Maurizio Ambrosini. Un’altra globalizzazione: la sfida delle migrazioni transnazionali.

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Corso di formazione alla politicaDi certo le migrazioni sono indubbiamente favorite dai fenomeni di globalizzazione azionati per motivi quasi sempre economici, tuttavia esse possono anche  generare una globalizzazione – per così dire – dal basso delle persone che si spostano. E’ questo della “globalizzazione dal basso” delle reti relazionali transnazionali dei migranti, uno dei temi di fondo del saggio “Un’altra globalizzazione” di Maurizio Ambrosini, che non a caso reca come sottotitolo “la sfida delle migrazioni transnazionali”; il quale viviseziona indagando a fondo e con rigore scientifico queste dinamiche, muovendo dall’insolita angolatura che considera il migrante non solo come un soggetto passivo di politiche sovrastrutturali a lui sfavorevoli, ma anche come generatore (seppure per certi versi in modo forzoso) di inedite relazioni sociali.

Maurizio Ambrosini. Un’altra globalizzazione: la sfida delle migrazioni transnazionali.

1. leggi il testo dell’introduzione di Andrea Rinaldo

2. leggi la trascrizione della relazione di Maurizio Ambrosini

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introduzione di Giovanni Bianchi (18’16”) – presentazione di Andrea Rinaldo (27’43”) – breve intervento di Giovanni Bianchi (2’57”) – relazione di Maurizio Ambrosini (58’49”) – domande (44’19”) – risposte di Maurizio Ambrosini (36,54″)

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Testo dell’introduzione di Andrea Rinaldo a Maurizio Ambrosini

Un’altra globalizzazione: è possibile?
Reti di migranti, prospettiva transnazionale, globalizzazione “dal basso”, ridisegnano gli assetti identitari e sociali.

Uno. Siamo abituati ad approcciare al tema delle recenti migrazioni umane attingendo da schemi interpretativi che ne evidenziano in primis le criticità derivate, considerando le stesse migrazioni come dei processi fastidiosi, da governare nell’eccezionalità, finché ne sussistono i presupposti connessi alle esigenze di una fluttuante domanda interna di lavoratori. Insomma come una parentesi all’interno di una visione spesso nazionalista della cittadinanza, per altri versi orientata a ricondurre al più presto all’interno degli Stati di provenienza i flussi migratori in uscita, sussumibile nel paradigma operativo (e spesso disimpegnante) dell’“…aiutiamoli a casa loro…”, e però quando serve  “…utilizziamoli al meglio a casa nostra…”, comunque senza  investire troppo in nuove rappresentazioni di società.

Di certo le migrazioni sono indubbiamente favorite dai fenomeni di globalizzazione azionati per motivi quasi sempre economici, tuttavia esse possono anche  generare una globalizzazione – per così dire – dal basso delle persone che si spostano.   E’ questo della “globalizzazione dal basso” delle reti relazionali transnazionali dei migranti, uno dei temi di  fondo del saggio   “Un’altra globalizzazione”[1] di Maurizio Ambrosini, che non a caso reca come sottotitolo “la sfida delle migrazioni transnazionali”; il quale viviseziona indagando a fondo e con rigore scientifico queste dinamiche, muovendo dall’insolita angolatura che considera il migrante non solo come un soggetto passivo di politiche sovrastrutturali a lui sfavorevoli, ma anche come generatore (seppure per certi versi in modo forzoso) di inedite relazioni sociali.   Intanto è utile rammentare che i fenomeni migratori, pur essendo già noti fin dagli albori delle nostre civiltà, sono attualmente tutt’altro che il frutto del caso, i migranti infatti “…arrivano anche perché sono richiesti dalle economie sviluppate, soprattutto per colmare i vuoti che si sono aperti negli ambiti più sacrificati di un sistema occupazionale molto segmentato e stratificato, ma in ogni caso incapace di abolire quelli che possono essere definiti i lavori delle cinque <P>: precari, pesanti, pericolosi, poco pagati, penalizzanti socialmente…”[2].    Pertanto la prestazione d’opera dell’immigrato si colloca sui gradini più bassi della scala gerarchica, andando ad eseguire mansioni che sono ritenute dagli autoctoni prive di desiderabilità in quanto gli stessi aspirano a collocazioni lavorative di maggiore qualità. Rispetto a tali movimenti migratori poi, le diverse “reti” istituite dagli immigrati rappresentano importanti basi informali (che possono in seguito trasformarsi in vere e proprie aggregazioni strutturate) di appoggio, di mutuo sostegno, di identificazione, per lo straniero; sono perciò un “ponte sociale”, tra chi già c’è e chi arriva ed anche con la società ospitante.   Su questo punto l’autore del testo che oggi stiamo analizzando afferma che “...Integrazione nelle società riceventi e mantenimento di riferimenti <etnici> dunque non si contrappongono necessariamente.  Le reti migratorie non sono ineluttabilmente un vincolo o un fardello che trascina verso il passato, ma possono rappresentare una risorsa per gli individui impegnati in complessi  processi di ridefinizione dell’identità culturale, a contatto con le società riceventi…”[3]: Condividendo il professor Ambrosini altresì il concetto di “integrazione” così come proposto dalla Commissione per le Politiche di Integrazione degli immigrati, e cioè “...un’interazione positiva, basata sulla parità di trattamento e sulla apertura reciproca, tra società ricevente e cittadini immigrati…”[4], caratteristiche però che sembrano difettare soprattutto nel caso italiano.

Due. Notevoli sono poi le ricadute legate al tema delle cosiddette “rimesse” verso i Paesi di partenza, e delle attività economiche promosse dai migranti nelle due direzioni: nazione d’origine e in quella ospitante. Infatti le rimesse in denaro, argomenta Ambrosini, “…nell’ultimo decennio […] sono diventate per i paesi in via di sviluppo una fonte di reddito molto più importante della solidarietà nazionale ufficiale…”[5] inoltre esse “...possono così servire agli Stati come garanzia per negoziare accordi con i grandi enti finanziatori, e la loro trasmissione è un business che coinvolge grandi agenzie specializzate…”[6].   Risulta  così di palmare evidenza anche la creazione di una apprezzabile economia legata alla domanda di servizi degli emigrati, che unita  al fenomeno duale della filiera dell’ “etnico” nel Paese ospitante, costituisce un fenomeno in grado di produrre effetti di rimodulazione sociale. Il punto di vista transnazionalista quindi rende più articolato l’approccio sui temi legati ai fenomeni migratori e, se è pur vero che difficilmente dei comportamenti umani così diversificati e multiformi possono essere imprigionati dentro rigide categorie classificatorie, è anche vero che modalità appena debolmente o non del tutto transnazionaliste contribuiscono a far considerare  “...l’immigrazione non come un viaggio di sola andata, ma [essa n.d.r.] genera una rete di relazioni, di scambi, di influssi che attraversano le frontiere, retroagiscono sui luoghi di provenienza, contribuiscono a definire l’identità, i progetti e le prospettive dei migranti, dei loro congiunti, e in qualche misura degli ambienti più ampi a cui essi fanno riferimento…”[7]. A fronte di tali dinamiche che potrebbero essere considerate in taluni casi come un’opportunità, questi processi tuttavia hanno ricadute che sono spesso molto dolorose nei confronti di tanti altri soggetti passivi:  la separazione fisica dai luoghi natii, ad esempio, implica sempre la lacerazione dei legami affettivi, tra i quali spicca per l’intensità delle ripercussioni psicologiche individuali, il matrimonio e la maternità vissuti per forza di cose a distanza.

Tre. A causa di un progressivo arretramento della copertura offerta dallo stato sociale (inevitabile o trattasi di precisa scelta politica?), si è aperta infatti anche in Italia una cospicua fetta di mercato legato alle diverse modalità di accudimento, tanto che “…il welfare informale e nascosto basato sul lavoro delle donne immigrate svolge oramai una funzione insostituibile nel funzionamento quotidiano delle nostre società…” [8].  Tale dinamica ha richiamato un notevole flusso di immigrati, quasi sempre donne che hanno lasciato il luogo di nascita per intraprendere un lavoro di caring,soprattutto di persone anziane o non autosufficienti, in un Paese però maggiormente sviluppato. Le prospettive di un aumento della qualità della vita per sé ed anche per i propri congiunti, richiedono molto spesso come contropartita la frammentazione degli affetti e la conseguente creazione di cosiddette “famiglie transnazionali”, dove il prezzo più alto viene pagato dalle donne, impegnate in una duale forma di assistenza sia della famiglia naturale che di quella ospitante. A questi fatti va aggiunto che una buona parte degli immigrati in Italia (spesso colf o badanti) hanno attraversato una fase più o meno lunga di irregolarità, segnata frequentemente da meccanismi diversificati di sfruttamento della persona, alla quale consegue prima o poi una provvidenziale sanatoria (anche se non sempre dichiarata come tale dalle pubbliche autorità). Tale ultima questione la dice lunga sul luogo comune che vuole l’immigrato irregolare come indesiderabile, quasi sempre criminale, a fronte invece di quello accettabile perché formalmente in regola. Quindi nel caso dell’assistenza alle persone, dice Ambrosini, “…Si configura così una stratificazione internazionale delle opportunità di accudimento, al cui vertice stanno le famiglie abbienti dei paesi sviluppati, coadiuvate da domestiche, assistenti degli anziani e babysitter, e alla base le famiglie transnazionali dei paesi poveri, che si trovano a dover rimpiazzare con soluzioni-tampone la partenza delle madri che vanno all’estero a curare anziani e bambini, a volte mobilitando donne (e madri) più povere per sostituirle…”[9]. Certamente alcuni correttivi a queste condizioni sono possibili ed anche auspicabili, per restituire almeno in parte qualche beneficio alle mamme (oggi extracomunitarie) dei “sempre nuovi compagni di Pierino” della “Lettera ad una Professoressa” di don Lorenzo Milani. Egli infatti così scriveva a fine anni sessanta:   “…Le 31 mamme dei compagni di Pierino […] hanno lavori che rendono tanto poco che per viverci bisogna lavorare da piccini a vecchi, dall’alba alla notte. Lei [la mamma di Pierino n.d.r.] invece fino a 24 anni è stata a scuola. Fra l’altro ha avuto in casa una di quelle 31 mamme. La mamma di un Gianni che per fare le faccende a lei trascura il suo bambino.  Tutto il tempo che ora le avanza è un dono dei poveri o forse un furto dei signori…”[10], si domandava il priore di Barbiana. Certo alcune cose da allora sono cambiate, ma è proprio la mancanza di tempo imposta dai ritmi frenetici della nostra società a spingere anche la piccola borghesia ed i lavoratori salariati verso la necessità di usufruire dell’apporto di chi lavora nell’assistenza alla persona; tuttavia  alcune questioni di giustizia sociale non sono mutate, anzi sotto alcuni aspetti si sono persino aggravate (lontananza notevole dai figli, dal coniuge, sottoutilizzazione lavorativa di immigrati dotati di buoni titoli di studio, ecc.). Comunque sia, in questo senso sarebbe bene, come argomenta  Ambrosini,  “…orientare le politiche di reclutamento – per i lavori di accudimento della persona – verso donne in età matura, sgravate da responsabilità di cura nei confronti di figli in tenera età…”[11], oppure favorendo i ricongiungimenti familiari, giacché “…la trasformazione dell’immigrazione di individui in immigrazione familiare rappresenta un fattore di normalizzazione della presenza delle popolazioni immigrate, e dunque di rassicurazione della maggioranza autoctona…”[12]. In sostanza dice il docente universitario qui con noi stamattina, tale “…globalizzazione dal basso, iniziata con la pragmatica assunzione di donne straniere per assistere anziani, accudire bambini, occuparsi delle nostre case, rendere più funzionale l’organizzazione della nostra complessa vita quotidiana, non è un teorema, ma una forza sociale destinata a trasformare le società in cui viviamo…” [13].

Quattro. Altro aspetto collegato ai fenomeni migratori di pregnante importanza è quello relativo alle religioni professate dai diversi gruppi etnici.   Afferma Ambrosini “…le appartenenze religiose tendono ad essere lette da una diffusa pubblicistica e da ampi settori dell’opinione pubblica come il segno più visibile dell’alterità culturale delle minoranze straniere, suscitando reazioni allarmate, in nome tanto dell’identità religiosa storica dell’Occidente, quanto della sua tradizione laica e delle sue istituzioni secolarizzate…”[14].    In realtà l’adesione ad una confessione religiosa molto spesso risponde alla domanda di assistenza e di pratica spirituale espressa da tantissime persone e non solo dalla popolazione immigrata.  Ma nel caso dei migranti in più soddisfa altresì al bisogno di attaccamento alle tradizioni legate al Paese d’origine, al senso di appartenenza collettiva e alla ridefinizione dell’identità individuale nel nuovo contesto, nonché a provvedere a non trascurabili bisogni materiali.   Tuttavia le articolazioni dei modi di professare all’interno dei gruppi religiosi nelle società riceventi si strutturano differentemente rispetto ai Paesi d’origine, anche per quelle confessioni più saldamente ancorate a consolidate tradizioni, tant’è che anche in questo caso si può parlare di “modalità religiose transnazionali”. A creare confusione e divisione in materia c’è poi l’influenza di una certa visione politica di stampo utilitaristico, che si è evidenziata ad esempio in occasione del dibattito intorno ai valori di riferimento della Carta Costituzionale dell’Unione Europea, circa la religione preponderante del mondo Occidentale.    Ma come puntualmente è osservato nel testo di Ambrosini “…E’ interessante notare che la sovrapposizione tra cultura occidentale e religione cristiana è propugnata da esponenti politici e da alcuni intellettuali (spesso personalmente non credenti), mentre le autorità religiose si guardano bene dallo scivolare su un terreno così ambiguo, specialmente nel caso di una religione con pretese universali come il cattolicesimo…”[15], tuttavia tale fatto, almeno in Europa, ha finito per aumentare la crescente ostilità nei confronti degli immigrati di religione islamica, e gli attentati terroristici che hanno insanguinato gli Stati Uniti e il vecchio continente all’inizio del nuovo millennio hanno ulteriormente aggravato la situazione.   Su questa traccia si inseriva invece l’indimenticato discorso alla città di Milano della vigilia di s. Ambrogio del 1990,  dove l’allora arcivescovo Carlo Maria Martini cogliendo con anticipazione la temperie dei tempi,  invitava fortemente i credenti all’accoglienza e al dialogo con l’Islam[16]. Va detto poi che la partecipazione alle pratiche religiose è di per sé un fattore importante della costruzione identitaria, di contenimento dei fattori devianti, e in definitiva di maggiore integrazione sociale, tanto che il sociologo vercellese afferma, con riferimento ai tumulti delle banlieuses parigine, che “…nelle recenti rivolte dei giovani maghrebini delle periferie francesi non c’è troppa religione, ma semmai troppo poca…”[17].    Probabilmente ce  n’è troppo poca anche in quegli amministratori pubblici, politici, urbanisti, che hanno favorito la creazione di tali ghetti, ed anche l’assenza di dialogo tra gli appartenenti alle diverse culture religiose, cavalcando utilitaristicamente il malcontento sociale e utilizzando le molteplici forme di repressione come le uniche risposte possibili. Tuttavia l’ulteriore “globalizzazione dal basso” prodotta dalla pluralità di pratiche religiose dei migranti determina sulle società riceventi cambiamenti “…più del transnazionalismo degli affetti familiari, [perché n.d.r.] il campo religioso sollecita a sentirsi parte di comunità più ampie e composite, unite malgrado le distanze…”[18], e in questo senso  “…un mondo globalizzato, persino nelle pieghe dei rapporti di vicinato e dell’utilizzazione di spazi urbani, non è un mondo sereno, pacifico e agevole da governare, ma la politica della chiusura e del rifiuto non sembra la più idonea a costruire un futuro di convivenza pacifica…”[19].

Cinque. Allora verso quale modello sociale occorre fare riferimento, è meglio riflettere intorno a  processi di “assimilazione” o di “multiculturalismo”? Una certa visione neo-razzista nazionalista di ritorno poi,  prevederebbe una sorta di incomunicabilità totale tra i diversi gruppi umani rigidamente suddivisi in etnie territoriali, aventi caratteristiche culturali, religiose, linguistiche, e persino fisiche immutabili ed inconciliabili.    In questa direzione la prospettiva assimilazionista, intesa come progressiva incorporazione dell’immigrato nella società ricevente in quanto quest’ultimo ha obliterato progressivamente i caratteri propri della cultura del Paese di provenienza e quindi risulta del tutto simile agli autoctoni, non ha nessuna possibilità concreta di applicazione.  E nemmeno quella multiculturalista, in questo caso sussiste anche l’aggravante che non sono stati recisi i riferimenti con le società di provenienza e, secondo una “teoria territoriale dell’identità”, le eventuali mescolanze sono impossibili (“loro” non vogliono integrarsi). Forse l’accoglienza che produce cultura condivisa e quindi integrazione è quella che si fa spesso in un “silenzio operoso”, ascoltando chi hai trovato sulla tua strada e aiutandolo a “stare in piedi con le proprie gambe”, come fanno ad esempio qui a Milano gli operatori della “Casa della Carità” di don Virginio Colmegna, cercando di coniugare solidarietà e rispetto delle regole.  Al contrario, gli sgomberi plateali dei campi rom ampiamente documentati dai media, possono avere sì un effetto tranquillizzante (seppur di breve durata) per la popolazione locale, certamente però non risolvono la questione andando alla radice dei problemi.

Sei. L’autore de “Un’altra globalizzazione” avanza anche alcune concrete proposte operative:   come il rilancio dell’istituto dello sponsor già previsto dalla precedente normativa, l’esclusione dalle cosiddette “quote” dei lavoratori domestico-assistenziali, una disciplina più favorevole per i ricongiungimenti familiari, un sistema a punti per premiare le esperienze professionali, di studio, ecc., in modo da connotare anche qualitativamente la richiesta di lavoratori immigrati. La stipulazione di un vero e proprio “contratto di integrazione” tra lo Stato italiano e gli immigrati, dove la formazione sui temi che vanno oltre al basilare rispetto della Costituzione e delle leggi, assume un’importanza decisiva. La sottoscrizione di reciproci impegni tra lo Stato e i responsabili religiosi islamici, sul versante della conoscenza della cultura italiana, e in termini più generali con riferimento alle altre confessioni, di pensare all’insegnamento nelle scuole delle diverse culture religiose, in aggiunta all’eventuale lezione confessionale prescelta. Una soglia di tempo ragionevole per ottenere la cittadinanza (cinque anni ad esempio), mantenendo però aperta la possibilità della doppia cittadinanza, e disposizioni più favorevoli per i minori nati in Italia o che qui abbiano attinto una parte cospicua della loro formazione scolastica, sono solo alcune delle altre proposte avanzate.   Così come la facoltà di concedere il diritto di voto in ambito locale, nonché la possibilità di accesso al pubblico impiego.

Sette. La presenza sempre più numericamente significativa di gruppi di immigrati determina una serie complessa di ripercussioni che incidono sia sulla realtà sociale ricevente che su quella di partenza; che sono in grado di mettere in discussione e quindi di modificare i patrimoni e il sistema delle pratiche consolidato.   La sfida imposta dalle migrazioni transnazionali e dal conseguente determinarsi di società complesse e plurali impone la necessità di istituire nuovi paradigmi interpretativi e modelli di governance del fenomeno non conflittuali.   In questo senso la politica dovrebbe essere in grado di trasformare le paure di una società sempre più competitiva e individualista in modalità condivise di convivenza, invece che cavalcare il malcontento per ottenere un facile consenso.   E’ vero, le migrazioni sono un fatto storico, ci sono sempre state, ma all’attualità una globalizzazione che è in parte soltanto una forma di neocolonialismo ha finito per accentuare il divario tra Nord (sviluppato) e Sud (povero) del mondo.   Così anche l’Italia è diventata un Paese di immigrazione con livelli (il 6% c.a. della popolazione immigrata)[20] prossimi a quelli di altre nazioni europee di più antica tradizione, oltre ad essere stato però anche un Paese di intensa emigrazione, come è ben impresso nelle biografie di tanti nostri ex connazionali. Quando si invocano provvedimenti draconiani nei confronti degli attuali immigrati in Italia, troppo spesso si sono dimenticate frettolosamente le analoghe pesanti condizioni di tanti Italiani costretti, in tempi non remoti, ad andare a cercare fortuna all’estero.   Le varie sanatorie rappresentano sicuramente un fatto di civiltà sotto il profilo del riconoscimento dei diritti dei lavoratori, comunque esse non hanno come motivazione principale sentimenti di accoglienza e di integrazione:   si regolarizza (se proprio non se ne può fare a meno) chi ci serve. Non va dimenticato invece che dietro ogni fenomeno migratorio che si incasella in numeri e descrizioni,  ci sono i volti di uomini e donne con i loro vissuti, le loro aspettative, le loro speranze, che sono normalmente presenti in ogni persona, a qualsiasi latitudine essa si trovi. Tuttavia bisogna comunque rendersi conto delle mutate condizioni sociali, e a questo proposito non sembra il caso di muovere partendo esclusivamente da motivazioni umanitarie “...basterebbe, – come chiosa in conclusione del suo saggio il professor Ambrosini – bandendo ogni buonismo, una considerazione minimamente avveduta e lungimirante dei nostri interessi…”[21].

[1]                 Maurizio AMBROSINI, Un’altra globalizzazione, Il Mulino, Bologna, 2008

[2]                 Ibid., p. 8

[3]                 Ibid., p. 38

[4]                 Ibid., p. 208

[5]                 Maurizio AMBROSINI, Un’altra globalizzazione, Il Mulino, Bologna, 2008, p. 51

[6]                 Ibid., p. 56-57

[7]                 Ibid., p. 95

[8]                 Ibid., p. 136

[9]                 Maurizio AMBROSINI, Un’altra globalizzazione, Il Mulino, Bologna, 2008, p. 109

[10]               Scuola di Barbiana,  Lettera a una professoressa, LEF, Sancasciano (FI), ediz. del 1992 (1° ediz. 1967)

[11]               Maurizio AMBROSINI, Un’altra globalizzazione, Il Mulino, Bologna, 2008, p. 137-138

[12]               Ibid., p. 137

[13]               Ibid., p. 139

[14]               Ibid., p. 141

[15]               Ibid., p. 169 (sta in nota 10 del testo)

[16]               Carlo Maria MARTINI, Noi e l’islam, Centro Ambrosiano, Milano,1990

[17]               Maurizio AMBROSINI, Un’altra globalizzazione, Il Mulino, Bologna, 2008, p. 176

[18]               Ibid., p. 179

[19]               Ibid., p. 179

[20]               Maurizio AMBROSINI, Un’altra globalizzazione, Il Mulino, Bologna, 2008, p. 7 (dato Caritas-Migrantes, 2007)

[21]               Ibid., p. 224

Trascrizione della relazione di Maurizio Ambrosini

Grazie intanto di questa presentazione, troppi complimenti, naturalmente, poi si creano aspettative che è difficile soddisfare, ma vi assicuro che l’introduzione è un’esegesi migliore dell’originale e quindi la presentazione che è stata fatta chiarisce molti punti e ha toccato credo aspetti essenziali del mio lavoro. Io cercherò quindi di andare un po’ oltre, collegandomi anche all’attualità, per cercare di collegare una riflessione di un libro con i temi caldi dell’oggi. Se volete, questo è un po’ il pregio e il rischio di scrivere di argomenti di questo tipo, perché scriviamo di cose che interessano anche a tanta gente, che sono le cose dei telegiornali, degli articoli dei giornali, delle cose in cui, devo dire spesso con stupore, moltissimi pretendono di sapere e di dare dei giudizi molto netti: il multi-culturalismo, l’integrazione, ecc., quando gli studiosi sono molto più cauti e problematici su queste presunte verità che nel dibattito pubblico vengono spesso gridate.

Allora, il mio tentativo sarà proprio quello di discutere con voi, di riflettere e qualche volta di problematizzare qualche dato per scontato. Primo, è proprio chi sono gli immigrati. Partiamo dalle basi; tutti credono di sapere chi sono gli immigrati, ma se andiamo un po’ più a fondo scopriamo che non è così semplice determinare o, almeno, che ci sono degli scostamenti interessanti tra quelli che noi riteniamo come immigrati e che dal punto giuridico, per esempio, o dal punto di vista statistico, vengono considerati immigrati. E allora cominciamo col dire che nel mio condominio, alla periferia di Milano, ci sono delle famiglie giapponesi, perché c’è la scuola giapponese, e nessuno li chiama immigrati. Nel mio quartiere c’è una sinagoga e un’importante scuola ebraica, ci sono ebrei del Medio Oriente, libanesi e iraniani, che tra di loro parlano arabo e nessuno li chiama immigrati. Poi è venuto a stare recentemente il console tunisino nel mio palazzo e nessuno lo chiama immigrato. Immigrati sono gli ecuadoriani del palazzo di fronte che fa parte del condominio. Lì si,assemblee condominiali per vedere come fare a cacciarli via.

Ecco. Cominciamo a dire che gli immigrati, è stato accennato nell’introduzione, i calciatori famosi, i cantanti, gli artisti, anche quando vengono da paesi diciamo etichettati, se sono personalmente illustri, ricchi, non li chiamiamo immigrati. Immigrati sono gli stranieri poveri o gli stranieri che vengono da paesi etichettati come poveri e che hanno questo ingombrante confluire di diversità e apparente povertà. Quelli sono gli immigrati che disturbano e che nel quartiere si dice sono troppi, che vengono percepiti come una forma di impoverimento, di imbarbarimento della nostra vita collettiva.

E qui dovremmo dire: noi abbiamo orrore della povertà. Non senza ragione, intendiamoci. Allora, quello che ci disturba non è tanto la diversità, quando la diversità è benestante; ma se ci pensiamo bene la diversità che ci fa orrore è quella che si abbina con la povertà e che quando si proietta sul territorio, nei quartieri, negli spazi urbani diventa facilmente il simbolo di un degrado, di un impoverimento della qualità dell’abitare. Da questo punto di vista l’immigrazione povera suscita in noi l’ansia dell’invasione e del saccheggio.

Secondo aspetto. Noi siamo abituati a sentirci come nazione, siamo stati lungamente educati. Quando pensiamo, credo sia stato Massimo d’Azeglio a dirlo, “fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”, beh, noi ripetiamo questo antico detto risorgimentale e non ci rendiamo conto che in 150 anni qualche passo avanti lo abbiamo fatto su questo piano: aspetti positivi, intendiamoci, pensiamo alla diffusione della lingua nazionale e qui la deprecata televisione qualche merito ce l’ha. Ma pensiamo a questa piccola conseguenza: terremoto in Indonesia, migliaia di morti, punto, nessun italiano coinvolto, e noi tiriamo un sospiro di sollievo. Non è così? Me compreso, intendiamoci. Allora noi ci siamo abituati lungamente a naturalizzare l’appartenenza nazionale, a pensare che noi in quanto italiani siamo una comunità relativamente omogenea, pur con tutte le nostre differenze, per cui siamo portati spontaneamente a sentirci solidali con un italiano che non abbiamo mai visto né conosciuto se gli capita qualcosa all’estero, mentre non avvertiamo altrettanta solidarietà per chi abita due chilometri sopra i confini o per chi da straniero abita in mezzo a noi.

L’immigrazione è ingombrante, è scomoda, dal punto di vista delle architetture nazionali della nostra convivenza. E i progetti nazionali, compreso quello del Risorgimento italiano, hanno fatto in modo che si creasse un’omogeneità della popolazione che vive sul territorio racchiuso dai confini, che coincidesse popolazione, territorio, cittadinanza. E quindi lo straniero povero che da fuori viene ad abitare in mezzo a noi, si insedia sul territorio, diventa disturbante per questa confluenza di territorio, popolazione, cittadinanza nell’ambito della nazione. Certo, se lo straniero appartiene a un paese più o meno del nostro livello socio-economico siamo disposti a tollerarne la presenza. Lì valgono regole diverse.

Potremmo dire che noi dividiamo il mondo in tre fasce: noi, gli italiani (e gli altri lo stessi), i nostri amici, quelli che più o meno siamo abituati a considerare al nostro livello e quindi a insignire del diritto di libera circolazione, e poi ci sono gli altri, gli estranei. Quelli sono gli immigrati se vengono a vivere stabilmente sul nostro territorio.

Ho parlato di immigrazione come povertà e come elemento scomodo rispetto ai progetti nazionali. Ma allora, è vero che l’immigrazione è conseguenza della povertà? È vero che dovremmo aiutarli piuttosto a casa loro? Beh, questo luogo comune merita di essere discusso tanto più in quanto circola anche negli ambienti ben disposti. Non è soltanto un cavallo di battaglia della Lega, di forze politiche che dicono aiutiamoli a casa loro e distruggono la cooperazione internazionale tagliando i fondi a essa destinati.

L’immigrazione conseguenza della povertà. Beh, provate a pensare. Prima di tutto, gli emigranti nel mondo sono circa 200 milioni con alcune difficoltà di conteggio che per ora tralascio. 200 milioni vuol dire meno del 3% della popolazione mondiale, i poveri sono molti di più. Se mai, dal punto di vista sociologico, la domanda sarebbe: come mai dall’Egitto, essendoci il 70% di popolazione che vuole espatriare (non credo sia così perché ci sono vecchi e bambini, ma probabilmente alla popolazione attiva, se parliamo di adulti, di giovani adulti, probabilmente ci avviciniamo a valori di questo genere), milioni di persone vorrebbero partire dall’Egitto, come da altri paesi della sponda Sud del Mediterraneo, come mai così pochi lo fanno? Come mai sono così pochi a partire? Non pensate che siano le nostre barriere, i nostri muri a impedire l’arrivo. Ci sono molte brecce in questi muri. Se mai per una serie di ragioni: lo stress, la fatica, la paura, i legami affettivi. La maggior parte dei poveri, o dei presunti poveri, preferisce rimanere nel suo paese d’origine.

Altri spostamenti poi di questi 200 milioni avvengono nell’asse sud-sud. Secondo alcune fonti, più della metà, secondo altre meno, comunque una fetta cospicua dell’immigrazione avviene tra paesi, diciamo, della sponda sud del mondo. Quindi si riduce ancora il numero dei migranti sul totale della popolazione mondiale. Per proseguire su questa vena paradossale c’è qualcuno che dice: noi dovremmo studiare perché il 97% della popolazione del mondo in realtà non si sposta, per male che stia al suo paese.

Andiamo avanti. Da dove vengono i migranti che vivono stabilmente in Italia? Il primo paese oggi in graduatoria è la Romania, 100 mila circa. Secondo, Albania, appena avanti al Marocco, Cina, Filippine, Ecuador, Egitto… Più o meno la graduatoria è questa. Mettiamoci ancora il Perù, più o meno siamo nei 10 paesi che contribuiscono maggiormente. Se ci pensate nessuno di questi è ai gradini bassi della classifica dello sviluppo umano, della graduatoria ONU dei paesi classificati secondo l’indice dello sviluppo umano che combina, come sapete, il reddito con altri indicatori tipo speranza di vita alla nascita, dotazione di posti letto in ospedale, numero di medici per abitante, tasso di alfabetizzazione, e così via.

Allora vuol dire che gli emigranti provengono da paesi prevalentemente della fascia intermedia della graduatoria dello sviluppo, forse anche medio bassa, ma non poverissima. Poverissima vuol dire, per esempio, l’Africa sub-sahariana che spedisce nel mondo relativamente pochi emigranti, soprattutto pochi arrivano fino all’Europa. C’è un agghiacciante rapporto dei servizi segreti italiani che è trapelato qualche mese fa che dice una cosa tremenda, ma vera. Dice: noi dobbiamo frenare lo sviluppo dell’Africa sub-sahariana perché se quelli cominciano a svilupparsi arriveranno a milioni in mezzo a noi. Guardate che a suo modo è vero, perché per migrare occorre avere delle risorse; occorre, come dico agli studenti per farmi capire, avere i soldi per il biglietto, o per pagare lo scafista che dal loro punto di vista è la stessa cosa. È un’agenzia di viaggi lo scafista, non dovete pensare a bettole fumose negli angiporti, a gente con la benda sugli occhi, spesso sono degli uffici con dei signori in giacca e cravatta, quelli che procurano i documenti, i permessi, le carte per poter viaggiare, in un modo o nell’altro.

E approfitto anche per dire, poi lo approfondirò, che gli immigranti irregolari solo in piccola misura, secondo una stima il 13%, arrivano via mare, ma credo siano meno perché il 13% sarà dall’Africa; secondo altre fonti, dall’America latina o dall’est Europa non arrivano di sicuro via mare e anche dall’Asia ben pochi. Quindi, in realtà si concentra sul fronte africano il problema degli arrivi via mare.

Ma per migrare occorrono delle risorse: soldi, prima di tutto, anche conoscenze, informazioni, punti di riferimento, basi logistiche, teste di ponte. L’immigrazione è un processo impegnativo, stressante, costoso. Infatti avviene, come è stato richiamato, principalmente sulla base di quei ponti sociali che sono le reti di relazioni, le cosiddette reti etniche; arrivano immigrati dove ci sono già connazionali. Infatti, noi abbiamo visto anche in Italia che nel tempo, dopo l’arrivo di qualche pioniere, si formano rapidamente delle catene migratorie cospicue che portano qui parenti, vicini di casa, compaesani, ecc. C’è bisogno di qualcuno che faccia da punto di riferimento.

Allora vediamo che l’immigrazione comincia un po’ a uscire dallo schema di una conseguenza diretta della povertà: gli immigrati non arrivano dai paesi più poveri del mondo, gli immigrati sono persone che per migrare devono disporre di risorse. Di solito non sono i più poveri dei loro paesi, sono per lo più – sintetizzo un po’ – di classe media, non crediamo all’idea che ci siano molti laureati, ma persone con una certa istruzione, un’istruzione spesso superiore ai lavori che fanno, mediamente superiore a quella degli italiani che fanno gli stessi lavori, ad esempio. Se poi parliamo con le signore che lavorano nelle nostre famiglie che assistono i nostri anziani scopriamo delle cose del tipo: perché lei è partita? Per far studiare all’università i miei figli, per aiutarli a comperare casa, per costruirci una casa al nostro paese, ecc. Cioè sogni e aspirazioni di classe media.

L’immigrazione spesso, l’emigrazione dal loro punto di vista, è una strategia estrema di difesa di un tenore di vita, di un set di aspirazioni di classe media che magari non si riescono più a realizzare al loro paese, questo sì, perché sono capitati tracolli economici, svalutazioni, instabilità. Penso all’Ecuador: quando ci fu un tracollo economico il governo per alcuni mesi non pagò gli stipendi dei dipendenti pubblici. In Italia non ci voleva il visto dall’Ecuador all’epoca come in Spagna, e ci fu effettivamente una massiccia partenza di emigranti da quel paese: molti dipendenti pubblici, un certo numero di commercianti rovinati dalla crisi economica. Semmai il discorso andrebbe complessificato dicendo ancora: da lontano devono essere più selezionati, solo mediamente più selezionati perché costa di più, richiede più investimento la migrazione, uno si indebita, investe il patrimonio di famiglia per partire dalle Filippine, da Sri Lanka. Infatti noi raramente vediamo immigrati filippini o cingalesi che dormono sulle panchine, che sono allo sbaraglio, arrivano con un progetto abbastanza definito, con dei punti di riferimento chiari, con qualcuno che se li va a prendere dall’aeroporto e se li porta a casa, che dal giorno dopo comincia ad aiutarli a cercare lavoro.

Viceversa dai paesi vicini si riesce a migrare anche con minor spesa e quindi con minor progettualità, con minori risorse, e infatti gli immigrati che vediamo più sbandati, e ce ne sono, sono quelli principalmente, mediamente, che vengono soprattutto da paesi vicini; ecco il caso rumeno, albanese, marocchino e hanno delle frange di problematicità. Hanno anche, per esempio i marocchini, un certo numero di analfabeti, di popolazioni di provenienza rurale, di donne analfabete. Quindi la distanza ha un’influenza sulle cose che stiamo dicendo.

Resta però sbagliato il discorso di senso comune: aiutiamoli a casa loro, in cui si vede come un obiettivo giusto in sé, lo sviluppo, se viene trasformato in uno strumento – aiutiamoli perché non emigrino – diventa un fattore di confusione. Intanto è sbagliato lo schema, cioè l’idea che l’immigrazione sia una malattia, che il ritorno sia la guarigione e che lo sviluppo sia la terapia. Questa visione paramedica, delle immigrazioni è sbagliata dal punto di vista cognitivo. Perché? Perché se non arrivassero più dai paesi che attualmente ci mandano gli emigranti, come faremmo noi ad assistere gli anziani? Vi rispondo io: andremo a cercarli da un’altra parte. Allora si comincia a capire che se anche si alzasse il livello di sviluppo dei paesi che attualmente inviano immigranti in modo che le immigrazioni rallentino, finirebbe il fenomeno. Non finirebbe perché c’è l’altra faccia, l’altra metà della mela: noi che abbiamo bisogno di manodopera per una serie di attività, a partire dalle nostre famiglie.

Inoltre, per le ragioni che vi ho detto, l’inizio del ciclo di sviluppo in un paese povero fa aumentare l’immigrazione, non diminuire, problema individuato dai servizi segreti italiani. L’inizio di un ciclo fa girare speranza, fa girare aspirazioni più di quanto non girino all’inizio le risorse materiali per vivere bene lì. Allora in questo delta tra aspirazioni, speranze e anche qualche soldo in più magari nelle tasche per comperare il famoso biglietto, e condizioni di vita che non sono ancora migliorate, significa che nella prima fase di uno sviluppo economico di un paese aumenta la propensione a emigrare. Aiutiamoli a casa loro è uno slogan giusto per quanto riguarda la costruzione di un mondo migliore, ma non è un approccio adeguato al tema dell’immigrazione di cui ci stiamo occupando.

Passiamo al punto successivo, l’immigrazione irregolare, tema del giorno. Perché c’è l’immigrazione irregolare? Come si forma? In modo molto sintetico, ho già accennato al nostro bisogno di immigrati. L’immigrazione irregolare si forma perché c’è un divario tra l’economia che chiede braccia e la politica che chiude le porte. E quando dico l’economia che chiede braccia, lo ribadisco, non parlo solo di capitalisti assetati di sangue, di braccia da sfruttare, parlo di famiglie per bene, quelle che poi fanno la coda per regolarizzare l’assistente domiciliare, detta badante, dei genitori. E qui c’è qualcosa di strano. Permettetemi di fare una battuta. Gli antichi filosofi, Aristotele, ma anche S. Agostino, che avevano una percezione acuta del funzionamento dell’animo umano, distinguevano nelle persone un’anima razionale e un’anima senziente, sensitiva, e avevano ragione. La nostra anima razionale è quella che quando abbiamo i genitori ammalati e non autosufficienti ci porta ad assumere qualcuno che li accudisca e la nostra anima senziente invece ci dice ma che brutta questa città che si è riempita di immigrati. Passando dal piano della filosofia a quello più frivolo del cinema mi viene in mente la battuta di Woody Allen quando in un film dice: a volte mi accorgo di avere delle idee che non condivido. Anche noi, guardate che facciamo così tutti i giorni. Io sento delle persone anche vicino a me, nella nostra vita quotidiana, gli immigrati che schifo… ma scusa quella che assiste tuo papà… ma cosa c’entra, quella è Marianna, una brava persona, non è mica un’immigrata…

Noi cerchiamo di saldare quella che in letteratura si chiama dissonanza cognitiva tra ciò che pensiamo e ciò che facciamo dicendo ma Maria, Christian, Ladul non sono immigrati, loro sono delle persone, anzi delle brave persone, gli immigrati sono gli altri. In realtà facciamo finta, inganniamo noi stessi con questo tentativo di saldare l’anima senziente e l’anima razionale. Perché quei 750 mila o un milione di immigrati irregolari che ci sono qui sono esattamente la somma di tutti quelli che singolarmente le famiglie hanno assunto o che fanno lavorare andando a mangiare la pizza e andando alla pizzeria che la fa pagare un euro di meno, senza porsi troppi problemi a sbirciare chi c’è nel retro cucina che lava i piatti o prepara le famose pizze. Quindi siamo carnefici e vittime se di strage si tratta, se di problema sociale si tratta, e l’immigrazione irregolare è esattamente quella che si forma nel divario tra ciò che noi facciamo e ciò che noi vorremmo.

C’è poi un altro paio di questioncine che vanno richiamate. Una, lo dico un po’ sottovoce, abbiamo firmato delle carte sui diritti umani e ogni tanto tentiamo di dimenticarcelo. Per esempio, carte che ci obbligano ad accogliere i rifugiati o ad assicurare dei diritti essenziali alle persone, come le cure mediche; e non dicono queste carte a patto che il rifugiato arrivi regolarmente, il malato a patto che abbia il permesso di soggiorno o un altro titolo. Le carte dei diritti umani sono rigide nelle loro prescrizioni e non ammettono molte eccezioni, molti condizionamenti. Infatti, ci sono dei paesi efficienti nella repressione dell’immigrazione, anche quella regolare, ci sono paesi che hanno fatto campagne clamorose di espulsione di immigrati nel giro di una notte, di due giorni, di tre giorni, però sono paesi che si chiamano Kuwait, Malaysia, Nigeria, Singapore, tutti campioni di diritti umani come potete intuire. Nel mondo dei paesi che vogliono stare per l’appunto all’onor del mondo, che si vogliono etichettare nel rango di paesi democratici, liberali, difensori dei diritti umani, questo non succede. Si chiama vincolo liberale. Infatti, quando l’Italia ha voluto darsi un’immagine di maggiore durezza, cattivismo (titolo di un giornale: “Finalmente cattivi”) nei confronti degli aspiranti rifugiati, ha dovuto mettersi contro l’ONU. Poi in Italia, grazie al funzionamento dei mezzi di comunicazione, non è oggetto di grande attenzione pubblica. Però, se ci pensate, è dai tempi della Società delle Nazioni, cioè dal periodo tra le due guerre e della nostra invasione dell’Etiopia, che noi non ci mettiamo contro il consesso internazionale dei paesi civili. Allora non c’era l’ONU, c’era la Società delle Nazioni. Dopo il conflitto con la Società delle Nazioni ci siamo messi contro l’ONU in occasione dei respingimenti verso la Libia di circa 500 migranti, aspiranti rifugiati.

Anche lì, il nostro paese, il nostro governo ha dovuto nascondersi dietro una foglia di fico, dicendo: ma se entravano nelle acque territoriali avremmo consentito loro di fare domanda di asilo, ma noi li abbiamo respinti prima, perché abbiamo l’accordo con la Libia e possono presentare domanda in Libia (e non si sa come) per essere accolti come rifugiati. Vedete la contorsione: se si vuol essere più efficienti, al di là di ogni altra valutazione, bisogna uscire dal solco delle carte dei diritti umani. Naturalmente, questo si riesce a farlo fino a un certo punto, un paese civile riesce a farlo fino a un certo punto. Ricorderò la copertina dell’Espresso dove il presidente dei medici cattolici di Milano, un noto chirurgo, era intervistato in prima pagina e c’era la sua lapidaria dichiarazione sul tema della denuncia dei pazienti irregolari: non lo faremo mai! Hanno dovuto ritirare quella parte particolarmente odiosa del provvedimento.

Ma c’è un altro aspetto, molto triviale. Quando lo racconto… ieri sono stato accusato da alcuni infermieri di un approccio cinico alla questione. Mi spiace, lo farò anche oggi. Ammettiamo che sia giusto espellere gli immigrati irregolari; tutti i paesi democratici prevedono passaporti, controlli di frontiere, espulsione. Espellono un certo numero di immigrati irregolari. Se mai, storicamente, sarebbe interessante dire che fino alla prima guerra mondiale all’incirca, le frontiere erano molto più porose, c’era molta più mobilità ed era più facile la mobilità. In generale, era più difficile uscire dal proprio paese che entrare in un altro, perché aumentare popolazione, accogliere gente significava avere dei sudditi da tassare, braccia per l’agricoltura, spesso competenze artigianali, abilità commerciali, magari nuove conoscenze, tecnologie e prodotti che viaggiavano con le persone. Di conseguenza, si tassavano le merci, c’erano dazi e dogane all’infinito e invece si lasciavano passare più facilmente, con relativa facilità, le persone. È dal Novecento che è stato introdotto il passaporto, le guardie di frontiera, i visti, che si controlla di più la mobilità delle persone tranne in periodi di guerra e di pestilenza. Certo, quando c’era la peste nera non si passava facilmente, ma in tempi di pace era così. Oggi tutti i paesi, anche democratici, hanno militarizzato le frontiere, sorvegliano le frontiere.

Però c’è un problema di carattere squisitamente organizzativo ed economico che mette in difficoltà l’idea di poter espellere in maniera indifferenziata gli immigrati irregolari. Cioè, in Italia le stime parlano di 750 mila, un milione di immigrati irregolari. Cosa vorrebbe dire fermare, trattenere anche solo mezzo milione di irregolari? Notate che con il decreto flussi del 2007, molti di noi hanno presentato la domanda per via telematica o fisicamente dicendo io voglio assumere la signora Rosa Martinez di anni 31 che vive a Lima in Calle del Sol 7, e voglio proprio lei, non un’altra, che venga ad assistere i miei vecchi genitori. Ora tutti sapevano, compresi gli ultimi due Presidenti del Consiglio in televisione con apprezzabile approccio bipartisan, che quella signora era già a casa mia. Questo che cosa significa dal punto di vista del controllo dell’immigrazione? Che facendo la domanda di decreto flussi, il governo ha tutti gli elenchi degli immigrati irregolari, di chi li nasconde, di dove abitano. Bastava andare lì e prenderli. Voi siete contro la legge, li avete già fatti entrare e invece dovevate farli venire dopo il decreto flussi, ecc.

Come dice un esperto americano, parliamo di un paese liberale: seguendo tutte le procedure per fare arrivare legalmente una babysitter per i miei figli, se tutto va bene, l’avrò per i miei nipoti. Quindi, è un problema che esiste nel mondo, non siamo gli unici ad avere problemini di questo tipo. Ma torniamo al nostro ministero degli Interni: volendo avrebbe potuto arrestare un numero elevato di immigrati irregolari, un numero molto elevato. Qui c’è il primo pezzo del problema perché un pezzo del problema è cosa dico ai datori di lavoro: devo da una parte denunciarli, dall’altra gli porto via la badante. Se ricordate, con la precedente sanatoria è successo qui a Milano. Un giorno per dare un segnale la polizia è andata a prelevare e ha espulso nel giro di 24 ore – evidentemente avevano ricevuto un ordine dall’alto – sei o sette, dieci donne, che avevano dei precedenti, per esempio avevano cercato di entrare illegalmente in un altro paese dell’Unione Europea, erano state segnalate. Nel momento in cui hanno fatto la domanda di sanatoria è venuto fuori il precedente, le hanno prese e caricate sull’aereo ed espulse. Io ricordo che le famiglie italiane sono andate in televisione: c’era stato il caso di una signora novantenne che si è ritrovata senza la persona che l’assisteva che era stata presa, imbarcata ed espulsa: è venuto fuori un pandemonio mica da ridere. Ovviamente, famiglie di tutti i tipi comprese quelle che hanno accesso ai mezzi di comunicazione, possibilità di protesta politica, ecc. C’era anche la madre di un ministro tra quelli che avevano in casa una badante irregolare, non so se ricordate, il ministro della Sanità aveva la madre assistita da una badante in condizione irregolare. Ma chissà quanti tra i parlamentari che votano a tambur battente norme severissime contro l’immigrazione.

Comunque, c’è il problema di cosa dire agli italiani che votano e possono protestare. Per fortuna, abbiamo la magistratura, perché in casi precedenti con la Bossi-Fini sono stati pescati degli italiani che avevano fatto regolarizzazioni di comodo e sono stati anche pescati casi di italiani che non avevano il diritto… Insomma, sono stati denunciati per favoreggiamento all’immigrazione irregolare. Sensatamente, i giudici milanesi del caso hanno detto: se si tratta di un’assunzione sola non è favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, ma abusivismo di necessità, il favoreggiamento comincia da due in avanti. Chiuso, assolti. Quindi, potete tirare un sospiro di sollievo, se c’è qualcuno di voi che comincia a sentire dei brividi lungo la schiena può stare un po’ più tranquillo.

Vorrei però sottolineare l’altro pezzo del problema cui poco si pensa. Trattenere 600-700, 500 mila migranti irregolari vorrebbe dire svuotare un paio di città come Bologna e Firenze, trasformarli in campi di concentramento, con le torrette, il filo spinato e le guardie, dotarle di personale di custodia in numero almeno pari agli immigrati da sorvegliare e poi cominciare, uno per uno, a capire da dove vengono, a vedere se c’è un accordo di riammissione con il suo paese, organizzare i voli charter, imbarcarli sotto sorveglianza e rispedirli nel loro paese, dargli da mangiare, ecc. Ammesso poi che non rientrino con altri documenti come non raramente avviene.

Sapete quante espulsioni sono state realizzate dall’Italia nei primi 10 mesi del 2008? Circa 6 mila, cioè circa l’1% del numero stimato dei migranti irregolari. Sapete quanti posti ci sono nei centri di identificazione ed espulsione in tutta Italia? 1220. Se fate i conti, 1220 trattenuti per 2 mesi non possono essere alla fine più di 6, 7, 8 mila. Cioè, ci sono dei vincoli tecnico-economici, dei vincoli organizzativi che impediscono di essere più efficienti.

Tra l’altro, di nuovo Doctor Jekyll e Mister Hyde, le comunità locali che dicono noi non vogliamo gli immigrati irregolari, via iclandestini, quando si dice allora li facciamo uscire dal tuo quartiere. Sai la novità? Per combattere meglio l’immigrazione irregolare facciamo un centro di identificazione ed espulsione qui, nella tua città… vanno in piazza a protestare che non lo vogliono. Naturalmente, tutti protestano che non lo vogliono e quindi anche volendo essere cattivi come auspica il ministro Maroni, è tecnicamente e organizzativamente quasi impossibile, oltre che non conveniente, in realtà per il primo problema – immigrati irregolari che però lavorano o assistono gli anziani, vanno a raccogliere i famosi pomodori, le arance ecc. -, alla fine non è tecnicamente possibile espellere più di quel numero di persone.

Vedete lo scarto drammatico tra l’immaginario che è stato costruito, le norme sul soggiorno irregolare sul territorio definito come reato e numero risibile di espulsioni che sono state comminate. Tra l’altro, è casuale e crudele il meccanismo. Non crediate che questi 6 mila sono quelli che si sono comportati male. Per esempio, qualche mese fa, qualche tempo fa c’è stato il caso di un tunisino che è uscito dal carcere e dopo un po’ ha fatto uno stupro, perché era ancora qui. Sapete perché? Solo pochi hanno accesso alle informazioni. Perché non è stato rinnovato per tempo l’accordo di riammissione con la Tunisia. La conseguenza è che non vengono presi, trattenuti ed espulsi gli immigrati che danno più problemi, ma semplicemente alcuni di quelli per i quali esistono gli accordi per poterli rimandare al loro paese. Ce ne sono altri che la polizia neanche trattiene quando vede che vengono da un paese per il quale non è possibile l’espulsione, sarebbero solo soldi buttati via.

Tanto per dire di nuovo che non è solo un problema nostro, a Madrid è stato oggetto di gag televisive un comunicato del capo della polizia che aveva fatto una circolare di questo tipo: mi raccomando, non catturate più di 200 immigrati irregolari alla settimana perché non sappiamo dove metterli, primo; secondo, mi raccomando che siano marocchini e non colombiani perché altrimenti ci dissanguiamo per espellerli e rimandarli in patria in aereo. Ma guardate che, alla fine, l’immaginario che viene costruito si scontra con questi problemi di bassa cucina, con il problema delle risorse e del personale per implementare anche le politiche di espulsione se davvero si volessero fare. Poi, ripeto, c’è il fatto che comunque convengono: si fanno le grida, le leggi, ma poi non si va tanto a fondo nella repressione.

Quindi, si fanno dopo un po’ le sanatorie. Fondamentale strumento di politica migratoria che l’Italia si è data, come altri paesi, e l’Europa meridionale nel suo complesso, sono le sanatorie. Noi ne abbiamo fatte sei in poco più di 20 anni. Persino l’attuale governo, dopo la campagna di criminalizzazione dell’immigrazione irregolare cui abbiamo assistito nella scorsa primavera, ha fatto una sanatoria da 300 mila domande. Ovviamente, siccome la sanatoria prevedeva solo colf e badanti, come sapete, e anche limiti di reddito per accedere, abbiamo un tot di muratori, di pizzaioli, di operai e di braccianti che sono stati fatti passare per collaboratori domestici; si generano poi distorsioni del sistema. Così come abbiamo un tot di datori di lavoro cinesi, rumeni ecc., che dichiarano di avere un colf loro connazionale. Quindi, nell’ultima sanatoria in particolare, c’è una paradossale distorsione: molte persone che avrebbero avuto diritto non vengono sanate perché, per esempio, il datore di lavoro ha un reddito inferiore ai 20 mila euro, e altre che non avrebbero diritto ci hanno provato o sono stati raggirati da qualcuno che li ha convinti che a pagamento avrebbe fatto la domanda per metterli a posto. Allora, le sanatorie sono un modo con cui si cerca di riportare il numero degli immigrati regolarmente soggiornanti a un livello prossimo a quello complessivo della popolazione straniera che risiede sul territorio.

Una parola sul voto e cittadinanza, tema che accenno nell’ultimo capitolo del libro. Nell’Italia degli anni Sessanta, nella Sesto San Giovanni di Giovanni Bianchi, come nella mia Vercelli, c’erano gli immigrati, ma erano immigrati meridionali, prima i veneti, negli anni Cinquanta con l’alluvione del Polesine, poi sono arrivati maggiormente i meridionali negli anni Sessanta. Io mi ricordo che nella mia scuola media, progressista per i canoni dell’epoca, ci fecero fare, nei primi anni Settanta, una ricerca sui nostri compagni immigrati: chi erano? Erano ragazzi e ragazze del sud. Se uno prende le cronache dei giornali del tempo scopre che molte delle accuse rivolte agli immigrati di oggi, allora erano indirizzate ai meridionali; per esempio, la propensione alla criminalità, il poco rispetto per le donne, il vivere in condizioni igieniche deprecabili che diventava colpa loro, non aver voglia di lavorare, ecc. Ma questi umori che fermentavano nella pancia della società non salivano ai piani alti della politica. Mai nessun partito in modo serio ha fatto dell’antimeridionalismo una bandiera, nell’epoca in cui era più forte e massiccio. Perché? Perché gli immigrati meridionali votavano, erano cittadini e, secondariamente, accedevano all’impiego pubblico, per cui uno se li trovava davanti anche come insegnanti, agenti di polizia, ufficiali d’anagrafe, ecc. Allora proprio questi due elementi, il voto e la cittadinanza, hanno avuto un grande significato nel tenere sotto controllo le spinte xenofobe e nel favorire i processi di integrazione degli immigrati meridionali. Ovviamente, accedendo a lavori impiegatizi, da colletti bianchi, nella pubblica amministrazione, era più facile anche il contatto, l’interazione con la popolazione locale, diciamo anche contrarre matrimoni con ragazzi o ragazze del nord. Questo ha favorito la mescolanza.

Oggi noi abbiamo delle norme sulla cittadinanza modificate dalla legge del ’92 con voto quasi unanime del Parlamento, che danno un’interpretazione in chiave etnica quasi tribale dell’italianità. Cioè, si è italiani se si ha qualche goccia di sangue italiano nelle vene. Tra l’altro, è quasi impossibile perdere la cittadinanza italiana nel corso delle generazioni anche andando a vivere all’estero, uno deve proprio impegnarsi per rinunciare alla cittadinanza italiana; si può diventare facilmente italiani per matrimonio (ancora nel 2008 più del 60% degli acquisti di cittadinanza sono avvenuti per matrimonio) e invece è scoraggiata la naturalizzazione di chi non ha o vincoli matrimoniali o il dono del sangue italiano nelle vene.

Per naturalizzarsi occorrono quattro anni per i migranti che vengono da certi paesi nostri amici, Unione Europea e altri paesi sviluppati, e dieci anni per quelli che vengono da fuori. Dopo i dieci anni di residenza occorrono quattro anni circa di analisi e di esame della pratica, tempo medio, e poi c’è una risposta discrezionale delle autorità (che poi vuol dire un funzionario della questura, intendiamoci), risposta che nella maggior parte dei casi è negativa. Un percorso a ostacoli, la naturalizzazione. Anche per i minori, le norme italiane sono particolarmente severe; solo il minore che è nato qui, ha sempre vissuto in Italia, senza allontanarsi per più di tre mesi, tra i 18 e i 19 anni può fare domanda per diventare cittadino. Se, come spesso accade, ha trascorso un periodo al paese di origine con i nonni, esce dalla norma che consente a 18 anni la domanda di naturalizzazione e deve percorrere la trafila dei 10 anni.

Quindi, una normativa tra le più rigide del mondo sviluppato, che tende a produrre stranieri. Noi abbiamo modificato la legge del ’92 dopo 80 anni che era rimasta immutata e la legge precedente era più liberale, erano cinque anni di residenza, cioè gli stessi degli Stati Uniti. Io voglio far notare un paradosso, cioè che nel momento in cui è aumentata l’immigrazione, noi abbiamo fatto una legge che guardava indietro.

È come per il voto degli italiani all’estero che è una cosa giusta, tra l’altro ci sono più di 100 paesi nel mondo che danno il voto agli emigranti, però il paradosso che noi abbiamo fatto la legge quando ormai l’emigrazione italiana era quasi finita. Abbiamo dato il voto a delle persone che hanno dei legami molto labili, più che altro emotivi, nostalgici, con l’italianità e per di più abbiamo attribuito loro la possibilità di votare dei parlamentari che vengono al parlamento italiano e possono imporre delle tasse o delle restrizioni delle libertà civili a noi, non ai loro elettori, quindi dissociando il mandato parlamentare dalla responsabilità nei confronti di chi elegge, che è un paradosso dal punto di vista del funzionamento dei sistemi democratici.

E qui c’è un punto che è messo in evidenza da una politologa, Sheila Benhabib, che è il rapporto tra l’etnos, il popolo, e il demos, il corpo elettorale. Noi stiamo dissociando la popolazione effettivamente residente sul territorio da quella che ha la possibilità di eleggere i rappresentanti. Abbiamo questo strano fenomeno per cui il nostro demos è fatto di italiani che vivono qui, più gli italiani che stanno all’estero, mentre la popolazione che vive sul territorio è fatta di 56 milioni di italiani più 4 milioni di stranieri. In realtà, la democrazia per stare in piedi ha bisogno di confini porosi, ha bisogno cioè di rinegoziare continuamente, se non proprio di far coincidere, la popolazione che vive sul territorio, paga le tasse e usufruisce dei servizi, con il corpo elettorale. E questa è una sfida permanente per le democrazie sane e funzionanti.

Finisco con una battuta sui modelli di inclusione degli immigrati. Si discute spesso di multi-culturalismo contro assimilazione. Oggi, come sapete, il pendolo va verso il ritorno a modelli assimilativi: tutti sui giornali criticano il cosiddetto multi-culturalismo. Vorrei cercare di spezzare questa antinomia, mettere in discussione questa antinomia. Nella realtà, i modelli nazionali esistono nelle retoriche ufficiali, di nuovo, non nei fatti. In Francia dove c’è una retorica nazionale come sapete della laicità e dell’assimilazione degli immigrati andando oltre alle loro appartenenze, specificità, religioni, accade che i parlamentari che a Parigi si stracciano le vesti contro il velo e lo vietano, a livello locale, dove molti di essi sono sindaci delle loro città, negoziano e finanziano la costruzione delle moschee, le associazioni culturali musulmane, le istanze e i dialoghi interreligiosi e così via. Fanno del multi-culturalismo pratico a manetta, per dirla in modo popolare. In Olanda, che dovrebbe essere un paese di tradizioni multi-culturali, la doppia cittadinanza è stata abolita nel ’97, ben prima dell’omicidio di Van Gogh. In Francia, paese assimilazionista, c’è la doppia cittadinanza. In Germania, paese dei lavoratori ospiti, a livello locale ci sono politiche multi-culturali sviluppatissime, si fa per dire, nei limiti in cui è sviluppato il multi-culturalismo in pratica, cioè finanziamenti alle associazioni degli immigrati, spettacoli di arte, danza, musica di altri paesi del mondo e il multi-culturalismo pratico alla fine è questo: non c’è nessun paese che ammette la poligamia, o diritti diversi, per esempio, inferiori per la donna, per quanto riguarda le comunità di immigrati.

E allora dovremmo, uno, liberarci dal fantasma dei modelli, due capire che il livello fondamentale dell’integrazione è quello locale, delle politiche e dei processi locali, terzo che la politica non può tutto. Per esempio, c’è una ricerca sull’immigrazione e l’integrazione della Caritas nazionale che, un po’ a sorpresa, ha detto che la regione dove c’è un’integrazione più avanzata è il Veneto. Allora il presidente Galan dice: guarda che belle politiche che noi abbiamo, parlate tanto male di noi e invece siamo i primi per i livelli di integrazione. La realtà è un’altra: certo, da una parte anche lì predicano male e razzolano un po’ meglio, questo è vero. Nelle amministrazioni locali ci sono i sindaci che fanno le sparate, poi ci sono i funzionari, i tecnici come sapete, poi la macchina è un’altra cosa rispetto alle retoriche di un Gentilini, ma il punto vero è che c’è il mercato del lavoro, c’è la società civile, ci sono da una parte imprese e famiglie che hanno bisogno di immigrati e dall’altra associazioni, gente che si mobilita per aiutarli a trovar casa, a farsi curare, a mandare i figli a scuola, ad aiutarli se nei compiti hanno delle difficoltà. Per fortuna, la politica non può tutto.

Allora è una visione, come dire, cripto marxista senza saperlo, quella per cui se la politica pensa una cosa o la dichiara, questa avviene nella realtà. Ma quando mai. È proprio un terreno questo dell’immigrazione, ma ce ne sono tanti, in cui un conto sono le dichiarazioni retoriche, un altro è quello che succede nei fatti. Faccio un altro esempio e poi termino. Sono meno integrati gli immigrati nel Canada multi-culturale o nella Germania diGesterbeiter? Risposta: in Germania, perché in Germania c’è un sistema di welfare molto robusto e questo include anche gli immigrati e non potrebbe essere diversamente.

Allora, gli immigrati possono essere integrati, e di solito sono integrati non perché qualcuno a un certo punto fa dei bei discorsi e dice: adesso facciamo il Canada multi-culturale, ma perché ci sono delle istituzioni di wellfare che includono gli immigrati, in particolare quelli poveri in Germania, perché c’è un mercato del lavoro che gli da lavoro, e così via.

Terminerei dicendo: anche noi dobbiamo ricordare un antico adagio di S. Tommaso: conversatio facit civitate, il dialogo costruisce la città, e la civiltà, e la cittadinanza nel denso latino medievale di S. Tommaso. Conversatio, ecco lo scambio, l’interazione quotidiana, credo ci possa liberare da tante paure e mettere sulla strada di una cittadinanza più inclusiva. Grazie.

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