi delle esperienze di precedenti processi, in particolare la globalizzazione ottocentesca, che viene definita la  globalizzazione lunga,  ricercandone le analogie con la nostra globalizzazione, definita breve, di fine Novecento. Con l’obiettivo  di tentare una risposta  alle domande di fondo: Dove stiamo andando? Cosa ci riserva il futuro?

Mario Deaglio. Postglobal.

1. leggi il testo dell’introduzione di Pierangelo Colico

2. leggi la trascrizione della relazione di Mario Deaglio

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

premessa di Giovanni Bianchi – introduzione di Pierangelo Colico – relazione di Mario Deaglio

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Testo dell’introduzione di Pierangelo Colico a Mario Deaglio

Il periodo “postglobal”  data  dall’estate del 2000, con la fine della nuova economia, mentre dal punto di vista politico questo inizia dall’11 settembre 2001”. Così , nel  capitolo intitolato “Gli esiti possibili”, il Prof  Deaglio fissa l’inizio del periodo “postglobal” , che viene definito come “il periodo in cui avviene la messa in crisi di modelli e schemi di ragionamento su cui basare previsioni razionali per il futuro.” Questo periodo di incertezza, é caratterizzato da due sfide, una esterna ( il terrorismo) e una interna, rappresentata dal fallimento del funzionamento dei mercato. L’inizio, -scrive l’autore-, era pieno di buoni propositi :  il progetto di globalizzazione, avviato negli  anni Ottanta , era basato sulla  generale libertà di decisione , la riduzione delle interferenze dei pubblici poteri nell’attività economica e l’assenza di un preciso predominio politico.. un sistema economico caratterizzato da un grande mercato globale, una crescita priva di particolari tensioni inflazionistiche.”, a cui però sono seguiti  una ben nota serie di ostacoli nell’ultimo decennio “:  le crisi delle borse degli anni 1997-1998,  la crisi della new-economy del 2000, le  Torri Gemelle, i bilanci truccati , la crisi argentina , la crisi irachena,. . oltre ai fenomeni sociali quali l’invecchiamento e l’ aumento dei divari di reddito.. L’esito è oggi  unsistema economico mondiale che si presenta   più fragile ., meno globale…”dal gioco a somma positiva, la globalizzazione ha così mostrato , negli ultimi anni, la tendenza  a diventare un gioco a somma zero”.

La nostra epoca è definita come “ dura, spigolosa “ e  con il termine  postglobal, vengono  indicati  un ventaglio di problemi , in cui l’unica cosa relativamente certa è la fine, per molti, di tempi facili, mentre sono in atto processi di de-globalizzazione.

A questa diagnosi , il lavoro di Deaglio arriva dopo un viaggio  in quella che viene definita  una “terra incognita” , in cui la  mappa del percorso è costituita dall’analisi delle esperienze di precedenti processi, in particolare la globalizzazione ottocentesca, che viene definita la  globalizzazione lunga ,  ricercandone le analogie con la nostra globalizzazione , definita breve, di fine Novecento ..con l’obiettivo  di tentare una risposta  alle domande di fondo: Dove stiamo andando? Cosa ci riserva il futuro?

L’analisi parte da lontano , dal 4 luglio 1776, la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, lo stesso anno in cui Adam Smith  scriveva “ La ricchezza delle nazioni”,  che del sistema coloniale rappresenta una delle critiche più vibranti. ,  ..si cita  poi l’epigono dello sviluppo dell’integrazione commerciale John Stuart Mill, di cui si riporta una sua citazione illuminante : “ Prima del commercio internazionale ogni patriota desiderava che tutti i paesi fossero deboli..all’infuori del suo…mentre ora vede nella prosperità degli altri paesi una fonte  diretta di ricchezza…il commercio sta rendendo rapidamente la guerra una cosa antiquata”.

Eppure, si osserva che già dopo pochi decenni dall’uscita del libro di Smith, le conseguenze si vedevano: “L’attività tessile indiana, .., privata di ogni protezione dalla rivoluzione di mezzi di trasporto , fu spazzata via dalla stoffa fabbricata col cotone indiano dalle fabbriche di Manchester!..

E mentre Stuart Mill proponeva la sua visione ottimistica del mercato globale, il contemporaneo Marx frustava  il sistema nel suo complesso, in quanto “la specializzazione produttiva indotta dalla globalizzazione …sconvolgeva l’ordine sociale e creava  disuguaglianze destinate  a ridursi solo molto lentamente. Appare  quindi chiaro che quel processo di disuguaglianze ha molte analogie con le attuali disuguaglianze, e che,purtroppo”  oggi come allora, risulta  privo di rimedi evidenti e efficaci.

Il lavoro è molto ricco di “similitudini tecnologiche”: ad esempio si ricorda che nel 1897, per il suo  giubileo di diamante, la Regina Vittoria inviò a tutti i popoli dell’impero un messaggio telegrafico:  da Teheran, al Canada,, all’Africa Occidentale, all’ Australia e chein modo del tutto analogo ,viaggiavano i capitali alla fine del XIX secolo. In fondo si osserva :” … il grande mercato finanziario globale , privo di restrizioni  non è una nostra invenzione,, ma era in piena attività un secolo e mezzo fa.!”. Nei fatti quel  livello di integrazione commerciale, concluso drammaticamente nel 1914, è stato poi raggiunto e superato solo alla fine dei nostri anni Settanta. “Un simile richiamo-si osserva– serve a sottolineare l’errore di pensare la unicità della esperienza di questi anni ,il che può dipendere da ingenuità, arroganza o scarsa conoscenza della storia ma serve anche a mettere in luce il rapido e traumatico tramonto di quella globalizzazione che avvenne con  l’inizio della prima guerra mondiale.

E per evocare gli interrogativi di quegli anni, Deaglio riprende il lavoro di Aleksandr Solzenicyn, nel suo bel libro “Agosto 1914”,  con la domanda posta sulla bocca di Varja : “Dov’è che tutto sta scivolando? La risposta oggi formulata in modo retrospettivo è ben amara! Oggi – scrive l’autore- la risposta è  ben nota: un futuro di barriere agli scambi personali e ai commerci, di nazionalismi accentuati, di orizzonti più angusti.

Ne vengono quindi due considerazioni: certamente la inutilità delle guerre, ma anche quella che i processi di integrazione possono essere reversibili  che ci possono essere forze che possono metterne in discussione i livelli di integrazione raggiunti”.

Dalla globalizzazione lunga,  l’analisi di quella “breve”, con una grande ricchezza di contributi di pensiero e di azione

* McLuhan, che primo negli anni sessanta usa il termine “globale” e che  intuisce che “sono i mezzi di comunicazione in sé e non le informazioni, le idee che essi disseminano a plasmare la società: e quindi sono gli sviluppi tecnologici che hanno trasformato il mondo nel “villaggio globale” di  oggi..

*La interazione tra sistemi economici, che realizzano il concetto di economia-mondo, (da cui il termine “mondialisation”, probabilmente) . e sopratutto la interazione delle imprese in un mercato mondiale  (tipico ruolo delle multinazionali) che porta poi al concentramento delle attività strategiche  abbandonando le altre attività in un processo di “unbundling”

Tutto questo, viene osservato,  sta alla base  del quello che venne definito il “Washington consensus,  una serie di linee guida dei tre istituti , Tesoro degli Stati Uniti,  Fondo monetario internazionale  e Banca Mondiale, e  della destra neoliberista, e che doveva rappresentare la strada maestra per portare i paesi poveri alla crescita economica e al benessere! La storia la conosciamo, un serie appunto di insuccessi, anche se si sottolinea , che..”almeno fino alla crisi asiatica , sarebbe ingeneroso attribuire alla globalizzazione un carattere maligno , uno strumento consapevole di dominio e oppressione “.

Un punto fondamentale nello stabilire il fallimento di questa esperienza, è costituito dal  lavoro di  Joseph Stiglitz: “La globalizzazione e i suoi oppositori,. ( nella fascetta di copertina si leggeva appunto il libro necessario sulla globalizzazione e gli errori del Fondo Monetario Internazionale).:di cui cita un passaggio cruciale: “.. la globalizzazione oggi non funziona per molti poveri nel mondo , non funziona per l’ambiente , non funziona per la stabilità dell’economia globale.. il problema non è la globalizzazione ma come è stata gestita! .

E accanto a Stiglitz  vengono citate le tesi di Jeremy Rifkin,  tra i primi a parlare di “sviluppo sostenibile”, la linea di Giovanni Paolo II ( assicurare una globalizzazione senza marginalizzazione), fino alle dichiarazioni di Samuel Huntington  che ritiene che le diversità culturali rendano impossibile la globalizzazione..

La domanda allora è:  cosa resta della globalizzazione di mercato?

Siamo forse – si interroga il libro- in presenza di un quadro che prospetta un futuro simile alla fine della “globalizzazione lunga”, fatto di guerre e interruzioni di commerci? Forse questo potrebbe essere una prospettiva   troppo drammatica, certo è – si dice- che siamo davanti a una revisione causata  dalla “ tranquilla noncuranza di gran parte dei neoborghesi nei confronti della dimensione politica, e la loro ignoranza della storia che  li ha indotti a compiere errori di valutazione”,.

La situazione odierna non può più essere definita “di mercato” , può ancora essere definita una globalizzazione o sono presenti processi di dis-integrazione?

Osservando che il  tessuto produttivo è assai più complesso e interconnesso di quanto si creda, la fine della globalizzazione di mercato potrebbe risultare compatibile con altre forme, in cui  “gli elementi positivi che essa lascia in eredità consentano di mirare  a un assetto mondiale più stabile e maggiormente rispettoso delle caratteristiche di ciascun popolo”.

L’analisi si allarga a nuovi fattori, ai temi quali la povertà e agli elementi ad essa legati: invecchiamento, indebitamento, inquinamento: vengono citati i contributi di Amartya Sen, Premio Nobel 1998, , che nell’analisi del problema principale dei paesi poveri, sostiene che : “la carestia, dimostra che essa è determinata, più che dalla carenza fisica dei generi alimentari , dal venir meno dei diritti al consumo ( entitlement), il che porta all’esclusione sociale di una parte della popolazione”. Sulla stessa linea il lavoro di Ralf  Dahrendorf che definisce la povertà “come “assenza di libertà” e quindi è povero chi non è libero di disporre della propria vita”.

Seguendo la ricetta di Sen , quindi il problema della povertà per i paesi poveri ( e non solo) non si “deve limitare a un mero trasferimento di risorse, ma rappresenta un problema di governance da parte delle autorità pubbliche”. Molto illuminante l’ esempio citato di assenza di “governance”  “cioè come il venir meno dei sistemi di protezione sociale del socialismo reale e il frettoloso passaggio al liberismo siano le cause della comparsa di situazioni di povertà in Europa e nell’Asia centrale”!

Altre sfide nel tempo postglobal sono quelle  della privacy e dei diritti di proprietà, con lotta tra l’espansione del mercato e la difesa dei diritti della persona: Qui  Deaglio presenta  una visione più ottimistica di quanto abbiamo ascoltato il mese scorso da parte di  Gallino, in quanto -egli sottolinea “dopo un’ondata di liberismo , oggi si assiste a una rivalutazione della sfera dei diritti inalienabili”; così pure nei riguardi della tecnologia , “non solo si prospettano nuovi vincoli per gli individui, ma anche nuovi strumenti nelle loro mani”.  Si richiama la novità del crescente ruolo dei “gruppi di interesse” e  si portano ad esempio i casi del “commercio equo e solidale, così come i casi di boicottaggio  nei confronti di imprese che sfruttano minori .Anche per quanto riguarda il “copyright”, accanto alla sua estensione, compaiono i fenomeni dell’”open source”, ( il che ha fatto parlare alcuni di “copyleft”.) In sostanza software libero, agricoltura biologica, finanza etica e commercio equo e solidale vengono  proposte  come le quattro gambe su cui potrebbe poggiare la nuova economia.

Queste considerazioni sono  la premessa da parte dell’autore per tentare allora di disegnare tre possibili scenari, come risposta alla domanda: quale futuro ci aspetta nel post-globalizzazione?

1) La “pax americana”, con la prevalenza degli interessi nazionali americani , prima di tutto la sicurezza ( la libertà di intervento politico-militare  mediante guerre preventive); il controllo delle fonti di energia; il rifiuto emotivo ad analizzare le cause del terrorismo, la politica del dollaro debole per finanziare l’enorme deficit ..

Il libro (edito nel  2004 ) osserva  che con una perdita di valore del 25%- 30%  è arduo immaginare che il dollaro ( e quindi l’egemonia degli Stati Uniti) possa riscuotere il medesimo grado di popolarità di cui godeva in precedenza, …  (mi chiedo e ora con un dollaro che ha perso ora circa il 50% ? ) …una risposta però viene anticipata  nel testo , che osserva che questo scenario potrebbe concludersi con una fase di globalizzazione decisamente incentrata sugli Stati Uniti, in cui “il commercio seguirebbe la bandiera”,.. (forse che con una amministrazione diversa questo scenario potrebbe essere attenuato?)

2) La globalizzazione arcipelago: cioè un mondo di isole economiche. Deaglio ricorre a questa simbologia, rilevando come , in questo scenario, “la crescente manifestazione di esigenze sociali, tende a introdurre dei fattori correttivi nei processi produttivi, …., in cui il crescente intervento pubblico limita e indirizza l’azione dei mercati”.

Si richiama il concetto di “glocalismo” , ( global-local), in cui accanto a un livello “regionale” di isole economiche ( UE, NAFTA, Mercosur) si affiancano delle isole produttive ( i distretti industriali) in grado di rapportarsi anche con le altre isole a livello globale appunto. Una dimensione che sembra potere contenere i vantaggi dell’integrazione economica, ma rispettosa delle peculiarità di ciascuna comunità.

3) Infine si  prospetta un terzo scenario, che si richiama alla  celebre definizione di Huntington: lo scontro di civiltà”, tratteggiando  uno scenario di possibile guerra, determinata dal fallimento del progetto di “civiltà universale”, che in realtà racchiudeva la volontà di dominio dell’occidente, dato che – come scriveva Huntington- “ i non-occidentali definiscono occidentale ciò che gli occidentali definiscono universale”.

Al di là di questo scenario ( piuttosto inquietante…) , Deaglio osserva che “il merito di Huntington è quello di proporre l’inferiorità dei parametri economici ( produzione, benessere materiale) a favore di termini che chiama “più evanescenti” : la civiltà, la religione l’identità personale”.

Quale quadro conclusivo trarre? Nell’ultimo capitolo  intitolato: “l’inizio dei tempi difficili?” si prefigura un periodo, come detto all’inizio,  dove le certezze, la pretesa di certezze lascia il campo alle domande.

“La globalizzazione breve  dell’ultima parte del XX secolo è orami consegnata alla storia. Essa ha lasciato all’”attivo” un mercato finanziario globale( ma sorge spontanea oggi la domanda relativa alla questione dei mutui sub-prime e dell’infezione finanziaria globale che ne è seguita…..) e alcune reti globali, i processi produttivi e tecnologici, ma al passivo gravi problemi sociali quali povertà, problemi ambientali. Si pone una domanda di fondo: il mercato ha bisogno di meccanismi di regolazione, ma in che misura? Si citano ad esempio il nocciolo duro delle reti dei servizi pubblici, in cui l’esperienza insegna che i meccanismi di mercato non danno mai buoni risultati, e appunto il mercato finanziario, in cui meccanismi di controllo e regolazione dovrebbero essere indispensabili, ( la legge Sarbanes-Oxley, sulla correttezza dei bilanci aziendali, ho regolamentato solo una parte del problema, mi sembra).

Il centro della questione torna allora ad essere  un nuovo discorso sull’uomo , in cui come punto di partenza si pone il problema della libertà, e la necessità di un nuova costruzione, ..Deaglio parla appunto della necessità di un nuovo Umanesimo…da iscriversi però in quale contesto, mi chiedo?

Il tema  della sostenibilità ambientale sta diventando certamente un tema dominante,  ma anche le recenti conclusioni di Bali, dimostrano la enorme resistenza di USA, con Canada, Giappone ( e Russia) da un lato e dei Paesi cosiddetti  emergenti (Cina, India) dall’altro!

L’orientamento finale del libro è per lo scenario più “mite” , quello della  globalizzazione arcipelago, ma accompagnata da quella che viene chiamata una “sobrietà costruttiva”, che sancisce appunto la fine dei “tempi facili”.

C’è da osservare tuttavia che questa sobrietà costruttiva richiederà  una profonda ri-conversione culturale..  per fare un cenno alla situazione del nostro Paese, a quella “poltiglia” definita da De Rita,  potrebbe forse essere questo il ruolo di quelle che il  Rapporto Censis,  definisce delle “minoranze attive”.?

La domanda successiva è però: ci sono, ci saranno le forze sufficienti per sviluppare questa sobrietà?

Occorre certamente una iniezione di fiducia: e infatti il libro si chiude con un invito alla speranza: “in nessun periodo il tessuto del mondo è apparso molto buono, e quindi qualche possibilità l’abbiamo”.

Trascrizione della relazione di Mario Deaglio

Un Autore è sempre gratificato e persino un po’ confuso quando è chiamato a parlare e a discutere di un suo libro, cioè quando sono altri che lo chiamano e non lui a proporlo e lo è tanto più in quanto il libro è uscito da parecchio tempo ( sono passati quasi 4 anni dalla sua uscita)  quando, a questa discussione ci si è preparati, come a un’esegesi, attenta e precisa come quella dell’ingegner Colico. Posso dire che da questa luce interpretativa io traggo, da un lato una soddisfazione professionale e dall’altro un senso di allarme e di vertigine.

Quale soddisfazione professionale? Ma è quella di avere, sia pure confusamente, guardato nella direzione giusta. Ricordo che nel 2004 quando il libro è stato pubblicato dire che la globalizzazione era finita, significava sentirsi interrogare così: “ ma da dove vieni? Dove vivi? Non vedi tutto è globalizzato, continuerà così per sempre. Abbiamo risolto sostanzialmente tutti i problemi”. Questo fatto conferma un poco la validità del mio metodo di lavoro. Oggi noi viviamo in  un mondo in cui gli economisti studiano la crisi economica; i sociologi la crisi sociale; i politici la crisi delle istituzioni, e non si accorgono di guardare tutti alla stessa crisi. Alla fine non colgono un elemento unificante: manca, spesso, non in tutti, ma è  piuttosto rara, la capacità di uscire dai propri limiti professionali e di creare dei ponti, di creare una sintesi. Le spiegazioni che vengono date rischiano quindi di essere parziali e fuorvianti, perché sottovalutano i problemi.

Aggiungerei che l’attuale cultura, l’attuale sistema universitario non facilita la sintesi, premia invece la specializzazione accentuata. La stessa riforma che propone lauree triennali tende a dare l’illusione di aver acquisito specializzazioni dopo tre anni, quando invece si dovrebbero essere acquisite le basi generali;  le specializzazioni dovrebbero venire dopo in vari modi  nel corso della vita. Non è tutto;  i sistemi di avanzamento nella carriera universitaria che ci sono oggi, sono l’esatto contrario di questo; si va avanti a punti, (il sistema dell’imperfetto), che si guadagnano con le pubblicazioni su riviste che hanno tutte un punteggio a livello mondiale, almeno nella mia disciplina, e che sono quanto di più specialistico ci sia. Quindi, mentre il giovane dovrebbe appassionarsi a qualche idea generale,  è invece portato dalle circostanze ad andare sempre più in dettaglio su qualche teorema secondario, a insistere sulla matematica, su altre cose del genere, oltre quello che può effettivamente servire.

Si avverte quindi la necessità di un approccio interdisciplinare, ma non ci può essere se non c’è dietro un sistema di valori. Come posso procedere a un incrocio? come posso collegare? devo collegare sulla base di qualche cosa e quindi ci vogliono quelli che noi chiamiamo paradigmi, cioè una serie di punti fermi che possono essere dati dalle ideologie o possono essere dati da sistemi di pensiero, che non arrivano al livello delle ideologie ma che costituiscono comunque dei collegamenti forti su alcuni concetti di base. E’ possibile essere schiavo, delle ideologie in quanto ci si immedesima dall’interno, ma anche ricorrervi solo  là dove le ideologie hanno creato dei legami forti a certi valori e usare questi valori per verificare se sono efficaci per capire o non capire.

 Allora, quali sono i paradigmi sui quali io mi sono appoggiato? Beh, da un lato, anche perché una parte della mia educazione è inglese, di liberalismo classico, il liberalismo di Stewart Smith, che non è liberismo, ma che cerca, in qualche modo, di contemperare tutte le libertà, e vedere il mercato come qualcosa di buono solo se porta poi ad avanzamenti: nell’umanità e nella convivenza sociale e dove non riesce a dare questo, il mercato deve essere contemperato con qualche altra cosa. In qualche misura si potrebbe dire che questa è poi, avanzando di un secolo, la posizione di Croce: Per lui massimo valore era la libertà e vedeva la libertà economica soltanto come un mezzo per arrivare alla più generale libertà dello spirito, a differenza di Einaudi che invece puntava tutto sul mercato.

Direi che legato a questo liberalismo c’è il metodo di Popper, quando propone il dubbio metodologico: nessuna verità che noi troviamo è veramente una verità consolidata, è sempre qualcosa che deve essere falsificabile, bisogna cioè sempre avere la possibilità di dimostrare il contrario. Se io propongo delle affermazioni che non hanno la possibilità di essere falsificate, allora propongo il dogma e non entro invece nel campo della ricerca.

Io sono certamente partito da una situazione di questo tipo che poi mi ha portato, e mi porta soprattutto nei miei studi attuali, a guardare con attenzione in campo cattolico, la sussidiarietà, questo concetto per cui le istituzioni devono essere al servizio delle   persone, al servizio delle altre istituzioni minori che le formano,  e non invece imporsi dall’alto.  Su questo credo che si possa costruire molto proprio nel mondo di oggi, andando ad esplicitarne le implicazioni. .

Dall’altra parte, sono stato influenzato ed ho utilizzato alcuni concetti marxiani non estremamente utili per capire la realtà dell’economia. Non  mi riferisco a quello dello sfruttamento, ma a quello del modo di produzione, cioè al fatto di vedere la società nelle sue dinamiche produttive per  capire che si produce in modi che sono poi diversi, ma che tendono poi  a ripetersi; non ce ne sono tanti .In genere ce n’è  uno che passa innanzi all’altro e che soppianta quello precedente, benché a ciascun modo di produzione è associato un certo modo di essere della società, o addirittura del territorio e  tipi di scambi che  possono anche arrivare a livello personale. Questo mi sembra un altro criterio valido per guardare alla realtà attuale: dall’ avvicendarsi dei modi di produzione si arriva ai suicidi economici  lunghi dati dal fatto   che si introduce un nuovo modo di produzione che soppianta il vecchio,  si parla di distruzione creatrice. Su questo metodo di lettura della storia economica e sociale si innesta  la scuola storica francese, cominciata negli anni trenta del secolo scorso da Fernand Brodel (?). Egli infatti diceva: “andiamo a vedere come vive la gente, andiamo a vedere la civiltà materiale, non costruiamo la storia  sugli avvenimenti, ma su quello che la gente mangia, come si veste, quello che usa, come cambia questo, perché veste di cotone, perché il cotone viene da questo paese.

Il pensiero di Brodel (?) è stato poi,  sintetizzato in quella che lui chiama “l’economia mondo”,  un’antenata dell’economia globale, anche se per lui è semplicemente un sistema di più paesi economicamente collegati, non necessariamente corrispondenti a  tutto il mondo. “L’economia mondo” ha un centro, una zona intermedia, una periferia; il centro dà la sicurezza, eufemismo per dire insomma ha il potere militare, le leggi, la moneta, molte volte la tecnologia e la cultura. Le periferie producono materie prime e la zona intermedia fa le trasformazioni: prende le materie prime, le straforma in prodotti e le esporta ad altri. Il centro sostanzialmente vive curando quei servizi e ottenendone altri in cambio, quindi con dei deficit di commercio; non è infatti suo il compito di puntare al commercio,  ma  di gestire la moneta e altre cose del genere.

Una chiave di lettura  di questo tipo, tra l’altro, serve molto a capire la globalizzazione nella sua prima fase: il centro era ovviamente dato dagli Stati Uniti; noi, il Giappone e pochi altri eravamo nella zona intermedia poi c’erano i fornitori di petrolio e di materie prime. Dalla “economia mondo”  negli anni ’70-’80 con un allievo di Brodel che è Vallenstein, che traduce questo in termini politici,  si passa all’”impero mondo” e su questa base si appoggia, almeno  in parte, quel poco che resta del pensiero marxiano, marxista nei nostri tempi: Il libro che, secondo me, è l’unico che va in questa direzione è “L’impero” di Toni Negri ed Hart dove l’autore sostiene sostanzialmente che l’impero non può sopravvivere per una serie di difetti di base, cioè di strutture che non funzionano.

Ecco questa è stata un po’ la mia strumentazione: da un lato i paradigmi liberisti e dall’altro invece queste categorie utili a guardare la società nel suo divenire soprattutto dal punto di vista economico e tecnologico.

Secondo me tutto questo , ( l’ingegner Colico l’ha sottolineato giustamente) va sempre calato nella storia. Noi non riusciamo  in nulla se non andiamo indietro, nella storia. La storia, come ha detto qualcuno viene sempre riscritta e re-interpretata;  non è semplicemente quello che leggiamo sui libri; la  rileggiamo alla luce delle cose che stanno venendo fuori. Per esempio: se voi guardate (poi nè parlerò magari dopo) la storia italiana e il Risorgimento, alla luce della globalizzazione, tutto questo ci sembra una storia terribilmente provinciale: Ma come? Il mondo cambiava, gli Inglesi conquistavano il mondo visto che  più della metà delle terre emerse aveva la bandiera inglese, gli Americani combattevano la guerra civile con milioni di morti,una guerra che  è stata la prima guerra di massa dei tempi moderni, e noi non sapevamo nulla, non ci interessava. Le guerre del Risorgimento hanno causato 6.000 morti sui campi di battaglia. La nostra storia è quella lì. Adesso andiamo a rivedere quell’Italia alla luce della globalizzazione e vediamo di capire così. Anche una parte del mio metodo è quella di andare a vedere, di interpretare, di tuffarmi un momento nella storia.

Infatti io ho cominciato a scrivere questo libro andando, sulla base di qualche indicazione, a considerare il periodo vittoriano, dal 1840 fino alla prima guerra mondiale. La Regina Vittoria muore infatti nel 1901 dopo un lunghissimo regno, poi c’è il figlio e poi la prima guerra mondiale: ho pensato che questo percorso poteva avere delle assonanze con la nostra globalizzazione. Devo dire che è stata un’esperienza intellettuale entusiasmante verificando quante cose sono uguali, quante cose sono simili.  Mi sono poi capacitato di questo fatto che  in qualche modo mi commuove sempre: la Regina Vittoria, dopo 60 anni di regno ed eravamo alla fine dell’ottocento, ha mandato un telegramma a tutti i popoli dell’impero;  nel giro di 5 minuti questo è arrivato dovunque anche nelle isole più sperdute. Il mondo aveva già una rete di telecomunicazioni efficiente e capace di a spostare i capitali. Coi telegramma si spostava i capitali da Parigi a Honululu se si voleva, nel giro di 5 minuti;  il circuito mondiale dei capitali era maggiore di quello attuale per molti aspetti, fino agli ultimi 10 anni; se si guadagnano la quantità di investimenti esteri, la quantità di giri di proprietà, i trapassi di una borghesia internazionale che parlava francese, forse più che inglese. Anche in Lombardia, E io ho guardato qualcosa anche sul Piemonte, le prime linee ferroviarie venivano costruite da società belghe, per esempio. Come mai? C’era già tutto questo:  la Renault nel  1905 aveva due fabbriche a Mosca;  la Singer, due macchine da cucire, è stata una grandissima multinazionale: c’era in tutto il mondo. C’era tutto questo e c’era un grandissimo entusiasmo per quel che si faceva e c’era la sincera convinzione che questo modo avrebbe evitato le guerre perché tutti stavano comunque meglio.

Quello che noi abbiamo vissuto pochi anni, è cominciato un po’ prima  della fine dell’Unione Sovietica, ma poi la fine dell’Unione Sovietica. Certamente la sua fine ha sollevato entusiasmo e sulla prima nostra globalizzazione io esprimo un giudizio tutto sommato positivo perché tutti stavano meglio, tutti erano contenti, come nel periodo vittoriano sul quale voglio ritornare. C’erano delle cose anche curiose in quel periodo anche in Italia. Per esempio esistevano, alla fine dell’Ottocento le pubblicazioni a dispense fatte dall’editore Sonzogno, del catalogo dell’esposizione di Parigi del 1880, venivano pubblicate  a fascicoli settimanali. Erano fatte con bellissime incisioni in acciaio con cui veniva descritta tutta la tecnologia del mondo  e  tutte le novità e la gente le comprava. E le tirature dei libri? Il libro “Cuore” vende 400 mila copie. Addirittura i libri di Lombroso vendevano centinaia di migliaia di copie  che venivano subito tradotte in tutte le lingue; questo respiro mondiale che è estremamente importante.

Non solo, ma la somiglianza con i nostri tempi sta anche negli aspetti negativi: c’era il terrorismo. Non dimentichiamoci che il re d’Italia è stato ucciso da un terrorista; noi adesso usiamo termini diversi: diciamo che si trattava di un anarchico, ma era uno che voleva cambiare il mondo in quella maniera. Negli stessi anni ad essere uccisi dai terroristi furono: un presidente degli Stati Uniti, Lincoln, l’Imperatrice d’Austria, un grande ministro delle finanze russo. Dietro il terrorismo c’era poi anche il malessere sociale che in questi frangenti, veniva fuori. E’ curioso  il fatto che il 1848 è contemporaneamente l’anno di uscita dei “Principi di economia politica“ che teorizzano  questa grande società che avanza, e in cui migliora tutto dal corpo allo spirito, ed è l’anno di uscita del “Manifesto” dei comunisti. Si può provare a rileggere a rileggere il Manifesto dei comunisti in termini globali, scoprendo che  Marx aveva chiarissima l’idea della globalizzazione; scrive infatti  “Proletari di tutto il mondo unitevi”; e ancora: “Avete un mondo da guadagnare, sono le vostre catene da perdere.” Il processo marxiano però comincia quando il processo liberale ha già creato questa società e si sviluppa nel mezzo secolo successivo; attraverso alti e bassi dà origine poi ad una opposizione organizzata in  varie forme che implicano  contraddizioni, ma che comunque ci sono. Questa constatazione in qualche modo mi ha entusiasmato perché ho visto come i nostri stessi problemi c’erano allora.

D’altra parte mi ha anche angosciato,  perché la caduta di quel mondo avviene in maniera rapidissima. Nel 1913 il mondo è totalmente in pace; c’è sempre la bandiera inglese che sventola dovunque sulla flotta inglese come adesso quella americana, c’è libertà di commercio se andate a guardare i giornali di allora vi accorgerete che la gente pensava alle nuove collezioni di moda, e a divertirsi; c’era lo sport che cominciava a svilupparsi; c’erano progetti in campo culturale; c’era di tutto. Nel 1914,  nel giro di pochi mesi, sempre per un atto di terrorismo, l’uccisione del Granduca a Serajevo, il mondo cambia completamente. Si susseguono 70 anni di sostanziale chiusura, di limitazione delle libertà personali e di milioni di morti. Provate a leggere il terribile libro di Fergusson sulla prima guerra mondiale. Questo storico scozzese, che adesso vive in America,  scrive benissimo ed ha una grandissima abilità nell’uso delle fonti; con la sua guida ci si rende conto di che cosa è stata, di che macello è stata questa guerra. Veramente si è distrutto tutto, si  sono  distrutti i valori; si è distrutta l’umanità.

Avendo concluso  questo esame e avendo a lungo riflettuto, sospinto da tutte queste vicende  mi sono ricordato di un imperativo che credo sia marxiano:  gli intellettuali non devono solo cercare di conoscere il mondo, ma anche  di trasformarlo. Anch’io infatti mi sono chiesto che cosa può fare un intellettuale di fronte a questa situazione  per cercare, nel suo piccolo di evitare  esiti simili a  quelli del 1914.

Sostanzialmente il libro nasce da questa analisi preliminare e da questo imperativo di capire che cosa si può fare. Ma su quello che si può fare, non che  io abbia  ricette compiute; posso al massimo vedere qualche strada ma non più di tanto. Sono poi andato ancora avanti a ricercare le origini del nostro concetto di globalizzazione e ho visto che proprio a livello intellettuale c’era da un lato la componente liberista classica, globalizzazione.  A questo proposito è interessante rileggere questo McLuhan  a distanza di 40 anni;  aveva capito tutto senza che ci fosse ancora nulla,  quando dice che nel mondo, diventato villaggio globale: non ci sarà più la privacy ;le comunicazioni tra le persone in tutto il mondo diverranno istantanee; si creerà una serie di problemi anche a livello di identità degli individui; ci sarà il pericolo di una massificazione…, c’è esattamente tutto. Quest’uomo stranissimo era professore universitario di letteratura inglese, canadese. Ogni tanto il mondo anglosassone ha di questi personaggi che sono fuori dagli schemi;  però poi non ha generato una politica congruente perché percorreva troppo i tempi perché si capisse.

Oggi ci si interroga sulla globalizzazione tra individui, riflettendo su come ci si pone personalmente in questo mondo in cui noi viviamo tutti i giorni su diversi piani: a contatto diretto con quelli di internet che ci portano a contatti di altro genere; a contatto in una direzione sola con la televisione o altre cose come il telefonino; sono realtà  tutte che vanno studiate e capite e su cui forse  si è cominciato a lavorare da 10 anni  in qua.

C’è poi la globalizzazione fra sistemi economici ossia l’economia mondo, che le varie economie mondo tipiche di diversi paesi possono in qualche modo convivere; in tutto ciò diventa largamente prevalente l’egemonia culturale anglosassone che c’è. Si parla anche di globalizzazione tra imprese. Infatti nel parlare corrente, fatto curioso,  i Francesi non dicono “globalizzazione”, dicono mondialization, perché la loro matrice culturale è l’Economie  Monde di Braudel. Noi invece abbiamo adottato la variante inglese coniata dall’Università di Harvard alla fine degli anni 80, quando alcuni studiosi di economia aziendale il cui mestiere, era quello di osservare le grandi imprese, si sono accorti  che queste stavano cambiando il loro modo di agire Per esempio, l’ingegner Colico mi ha detto che lui era dipendente IBM, che come tutte le multinazionali era un impero con centro e tante province; l’IBM Italia aveva la responsabilità di tutto il sud-Europa, se ricordo bene, compresa l’Africa settentrionale e la Turchia e quindi provvedeva a quel mercato con tutti i prodotti IBM. Ad un certo punto si cambia; viene l’integrazione; ciascuna unità produttiva si  specializza nel fare una cosa sola per tutto il mondo. Questa viene chiamata “strategia globale”, da cui il termine “globalizzazione”, da cui il concetto che, dando spazio al mercato, si fa tutto. Un economista giapponese, uno dei padri del pensiero aziendale, dice che non c’è più bisogno che ci sia il Giappone, o qualsiasi altro paese perché tutta la gente del mondo vuole stare meglio, quindi c’è quella che viene chiamata economia senza confini. Secondo me l’offensiva di questo tipo di pensiero è molto forte ed è alimentata dal fatto che, almeno fino alla crisi asiatica del 1997,  per un periodo di 10 anni, ma possiamo arrivare fino al 1999, la globalizzazione fa tutti contenti. Noi oggi sottovalutiamo molto il vantaggio che ha dato a circa 3 miliardi di persone: prospettive per sé e per i  figli, al di là del reddito che  certo è un valore  che possiamo calcolare e misurare in vari modi. Sottovalutiamo il fatto che, se oggi manca il grano nel mondo, è perché i Cinesi mangiano di più: e ancora: se in un villaggio tailandese si va a dire:” senti tu, vuoi infilare delle perline?” e si dà qualche centesimo al giorno, è un centesimo che prima non c’era e a livello di, soddisfazione personale, il tailandese del villaggio  e il finanziere del grattacielo di New York crescevano tutti e due. Era quindi molta euforia.

Ad un certo punto tutto ciò finisce; perché? Da come l’ho scritto  accade che chi infila perline, sta meglio, però ad un certo punto gli si dice:  “senti invece di infilare perline qui, ti trasferisci nella città lì e lavori in una fabbrica”. Lascia così le sue radici, il villaggio e va a fare una cosa nuova. Fino a qui ci sono stati tutti i vantaggi; quando quello è economicamente costretto a trasferirsi, allora vengono fuori tutte le cose che non vanno: tutte le durezze e i costi, lo sradicamento dall’ambiente, la perdita di valori e cose di questo tipo.

E le durezze, sono però l’anticamera dell’ opposizione alla globalizzazione che è poi il terrorismo; Noi siamo purtroppo, condizionati dalla visione americana del mondo ed è  la meno scientifica possibile:  “l’asse del male”,” il terrore”, sono slogan dietro ai quali c’è in America il rifiuto a esaminare le cause di tutto questo. Se andiamo a vedere molte delle cause, per esempio del terrorismo islamico, ci troviamo proprio la resistenza a questi sradicamenti,  la resistenza a perdite dei loro valori. Che poi l’esito sia di quelli che noi non approviamo questa è un’altra questione; ma molte delle analisi che vengono fatte da loro, per esempio i cattolici potrebbero tranquillamente, se non approvarle in pieno, quanto meno mettersi a discuterle seriamente. C’è sempre da tener presente che al progresso di una parte, tranne che in un certo periodo, corrisponde un inevitabile costo pagato da qualcun altro.

Al di là di questo costo esterno, ciò che divide le due globalizzazioni, secondo me, è la sconfitta morale di questo capitalismo, di questa nuova borghesia, che non è la borghesia classica, ma una classe sociale nuova (ma in questo con Gallino siamo in cordiale disaccordo da 20 anni). Il capitalismo americano infatti sopra  tutto di tipo protestante, era sempre vissuto con l’idea che i vizi privati diventano delle pubbliche virtù,e che  quindi, arricchendosi, la gente faceva il bene del sistema. Ora, finché questo è stato tenuto in un ambito rigidamente dominato da principi , la cosa ha dato dei buoni risultati; ma la situazione è poi cambiata al punto che il sistema subentrato si è trasformato in una vera e propria furfanteria. Il presidente della società Enron, sapendo che la sua società è in  fallimento, il giorno prima che venga dichiarato va a dire in una intervista che  la società va benissimo; che  fra 20 anni saremo i primi del mondo; che bisogna  investire nella nostra società. E’ un furfante. Altro esempio: crisi dei mutui subprime. Da noi, uno va alla banca, e chiede un mutuo;  allora la banca controlla le sue finanze. In America è il contrario: c’è un signore che suona alla porta; dapprima contatta chi ha, poi va da quelli che non hanno soldi: gli immigrati, i veri Gonzales, e dice: “ciao Gonzales, questa casa può essere tua anche con un lavoro precario perché paghiamo tutto noi, il 100% subito; la casa è tua, firma qui”. Gli fa firmare quella carta nella speranza che poi quello non paghi e lui si possa  riappropriare di quella casa in un mercato immobiliare  che va crescendo. .

 Io ho potuto verificare che la città di Chicago metteva in guardia i cittadini; così come da noi si dice di non aprite la porta a quelli che dicono che vogliono controllare il gas, là si dice di non aprite la porta a quelli che offrivano mutui. Il termine tecnico in questi casi si parla di “prestito predatorio”, è un prestito dato con l’idea di prendere. Ad un certo punto è girato il vento: le case invece di andar su sono andate giù di prezzo e quando Ganzales è stato mandato via, si sono trovati una casa che invece di valere 120 valeva solo 80 e loro l’avevano pagata 100 e sono falliti. Dietro c’era un fallimento morale: l’idea che il bene pubblico si può fare attraverso l’attività di business,  che era un’ idea molto discutibile ma con grossi punti di forza, non veniva più seguita.

Quindi in sostanza emerge con gli anni questa duplice situazione: la sfida esterna degli ultimi,  quelli che si sentono sradicati nei valori e quindi reagiscono e la sfida interna a una società che non ha più i suoi principi. Lo sviluppo storico che io ho visto è così dal dicembre 1979, cambia proprio il modo di intendere l’economia e la società in occidente.  La signora Tacher diventa presidente nel 1979 dopo uno sciopero terribile: mi ricordo che nelle case si usavano le candele; se si lavavano i capelli, il phon funzionava male perché l’energia elettrica era poca e non si seppellivano più i morti. Perché c’era lo sciopero dei becchini; lo sciopero di tutti. Arriva la signora Tacher, cui nessuno dava due soldi, e di colpo archivia tutta l’economia keynesiana; l’anno dopo viene Regan e tutti e due iniziano quest’opera, per certi versi necessaria, perché il complesso  conflitto sociale in atto era frutto del successo del modello precedente. E sapete in che cosa consisteva questo successo?E la conseguente crisi? La generale disoccupazione che nasce in quegli anni lì e che fa paura, deriva dal fatto che  le donne vanno a lavorare fuori, perché le lavatrici e le lavastoviglie eccetera., tolgono  gran parte della gravosità del lavoro domestico rendono possibile un lavoro esterno: è un sistema vittima del suo successo, secondo me.

La mia impressione è che il sistema di socialdemocrazia keynesiana realizzato in Europa con la ricostruzione postbellica fino a quegli anni lì è stato uno dei migliori del mondo, anche se temperato in vari modi, però, come ogni sistema, ad un certo punto ha bisogno di un aggiornamento. l’aggiornamento. Che non è stato fatto. Prende allora vita un altro sistema, quello di puntare sul mercato. Si comincia con la deregulation: forse ve lo ricordate non era molto tempo fa; in Italia c’era solo Alitalia; per fare Torino-Londra c’erano Alitalia e British, ma i biglietti erano intercambiabili, perché i due gestori si erano accordati, i prezzi erano esattamente gli stessi: il servizio era gestito in comune e certe volte volevano aerei dell’una, altre volte dell’altra.

 Ebbene tutto questo viene distrutto così come viene distrutto il sistema unico delle telecomunicazioni  che aveva molte rendite all’interno e quindi è andato sostanzialmente bene. Non rimpiangiamo certo i tempi in cui c’era un solo gestore. In alcuni settori queste cose vanno bene, in altri no!  Nelle ferrovie, abbiamo visto con gli Inglesi che quando hanno privatizzato sono aumentati gli incidenti, sono diventati meno puntuali, i biglietti sono più cari..

Però si va avanti su questa strada e si arriva sei anni dopo al cosiddetto big bang della borsa di Londra, elimina il suo sistema vecchio di secoli, fatto di tutta una serie di figure professionali: agenti di cambio, vice-agenti e poi la gente che operava in borsa. Da quel momento tutti possono operare in borsa e, contemporaneamente, lo stesso giorno, la borsa diventa elettronica e ciò vuol dire che effettivamente puoi andare su quella borsa tutto il giorno, tutti i giorni e da qualunque parte del mondo; nel giro di tre anni tutti i paesi danno libertà di movimento dei capitali; così e anche da noi; c’è una segnalazione alla Banca d’Italia, se si superano i 10.000 euro, ma se si uno vuole oggi comperare un’azione Ford, e lo fa. C’è gente che passa le serate facendo una specie di piccolo gioco, un po’ al ribasso, un po’ al rialzo sperando che gli vada bene. Al di là della gente che opera così, ci sono poi le grandi organizzazioni che agiscono così: i sistemi pensionistici ad esempio si basano su fondi che ovviamente devono essere investiti in maniera seria; ne viene fuori una grande quantità di energie e di razionalità investite in questo strumento.

I miei colleghi specialisti hanno fatto un ottimo lavoro per cui oggi, per una comunità, per una istituzione, per non parlare di persone che disponga di un milione di euro, che non è poi moltissimo, gli fanno il vestito su misura, dopo avere chiesto di quanti soldi si avrà bisogno; decidono quali pesi variare, quale rischio  affrontare, e offrono al cliente un mix di prodotti che va assolutamente bene per le esigenze emerse e  questo va bene, in una situazione normale.

Però che cosa succede? per fare questo mix di prodotti bisogna frazionare i rischi e ricomporli  per il vestito adatto per questo signore. Per tornare al nostro esempio: Gonzales ha firmato le cambiali; se fosse in Italia, il direttore le terrebbe in cassaforte e quindi gestirebbe lui il rischio Gonzales, controllando la regolarità dei pagamenti; se Gonzales non paga ci sono varie procedure, In America non è così:  la società che ha suonato il campanello vende il pacco di cambiali di Gonzales il giorno dopo perché sono cose che hanno attaccato un certo rendimento; ma  non le vende tutte insieme: vanno infatti un po’ di qua ed un po’ di là finendo dentro a questi prodotti finanziari che seriamente vengono fatti su misura per i clienti. Ecco perché la crisi dei mutui è pericolosissima, perché questo virus si è infilato non sappiamo bene quando, non sappiamo bene dove e tutte le settimane ne scopriamo un pezzo in più.

C’è un’altra cosa angosciante oltre a questa. Ad esempio questo  caso: Lunedì sera a Milano Unicredit chiude la borsa alle cinque e mezzo di sera dopo di che ha liquidità di cassa e tradizionalmente chiama il suo collega, di Tokio e dice: “Vuoi questa liquidità fino alle sei di domani mattina?” Sfruttando così il fuso orario i soldi non restano inattivi; naturalmente guadagnano solo qualcosa, ma tutti i giorni. Dà alla banca giapponese dei soldi per fare operazioni diverse, poi li ridà alla banca milanese che alle otto del mattino riapre etc…

Viene questa crisi, ci sono questi virus in giro; il consiglio di amministrazione dell’Unicredit si riunisce una volta al mese, dovendo controllare il massimale, ma se quelli di Tokio, non sono solvibili, se cioè a un certo punto falliscono i soldi non li restituiscono al mattino; quindi su 100 milioni, ad esempio, ne restituiscono 10. Allora tutta lo potenzialità di questo mercato si è ridotta e, nella situazione in cui ci troviamo adesso, certe banche hanno aperto alle 8 di mattina senza avere i soldi per fornire la clientela .Allora si susseguono telefonate angosciate alla Banca Centrale Europea che ha fatto iniezioni di liquidità: dice “ so che tu sei una banca solvibile, che tu i soldi li hai, lo vedo dai tuoi bilanci, però non hai il liquido; il liquido te lo presto, tre giorni, quindici giorni a un tasso basso perché non ti voglio strozzare, perchè ti devo aiutare”. L’ultima operazione del genere è stata fatta prima di Natale;  480 miliardi di euro sono andati a circa un miliardo a banca, su 480 banche. Questo vi dice quale è la situazione, che dal mutuo vero e proprio è passata al resto dei prodotti finanziari.

Ma purtroppo c’è di più. Cos’è che si paga con  pacchi di cambiali? In America prima di tutto e poi anche da noi? Da noi il virus arriva solo di rimando, è l’America che è il centro. Pensando al mercato delle auto. Adesso nessuno vuole più prendere le cambiali per un’auto perché ha paura che poi non paghi e, in America, sono crollate le vendite di auto; e dopo quella della casa, l’economia americana con difficoltà di questo tipo mostra che gli Americani sono molto indebitati e che quando non sanno come fare, si indebitano sulla carta di credito dando vita a questo impressionante scenario di collasso delle strutture; di cui nel libro c’è, forse, qualche inquietudine, io non avrei previsto che avesse questo sviluppo preciso che oggi ci troviamo davanti; mi fa pensare sulla indicazione generale che sul post-global, cioè che non eravamo più nella globalizzazione, che questa perdita di centralità, questa perdita di moralità sia stata in qualche modo una cosa che ho visto giusto, questo credo di poter dire che mi sento abbastanza soddisfatto e ho una paura maledetta di quello che può succedere proprio anche a livello di mesi,eccetera.

Anche se guardo alla situazione di politica internazionale mi accorgo che è una situazione terribile. I nostri giornali ne parlano poco; quanto più diventiamo globali tanto meno si parla di estero e se se ne parla tratta di curiosità, (di due gemelli che si sono sposati in Inghilterra per esempio) ma non si fanno più le analisi, non c’è più una visione generale. Si può dire che l’attacco americano all’Iran è stato preparato e ce ne sono stati i segnali. Tant’è che un anno fa, proprio in questi giorni, i Cinesi sorpresero il mondo dicendo: “che avevano tirato un missile su uno dei nostri satelliti, centrandolo perfettamente come dimostrano le fotografie. Questo era un modo per dire che se si fosse attaccato l’Iran, sarebbero partiti i missili per colpire tutti i nostri satelliti di telecomunicazione che comandano l’attacco, perché l’attacco era probabilmente imminente.

Ci troviamo in un mondo dove queste cose ci sono tutti i giorni e poi ce ne sono altri e anche simbolici. Qualche giorno fa abbiamo appreso che una delle iniziative che piacciono molto ai patiti dell’automobile, il rally Parigi-Dakar, è stato sospeso per terrorismo, Questa è la fine di una certa presenza europea in Africa; noi in quei posti lì non ci andremo più. Adesso, quando ci vanno i turisti, li rapiscono, una volta no, perché non siamo più in grado di garantire. Tempo fa  i Francesi garantivano tutto in Africa occidentale; la Parigi-Dakar ne era proprio il simbolo. “60 anni che si faceva, noi non comandiamo più, ci troviamo questo. “

Siamo in una situazione che scricchiola da molte parti, per la sua evidente precarietà . Forse l’unico elemento incoraggiante sta nel fatto che gli Americani hanno capito che l’attacco armato è meglio non farlo, tanto più in tempo di elezioni, se non sono provocati, ma può sempre succedere l’imponderabile e purtroppo qualche volta succede. I Cinesi sono sicuramente dei giocatori molto cauti e molto tranquilli; io dico sempre che il nostro gioco intellettuale avanzato sono gli scacchi e sono un gioco in cui si uccide l’avversario meno che il re; perché? Perché il re e quello che poi deve accettare la sconfitta e quindi non si uccide il re, ma tutto il resto. Sapete qual è il più avanzato gioco intellettuale cinese? E’ la cosiddetta dama cinese: in cui i pezzi non vengono mangiati, ma vengono circondati e uno vince quando l’avversario non può fare nessuna mossa. Bene, la strategia della dama cinese è stata usata dai Cinesi per Hong Kong: ad un certo punto gli Inglesi sono andati via perché non potevano più starci. La pressione stessa della Cina come massa di popolazione era tale, lo scacchiere era tale che  nel 1997 si ammaina la bandiera. Non c’è altro da fare, senza sparare un colpo. L’idea dei Cinesi è questa, di avanzare nel mondo senza sparare un colpo. La loro idea confuciana, che tra l’altro sarebbe anche da esaminare dal punto di vista cristiano, è quella di armonia sociale e politica, delle varie sfere che girano senza toccarsi, senza avere attriti, in cui noi saremmo naturalmente una sfera periferica. Ma tutte le sfere devono essere contente. Secondo il loro pensiero nel mondo tutti devono essere contenti nel loro ambito; naturalmente il centro è la Cina infatti in cinese Cina vuol dire paese di mezzo, con un miliardo e trecentomila abitanti. La loro visione del mondo è questa.

Quando io penso che l’impero americano nei miei esiti possibili non ci sia più, non mi sembra una prospettiva, a meno che non impongano questo impero con la forza e sarebbe veramente una cosa terribile, e io penso che alla fine gli americani non lo faranno, sarebbe la soluzione della disperazione e non è detto che vincano, oltre al fatto di distruggere il pianeta.

L’idea dell’arcipelago, in cui in qualche modo le isole convivono, è una metafora cinese nel mondo che viene a convergere con la nostra tradizione europea occidentale. Se ricordate, dopo Napoleone, il Congresso di Vienna, (1814-1815) propose questo: in Europa quattro o cinque potenze dovevano armoniosamente convivere così che abbiamo avuto 100 anni senza grandi guerre. L’idea di pensare a un mondo in cui si va ad una sorta di consultazione di questo genere, magari favorito dagli accordi sull’ambiente, può essere un utile punto di partenza. Lei ingegnere diceva che la conferenza sul clima di Bali è stato un fallimento; io sono forse ottimista a metà e penso che sia stato un “mezzo” fallimento perché per la prima volta gli Americani si sono schiodati da una posizione arrogante di disimpegno. I Cinesi aprono e hanno messo in atto un intensissimo programma per disinquinare; vedremo cosa riusciranno a fare, perché il proposito configge con il bisogno di aumentare la produzione….

Per interesse di tutti, perché il mondo non abbia  vicende climatiche terribili, si può  pensare ad un “l’equilibrio delle potenze”, in Europa si chiamava così e si cercava di non fare guerre, di risolvere i conflitti su base diplomatica , eccetera, tutto questo si possa fare tra le diverse aree del mondo.

Io vedo un’area europea, anche se dobbiamo riflettere se, per i nostri problemi che non vogliamo affrontare, quest’area debba comprendere la Turchia, ma soprattutto se debba poi comprendere in qualche modo la Russia. Io vi dico che, se non comprenderà questi due stati noi non faremo massa critica; Nel mondo di qui a 20-30 anni con 9 miliardi di persone, gli Europei. se continuano con il ritmo di adesso, diventeranno 450 milioni. Non ci sarà alcun dislivello tecnologico, no! ci raggiungono.( Sto cominciando a vedere l’impressionante mole di pubblicazioni scientifiche cinesi, per esempio.)

La computerizzazione della Malaysia e di quei paesi  è il doppio della nostra e tutti i bambini a scuola la imparano. Gli Indiani sono il top nel mondo del software; noi andiamo piano, dove vogliamo andare? cosa facciamo? Facciamo il museo del mondo . Io parlo in termini economici soprattutto: un’aggregazione con la Russia  avrebbe un vantaggio indiscutibile in quanto i Russi sono forti fornitori di materie prime e se noi e se noi li pagassimo in euro invece che in dollari, forse saremmo più contenti tutti e due. L’idea è di andare in questa direzione, creando un nucleo di questo genere.

Un’area economica cinese già esiste; secondo me, è possibile che, in tempi brevi, si abbia un dollaro cinese, perché oggi succede questo: la Cina ha una bilancia commerciale negativa coi suoi vicini, perché compra materie prime e paga in dollari che vanno a New York  per poi ritornare alla Cina sotto forma di service commerciale; con quelle materie prime infatti produce  dei beni che esporta a noi e si fa pagare in dollari. Allora, ai vicini perché non dare invece una moneta cinese convertibile, una delle più grandi riserve del mondo? E questo è un fatto.. L’altro sta cambiando la geografia economica del pianeta ad un ritmo molto più impressionante di quello climatico: sta nascendo un centro finanziario arabo, islamico, che è il Dubai: che sta diventando il centro di tutti i capitali, tutti i services petroliferi vanno a Dubai. Dubai in questo momento lavora con Londra e gli Inglesi sono bravissimi a cambiare l’etichetta ai soldi, gli Arabi hanno paura di andare direttamente in America, perché temono che questi soldi vengano congelati. Vanno invece a finire sotto l’egida inglese: pagano una modesta commissione (magari mica tanto modesta) e i loro capitali diventano spendibili in tutto il mondo. L’anno scorso gli investimenti arabi sul Mediterraneo meridionale hanno superato i nostri. Sta cambiando tutto e questa moneta, che è garantita dal petrolio, la prendono tutti. Le riserve sono sotto terra, è un mondo che potrebbe cambiare in pochi anni.

Il dollaro rimarrebbe la moneta dell’area americana, nord e sud, e forse di un pezzo di Africa e dell’Australia; il Giappone sarebbe a metà, incerto. Tra l’altro mentre noi abbiamo fatto l’ECU, prima di fare l’Euro, gli Asiatici hanno fatto l’ACU, cioè l’unità di conto asiatica,  che è un paniere di monete in cui alcuni titoli commerciati alla borsa di Singapore, sono già espressi. Il germe della nuova moneta c’è, e questo cambierebbe radicalmente il sistema mondiale.

Questa serie di prospettive dà  un senso di vertigine. Io scrivo tutti gli anni una specie di diario su cosa è successo; quest’anno, ma già l’anno scorso avevo visto alcuni segnali che si sono fortemente intensificati e danno un certo senso di vertigine e forse anche di angoscia.

Per reagire all’angoscia direi che  questo ambiente la corsia dei servi suggerisce di rifarsi agli Atti degli Apostoli; già allora c’era la globalizzazione; il cristianesimo viveva in un mondo globalizzato in cui c’era una sola moneta, e  c’era un solo esercito; le leggi nazionali erano rispettate per quanto riguarda i diritti personali, ma in campo economico no, e ci si è trovati di fronte al grande problema dell’integrazione: il concilio di Gerusalemme doveva decidere se accettare o non accettare i non Ebrei. L’idea  è quella di procedere a un allargamento, che comincia a livello dei rapporti personali: tu fai parte della comunità, tu puoi essere battezzato, io posso entrare in casa tua, cosa che prima non veniva ammessa. L’apertura ai “gentili” è poi stata la grande forza del cristianesimo che gli ha permesso di aggregare, di espandersi e di diventare, ad un certo punto, la forza  che l’Impero Romano ha usato per portare avanti l’umanità.

Per realizzare questo bisogno di condividere certi principi, il concilio di Gerusalemme toglie tutta una serie di prescrizioni, ma ne lascia qualcuna fra cui: non mangiare la carne che è stata immolata agli idoli che è una divieto vuol dire non partecipare alle cerimonie ufficiali, prescrizione molto dura questa. Tutte le  condizioni del liberismo vengono tolte. Chissà se si trova qualche nuovo principio che possa essere utile a tutti.

Queste considerazioni sulla necessità di trovare nuovi principi universali, mi portano a valorizzare la sobrietà, principio che,  secondo me, meriterebbe di essere approfondito perché  riguarda gli stili di vita: fino a che punto noi dobbiamo disinteressarci della pubblicità e dei modelli di consumo che ci vengono proposti e subirli? e invece: fino a che punto non dobbiamo essere noi a cercare di costruire un nostro modello? Ciò può voler dire riuscire a creare un sistema di misure, un sistema di cose mie, un mio modello di vita che sia moderno, nel senso che abbia a cuore la tecnologia, perché non si deve restare indietro in questo, ma che rifugga dagli eccessi, rifletta su quello che è il benessere della persona  che non può essere un benessere soltanto materiale, e su questo si vada avanti.

Quindi come vedete ci sono cose da fare che ci aiutino a capire il mondo e cose che suggeriscano idee utili a cambiare il mondo, ce ne sono ancora di più.

 

 

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