Oltre la morte dell’uomo

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Oltre il  Novecento

In uno splendido libro, che è l’autobiografia eterodossa del comunismo italiano, Lucio Magri usa come titolo l’episodio del Sarto di Ulm. Quel sarto infatti si recò dal vescovo dicendo che aveva finalmente scoperto il segreto e il meccanismo del volo umano. Il vescovo gli spalancò la finestra dalla quale l’inventore spiccò il salto sfracellandosi al suolo. Tragica e stupenda metafora dell’assalto al cielo dei rivoluzionari e del loro storico scacco. Che dire? Eppure ci hanno provato…

A noi è toccata una fase storica che ignora invece gli ardori e gli orrori del Novecento. La crescita del business e la piattezza dell’amministrazione sembrano avere archiviato i divoratori di assoluto, il titanismo del lavoro, la voglia di dare – anche da credenti – l’assalto al cielo.

Sempre più sbiadite appaiono nella nostra memoria le immagini dell’Empire State Building, che gli americani costruirono a ridosso della crisi del 1929, e l’epopea di Stakanov, esibita come esempio a tutti i lavoratori sovietici. Le nostre postdemocrazie rifuggono insieme dal titanismo e dall’eroismo dell’uomo comune. Per questo è meritorio e illuminante nel suo muovere controcorrente il libro bilingue – in russo e in italiano – che la fraternità di padre Giorgio Kočetkov e le Acli di Como, per la spinta di Alessandro Colombo e la caparbietà di Pierangelo Torricelli, hanno realizzato con Vie di santità senza confini. I Nostri Maestri.

Perché? Perché nessuna delle associazioni promuove se stessa, ma piuttosto, leggendo i maestri dell’altra, si pone sulla via di un recupero della propria identità. Quasi ennesima riprova del fatto che l’identità si struttura nella relazione con l’altro da sé.

I maestri

Dei maestri presentati dagli amici di Mosca e Leningrado conoscevo soltanto parzialmente Nikolaj Berdjaev, per averne letto alcuni dei libri pubblicati in Francia. E come dice molto realisticamente padre Giorgio – il fondatore e l’animatore della fraternità della “Presentazione al Tempio” – sono rimasto anch’io colpito dalla varietà delle esperienze e dei percorsi additati. Anche se non mancano le sorprese. Una su tutte: madre Marija Skobcova affronta la camera a gas nel Lager di Ravensbrück prendendo il posto di una madre di due figli, ripetendo cioè il gesto di padre Massimiliano Kolbe. Mentre il lager di Ravensbrück ha visto l’internamento di Giuseppe Lazzati, che si rifiutò di lasciare i compagni di prigionia – cosa resa possibile dall’intervento del cardinale di Milano Ildelfonso Schuster – decidendo di restare a condividere fino in fondo il destino dei compagni di prigionia.

E proprio in uno degli scritti di madre Marija Skobcova ho trovato la chiave utile a interpretare la lunga e complessa dittatura sovietica, là dove la monaca ortodossa così si esprime: “Annientate l’amore per l’uomo e annienterete l’uomo (perché non amandolo lo si rifiuta, lo si riduce al non-essere) e non rimarrà alcuna via di conoscenza di Dio. […] D’altra parte non si può amare autenticamente l’uomo, senza amare Dio”.[1]

Dov’è il tema, e in che modo ci riguarda? La linea di lettura di madre Marija (ma anche di Michail Gribanovskij, vescovo di Tauride, anche di Serghij Bulgakov e anche di Nikolaj Berdjaev) può essere così sintetizzata: “Il XX secolo ha mostrato che, se i popoli ancora conservano la fede in Dio, la fede nell’uomo in molti ha fatto fallimento. Questo è uno dei principali motivi delle catastrofi mondiali che hanno colpito l’umanità nel secolo scorso. Berdjaev fu uno dei primi a prendere profondamente coscienza del fatto che una fede senza l’altra è come se fosse inefficace, non incarnata. Per lui il cristianesimo si è rivelato proprio come unità di fede in Dio e di fede nell’uomo. Egli ritiene che una senza l’altra porta inevitabilmente a travisare la vita e la fede cristiane (cioè ad una o all’altra eresia) o a sostituire Dio con gli idoli. In ciò Berdjaev vede la radice della maggior parte dei problemi spirituali contemporanei”.[2] Sintesi a dir poco illuminante e magistrale.

In Occidente

Dal nostro lato “occidentale” credo che il problema sia stato affrontato teoricamente al massimo livello nel confronto di Monaco di Baviera del 2004 tra l’allora cardinale Ratzinger e il filosofo francofortese Jürgen Habermas. Sul piano della grande cultura il tema è cioè quello del rapporto tra illuminismo e cristianesimo, e dei possibili reciproci rapporti intorno alla concezione dell’uomo sia nel foro della coscienza come nello spazio pubblico. Un tema tutto europeo e già posto da Kant.

Un problema in buona misura ancora irrisolto. Una parabola che si polarizza e si conclude con l’affermazione nietzschiana che “Dio è morto”. Solo parzialmente contraddetta dalle nuove emergenze della divinità e del sacro che fanno sì che la secolarizzazione non sia né il luogo della laicità dispiegata né quello del trionfo della ragione strumentale. La secolarizzazione infatti vince e si estende, ma è un pieno di idoli.

Dio continua ad essere cercato perché le vie dell’uomo mantengono salda la circostanza che l’uomo è l’animale nel quale non può essere mai del tutto azzerato il dover essere. La circolarità dei protagonisti si fa stretta ed inscindibile. Il postmoderno crede ancora in Dio, ma non più nell’uomo; e per questo finisce per non credere più neppure in Dio. Come a dire che davvero Dio ha bisogno dell’uomo per essere creduto.

E quell’umanesimo che ha espulso Dio deve ritrovare l’uomo per rifondare se stesso. La circolarità uomo-Dio non può quindi essere interrotta. Se si perde Dio, si perde l’uomo, ma anche se si perde l’uomo si smarrisce il senso di Dio.

Tutti i percorsi dei testimoni che hanno attraversato la barbarie del comunismo realizzato giungono all’affermazione della necessità di recuperare l’approccio antropologico per ritrovare Dio. In negativo e in positivo. I sistemi ateistici sentono risorgere dall’interno il bisogno di Dio quando il disprezzo per l’uomo si è fatto palesemente insopportabile. Per questo l’alfabeto di una nuova teologia dei laici (oltre i jalons di Congar) è fornito da noi in Occidente da quei “preti di strada” che si occupano di disoccupati, senza fissa dimora, immigrati, rom, prostitute.

Persino recuperabile la teologia della liberazione nelle sue forme plurali di ortoprassi. Lo scacco degli umanesimi non è non essere riusciti a far dimenticare Dio, ma l’aver perso l’uomo. La povertà, la solitudine (quasi un italiano su tre – meglio se anziano – vive solo), le disuguaglianze espellono l’uomo dagli ambiti dominati dal pensiero unico vincente. E Dio, con i suoi angeli, torna per rivendicare i diritti dell’uomo, “diversi” inclusi.

Non è un caso che la parola inevasa delle belle bandiere dell’Ottantanove sia fraternité. E per questo la coazione a ripetere, ricominciando ogni volta da Caino e dalla Torre di Babele, caratterizza le politiche del “secolo breve”.

Bisogna ribadire che la sconfitta dell’umanesimo non consiste nel non essere riuscito a far dimenticare Dio, ma nell’aver perso l’uomo lungo la via. Ed è riscontrabile una sorprendente continuità tra i credi rivoluzionari pianificatori e i sedicenti riformismi del pensiero unico vincente.

L’erede degli umanesimi rivoluzionari non è la socialdemocrazia, che ha fallito ed è oggi latitante. Ma è questo pensiero unico. E Dio riappare come vindice di un uomo che aveva proclamato “Dio è morto”.

Anche il settarismo caldo e rinascente (quello di quelli che ti accolgono chiamandoti comunque “fratello”) trova qui la sua matrice partendo dai dannati della terra e dalle periferie esistenziali. Per questo “il nostro compito non è disquisire sull’ignoto, ma essere pronti ad affrontarlo”.[3]

Un invito che rimbalza nel nostro Occidente già avvezzo alle voci orientali più autorevoli. Fu infatti Giovanni Paolo II ad affermare a Gniezno, quasi idealmente sporto alle macerie del Muro di Berlino, che “è crollato il più grande esperimento di ingegneria umana che la storia ricordi”.  Il medesimo Papa che poi ribadisce in un mazzo di encicliche che “l’uomo è via a Dio”: come a suggerire che il confronto tra i maestri bilingui può condurre confessioni diverse più speditamente allo stesso Salvatore.

Temi spinosi

Un confronto e un fraterno aiuto che avvicinano al popolo di Dio nelle sue diverse espressioni, soprattutto intorno ai temi che appaiono più spinosi. È stato infatti Dmitrij Gasak, nell’incontro di Mosca, a osservare come talvolta si abbia l’impressione che Gesù di Nazareth tenda a mantenere le distanze rispetto all’ingaggio politico. Una sfida cioè per la nostra comune ricerca a cogliere come il richiamo al regno di Dio non soltanto non si tenga al di fuori dalle contingenze storiche, ma obblighi a riferirle a un orizzonte ulteriore.

Di modo che le modalità del discernimento – che è termine comune a Martini e Berdjaev – interrogano i credenti italiani e russi intorno alle tentazioni nel deserto, che è notoriamente un passo ripreso da tutti i sinottici. Perché la tentazione del potere, al posto del servizio, è  trasversale nel tempo e nello spazio e invita a cercare vie che ricostituiscano anche su questo difficile terreno una comune verità.

Comune verità che il libro bilingue prefigura almeno in parte per l’Europa “a due polmoni”. Con la fiducia che, secondo l’ammonimento del cardinale Martini, il Vangelo non interviene in modo che le cose andrebbero nello stesso senso con semplici accomodamenti.

Sapendo quanto sia difficile fare comunità in una fase storica tutta data nelle mani del narcisismo acquisitivo, e sapendo d’altra parte come nessuna società riesca a reggere senza elementi di comunità al suo interno.

Uno strumento di lavoro

Cercare maestri serve anche e soprattutto in questa direzione. In questa prospettiva il libro è uno strumento di lavoro per chi si confronta con la santità di quelli che non hanno paura di quello che Dmitrij Gasak  presenta come “un passo verticale”. Un passo utile ad attraversare il disordine di questi tempi incerti e confusi, grazie al riferimento di quei testimoni che hanno tentato di essere cristiani con tutte le loro forze, in un’esperienza di “compagnia”.

Un ulteriore invito cioè a leggere le donne e gli uomini al posto dei libri. A meditare sugli esempi per cogliervi elementi di discernimento. In un’operazione resa possibile dal coraggio e dalla lungimiranza di Alessandro Colombo.

In ognuno di questi maestri è presente una sorta di coppia sponsale: testimonianza e competenza. Insieme a una spinta a porci domande per le quali sappiamo di non avere risposte. Risposte rese ancora più difficili dalla crisi che attraversiamo, per la quale Marc Augé ci avverte che mentre il globale è dentro di noi, il locale si trova all’infuori di noi.

Un ulteriore elemento di analisi che ci fa coscienti di quanto l’incertezza e la confusione ci appartengano e ci attraversino. Costituendo una ragione in più per cercare maestri e punti di riferimento.

I testimoni servono a questo. E risultano essenziali ai nostri processi di liberazione.


[1] AA.VV., Vie di santità senza confini. I nostri maestri, Mosca 2014, p. 248.

[2] Ivi, p. 188.

[3] Michail Gribanovskij, op. cit., p. 234.

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