In memoria di Pino Trotta

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C’è un rimedio quando muore un amico? Stringersi tra amici – meglio se in preghiera – è una possibilità e un rimedio. Con la sua partenza Pino ci ha presi alla sprovvista. L’ho incontrato spesso negli ultimi mesi nella casa milanese della sorella Elisa e nel tranquillo ospedale di Sesto San Giovanni. Ci telefonavamo ogni giorno. Un rapido resoconto del decorrere del male, quasi un fastidio. L’osservazione ricorrente: “fatico a respirare”. E poi un giudizio – preoccupato – sulla fase politica. Per non perdere contatto con una realtà confusa e inquietante.

Da tempo faceva bilanci. Crucciato di aver fatto poco, con il rischio di sprecare l’esistenza. Ebbene, faccio subito l’affermazione più impegnativa: non ci sarebbe stato il rinnovamento aclista, prima milanese e poi nazionale, degli Anni Ottanta e Novanta senza la regia di Pino Trotta. Regia nascosta, ma regia.

Un periodo fortunato e ricco di rapporti. Da padre Pio Parisi, altro regista, al vescovo Boccaccio, a Marie Dominique Chenu. Se nel gennaio del 1991 le Acli “tornano” dal Papa nella commossa apoteosi di Sala Nervi, fiere di un passato da non mettere per nessuna stagione tra parentesi, ciò è dovuto alla credibilità di una linea tanto innovatrice quanto fondata nella tradizione. Anzi, tradizioni, al plurale. Quella del movimento operaio e quella del movimento cattolico. Pino era al crocevia delle due culture. Nel senso che le portava dentro. Oggetto permanente di una riflessione incrociata e contaminante. Con gli studi su Dossetti, che ne fanno uno dei maggiori interpreti del Monaco che custodiva la Costituzione. Con gli studi, incompiuti, sulla vicenda di “Potere Operaio”: Trenti, Asor Rosa, Cacciari.

Qui il tormento che ne ha scandito gli ultimi mesi: non interrompere il filo della ricerca. Il coinvolgimento di Fabio Milano e Luigi Giorgi. La proposta fattami, al rincrudire del male nello scorso settembre, di trasferire a casa mia le carte su Dossetti.

Altri spartiscono Patrimoni. Pino ha lasciato in eredità libri fittamente sottolineati, carte, progetti incompiuti.

Quante volte ce lo siamo ripetuti: anche le storie finiscono. Anche le storie gloriose. E per Dossetti e Livio Labor ci eravamo detti che la Storia può anche sbagliare …

La fase propulsiva della nostra vicenda coincide con l’approdo nella Sede Nazionale delle Acli nel 1987.Abitavamo al settimo piano in via Orti di Trastevere 86 il “forno a microonde”.

Tu, Bepi, che ci ha lasciati improvvisamente dieci mesi fa e che fungeva da chioccia e massaia, ed io. Vivere insieme, nell’età in cui i fratelli di sangue si separano. Un ménage eccezionale. Un dono. Ovviamente un dono reciproco. Probabilmente un dono di Dio. Per noi la convivialità non è stata un obbiettivo politico, ma una antropologia del quotidiano. “Corrente calda”.

Tu sei stato il primo a dover mollare. Prima l’insonnia. Poi la cosiddetta ulcera. Infine il male implacabile: tamponato in una parte del corpo, rispuntava in un’altra. Un assedio. Quattro anni d’assedio.

Mi vengono in mente le astuzie che Sant’Ignazio ascrive al Demonio nell’assalto alla fortezza dell’anima. Respinto da un lato, ricomincia da un altro. Così il tumore che portava dentro.

Ma dove e quando è cominciato? Molti anni fa lessi un libro di un giovane dell’alta borghesia di Lucerna. La sua diagnosi era che era stata l’educazione repressiva del suo ceto sulle rive dorate del lago a originare il male. Una somatizzazione. Quante volte ne ho ragionato tra me: perché il tuo male è partito dallo stomaco, luogo delle somatizzazioni. Dopo mesi d’insonnia e di farmaci.

Eravamo approdati a Roma con un progetto, alto e di cambiamento. Nelle Acli aveva funzionato. Ma il progetto attraversava il Paese e la sua politica. A partire dal mondo cattolico e dall’associazionismo. Un popolarismo rinato e moderno. La riscoperta di Sturzo, avversario di rigore delle Acli milanesi al tempo della nazionalizzazione dell’industria elettrica.

La frequentazione e il sodalizio con Dossetti. La nostra versione di ” quella specie di laburismo cristiano”. Non a caso sei diventato il più fine e il più documentato interprete – sempre lontano dall’accademia – di don Giuseppe Dossetti. Con una premonizione, forse: anche Dossetti, incrollabile combattente, era stato più volte sconfitto. La transizione infinita poneva ostacoli imprevisti, cumulava macerie.

Sei tornato a Milano. Sei tornato a scuola. Bonariamente ti sfottevo: “Vuoi fare il Wittgenstein”. Un’ipotesi. Ma può accadere a chi ha passione e crede. A chi crede con passione. Ricordi le ironie di Bepi? “Te, a lasciarti fare, ti metteresti sotto la doccia con l’ombrello: per continuare a leggere”. E tu, stando al gioco rispondevi: ” No. Io sono meridionale. E come i meridionali faccio la vasca. E leggo Tex Willer”. E continuavi. “Incessantemente”. Non a caso era l’avverbio che preferivi. Quante volte lo hai scritto nei testi che preparavi per me e per le Acli.

Non sei mai stato un ghostwriter: perché tutti sapevano della nostra amicale e intellettuale simbiosi. tu il rigore, io il minestrone e il “doroteizzatore”. Ma funzionava. E non soltanto per noi due. Così abbiamo robustamente servito il popolo aclista. Un decennio di storia delle Acli è impensabile senza il Trotta-pensiero.

Le relazioni congressuali. I corsi di formazione. I convegni. Le collane editoriali messe su con il Giovanni Napolitano e la Cens. La collaborazione con gli epigoni di Turoldo a Sant’ Egidio di Fontanella di Sotto il Monte. E, soprattutto, lo stile di lavoro dell’Ufficio Studi.
Sei stato anche un sapiente organizzatore. Cultore di rapporti umani, sovente burberi, mai superficiali.

Uno tormentato dalla ricerca. La più sconcertante spiritualità nella quale mi sono imbattuto.

Qui interviene l’altra simbiosi, quella con padre Pio Parisi, in nome di una tematizzata simpatia per i Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld. Il lavoro, nascosto e umile, sui testi di Pino Stancari, che, senza la tua paziente acribia, non avrebbero raggiunto la pubblicazione.

Da ultimo, la direzione del CESPI. Con uno sguardo da subito disincantato sugli esiti della globalizzazione: un mondo più unito dove l’esclusione si è fatta insopportabile perché più evidente.

Quando uno ci lascia e ci precede sull’altra sponda due interrogativi ci assillano. Uno riguarda proprio l’altra sponda; l’altro il fardello che, con la memoria, ci viene consegnato.

La liturgia ci ha accompagnati con stupende metafore poetiche, quasi a provvederci di appigli per lo smarrimento del cuore e dell’immaginazione. Eppure la fede, parlo della mia, resta ostinatamente nuda. Quanto al fardello della memoria, hai provveduto tu stesso, nelle ultime settimane, ad assegnare i compiti sui lavori in corso, perché incompiuti non restassero. Non abbiamo quindi che da mantenere la parola con te già spesa.

E’ diventato abituale a questo punto rivolgersi alla bara dicendo ciao.

Non lo farò. Perché troppo di te è dentro di me. Molto negli amici che la tua amicizia vogliono continuare.

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