Lavoro, tra diritto, privilegio e sfruttamento.
MARTA FANA: non è lavoro, è sfruttamento.

Lezione in presenza, e contemporaneamente da remoto, tenuta sabato 11 dicembre 2021 alla sala ACLI di via Bernardino Luini 5 a Milano.

È possibile alzare la testa, opporsi ai ricatti, al lavoro che è quasi diventato soltanto sfruttamento o prestazione gratuita? È possibile mettere in campo un progetto, un’azione collettiva per invertire questa rotta?Nella quinta lezione del Corso di Formazione alla Politica 2021-22, oltre la pandemia, una società per la persona, ne abbiamo parlato con Marta Fana, autrice del libro “Non è lavoro, è sfruttamento”.


Sabato 11 dicembre siamo tornati dunque a incontrarci, persone tra le persone. Lo abbiamo fatto con Marta Fana, che ci ha da subito espresso la sua volontà di tenere questa lezione in presenza.
Sulla traccia dei suoi studi sul lavoro, tra diritto, privilegio e sfruttamento, abbiamo parlato di un tema, quello del lavoro e delle disuguaglianze, cui negli ultimi anni il Circolo Dossetti ha dedicato un grande impegno.
Abbiamo così ripreso insieme le fila di alcuni importanti discorsi; lo abbiamo fatto nel segno della responsabilità individuale e sociale, e del rispetto delle normative che ci consentono di tenere in presenza le nostre lezioni e di raccogliere i primi frutti delle dolorose privazioni di questi due anni.

Leggi l’introduzione di Andrea Rinaldo a Marta Fana

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Luca Caputo presenta la lezione – 3:10
Andrea Rinaldo introduce Marta Fana – 20:24
Relazione di Marta Fana – 35:20
Prima serie di domande poste da remoto e dalla sala – 13:28
Marta Fana risponde alle domande – 18:36
Seconda serie di domande – 19:28
Marta Fana risponde alle domande – 28:41
Luca Caputo conclude la lezione 6:50

DIRITTO AL LAVORO O ALLO SFRUTTAMENTO?

Introduzione al testo “Non è lavoro, è sfruttamento” [1] di Marta Fana, a cura di Andrea Rinaldo.

      Uno.     Dentro  la “selva oscura” del mondo del lavoro contemporaneo

Il testo stringente, diretto ed articolato di Marta Fana – già dottore di ricerca in Economia allo IEP SciencesPo Parigi – si apre con due immagini molto forti che ci immergono però nella carne viva degli argomenti trattati:  il suicidio di un giovane lavoratore perché oggi certo di “precariato si muore”, e la citazione di quel poeta della canzone che è stato Fabrizio de André, che non ha mancato di far riflettere su ipotesi non troppo convenzionali, come quella che ci sia “…ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore…”, asserzione che viene ripresa contro l’ipocrisia imperante del merito come motore del successo individuale.   Il contesto di studio infatti è quello della trasformazione epocale del mercato del lavoro che consegue ad una ristrutturazione del capitalismo, e che evidenzia una cospicua riduzione numerica dell’occupazione subordinata a tempo indeterminato, a favore invece delle cosiddette “collaborazioni”, cioè spesso di forme mascherate di inesistenti contributi professionali autonomi, ed in generale ad una estesa precarizzazione della prestazione. Mentre contemporaneamente la narrazione pubblica mainstream  hacreato una cultura di sostegno di questo modello organizzativo, fatta di critiche all’istruzione che risulterebbe assai scollegata dal contesto produttivo, ecco quindi la necessità di tirocini in azienda curricolari (tanto meglio se a gratis), di giovani bamboccioni incapaci di mettersi in gioco ed essere artefici del proprio destino, di una ideologia del merito che sposta l’attenzione dal conflitto endemico tra capitale e lavoro. “…Il risultato è l’avanzare di forme di sfruttamento sempre più rapaci che pervadono ogni settore economico, con labili differenze tra lavoro manuale e cognitivo: dai giornalisti pagati due euro ad articolo ai commessi con turni di dodici ore, dagli operai in somministrazione nelle fabbriche della Fca ai facchini di Amazon…[2]afferma l’autrice.  Inoltre è del tutto evidente la distruzione della comunità dei lavoratori in quanto corpo sociale e come soggetti aventi gli stessi interessi, ed anche l’utilità del divide et impera, cioè di agire con fermezza quella “guerra” tra i poveri così funzionale a chi detiene il potere economico, additando alla bisogna i responsabili delle crisi tra gli immigrati, i dipendenti pubblici, gli operai in lotta ecc. ecc. Il tema centrale per opporre resistenza a queste dinamiche è ancora quello della “coscienza di classe”, cioè dell’acquisizione della consapevolezza di essere inseriti in un certo contesto socio-economico, che ha nello stesso tempo caratteri ricorsivi e di nuovo conio, così che per alcuni segmenti sociali si può ancora parlare di neo-proletarizzazione.  Di converso la debolezza della coscienza di classe nella contemporaneità è in parte giustificata dalla forte differenziazione collettiva, dalla diffusione di nuovi strati sociali intermedi, e dalla omologazione dei consumi e dei modelli culturali di riferimento.

  Due.      Lavoro a chiamata, i voucher, il cottimo, la logistica

Quello che stupisce è anche una certa mutazione antropologica degli italiani, i quali da una parte richiedono misure di sicurezza e di protezione contro le minacce che potrebbero interessare i loro patrimoni – specie se provengono dagli individui più poveri della popolazione autoctona o immigrata – mentre gli stessi sono più propensi ad abbassare la testa davanti ai potenti, magari di fronte a quel “furto” di salario e di diritti che avviene ormai costantemente con rassegnazione, giacché di quell’emolumento costi quel che costi non se ne può proprio fare a meno. Così non stupisce il discreto successo del “lavoro a chiamata”, una forma di prestazione in cui il worker si mette a disposizione della parte datoriale per collaborazioni di carattere discontinuo ed intermittente, dove la flessibilità però non è neutra e scarica il suo peso sempre sulla parte più debole, cioè magari su un giovane che per non essere bollato come “schizzinoso” o semplicemente per non rimanere disoccupato e senza un reddito minimo, deve in sostanza essere predisposto a farsi sfruttare per benino. Altra forma di normazione della retribuzione del lavoro occasionale di tipo accessorio sono stati e sono i “buoni lavoro” o voucher, nati per far emergere il “nero”, l’irregolare, in realtà gli stessi incorporavano l’idea di abbattere fortemente il costo del lavoro. Ebbero un successo crescente, poi però ci mise il becco la CGIL promuovendo un referendum abrogativo, per il cui “disinnesco” l’esecutivo di allora varò prontamente un provvedimento normativo ad hoc di eliminazione.  Ciò avvenne però – dice Marta Fana – non per paura dell’organizzazione sindacale guidata allora da Susanna Camusso, ma più prosaicamente “… di una politicizzazione conflittuale dei lavoratori e dei disoccupati, degli sfruttati e di quanti hanno subito le politiche degli ultimi trent’anni…[3], cioè di quella coscienza di classe così tanto temuta dagli alfieri del liberismo. Comunque, a conferma dei rapporti di forza esistenti, dopo poco tempo dalla loro abolizione i voucher  vennero reintrodotti nella formula “PrestO”, perpetuando così l’ennesima beffa ai danni dei lavoratori. Del lavoro a “cottimo” non si parlava più nel Belpaese ed è tornato invece di attualità nel momento in cui è proprio l’algoritmo a decidere quanto e se qualcuno potrà lavorare; il prestatore d’opera sa che è sotto il controllo digitale e allora dovrà correre, essere veloce, quando non sarà comunque pagato a consegna, cioè per l’appunto a cottimo. I rider, i fattorinipur essendo nella sostanza assimilabili agli operai della logistica, sono normalmente contrattualizzati come fornitori di un servizio esterno per le aziende interessate, quindi in una delle forme del lavoro autonomo;  tale “lavoretto” si assomma magari ad altri per poter raggiungere una retribuzione minimamente necessaria per la sopravvivenza, ma la precarietà alla lunga logora e dalla stessa non se ne esce individualmente ma soltanto con una mobilitazione collettiva.  Orari di lavoro massacranti, intensificazione della prestazione, velocità esecutiva sono i tratti che caratterizzano il settore, mentre il non saper mantenere i ritmi imposti giustifica il demansionamento giacché il soddisfacimento immediato dei desideri dei consumatori rappresenta l’obiettivo principale della filiera. Così come analogamente nel caso della grande distribuzione, “…Senza la capacità di ridiscutere anche il modello di consumo attuale è infatti impensabile aggredire il modello di produzione e quindi i rapporti di forza e di classe che quest’ultimo genera…[4] conclude l’autrice, poiché tale azione è diventata ormai socialmente totalizzante: “toglieteci tutto ma non il consumo” sembra essere infatti il mantra subliminare che si è annidato nelle coscienze. Inoltre il tema bruciante della perdita di posti di lavoro connessa ai processi di robotizzazione della produzione è per così dire “successivo” a quello preesistente della incessante svalutazione del lavoro, in associazione con la distruzione della base produttiva e dell’insufficiente finanziamento pubblico delle infrastrutture e della spesa sociale.

    Tre.      Il caso del Pubblico Impiego

Ormai anche i servizi pubblici sono interessati dal “lavoro povero” e persino dallo sfruttamento, giacché le forme di precarizzazione sono diffuse così come le pratiche di esternalizzazione/privatizzazione delle erogazioni.  Le aporie interpretative dei media sulle dinamiche che interessano il settore sono evidenti nella loro strumentalità: da un lato la enorme enfasi posta sui cosiddetti furbetti del cartellino, sui fannulloni, sugli assenteisti,  eventi che si connotano per la loro marginalità; mentre pochissimo spazio viene dato alle tante storie di “ordinario precariato” o di lavoro a basso costo che hanno i nomi ed i cognomi dei loro artefici.  Voucher, part-time, messa a gara con bandi sempre più economicamente risicati, inducono le aziende appaltatrici a fare utili comprimendo la retribuzione dei lavoratori: infatti non sono rari i cambiamenti (quasi sempre peggiorativi) del contratto di riferimento, così come la decurtazione oraria della prestazione a parità però del carico individuale. La razionalizzazione della spesa pubblica si risolve così nell’abdicazione da parte dello Stato della tutela della dignità dei lavoratori abbandonati al loro destino, mentre il privato continua noncurante a fare profitto scaricando gli effetti negativi sulla forza lavoro.  Si può però opporsi a questa deriva, perché essa non è inevitabile, a patto che vi sia anche in questo caso una rinata coscienza di classe: infatti i tagli alla spesa pubblica in associazione con un basso potere di acquisto dei salari, impediscono proprio a chi ne avrebbe maggiormente bisogno di accedere ai servizi pubblici.  La pubblica amministrazione non è il nemico al quale addebitare gli effetti delle crisi, cioè magari sulle spalle di quei “fortunati” lavoratori messi a “riposo” con lo smart working durante l’emergenza sanitaria, oppure in genere a dare credito a quell’avversione verso il pubblico impiego dentro al quale però ci sono anche gli “eroi” infermieri ed operatori sanitari, che continuano a lavorare notte e giorno in cambio di stipendi contenuti, attraverso quel meccanismo di costruzione appunto del nemico che è un passaggio fondamentale di ogni battaglia regressiva per la maggior parte dei lavoratori.   L’aver sottratto il tema dell’organizzazione del lavoro alla contrattazione sindacale del comparto ha finito per depotenziare le prerogative delle strutture di rappresentanza dei lavoratori pubblici. Diminuisce l’occupazione stabile nella P.A. per non parlare poi del crescente divario salariale all’interno dei comparti e tra le diverse figure professionali (dirigenti ed impiegati ad esempio), della longa manus  della politica sulle nomine apicali e dell’esito dei concorsi che spesso non sembra proprio privilegiare le competenze e le professionalità.  Non è un caso quindi che la politica abbia sussunto la crescente sfiducia dei cittadini nella macchina pubblica, piuttosto che tentato di mediare e di rappresentare bisogni, interessi e aspirazioni, costruendo delle soluzioni, ma la disamina di questi aspetti meriterebbe una trattazione a sé stante che ci condurrebbe troppo lontano.

Quattro.  Lavoro gratuito,l’alternanza  scuola-lavoro, la flessibilità

La narrazione perpetuata sul “lavoro gratuito” come possibilità di crescita individuale ma soprattutto come passaggio “obbligato” con la speranza di migliori tutele contrattuali ha permesso con il tempo di sdoganarne il concetto.  L’alternanza scuola-lavoro introdotta nel 2015 dal provvedimento normativo noto come “la buona scuola”, ha sancito l’obbligatorietà del lavoro gratuito anche per gli studenti togliendo loro però ore di lezione frontale, giacché le istituzioni formative deputate devono collegarsi con il “mondo produttivo reale”, quelle stesse istituzioni dove spesso imperano le logiche ideologicamente meritocratiche, e criteri di accesso che finiscono per essere legati al censo, ed invece piuttosto dimenticate dai finanziamenti pubblici.  A parità di titolo di studio conseguito aumentano così le disuguaglianze retributive mentre il background familiare, le capacità sviluppate nel tempo e acquisite grazie alle possibilità messe in campo dal contesto socio-economico in cui si è cresciuti, fanno la differenza.  La frantumazione del potere dei lavoratori – depontenziando la contrattazione nazionale – è stata assai perpetuata negli ultimi decenni, così che il contratto di lavoro a tutele crescenti (senza cioè l’ombrello protettivo pieno dell’articolo 18 ante riforma), si potrebbe definire a questo punto “stabilmente precario”, mentre l’occupazione a tempo indeterminato è cessata con l’esaurirsi dei fondi stanziati. Altro tema controverso è quello della “destrutturazione” della retribuzione in funzione invece dei “premi” e del welfare aziendale,  i quali sono opzioni accessorie spesso una tantum aventi una tassazioneagevolata, che possono essere certo utili per il lavoratore ma che richiedono come contropartita allo stesso di aumentare la competitività interna e la flessibilità, dimenticando però che il salario è un diritto e non un favore.  Il welfare poi dovrebbe essere considerato anch’esso come un diritto universale che non può essere delegato in via prevalente all’arbitrarietà delle scelte aziendali, di fatto escludendone dalla fruizione una parte considerevole della popolazione. Un asset strategico della svalutazione complessiva del  lavoro operata negli ultimi decenni è l’ossessività riposta nella flessibilità come strumento necessario per la compressione del costo del lavoro e l’aumento della produttività, introdotta più volte nelle numerose riforme legislative insieme con le “privatizzazioni”, cioè in buona sostanza con la smobilitazione da parte dello Stato dai settori economici in favore dell’impresa, magari con la scusa di diminuire il debito pubblico o della presunta efficienza del privato.  La teoria della massiva flessibilizzazione del mercato del lavoro come meccanismo politico, è stata propalata per sembrare l’unica possibilità per mantenere le imprese competitive e quindi anche per dare reddito ai prestatori d’opera, in realtà non c’è alcun legame tra i livelli di protezione e la disoccupazione.

Cinque.      Qualche cosa si può fare  

E’ possibile alzare la testa, opporsi ai ricatti, al lavoro che è diventato soltanto sfruttamento o prestazione gratuita? Si può invertire la rotta di questa lotta di classe agita dall’alto verso il basso che è all’origine di questo imbarbarimento sociale, e che non è il frutto del caso o della crisi economica amplificata dagli effetti di quella sanitaria, ma il prevalere di una parte di società sopra una platea più estesa di cittadini? Marta Fana nel suo testo  con  una analisi lucida che potremmo definire di tipo neo-marxiano – di chi però ha compreso veramente le opere del filosofo tedesco e non si limita soltanto alle sue citazioni – ha il pregio di disarticolare l’apparato ideologico che sostiene il contemporaneo modello produttivo, così che nel tempo si è aperta appunto la strada alle liberalizzazioni e a quelle misure legislative che hanno svalutato negli anni il lavoro, in nome di un benessere che si è rivelato tale ma soltanto per una ristretta minoranza.  Nelle sue fatiche editoriali assertive già nei titoli, sia nel testo che oggi analizziamo, così come nel successivo scritto a quattro mani con il fratello, “Basta salari da fame[5], è evidente la critica al paradigma organizzativo, dove a parità di professione e di titolo di studio, si guadagna meno di 30 anni fa; mentre la flessibilità e la diminuzione dei diritti non hanno aumentato la competitività, ma soltanto la precarietà esistenziale. Così come l’automazione sempre più spinta non ha liberato del tempo sottraendolo a quello “comandato” in fabbrica. Neanche Marx forse avrebbe preconizzato una società nella quale l’accumulazione sarebbe stata capace di crescere evitando di pagare il lavoro, così come avviene frequentemente in questa fase con il cosiddetto “lavoro gratuito”, cioè mediante stage non remunerati, prestazioni d’opera senza corrispettivi ab origine, tirocini vari aventi questa natura. Il riscatto di quella classe sociale colpevolizzata  costituita da giovani, precari, anche altamente istruiti, passa  per una nuova “presa di coscienza” che consenta di avere consapevolezza dei rapporti di forza esistenti tra capitale e lavoro, “…E’ necessario avere una visione ed un progetto politico strutturati e radicali, così come le condizioni impongono…”[6],   chiosa  infatti la  ricercatrice.  Si può  resistere alla assuefazione a questa deriva del capitalismo, con un impegno in una azione collettiva dove certo serve la politica e serve il sindacato, ad esempio per abolire il lavoro povero e contrarre le forme di precarietà ingiustificate. Che la politica sia necessaria lo indicano anche le difficoltà incontrate recentemente dal vigente Esecutivo nel trovare misure di contrasto alle delocalizzazioni produttive, oppure quelle relative al Reddito di Cittadinanza messo sotto pesante attacco da taluni. Od ancora il progressivo allentamento del blocco dei licenziamenti decretato prima che fosse varata l’auspicata riforma degli ammortizzatori sociali e delle tutele del lavoro in senso generale. Ed anche la mancanza di una seria riflessione sul tema del “salario minimo”, proposta invece che andrebbe colta come l’occasione per bloccare un sistema basato pervicacemente sulla svalutazione del lavoro. In conclusione  “Non è lavoro, è sfruttamento” è un  testo necessario per comprendere il contesto produttivo nella attuale congiuntura, attingendo però da elementi di analisi  socio-economica un po’ diversi dall’ideologia dominante. All’attualità il percorso di emancipazione delle classi svantaggiate è sicuramente lungo e complicato, ma oggi forse abbiamo uno strumento in più per intraprendere il cammino su questa strada.

Un sentito ringraziamento alla dottoressa Marta Fana. 


[1]       M. Fana,  Non è lavoro, è sfruttamento ed. Laterza, Bari-Roma, 2017.

[2]       M. Fana,  Non è lavoro, è sfruttamento ed. Laterza, Bari-Roma, 2017, prologo XV.

[3]       M. Fana,  Non è lavoro, è sfruttamento  ed. Laterza, Bari-Roma, 2017, p. 29.

[4]       M. Fana,  Non è lavoro, è sfruttamento ed .Laterza, Bari-Roma, 2017, p. 52.

[5]       M. Fana e S. Fana,  Basta salari da fame! – ed. Laterza, Bari-Roma, 2019.

[6]       M. Fana,  Non è lavoro, è sfruttamento – ed. Laterza, Bari-Roma, 2017, p. 152.


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1 – Luca Caputo presenta la lezione – 3:10
2 – Andrea Rinaldo introduce Marta Fana – 20:24
3 – Relazione di Marta Fana – 35:20
4 – Prima serie di domande poste da persone da remoto e dalla sala – 13:28
5 – Marta Fana risponde alle domande – 18:36
6 – Seconda serie di domande – 19:28
7 – Marta Fana risponde alle domande – 28:41
8 – Luca Caputo conclude la lezione 6:50

Marta Fana

Economista, si occupa di mercato del lavoro e diseguaglianze socio economiche. Ha al suo attivo già due libri di successo sull’argomento: Basta salari da fame! con Simone Fana Laterza 2019 e Non è lavoro, è sfruttamento Laterza 2017.

Conosciuta dal grande pubblico per i vivaci dibattiti televisivi con illustri interlocutori, ha conseguito un dottorato di ricerca in Economia presso l’Institut d’Études Politiques di Sciences Po a Parigi, dopo aver studiato all’Università Tor Vergata di Roma, alla Toulouse School of Economics e al Collegio Carlo Alberto di Torino.

Ha iniziato l’attività di ricerca studiando appalti e corruzione e oggi si occupa di political economy, in particolare di mercato del lavoro, organizzazione del lavoro e disuguaglianze economico-sociali. È membro della redazione di Jacobin Italia. (fonte: sottosopra)

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