Martini, un promemoria per il futuro

linea_rossa_740x1Giovanni Bianchi

La lunga veglia, il funerale e il dibattito non superficiale aperto dai media mi hanno confermato nella convinzione che la chiusura della giornata terrena non solo non interrompe il magistero martiniano, ma che con il magistero di Martini convivremo ancora a lungo. Non soltanto perché la tradizione cristiana parla non a caso di cattedra episcopale, ma perché Martini, quasi contraddicendo una naturale timidezza, non si è mai sottratto all’esigenza di confrontare in pubblico la radicalità della Parola di Dio con le occasioni e le difficoltà della vita, pensando che il dialogo fosse ogni volta possibile e addirittura doveroso.

Studioso finissimo e insaziabile dell’Antico e soprattutto del Nuovo Testamento, non si è limitato a proporre il dialogo tra le grandi culture – quello sul quale è impegnato da tempo e con successo (si pensi ai colloqui di Monaco di Baviera con il filosofo Habermas) papa Benedetto XVI- ma ha proposto la parola di Dio tra la gente, in mezzo alla quotidianità, non evitando le questioni più spinose e conflittuali, cercando le risposte insieme agli interlocutori e mettendosi alla pari con loro (che altro è la Cattedra dei non credenti?) e non tirandosi neppure indietro rispetto ai problemi per i quali sapeva non esistono ancora risposte.

Ecco perché non ha mai fatto distinzione tra “vicini” e “lontani”, convinto che in ognuno convivano il credente e l’agnostico – “l’ateo che è in me” – e che il messaggio del Nazareno ti raggiunge dove sei, anche in mancanza di un adeguato tirocinio. Ecco perché Martini parlava e continuerà a parlare a tutti, non dai confini, ma in mezzo alla sua Chiesa, tenendo conto di chi va con passo spedito e di chi ha difficoltà di movimento.

Ricordo una bella conferenza del cardinale Giovanni Colombo nella mia città di ritorno dal Concilio. L’allora arcivescovo di Milano disegnò sulla lavagna una serie di centri concentrici che indicavano lo sviluppo del messaggio evangelico in un popolo di Dio i cui confini cessavano di essere sicuramente segnati tra chi è dentro e chi è fuori, non mettendo barriere e avendo fiducia nella disponibilità all’ascolto e all’accoglienza e soprattutto nella diffusività della parola. Un atteggiamento conciliare che in Martini appariva non soltanto abituale ma addirittura scontato.

Del rapporto con le Acli è già stato opportunamente scritto. Un rapporto che era cominciato in sede nazionale durante la presidenza di Domenico Rosati con una serie di seminari intorno al tema del potere sottoposto a discernimento biblico, e poi intensamente continuato nei lunghi anni milanesi.

È qui che incontriamo il Martini attento che interviene nello spazio pubblico. Come il suo confratello Pio Parisi, Martini ha pensato politica dal punto di vista del Vangelo. Non una spiritualità, perché le spiritualità, come New Age, si acconciano alle mode. Ma il Vangelo. Non facendo sconti e dando indicazioni scomode.
Ad amministratori e politici in visita durante i tempestosi inizi della transizione infinita ricordò che non si mettono toppe su abiti strappati e che il vino nuovo non può essere versato in otri vecchi.

In una meditazione svolta di fronte agli alunni delle scuole socio-politiche della diocesi di Milano si chiede senza mezzi termini “come combattere e superare il fenomeno della corruzione politica”. Corruzione che con anni di anticipo aveva additato ad un’opinione pubblica milanese allora disattenta e non certo presaga del clima giustizialista che vi avrebbe aleggiato anni dopo in piena tangentopoli. Basta rileggersi l’omelia per sant’Ambrogio del 1986. Un cardinale imprevedibile ed informatissimo parla di “camere oscure” dove politici non chiari si spartiscono affari e tangenti. Il discorso fece ovviamente scalpore, si disse che, sul modello di Ambrogio suo predecessore, il porporato gesuita aveva deciso di impugnare la frusta. Nessuna indagine fu però avviata. I grandi quotidiani milanesi, dopo i grandi titoli che esternavano lo stupore per la denuncia e per l’inabituale e autorevolissima cattedra da cui discendeva, non misero in cantiere nessuna inchiesta, anche se le cose che Martini spiattellava dalla cattedra si fa fatica a pensare che non fossero a conoscenza di una porzione non esigua della classe dirigente della città.

Le sue invettive nei confronti del moderatismo alla moda si accompagnano a quelle di Luigi Sturzo. Osserva che per quanto riguarda le proposte, le encicliche sociali vedono il cristiano come depositario di iniziative coraggiose e di avanguardia. “L’elogio della moderazione cattolica, se connesso con la pretesa che essa costituisca solo e sempre la gamba moderata degli schieramenti, diventa una delle adulazioni di cui parlava Ambrogio, mediante la quale coloro che sono interessati all’accidia e all’ignavia di un gruppo, lo spingono al sonno. C’è invece nella dottrina sociale della Chiesa la vocazione ad una società avanzata”.

Martini non risparmia talvolta le armi efficaci dell’ironia: “Per essere credibili bisognerà porsi non tanto al di sopra delle parti quanto al di sotto delle parti, ossia nella profondità della coscienza civile del Paese”.

Sono noti il coraggio e il suo equilibrio nel trattare problemi di frontiera, quali i temi della fecondazione assistita, dell’aborto, delle cellule staminali, delle adozioni, della lotta all’Aids, della donazione degli organi, dell’eutanasia, dei confini della ricerca. Martini si mette in ricerca e chiede che la ricerca resti aperta: questo il messaggio di fondo per un discernimento che muove dalla centralità della coscienza e del dialogo su una delle frontiere più rischiose non soltanto per chi dice di credere. Che non si proceda deducendo soltanto dai principi. Che la politica dunque a sua volta non si ripari, ma elabori a partire dalla libertà di coscienza, e non rifugiandosi in essa, quasi in angolo, per evitare lacerazioni peggiori e rendendo i partiti inutili perché incapaci di cultura.

Non tralasciando un suggerimento: “Là dove c’è un conflitto di valori, mi parrebbe eticamente più significativo propendere per quella soluzione che permette a una vita di espandersi piuttosto che lasciarla morire. Ma comprendo che non tutti saranno di questo parere. Solamente vorrei evitare che ci si scontrasse sulla base di principi astratti e generali là dove invece siamo in una di quelle zone grigie dove è doveroso non entrare con giudizi apodittici”. Le “zone grigie”. La laicità del grigio… Il non sottovalutare e il non accorciare la fatica della ricerca.
Insomma, un Martini mai reticente e disponibile a occuparsi delle rughe dei giorni per proporre quel “discernimento” che è la parola più ricorrente nei suoi scritti. Per questo ritornare a Martini fa bene.

Non esistono soluzioni facili. Probabilmente non esistono “soluzioni”. Martini non si nasconde la difficoltà. E chiosa: “Che cosa dire allora? La parola evangelica non cade su azioni che andrebbero bene anche da sole; cade su situazioni impossibili, umanamente disperate, su situazioni in cui un realismo sobrio si accontenterebbe di tenere in alto gli ideali lasciando poi a ciascuno di fare ciò che può”. È il paradosso cristiano. Per cercare la soluzione ci sono le beatitudini evangeliche. E infatti “non c’è alcuna realtà umana che sia sottratta all’azione dello Spirito”, dal momento che lo Spirito è il grande suggeritore, colui che “suggerisce le parole giuste nelle circostanze in cui ci si gioca la vita per il Vangelo”.

Non era dunque quiete da persona anziana quel che Martini andava cercando a Gerusalemme, la città sul monte che lo affascinava, ma la continuità, sotto forme mutate, di un magistero e di una veglia. La sentinella era lui. E’ lui che, mantenendo un riserbo che non sapevi se considerare più piemontese o britannico, “non dava riposo a Dio”, anche perché “questa Parola non è risuonata solo per i credenti, ma per tutti gli uomini”.

Sono tornato a rileggere Martini spinto da un bisogno e da un cruccio. Il bisogno, probabilmente non soltanto mio personale, di trovare un qualche fondamento ad una politica che dà l’impressione di volere continuare senza prendersi il disturbo di pensare. Il cruccio, che ebbi modo di esternargli quando ancora sedeva sulla cattedra di Ambrogio, che Milano e la diocesi – la più grande diocesi del mondo – l’abbiano più ammirato che capito. Anche rileggere Martini non dà riposo, dal momento che la sua produzione sembra gareggiare in kilometraggio con quella di Voltaire. Eppure è fatica che ottiene la sua abbondante remunerazione.

Anche questo tratto bisognerà ricordare di Martini: il maestro in ascolto di tutto sollecitava a decisioni né facili né scontate. Il magistero milanese di Martini questo ha seminato per lunghi anni, in cui pure i “militanti” martiniani sembrarono talvolta dispersi. Probabilmente un popolo troppo vasto per essere delimitato da un qualche confine. E però si sono finalmente radunati, non nascondendo le loro diversità, perfino fisiche, perfino nell’abbigliamento, intorno alla bara.

Sono rimasto tre ore e mezza sotto le navate del Duomo durante il funerale. Accanto a me per tutto il tempo, confuso tra la folla, Antonio Pizzinato, tra le tante cose anche segretario generale della Cgil, e gli Hamadi, padre e figlio, di Homs, la città martire della Siria, islamici osservanti residenti a Sesto San Giovanni e che frequentano le messe di Natale e Pasqua in memoria della moglie e madre cristiana, recentemente scomparsa. Cosa martinianamente naturale per la parola di Dio, che interviene nelle situazioni impensate e ignora i confini.

E tutto, là dove sta, avrà provato Martini, tranne che stupore.

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