Padre Giacomo Costa. La comunicazione tra società e chiesa.

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Corso di formazione alla politica

Il rapporto tra la società e la Chiesa (intesa come istituzione) è un rapporto storicamente difficile e reso particolarmente complesso dalla posizione dei cattolici laici, i quali sono contemporaneamente credenti e cittadini, trovandosi così dentro la Chiesa e dentro la società.

A questo rapporto Padre Giacomo Costa ha dedicato, nell’ambito del suo lavoro alla direzione di Aggiornamenti Sociali, numerosi editoriali, che incardinano la questione del rapporto tra la Chiesa e la società all’interno di svariate tematiche; cosa decisamente apprezzabile da parte di chi, volendo operare nella società e partecipare alla vita pubblica come cittadino e come cristiano insieme, ritiene che in questo rapporto si giochino necessariamente gran parte degli aspetti che riguardano la vita, pubblica e privata, di una persona.

Padre Giacomo Costa. La comunicazione tra società e Chiesa. Gli editoriali di "Aggiornamenti Sociali"

1. leggi il testo dell’introduzione di Luca Caputo

2. leggi la trascrizione della relazione di Giacomo Costa

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1. premessa di Giovanni Bianchi 21′ 40″ – 2. introduzione di Luca Caputo 19′ 10″ – 3. relazione di padre Giacomo Costa 1h 04′ 40 – 4. intervento G. Bianchi 2′ 44″ – 5. domande 7′ 14″ – 6. risposte Giacomo Costa 11′ 16″ – 7. domande 5′ 38″ – 8. risposte Giacomo Costa 9′ 30″ – 9. domande 18′ 24″ – 10. risposte Giacomo Costa e chiusura 11′ 12″

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Testo dell’introduzione di Luca Caputo a padre Giacomo Costa

Il rapporto tra la società e la Chiesa (intesa come istituzione) è un rapporto storicamente difficile e reso particolarmente complesso dalla posizione dei cattolici laici, i quali sono contemporaneamente credenti e cittadini, trovandosi così dentro la Chiesa e dentro la società.

A questo rapporto Padre Giacomo Costa ha dedicato, nell’ambito del suo lavoro alla direzione di Aggiornamenti Sociali, numerosi editoriali, che incardinano la questione del rapporto tra la Chiesa e la società all’interno di svariate tematiche; cosa decisamente apprezzabile da parte di chi, volendo operare nella società e partecipare alla vita pubblica come cittadino e come cristiano insieme, ritiene che in questo rapporto si giochino necessariamente gran parte degli aspetti che riguardano la vita, pubblica e privata, di una persona.

La comunicazione tra Chiesa e società è, forse, il filtro attraverso il quale possiamo descrivere la storia, il presente, e un futuro possibile, per questo fondamentale rapporto. D’altro canto non si può non vedere la sempre più forte richiesta, da parte dei cattolici laici, ma anche della società nel suo complesso, che la Chiesa-istituzione si apra ad un rapporto nuovo, che sia non solo paritario nelle posizioni, ma anche trasparente nella comunicazione: si direbbe quasi che il mondo di oggi abbia fame di una Chiesa più aperta, al dialogo e alla comprensione. E pur se talvolta queste appaiono quasi delle pretese unidirezionali, provenienti più dai non credenti, siano essi battezzati o meno (“la Chiesa si adegui ai tempi che cambiano”), sovente si tratta di sincere richieste, che riflettono la voglia di uscire finalmente dagli schemi autoritari in base ai quali la gerarchia e l’autorità (in tutti i campi) non si discutono nè si confrontano, e di partecipare alle decisioni che informano la nostra vita, pubblica e privata.

Una volontà di partecipazione a tutto tondo, che investe di sè tanto la vita politica quanto l’appartenenza alla comunità dei credenti, alla quale non ci si può sottrarre: il rischio, confermato da quanto è accaduto e sta accadendo negli ultimi anni, non è la ribellione, bensì il disinteresse: chi non trova nell’autorità le risposte ai suoi bisogni, le cerca altrove o se le dà da sè; e questo, nel mondo scolarizzato di oggi, vale anche per la Chiesa cattolica.

Non possiamo quindi, nell’affrontare questo tema, che prendere le mosse dal Concilio Vaticano II, cui l’autore ha dedicato Festeggiare i 50 anni del Concilio, con Carlo Maria Martini nel cuore (settembre-ottobre 2012): a proposito del quale, vista anche la distanza temporale, l’autore parla della sua storicizzazione come di un fatto positivo, necessario anzi per apprezzarlo come genuino punto di riferimento (aprirne nuovamente i tesori) liberandosi dalle incrostazioni di letture parziali che lo trasformino in un repertorio di possibili citazioni a sostegno di quanto ciascuno pensa della Chiesa. E per fare modo che le nuove generazioni, che non hanno vissuto direttamente il Concilio (e i movimenti, ormai affievoliti, che lo hanno animato) possano confrontarsi con esso come entità compiuta, per interrogarsi su ciò che può rappresentare per la vita della Chiesa oggi.

Ed è proprio a partire dalla comprensione della rivelazione come relazione di Dio con l’uomo, che il Concilio reimposta il rapportoche la Chiesa intrattiene con gli “altri”, con il mondo.

Qual è, dunque, a partire dal Concilio, il senso della presenza profetica della Chiesa nella società del nostro tempo, caratterizzata da pluralismo radicale e fortemente secolarizzata? L’ autore individua nella forma contemporanea del comprendere la libertà umana la sfida cruciale dell’oggi, in quanto è in essa che si può arrivare a reinterpretare l’identità cristiana e concepire in maniera nuova quella presenza.
Sfida cui il card. Martini non si è sottratto, continuando invece fino ai suoi ultimi giorni a coltivare e comunicarci il suo sogno di una Chiesa rinnovata. Martini nella sua ultima intervista ci ha lasciato un prezioso suggerimento, quello di “seguire la Parola”, e alcune domande, più che delle ricette: quale, ad esempio, ricercare il modo attraverso il quale si possa “liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore“.

L’eredità che Martini lascia dunque, alla Chiesa, è una viva capacità di aiutarci a cogliere i segni dei tempi (agosto-settembre 2013). Un metodo, innanzitutto, quello martiniano, che ne fa una presenza quanto mai viva nella Chiesa e nel mondo di oggi: dalla capacità di non attirare mai su di sè l’attenzione, al dialogo.

Il “dialogo con la Parola“, la Quale, calata dentro gli avvenimenti dell’oggi, può rivelarci la volontà di Dio. Non per qualche divinazione o apertura a caso della Scrittura, ma mettendoci in preghiera profonda e confrontando incessantemente l’agire di Dio e le sue costanti nella Bibbia con ciò che emerge dall’evento che ci interpella.

Ma anche il dialogo tra le coscienze: la fiducia nella capacità della coscienza – e di ogni coscienza – guida lo sguardo positivo del cardinale sulla realtà, lo porta ad indicare il rispetto della coscienza dell’altro come (per dirla con l’autore) atteggiamento che rende possibile un dialogo autentico, che non è mai un espediente strategico, ma ascolto e accoglienza dell’altro così com’è, e non come si vorrebbe che fosse o come si ritiene che sia.

Sarà dunque facile comprendere quale potenziale positivorechino con sè le due linee portanti del metodo martiniano, per la vita dei cristiani, per quella della Chiesa, e per il legame tra la Chiesa e la società, dei credenti e dei non credenti.

La Chiesa che secondo l’appello di papa Francesco, esca da se stessa e si diriga verso le periferie geografiche ma soprattutto esistenziali, non può che far tesoro del metodo di Martini, rifuggendo l’atteggiamento moralizzante, e rendere il proprio annuncio adatto ai tempi. Tempi segnati, anche e soprattutto nel solco della nostra trattazione, dalla sua elezione.

Dalla posizione privilegiata datagli dalla sua origine sudamericana, Bergoglio riesce a smarcarsi dal conflitto incessante, sensato solo in prospettiva eurocentrica, tra la nostalgia della Chiesa potente del regime di cristianità, che non può che scoprire suo malgrado di essere minoranza e si trincera in una cittadella dalle cui mura alzare la voce e sferrare occasionali attacchi contro la società profana, soprattutto allo scopo di serrare le proprie sempre più esigue fila grazie alla potenza delle battaglie identitarie, e una comunità di credenti bloccata da uno scrupolo simile al senso di colpa per il colonialismo, schiacciata dal retaggio di un passato di dominazione e che per reazione rischia di risultare invisibile o afasica.

Il messaggio che Francesco ci dà è che la Chiesa anche ai giorni nostri può dire molto, al mondo e a sè stessa, perchè nel suo viaggio di ricollocazione (verso le periferie) riparte non da una posizione centrale e dominante, ma dalla sua originaria, in mezzo alle persone più semplici. Questo ha una valenza non solo teorica ma anche pratica e fisica: liberare la persona del Pontefice da orpelli visivi e da barriere fisiche ha una forza simbolica devastante, se pure può sembrare quasi dissacrante (quindi sgradito a una parte della stessa comunità dei fedeli per non dire della Gerarchia); ha un impatto simbolico enorme su un mondo secolarizzato, abituato ad essere tempestato da immagini ben più che da contenuti, e quindi capace di metabolizzare, al più, quelle. Ricondurre la figura del Papa a quella di tutti gli altri pastori di tutte le diocesi del mondo, dalla visita alle parrocchie ai bagni di folla fino al viaggio a Lampedusa, equivale esattamente ad annunciare quel messaggio di umiltà, dialogo e cura delle anime che il mondo tutto, dei credenti e dei non credenti, chiede da tempo alla Chiesa cattolica.

Ad onore del vero, ancorati forse a una vecchia concezione della Chiesa, non possiamo però non considerare come la portata della simbologia di Francesco, e più profondamente il senso e il merito delle sue decisioni, pesino, sia all’interno che all’esterno, tanto più quanto più egli continui ad essere il Papa. Una doppia dimensione, quella di vescovo della sua diocesi, e di Pontefice, che crediamo egli sia destinato, e chiamato, a portare sulle sue larghe spalle per tutto il suo pontificato, e da cui difficilmente anche i suoi successori potranno sottrarsi. Non sembra vi sia, cioè, ritorno possibile dalla strada intrapresa da Francesco.

Ci pare, peraltro, di trovare conferma nelle parole dell’autore (ma ne chiediamo conto a lui), quando individua nello stesso nome di “papa Francesco” quasi un ossimoro, carico di sigificati: se “papa” ben rappresenta l’istituzione, Francesco è l’incarnazione del carisma: ecco i due estremi che papa Bergoglio mette insieme con la scelta del proprio nome(AS aprile 2013).

E ci sembra un doveroso atto di giustizia intellettuale richiamare, in questa sede, anche le parole di Benedetto XVI, laddove afferma che carisma e istituzione sono entrambi essenziali e rimandano l’uno all’altra, e riconosce, con onestà, che questo rapporto, nella concretezza della vita della Chiesa, è motivo di fatica e richiede un apprendimento: «I pastori staranno attenti a non spegnere lo Spirito(cfr 1 Ts 5, 19) e voi [i movimenti ecclesiali] non cesserete di portare i vostri doni alla comunità intera».

E’ una comune sensibilità, quella che passa da Ratzinger a Bergoglio, che suggerisce l’idea di una Chiesa viva, in -forse lenta, ma certa- continuità con se stessa: niente a che vedere, a nostro avviso, con l’impressione dominante, costruita ad arte sulle tante allusioni, che descrivono questo come un pontificato di “rottura” chiamato -magari in maniera un po’ opportunistica- ad imbiancare i sepolcri di una istituzione corrotta fin dalle sue fondamenta, in un quadro di crisi quasi apocalittica.
Le parole di Francesco “quasi alla fine del mondo” sembrano richiamare in maniera involontaria la drammaticità, quasi lo psicodramma, vissuto ed alimentato dai media nei mesi e settimane che hanno preceduto e seguito le dimissioni di Ratzinger, fino all’elezione di Bergoglio.

Lasciamo umilmente all’autore la richiesta di illustrarci, più nel dettaglio, da “addetto ai lavori” e da studioso, quali siano le radici del penetrante carisma particolare di Bergoglio. Noi ci limitiamo a dire, che ferma restando una forte continuità di intenzioni dentro la Chiesa, ci sembra che sia nelle modalità di rapportarsi con il mondo, dei credenti e dei non credenti, che Francesco segni una traccia indelebile.

E sebbene non ci aspettiamo che tutti (nemmeno i suoi successori) saranno capaci di adeguarsi al suo stile e alla sua dirompente semplicità comunicativa, è nella sostanza dei suoi significati che tale rinuncia a certi cerimoniali appare non più controvertibile. Forse non ci sarà un altro Papa che si prenderà, ad esempio, la briga di rispondere motu proprio alle domande lanciategli da un giornalista, a mò di lettera aperta, dalle colonne del suo pur importante giornale, ma la sfida di Francesco alla Chiesa stessa, perchè si rinnovi nel dialogo e nella “raggiungibilità” dei suoi uomini più importanti da parte del mondo di fuori, è una sfida che coinvolge innanzitutto il concreto del rapporto tra la Chiesa e la società, e, in secondo luogo, anche la natura della sua missione nel mondo e del suo messaggio. Questo è tanto vero quanto il fatto che, come abbiamo accennato dinanzi, per il credente il dialogo è una espressione intima e indispensabile della fede, non un accessorio secondario (AS ottobre 2013). A tal proposito l’autore ci riporta a Martini: Ciascuno di noi ha in sé un credente e un non credente, che si interrogano a vicenda, che rimandano continuamente domande pungenti e inquietanti l’uno all’altro.

A queste considerazioni siamo rimandati di fronte alle domande poste dall’autore nel numero di ottobre 2013: quale rapporto intercorre tra fede cristiana e ragione? Come la Chiesa cattolica – con tutte le specificità di quella italiana – può dialogare con la società e soprattutto quale contributo può recare alla sua costruzione? E ancora: quale laicità per il nostro Paese?

Fede e dialogo, insomma, come due elementi inscindibili, perchè l’esperienza della Fede appare intrisecamente dialogica e la verità è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. La Chiesa che dialoga con i laici e la cultura liberale-illumista dimostra di voler fare un pezzo di strada assieme: ancor una volta, è il Concilio incarnato in una pratica: la rivelazione di Dio agli uomini non come insieme di precetti morali da seguire o come verità da credere, ma come esperienza di relazione; perchè Dio in Gesù possa intrattenersi con gli uomini ed ammetterli alla comunione con sè, è necessario che sia Lui stesso a porsi al livello dell’uomo.

Dove si svolge il dialogo tra Dio e gli uomini? Ancora una volta, è il Concilio a venirci in aiuto: È nella coscienza che l’uomo scopre la legge dell’amore che indirizza la sua vita; è qui che si compie liberamente la ricerca della verità e diventa possibile l’incontro tra Dio e l’uomo (cfr anche la Dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, 1965, nn. 2-4).

Come abbiamo già visto, però, senza il rispetto profondo della coscienza delle persone non è possibile alcun incontro; e la laicità costruttiva, di cui la nostra società sembra avere bisogno, è destinata a rimanere chiusa nella contrapposizione tra l’oscurantismo della fede moralizzatrice e il cinismo relativista in cui di assoluto c’è solo il dogma per il quale tutto è niente.

Nella comune dimora della laicità, invece, il credente (ma anche il non credente) è chiamato a partecipare adempiendo a quello che è il compito di ciascuno, a qualsiasi tradizione di pensiero appartenga: «articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita sempre più umana» (Francesco).

Parlando dell’impegno dei cristiani nella vita pubblica, e venendo a una conclusione della nostra introduzione, che richiami però al senso del nostro partecipare a un corso di formazione alla politica, giungiamo ad un altro anniversario: quello dell’Editto di Milano (313 d.C.).

Perchè riflettere su di esso, a diciasette secoli di distanza, e perchè farlo all’interno del nostro percorso formativo e della lezione di oggi? Perchè la storia e l’attualità ci dicono che, soprattutto in Italia, non si possa riflettere sulla democrazia senza interrogarsi su temi fondamentali come la libertà religiosa, il rapporto fede-politica, e che non si possa immaginare una positiva e consapevole costruzione di una casa comune europea, la quale rinunci ad affrontare la questione del ruolo pubblico delle religioni e della laicità dello Stato, e si nasconda invece dietro un laicismo dai contorni di una cappa di piombo sulle coscienze, produttore di divieti e aberrazioni, linguistiche e concettuali, che, negando la dignità e la rilevanza pubbliche delle Fedi, producono un concetto falso e minimale di tolleranza, in base al quale solo un muro bianco e senza simboli garantisce il rispetto di tutti gli uomini indistintamente, mentre tutto ciò che esprime la personalità dell’individuo, inclusa la sua intimità religiosa, è potenzialmente offensivo del diverso.

La portata storica dell’Editto di Milano fu nel suo segnare l’uscita dalle catacombe, la fine delle persecuzioni e della Chiesa primitiva, ma soprattutto marca[re] l’inizio del tempo della cristianità sulla base del riconoscimento pubblico della verità del cristianesimo. Per questo, anche all’interno della Chiesa, è da taluni celebrato e da altri considerato il simbolo del tradimento del Vangelo e il germe della storia del nefasto legame della Chiesa con il potere.

Se l’Editto proclama la tolleranza, ecco che essa ci può apparire, anche alla luce di quanto detto sin qui, legata al principio della libertà religiosa. Se la tolleranza infatti permette di riconoscere la dignità della persona in situazioni di conflitto violento o di persecuzione, il rispetto di tale dignità non può prescindere dallo sforzo di comprendere il senso profondo dei valori che il comportamnto dell’altro afferma e, in definitiva, impone un percorso, anzi, un “cammino di dialogo”, verso un mutuo riconoscimento.

La Caritas in veritate, poi, chiarisce quale sia l’importanza della libertà religiosa e del dialogo tra ragione e fede religiosa (qualunque fede) come condizione per un autentico sviluppo, e soprattutto come solo una piena libertà religiosa renda possibile questo dialogo. Dalla libertà religiosa alla laicità dello Stato il passo è breve, e di immediata comprensione il fatto che analogamente, il mutuo riconoscimento tra cittadini e corpi intermedi sia condizione essenziale della democrazia: la nostra Costituzione, affermando e tratteggiando i princìpi della laicità dello Stato e della libertà religiosa, definisce così i contorni di una democrazia ispirata a qualcosa la cui portata civile supera di gran lunga la tolleranza più o meno benevolmente elargita.

Non c’è autentica democrazia, quindi, che non abbia un legame profondo con la libertà religiosa e la laicità sana. Le democrazie occidentali, non potendo più poggiare su le “visioni etiche sostantive” (Scola), spesso di matrice religiosa, del passato, faticano a fare i conti con un mondo tornato ad essere simile a quelo pre-Editto, caratterizzato da pluralità di religioni e fortemente secolare. La sfida, per la Chiesa e per i credenti, usando ancora le parole di Scola, è dunque quella della elaborazione e della pratica, a livello locale ed universale, di nuove basi antropologiche, sociali e cosmologiche della convivenza propria delle società civili in questo terzo millennio», che «deve avvenire nel rispetto della natura plurale della società».

Più propriamente, da ultimo, la Evangelii Gaudium dimostra una certa -sebbene non ricercata- pertinenza rispetto alla situazione politica e sociale italiana: l’esortazione che essa contiene, tutta la Chiesa, passando anche per un rinnovato impegno dei cattolici in politica, è chiamata ad essere adulta. E lo fa con la consueta dirompenza dei concetti cui Bargoglio ci ha abituati.

Parole quali «Sarebbe […] una falsa pace quella che servisse come scusa per giustificare un’organizzazione sociale che metta a tacere o tranquillizzi i più poveri, in modo che quelli che godono dei maggiori benefici possano mantenere il loro stile di vita senza scosse» rendono bene l’idea di un richiamo ad assumere atteggiamenti e scelte autenticamente profetiche.

Ancora più pregnante è la seconda sfida proposta da papa Francesco, quella cioè a passare dala partecipazione individuale, data per scontata dalla Chiesa («Ricordiamo che “l’essere fedele cittadino è una virtù e la partecipazione alla vita politica è un’obbligazione morale”), alla dinamica collettiva.

Non solo un impegno, quindi, quello chiesto da Francesco, ma un impegno di altissima qualità, che nella sua stessa forma (collettiva, appunto) si propone di rispondere alla cultura dominante, dell’interesse individuale in ogni campo del vivere, e inneschi un processo per diventare un popolo: «un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino a sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia» che abbracci non solo quelli del proprio gruppo, movimento, associazione o partito, ma tutto il Paese. 

Trascrizione della relazione di padre Giacomo Costa

Grazie mille di questo invito, sia di queste introduzioni, sia di questa vivacissima assemblea. È bellissimo ascoltare Giovanni Bianchi con l’esperienza che viene fuori da ogni poro. Grazie, comunque, per questo cammino fatto insieme con Aggiornamenti Sociali, come ricordavi, che è importante e giustamente continuiamo, ciascuno nella propria famiglia ma anche insieme, a porci delle domande su come capire e agire nel mondo oggi. Grazie anche all’introduzione di Luca Caputo che non avevo letto prima (anzi, se me la mandi, mi fa piacere). Mi è piaciuta anche la sottolineatura di Martini, del metodo Martini: questo è uno dei miei altri cappelli, adesso come vice-presidente della Fondazione Martini. Penso che proprio questo metodo di Martini, il nuovo metodo di essere Chiesa nella società, per la società, con la società, sia qualcosa di fondamentale, ancora da capire e la Fondazione Martini vuole andare un po’ in questa direzione. Siamo ai primi passi e metter su una Fondazione non è immediato, però è veramente un padre ispiratore; voi sicuramente avete vissuto, ancora più come milanesi, la bellezza e la fecondità del suo approccio con la Chiesa, nella Chiesa e nella società milanese.

Quindi, grazie a queste introduzioni e quello che voglio fare è di fatto ripercorrere un po’ gli editoriali, mettendo lì dei punti che già avete segnalato per cui magari, non so se li avete letti tutti, però vorrei dire cosa mi sta veramente a cuore di tutto questo, quello che si scrive e si fa, e su quello possiamo ragionare insieme. Questa è un po’ l’idea della mattinata.

Con qualche introduzione: la prima è sulla collocazione del tema di ordine interno del vostro percorso; collocazione che penso che alla fine sia, non so se totalmente o in parte casuale, ma è legata alle date disponibili. Penso quando abbiamo organizzato tempo fa, poi viene alla fine. Allora questo, secondo me, è importante da un punto di vista e rischioso dall’altro perché vi dico un po’ la mia esperienza di Aggiornamenti Sociali, ricevendo articoli (siamo una rivista chiaramente legata ai Gesuiti e cattolica), ci arrivano degli articoli in cui c’è la trattazione del tema che sia di economia, di diritto, di quello che è, e alla fine qualche frase pia, detta dal Papa o presa dalla dottrina sociale della Chiesa per darsi un’aurea così di cattolico e che non si può non citare il Papa e così si dà vita al compito di credente. Allora questo è veramente mettere la fede come la ciliegina alla fine, come la decorazione finale a una torta che è già lì, è inaccettabile, radicalmente inaccettabile, perché se non è già impastata la fede in tutto l’articolo è inutile poi citare alla fine il Papa.

Questo corrisponde a quanto si fa a volte nelle leggi e allora si abbellisce il contrario, che so, con questi proemi valoriali, non so se tu hai esperienza, questi proemi bellissimi valoriali ma poi se non sono i dispositivi veramente che mettono veramente in pratica delle cose, uno può fare tutti i proemi valoriali che vuoi, ma non si va da nessuna parte. Questo è fondamentalissimo e che tocca anche l’aspetto del nostro tempo e di come la Chiesa sta nella società; non è qualcosa che si aggiunge. Per esempio nelle leggi che riguardano le cose della famiglia, che io ho vissuto un po’ in Francia come si ricordava, allora la laicissima Francia, di fatto, sostiene molto di più le famiglie che non le leggi cattolicissime che sono uscite dai nostri governi: una gravidanza in Francia costa la metà di quanto costa una gravidanza in Italia e allora questo concretamente vuol dire sostenere la famiglia, vuol dire sostenere, aiutare, incoraggiare. Quindi, tanti discorsi vanno bene però è nel tessuto che le cose si devono fare.

Questo porta a fare un passo avanti rispetto anche agli editoriali perché avete letto un certo numero di editoriali in cui esplicitamente si tratta del rapporto tra stato, società e Chiesa, tra credenti e fede e tutte queste questioni. Di fatto, è praticamente l’unico tema di cui parlo in tutti gli editoriali, anche quello sull’industria, anche quello sulla poca democrazia di Renzi, sui giochi olimpici, qualsiasi editoriale di fatto per me è dire qualcosa di come la Chiesa sta nella società. Questo è fondamentale, cioè, voglio dire, va bene ragionarci anche sopra, però c’è almeno il desiderio, e penso il tentativo onesto e anche forse con qualche interesse proprio attraverso tutta la rivista, e in particolar modo gli editoriali, di far vedere concretamente come, dal punto di vista del credente, si può stare nella società, partecipare, costruire e che cosa vuol dire la posizione di un credente nel processo di costruzione della società.

Per cui, in realtà, tutti i miei editoriali parlano di fede, anche se non è il tema e se io non ci scrivo: “Il Papa ha detto”, però è ovvio che la mia posizione è dire come, a partire dalla fede, possiamo contribuire, certo non dare le soluzioni, perché anche questo, chiaramente, è poi sottolineato, non è il punto, ma come possiamo partecipare, contribuire a un dialogo che costruisca la società. Per cui è veramente importante questo rapporto tra il contenuto e la forma. Veramente, per me è essenzialissimo, cioè è qualcosa che non potrei pontificare, come Papa Francesco comunica, sull’editto di Costantino, quindi sulla laicità, eccetera, se io stesso non cercassi di scrivere in una maniera che rispecchia questo stile. Questo mi sembrava veramente importantissimo da dire all’inizio, proprio perché la fede non è qualcosa che si aggiunge alla fine, un bel discorso che si mette poi.

Terza premessa, è quella di Papa Francesco sicuramente tirato in ballo in vari modi, che è ovvio che ha un impatto grandissimo: oggi, non si può negare che la credibilità della Chiesa era alle stalle ed è salita alle stelle, non soltanto in Italia, dove comunque se ne fa molta di più su Papa Francesco che non nelle altre parti del mondo. Però anche nel resto del mondo credenti e non credenti sono sicuramente interessati e motivati dalla capacità comunicativa di trasmissione della fede tanto più efficace quanto è meno calcolata, nel senso che all’inizio dicevano: “Questi gesti li fa apposta”. Di fatto è anche lì, vedete, un rapporto tra il contenuto e la forma: che cosa è che convince di Francesco? È che finalmente si riesce a vedere come il Vangelo concretamente animi, attraversi la vita di una persona per cui lui non si pone, quando gli aprono la limousine appena dopo l’elezione, gli viene naturalissimo non entrarci e andare sul pulmino. Però se questo uno non ce l’ha dentro radicalmente è inutile, magari una volta gli riesce, due volte gli riesce, però non può stare a calcolare ogni volta come fosse la prima. Quindi, la comunicazione si radica in quello che è ed è questa la forza, diciamo, della comunicazione di papa Francesco, che corrisponde e tocca uno dei temi fondamentali per oggi che è quello dell’autenticità, cioè il sentire che il rapporto tra quello che si dice e quello che si fa va insieme, veramente uno dei temi a cui tutte le persone sono sensibilissime, il facts check. Su Internet, subito tutti vanno a vedere se quello che uno dice è vero o non è vero, se l’ha fatto o se ogni candidato non può sperare di avere la sua vita per dimostrare l’incoerenza con quello che ha fatto. Cioè veramente, è anche una cosa ossessiva, però, voglio dire, anche fondamentale di oggi. Visto anche lo scandalo del prete che va in crociera sulla Costa Concordia che è affondata… ma qual era il problema? Che lui aveva detto ai parrocchiani una cosa e ne aveva fatta un’altra, questo era soprattutto lo scandalo, non che fosse in crociera e sia andato poi a fondo, peggio per lui. Però è sempre questa non autenticità della Chiesa su cui tutti son pronti a puntare il cannone, e dicono e non fanno, che rischia di essere una scusa facile, ma è veramente fondamentale.

L’altra cosa, quindi, nel parlare di papa Francesco, non volevo stamattina fare una papa-Francesco-latria e neanche con voi con cui mi trovo benissimo… pensiamo nel tempo in cui siamo a casa riconoscendo la forza di questi gesti, è veramente fondamentale, perché oggi in questo marasma di libri e contro-libri, articoli, eventi cui lui cerca di resistere nel modo più totale, però è difficilissimo, si rischia veramente di ridurlo a una macchietta, a un personaggio e di andare in quella che è un’altra nostra tendenza insieme alla autenticità, che è quella di cercare l’eroe, il salvatore della patria, il modello così che ci legittimi sostanzialmente a non fare niente noi, per cui io sono convintissimo che se lo stile di papa Francesco non diventa il nostro stile ha fallito totalmente e può andarsi a nascondere. Ora chiaramente, non è sua responsabilità, è anche nostra responsabilità, però che lui sia bravo, simpatico e bello fa salire un po’ la credibilità della Chiesa, ma non ci interessa per niente, come dire, cercando di parlare correttamente, ma si può dire anche in maniera più colorita: se non diventa un nostro modo di fare è inutile che lui sia importante, famoso e conosciuto. Sarà una cosa che passerà, lascerà la sua traccia nella storia, però non è questo lo scopo.

Tra l’altro lui, non so se avete visto, ma ha una resistenza alle parti, penso che anche questa connaturale, quando sente qualcosa di troppo mediatico si ritira: non so se avete visto la canonizzazione recente, è stata di un’austerità totale, non ha concesso niente, i sorrisi alla folla, ha tenuto una predichetta, un po’ striminzita a dire il vero, proprio due paroline, ed è finita lì; penso che tanti siano rimasti delusi un pochino, ma penso che anche questa sia una resistenza a sentire, a cercare di essere anche lui al posto giusto nel momento giusto, nella modalità giusta. Spessissimo, quando incontra le persone parla con una voce sommessa, è tutt’altro che un giovialone, un compagnone e ha veramente una vita interiore che lo sostiene e che è fondamentale.

Quindi, oggi cercherò di far vedere piuttosto le radici giustamente anche di questa comunicazione senza per forza metterla al centro in ogni momento, qualche riferimento ci sarà: però questa è veramente la base, quello che stiamo facendo agli Aggiornamenti Sociali, cercando di essere gesuita con altri collaboratori laici nel contribuire, non a informare soltanto dei lettori, non soltanto a dir loro cosa devono pensare, ma piuttosto a fare un cammino insieme e cercare di formare uno sguardo, semmai, in modo che ciascuno possa prendere la responsabilità del suo modo di leggere il mondo, questo per me è fondamentale.

Detto questo potrei anche finire, potremo parlarne ed è già un percorso di editoriale delle idee. Aggiungo qualche punto, anche seguendo un percorso che per me non è casuale, che convince sempre del modo di guardare la società. Veramente, è fondamentale per me il metodo, lo stile con cui si fanno le cose, che è una delle vertigini anche della linea della politica di oggi, in cui questo stile che desidera che ciascuno possa contribuire, che crede che ciascuno abbia qualcosa da dire per cui in un ascolto reciproco c’è qualcosa di ben diverso che le intuizioni anche geniali di un capo; e questo è fondamentalissimo.

Detto questo appunto, vi rifaccio un percorsino, anche sottolineando qualche punto centrale, andando anche magari più veloce di quello che pensavo, perché la lettura penso che sia stata fatta e poi ne parliamo.

Primo punto è partire dalle domande, e anche ragionare sul modo con cui la Chiesa comunica alla società, il rapporto tra società e Chiesa: possiamo fare, potete fare il corso l’anno prossimo tutto su questo, cioè potete fare 10 mila ore e ci sono volumi e volumi. Però perché ci interessa, perché abbiamo da farci delle domande e la riflessione deve aiutarci ad affrontare queste domande e questa è una cosa che veramente mi struggeva studiando la teologia perché alla fine la teologia, giri da una parte, giri dall’altra, basta stare entro certi limiti tutte le posizioni sono vere in un certo senso. Non so quali siano le vostre conoscenze ma Laniel e Batel, che dicono cose praticamente opposte, però sono ortodossi tutti e due e quindi alla fine basta tenere sulle spalle lo spirito del mondo e della Chiesa, eccetera, oppure si tirano fuori elementi, uno comincia dall’alto e l’altro comincia dal basso e non si può dire che abbiano torto. Però le conseguenze su come si vive sono enormi se si comincia da una parte o dall’altra e quindi se una riflessione sulla Chiesa, sulla società, eccetera, non è ancorata a quello che effettivamente dobbiamo vivere va bene, sarà un bell’esercizio mentale, però lascia il tempo che trova. Infatti, se si entra in questo circolo non se ne esce mai.

Per cui quali sono le domande di oggi? Anche qua, alcune le ha già ricordate Luca Caputo, che emergono, che sono poi anche il frutto degli editoriali. La prima domanda che mi pongo è: “Che cos’è che stiamo vivendo in questo momento che fa resistenza, ci colpisce e ci muove, che non riusciamo bene a capire e nello stesso tempo percepiamo che ha un cuore pulsante?”.Tra le domande, appunto, del rapporto tra società e Chiesa in Italia abbiamo questa situazione veramente particolare del Vaticano e del fatto che il rapporto tra Chiesa e Stato sia un trattato internazionale, inserito nella Costituzione; questo siamo gli unici che hanno una cosa del genere per cui da noi, immediatamente, a qualunque livello istituzionale, il rapporto tra Stato e Chiesa, che non sono i vescovi italiani soltanto, ma anche il Vaticano. Anzi. Va beh, su questo si potrebbe parlare, ma sicuramente è un tema che abbiamo nella nostra storia e che dobbiamo affrontare e che si collega subito con tutte le questioni della laicità.

È ovvio che in Inghilterra, pur avendo la regina che è capo della Chiesa, pur avendo i vescovi che sono automaticamente parlamentari, il tema della laicità come rapporto tra Stato e Chiesa non si pone assolutamente perché in una società secolarizzata è data per scontata e non pone assolutamente dibattito, mentre nelle nostre realtà qual è il ruolo, come partecipa alle dinamiche sociali la Chiesa, non si deve immischiare, si deve immischiare in che maniera visto che Chiesa e potere non coincidono? Questo è tutto l’inizio di una serie di domande che poi scendono fino alla vita personale, ognuno che deve fare i conti tra la sua parte laica e la sua parte credente e spesso qua andiamo in una distinzione: da una parte vado in chiesa, sono un medico credente e tutte queste cose qua, e dall’altra parte poi faccio quello che voglio, agisco professionalmente in una maniera che non ha niente a che vedere con la fede che professo in chiesa.

Per cui questo tema della laicità e questo rischio o di confusione, o di separazione, si declina in 10 mila modi che vanno fin dall’ipermatto, diciamo così, alla vita quotidiana intermedia, passando poi per il livello politico, sicuramente da tanti anni chissà quante battaglie avrai fatto tra la presenza e la mediazione, tutte queste storie qua. È meglio come cristiani affermarsi in un partito che si distacca dagli altri, che ha una sua identità cristiana o è meglio essere all’interno della società fino a recepire più valori non negoziabili? Allora, la Chiesa ha capito che non ci può essere un partito che si proclama come il partito cristiano. Beh, su questo, i Papa l’han detto varie volte, però la tentazione sempre di riaffermare una società cristiana, animata da valori cristiani continua e ce l’abbiamo proprio dentro, ormai in Italia è proprio forte questa tentazione.

D’altra parte, si può dire, tutte queste mediazioni dove hanno portato? Non c’è il rischio di scomparire? E in questo senso, come giustamente ricordava Luca Caputo, Francesco spariglia un po’, è argentino, non vive la nostra tradizione europea in cui ci facciamo le nostre menate così, abbiamo questo sopperire la Chiesa potente, eccetera, per cui dobbiamo nasconderci, allora lui riesce, nello stesso tempo, a essere nella società e dire quello che pensa come credente, tranquillamente. Però dobbiamo ricapirla politicamente questa cosa qua, e socialmente.

Altre domande sono dal punto di vista professionale: anche qua, cosa vuol dire nella nostra professione essere un medico cristiano, un professionista, cristiano? Tutta un’altra serie di domande e poi sempre di più con l’esperienza che facciamo, dire che in fondo chi non crede riesce anche meglio di quelli che si proclamano credenti. Allora, cosa vuol dire questo riferimento a Dio, che importanza ha nella nostra società? Si può essere veramente umani senza far riferimento a Dio? Come capire la libertà di coscienza? E qua si attacca tutto il discorso dell’editto di Costantino e la tolleranza.

Sicuramente la tolleranza, rispettare che gli altri la pensino diversamente, è un passo importante, però la tolleranza rischia anche di essere di rivalsa, ognuno è libero di fare quello che vuole, di pensare quello che vuole ché, se si vuole costruire una cosa insieme, è molto limitante. Veramente, è un passo quando ci sono conflitti forti, va beh, allora è meglio il rispetto, meglio che niente, però se poi si vuol fare un passettino soltanto avanti, la tolleranza non è che sia proprio il massimo dei massimi, anche perché ci sono sempre questioni di valori e dire alla fine tutte le cose valgono uguali, vuol dire disprezzarle un po’ tutte. Quindi fa parte un po’ della nostra mentalità dire ma no, ciascuno deve essere libero di pensare quel che crede, ma come democratici politicamente dobbiamo anche cercare di confrontarci, trovare dei modi in cui anche questo confronto sui valori si fa e si fa onestamente. Cioè è troppo facile dire: ognuno pensa quello che vuole, cioè ce l’abbiamo dentro un po’ tutti la libera mentalità liberale, ognuno deve essere libero di pensare quello che vuole.

Vedete, si potrebbe continuare così, però la quantità di domande che dobbiamo affrontare veramente grosse sono questo tentativo di rileggere insieme e di cercare di affrontare cosa vuol dire il nostro essere cittadini, membri di uno stato e di una società italiana, europea, mondiale, è la domanda che sta alla base di tutto. Quindi, il primo punto era l’importanza di non articolare in astratto questa questione, ma su questo possiamo anche confrontarci. Quali sono le domande che dobbiamo affrontare noi oggi così?

L’altro punto successivo è quello che è fondamentale per il passaggio chiave fatto dal Concilio in questa questione del rapporto con la società che Francesco permette di vedere in maniera veramente più esplicita; che era questo passaggio che si è cominciato a fare nel Concilio per cercare di adattare la dottrina al mondo. Sostanzialmente, c’era Paolo VI che lo racconta. Dice: “Si è acuito il senso, il disagio delle imperfezioni umane della Chiesa, quindi capiamo che non possiamo fare così, cerchiamo di adeguare la nostra dottrina alla situazione nuova che si è creata”. Vedi l’aggiornamento come ricordava Giovanni Bianchi, e Aggiornamenti Sociali si chiamava così già prima del Concilio e a quei tempi era sicuramente una posizione profetica. Però il valorosissimo passaggio che bisogna avere veramente chiaro è che la Chiesa facendo questo processo scopre che l’aggiornamento non è una cosa fatta una volta per tutte, cioè, va beh, abbiamo fatto questo Concilio, basta, ma fa parte essenziale della vita della Chiesa.

Questo scriveva Paolo VI alla fine, nel 1969: “Possiamo fare nostro il programma di una continua riforma delle Chiesa, Ecclesia semper reformanda”. Questa è una cosa fondamentale. Non si tratta di adeguare una volta, neanche una volta ogni tanto, cioè fa parte costitutiva della Chiesa questo continuo dialogo, essere in relazione con il mondo. E quindi in un certo senso, con la linea di poi, adesso Francesco sottolinea i rischi e le pecche di una Chiesa autoreferenziale.

Allora, già il Concilio in questo modo aveva messo il germe radicale della Chiesa che non può essere autoreferenziale, mettersi lei al centro delle sue discussioni. Certo l’espressione di Francesco, è proprio la malattia spirituale della Chiesa autoreferenziale, ci aiuta, ci fa respirare un pochino, però, di fatto, è importante; e poi è bello che dice: “È meglio una Chiesa accidentata che esce per strada rispetto a una Chiesa chiusa in casa ammalata di autoreferenzialità”. Per cui questo mettersi in movimento e questa importanza del dialogo è la parte strutturale della fede cristiana. Questa è la scoperta, facciamo un passo per capire quale è la comprensione, cioè come si va veramente verso la comprensione della fede.

Abbiamo detto che il dialogo è parte strutturante, un altro asse centra un altro punto che vorrei lasciarvi, probabilmente l’avrete già sentito e risentito, ma è importante riaffermarlo così in maniera consistente rispetto al Concilio che è proprio in questo rapporto tra un asse verticale e un asse orizzontale, l’asse della relazione con Dio e l’asse della relazione con gli altri. Spesso guardando il Concilio ci si ferma a un documento o all’altro, e mi sembrava importante quello che riprendevi tu e che sottolineo, che oggi dobbiamo cercare di riprendere il Concilio nel suo insieme e cercare di tirare il frutto del Concilio nel suo insieme e di rileggerlo, anche qua nel mondo di oggi, nella società di oggi. Allora, mi sembra che questo modo anche di rileggere l’insieme del Concilio sui due assi sia fondamentale: l’asse principale è quello della relazione dell’uomo con Dio e allora deriva appunto tutto il documento principale, ma è davvero importante perché dopo si vede papa Francesco, sì, sì, è bello, ma se non si hanno chiare queste cose non si capisce che lui non sta inventando praticamente niente, vive la sua fede che ha ricevuto, e cerca di attuarla.

Come è che il Vaticano pone quest’asse verticale? La rivelazione di Dio non è la rivelazione di contenuti ma è un incontro, una relazione, una comunicazione, uno scambio, così si vede che la comunicazione non è un tema finale della Chiesa ma è veramente insito in quello che è al centro della rivelazione come un incontro; è un incontro, per cui la fede appunto non è dei contenuti, che uno viene a dirci dovete sapere questo, questo e questo, non ci insegna lui la Trinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo così e cosà, ma è un incontro in cui lui mette in gioco se stesso e invita gli altri a fare altrettanto, a mettersi in gioco dal loro palco. In questo senso la risposta di Latel è quella di mettersi in gioco in un dialogo e accogliere quello che per il momento è tutto se stesso in gioco. Quindi non è un atto di sottomissione esterno, ma radicalmente, come ricordava Luca Caputo, nell’esperienza della coscienza come luogo in cui la persona scopre questa libertà di essere se stessa, grazie a quello che ha ascoltato nel suo intimo. Questa è la centralità della coscienza come luogo di incontro, la coscienza ora viene ridotta al grillo parlante di Pinocchio, come qualcosa che bisogna schiacciare, eliminare perché dà fastidio, oppure, come dire, sono io stesso non un luogo di ascolto di quello che mi chiama più profondamente a essere me stesso, ma quello che io ho in testa e voglio fare, che non è analogo: voglio dire, sarebbe tutta un’altra puntata che si può fare sulla coscienza, bellissimo tema, difficilissimo.

Però, è veramente quest’asse in cui c’è questo incontro, questo scambio che Francesco ha sottolineato con Scalfari varie volte, la importanza di questa coscienza. È bello anche come il Concilio ricordi che, a livello di società, c’è anche una necessità di incontro tra le coscienze, perché alle volte il giovane dice: “Basta, io agisco in coscienza” e finisce lì. No, la radice, la visione sostanziale della democrazia è che ogni coscienza mette sul piatto quello che capisce e che insieme, certo non dico una coscienza collettiva, ma si cerca di capire insieme quello che ogni coscienza ha da dire e può contribuire al lavoro d’insieme. Quindi, questo lavoro, come dice il Concilio, nel reciproco rispetto della piena dignità spirituale di ogni uomo. Questo reciproco rispetto per cui uno è chiamato a parlare non soltanto perché ha la lobby dietro, o perché ho il mio interesse che devo proteggere e quindi non è uno scontro tra lobby e interessi in cui ciascuno cerca di vincere, la democrazia. Ecco questo incontro in cui ciascuno con la sua dignità partecipa a una riflessione e questa è veramente fondamentale. E quindi la democrazia non è che il più forte vince o chi ha la maggioranza può comandare e gli altri… Chi ha la maggioranza ha la responsabilità di portare avanti questo processo e cercare di fare contribuire tutti quelli che partecipano. Dico delle cose che penso sappiate benissimo, però non vengo meno alla moda, diciamo così. Adesso, a volte, parlando vedo degli occhi sgranati… ah, la democrazia non è che chi vince può fare tutto quello che vuole e gli altri si arrangiano. La democrazia non è proprio questo.

Beh, abbiamo fatto una piccola deviazione ma per dire questa relazione con Dio che trova il proprio fondamento in cui Dio si mette totalmente in gioco e avviene questa relazione. È ovvio che se questa è la matrice dell’incontro con Dio, in questa comprensione poi si capisce come i cristiani si incontrano con le altre persone. È ovvio che non si tratta di comunicare agli altri, di cercare di indottrinarli e farli entrare in una prospettiva, ma di entrare in questa relazione libera dove dando, rischiando di darsi tutti se stessi come credenti, si entra in un dialogo, ci si confronta con altri e allora qua ci sono tutti gli altri documenti del Concilio, tutte le varie relazioni ecumeniche, le religioni non cristiane, le relazioni con gli ebrei, le relazioni con gli altri. Che è una cosa nuovissima perché prima, non so se avete visto, ma nei Concili precedenti c’erano anatemi, scomuniche di qua, chi dice così è scomunicato, chi dice cosà è scomunicato, perché? Perché noi abbiamo la verità al centro e quindi chi non riconosce la nostra verità resta scomunicato. La differenza è radicale ma non è perché si vuol essere dialoganti alla moda, ma perché l’esperienza con Dio è radicalmente quella e non possiamo, di nuovo vedete che ritorna, fare delle cose e dirne delle altre. Cioè non posso credere che Dio rispetta radicalmente la mia libertà e mette in gioco, chiama la mia libertà e poi gli altri invece, siccome sono ignoranti e non capiscono niente e non sanno la verità li devo comunque conquistare e, forse paternalisticamente, li devo salvare da loro stessi. Però questo è veramente radicale. Non so se è chiaro, vi invito mettendo dei punti.

Quindi, tirando le fila, da una parte la fede non è una dottrina da dire e il rapporto con la società l’asse verticale, ma è una relazione da vivere quando Francesco, bellissimo, ha detto: “Il cristianesimo non è una verità assoluta”, e a tanti è venuta la pelle d’oca. Ma come, non è una verità assoluta? No, non può essere una verità al di fuori delle relazioni. Cioè vuol dire che il cristianesimo è entrare in relazione con Dio attraverso Gesù e quindi non possiamo mai pensare la verità come assoluta, che si pone incombente e slegata dalla realtà. Veramente, lì Francesco riprende quella che è la sana dottrina conciliare, ha veramente lavorato in maniera profonda.

D’altra parte, la società non è il nemico ma si fa parte della società con cui si vuole camminare insieme, il titolo di Gaudium et spes, la costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo è una rivoluzione copernicana perché prima è la Chiesa al mondo contemporaneo, sempre la Chiesa parlava al mondo, per sostituire la Chiesa nel mondo; con una parolina vedete bisogna sempre parlare in modo preciso perché basta di al o nel che cambia radicalmente tutto. Quindi, la Chiesa non è tanto la madre maestra ma avvia l’iter di una conversazione degli uomini tra loro, cioè la stessa ricerca del senso.

In questo senso è bello vedere come aveva finito la lettera Francesco a Scalfari, lo avevo scritto nell’editoriale, che anche quella è una parolina ma è totalmente rivoluzionaria: non finisce paternamente, ma finisce fraternamente; è soltanto nel saluto finale che uno la legge e non ci fa caso, ma il Papa è sua Paternità e sempre: “Mi ricordo con affetto filiale a Sua Paternità”, lui dice no, fraternamente, nel senso che siamo insieme in questo cammino come fratelli, non sono io il padre, che gentilmente si è degnato di dare delle spiegazioni al povero laico miscredente. Allora, che poi Scalfari sia più o meno simpatico si può discutere, non so se io l’avrei scelto proprio come primo interlocutore. È straniero Francesco, però intanto veramente è una gemma questo fraternamente invece che paternamente, perché dice chiaramente in una parolina come la Chiesa si pone nel mondo. Quindi questa è veramente l’intuizione di base di questo tema da non dimenticare, proprio un Bignami per dare il Concilio in dieci minuti.

Detto questo non è ancora finita perché di fatto il Concilio lascia aperto… questa è una parte dell’editoriale su Martini ma volevo riprenderla qua perché fa parte delle tensioni che il Concilio non va fino in fondo a questa posizione. Da un lato è giusto perché in un certo senso sarebbe tragico se la Chiesa Cattolica, come ha tentato in questi ultimi anni ahimè di fare, cercasse di ridurre a un’unica sensibilità spirituale, cioè è cattolica proprio perché ci sono dei recinti poi veramente la ricchezza viene anche da una pluralità di posizioni: ci sono sempre state le suore di clausura da una parte e i gesuiti inseriti nel mondo dall’altra, chi in mezzo ora et labora e chi fa clausura, cioè c’è una varietà. Non è detto che chi si chiude dentro sia meglio di chi si è perso nelle periferie perché raggiunge le periferie rapidamente, non è detto che chi fa una scelta religiosa di vita consacrata sia meglio di chi vive la famiglia. C’è una varietà di possibilità per cui il Concilio giustamente, in un certo senso provvidenzialmente, non chiude a un’unica sensibilità.

Però questo lascia sulle questioni che ci hanno fatto soffrire effettivamente due strade possibili, cioè voglio dire bisogna riconoscere onestamente che si possono rifare al Concilio tanto gli uni che gli altri; questo a volte ci scoccia un pochino nel vedere che tutto sommato ci sarebbe piaciuto di più che le posizioni andassero in altre direzioni, ma è vero che si possono conciliare questa posizione, questa visione, chiamiamola di Cristo Re, nel senso di Cristo come compimento della storia dell’universo, quello che è l’uomo perfetto, il modello finale, cito al riguardo Paolo VI, che dice che la religione cattolica è per l’umanità, in un certo senso è la vita dell’umanità, è la vita per l’interpretazione finalmente esatta e sublime che la nostra religione dà all’uomo, non è l’uomo da solo mistero a se stesso, e la dà precisamente in virtù della sua scienza di Dio; per conoscere l’uomo, l’uomo vero, l’uomo integrale bisogna conoscere Dio, vedendo Dio hai in un certo senso la risposta a questo mistero di che cosa è l’uomo e riesci a vedere la risposta di incontri e di dialogo. Il Concilio comunque non viene negato, però hai questo riscontro, quindi il compito in questa prospettiva della Chiesa è di far conoscere agli altri questa risposta e da qui nasce tutto il filone della politica come presenza e di questa importanza anche di dire: va bene, ora non impugniamoci, quindi pedagogicamente facciamo crescere gli altri, ma in fondo sappiamo già come la storia va a finire; il nostro vantaggio è che sappiamo già.

Questo, qua in Lombardia è chiaro che dei riferimenti immediati politici e sociali vengono in mente, però mi viene in mente anche qualcosa tipo Sant’Egidio a Roma che vive molto la dimensione escatologica, cioè a dire anche nel modo di vivere la liturgia presa dall’Oriente, quindi questo essere già nel, appunto entrare nella pienezza della rivelazione, da realizzare non ancora, però questa realizzazione e poi farsi portatori nella storia della realizzazione di questa cosa che come credenti si vive tranquillamente. È una cosa comunque molto delicata e su cui si può discutere, però è una visione che comunque continua a essere divisa nel mondo della nostra società italiana; veramente abbiamo un inside di che cosa è veramente umano e ce la giochiamo senza imporci, costruendo eccetera, però il riferimento è questo; ed è un modo penso di vivere l’identità cristiana e sottolineo, in particolar modo, anche l’identità cristiana.

Dall’altra parte, questo senso anche, questa visione di Cristo come complemento della storia, presente in modo intenso in Gaudium et spes, cioè voglio dire ci sono dei testi del Concilio che in modo molto chiaro vanno in questa direzione. L’altra è la prospettiva portata avanti più da Dignitates humanae, che sottolinea in maniera molto forte la libertà di coscienza e dice: è meglio che un uomo si sbagli seguendo la coscienza piuttosto che essere forzato a credere qualcosa. Chiaramente, se la rileggiamo, è molto forte il contenuto di questa libertà, che gli essere umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali, di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza, né sia impedito entro debiti limiti di agire in conformità a essa, privatamente o pubblicamente, in forma individuale o sociale. Quindi, tutte le menate sulle moschee, e su tutte queste cose qua, chiaramente contrastano con questa visione e fa tutto un lavoro questo documento molto bello, rilegge la tradizione della Chiesa e riscopre come il confronto con chi la pensava diversamente l’aiuta ad andare in profondità nella sua stessa fede.

Tutta la questione sui diritti dell’uomo, eccetera, quanto la Chiesa ha resistito, non è un discorso che è nato dalla Chiesa che prima di accettarlo…, adesso sembra scontato, però quanto di fatto questo dialogo con altre persone, altri modi di, altre persone che onestamente cercano anche loro di costruire un modo di stare insieme, è stato veramente ricco e quanto ancora su tanti temi la Chiesa sta imparando, cerca di imparare; per esempio il ruolo della donna. Questo è un altro tema sul quale Papa Francesco ha detto delle cosine, ma su questo l’aspettiamo ancora di capire che cosa vuol dire sul ruolo della donna nella Chiesa, magari ci stupisce anche lì, non voglio dire. Però quanto la Chiesa impara anche attraverso delle posizioni di cui non si riconoscono i limiti: un certo tipo di femminismo, che non è da mettere sul piedistallo. Sul numero ultimo forse abbiamo pubblicato proprio un articolo su questioni di genere che rilegge tutta questa storia del femminismo, cerca di capirlo e di dialogare, di aiutare ad andare avanti, però di fatto c’è anche una ricchezza, come dire, in questo senso di ciascuno che porta un dialogo in cui si accede a quello che si è.

Allora, in questo senso non è tanto il Cristo Re finale, ma è il Cristo maestro che insegna un modo di essere nel mondo, uno stile profetico di essere nel mondo in cui ciascuno dà tutto se stesso perché un tipo di relazione possa essere portato avanti, però quella che è la chiave è proprio la modalità di relazione con l’altro. Questo è il contenuto, la buona notizia che è possibile amarsi, che è possibile veramente rischiare di voler bene agli altri e che farlo porta molto facilmente alla Croce, però se uno si affida in questa cosa di fatto la prospettiva che trionfa è quella della vita. Quindi, si può rischiare di entrare in un dialogo con gli altri mettendo in gioco se stessi e avendo fiducia che qualcosa della vita in questo rischiare potrà emergere e andare avanti. In questo senso è lo stile profetico, quindi l’identità cristiana non è un’identità di affermazione di concetti, eccetera, ma è un’identità che è un modo di relazionarsi, uno stile. Interessante è fare questo passaggio tra identità e stile che trovo veramente fondamentale.

Capite bene che quello che vi ho detto fin dall’inizio è radicato in queste cose qua ed è ovvio che io mi ficco molto più naturalmente in questa prospettiva, ed è ovvio che così si capisce la missione della Chiesa nella società in maniera radicalmente diversa: cioè quello che ci importa nella Chiesa non è far sì che la Chiesa si espanda di per sé facendo crescere il numero dei fedeli, ma essere al servizio di questa fiducia nel mondo, fiducia che mettendosi in gioco senza aver paura ciascuno di prender per se stesso, cercare il suo interesse, cercare di vivere sulle sue parole, si può affrontare, si può rimettersi insieme e camminare. In questo senso la Resurrezione, immagine del rimettersi in piedi, rispetto alla paura di vivere individuale e sociale, è fondamentale

E quindi se si è al servizio di questa fede, di questo mondo si possono anche rileggere i Vangeli, cioè Gesù non fa un gruppo di seguaci, l’importante è che mi seguiate; in fondo tante persone lo incontrano e ritornano nella loro vita, non tutti diventano discepoli, non tutti diventano apostoli, non è questo lo scopo finale del Vangelo, però di essere al servizio della vita sicuramente sì, di questa fiducia nella vita e di dare la libertà, di essere i primi a giocarsi perché questa fiducia possa trasmettersi nel mondo. E in questo senso la Chiesa si capisce come gruppo di quelli che hanno intuito qualcosa di questo, ma non è che vogliono… Certo, c’è il desiderio che altri possano capire, e in questo senso è un imprescindibile annuncio di qualche cosa, però mettendosi in gioco. Quindi la gerarchia al servizio dei discepoli che sono loro, i laici, in prima fila a vivere questa fiducia nel mondo, nelle loro attività professionali, nelle loro lotte politiche, nella loro vita familiare, nel loro modo di fare la professione, tutte le domande che abbiamo detto all’inizio, perché qualcosa di questa fiducia possa trasmettersi. Certo, si desidera che altri possano ritrovarsi insieme e si riconosce, allo stesso tempo, di non essere gli unici perché questa vita lavora nel mondo, nella società, segni dei tempi del Concilio; c’è questa cosa che lavora già nel mondo bisogna aiutarli a riconoscerla, a farla emergere, a coltivarla che sia dentro poi alla Chiesa, ma il servizio finale è quello.

Allora capite che da una parte tutte le posizioni di Cristo Re, o di Cristo che indica la via profetica sono legittime, stanno nella tradizione, ma come si agirà alla fine su questo rapporto di come la Chiesa comunica nel mondo è radicalmente diverso e in questo senso ci si scontra e quasi non ci si riconosce come cristiani. Voglio dire, ma è possibile che crediamo la stessa cosa? È veramente dura e qua sta tutto lo scontro.

E questo modo di sentire la missione della Chiesa nella società chiaramente, a livello di quello che ci interessa, veramente pone l’importanza di una fiducia nella democrazia e nel metodo democratico. Certo è proprio una questione di fede per i cristiani giocarsi per un metodo democratico. Questo per me è veramente fra i punti essenziali, ma proprio democratico inteso in quel modo: benissimo, cambiamo i partiti, cambiamo tutto, buttiamo tutto a mare, però questo fatto che per costruire una città, una società non si possa prescindere da una valutazione di tutti i suoi membri, e che tutti fanno parte, nessuno è escluso, e che ciascuno può dare un contributo vitale, è una questione di fede. Devi giocarci rischiando anche di finire in croce e di essere insultato dalla gerarchia cattolica, magari. È proprio una questione di fede radicale in cui di fronte alla fragilità del legame che abbiamo oggi, in cui sempre di più i discorsi sul bene comune non si sa più che cosa voglia dire, l’interesse, i modi di fare, avere fiducia nella democrazia per me oggi è uno dei modi con cui si dimostra il fatto di essere credenti. Non si è gli unici in questo senso, però una responsabilità in questo campo è importante.

E secondo, la laicità, voglio dire il modo in cui si partecipa non è per imporre un visione, ma proprio cercando di valorizzare anche le diverse tensioni, le diverse sensibilità, religioni e orizzonti spirituali e ideologici, certo lasciando che non sia un modo in cui ciascuno cerca di accaparrarsi o soltanto portare avanti i suoi interessi; la laicità non è questo, voglio dire, e non è neanche, oggi va di moda più che la laicità, la libertà religiosa, voglio dire, negli ambiti ecclesiastici, ciascuno vuole essere libero, va beh , ha diritto di credere come vuole nelle questioni di fede e quindi non si può trovare un punto comune perché ognuno può pensarla come vuole. No, questo è relativismo e in questo senso pensavo la resistenza dei papi passati al relativismo, però detta magari in una maniera che non è più tanto digeribile perché è veramente distruttivo di una società un relativismo radicale dove tutto vale lo stesso e chi se ne frega, sostanzialmente.

Però fa parte, è collegata alla visione democratica la visione veramente laica, la capacità di interrogarsi e di valorizzare diversi contributi delle religioni e delle posizioni ideologiche all’interno di un modo di fare comune in cui nessuno può prevalere e occupare tutto lo spazio. Vi ricordate la Caritas in veritatem, ma anche dal punto di vista dei laici ci si trova in sintonia. C’è una bellissima frase di Cacciari che magari vi leggo, tanto sto finendo, dice: “La concezione oggi largamente dominante che oppone laicità ad acta di fede è banalizzante, il laico può essere credente come non credente, così entrambi possono essere espressioni del più vuoto dogmatismo; laico non è colui che rifiuta le vie del sacro, ma le ammette in colui che gli sta di fronte, il profano; di fronte in ogni senso, discutendolo, interrogandolo, mettendosi in discussione di fronte al suo mistero; laico è ogni credente non superstizioso, cioè desideroso di discutere faccia a faccia con il proprio Dio, non assicurata a lui ma peggio alla sua presenza o assenza; così laico è ogni non credente che sviluppi senza mai assolutizzare o ideologizzare il proprio relativo punto di vista, la propria ricerca e insieme sappia ascoltare la profonda analogia che lo lega alla domanda del credente, all’agonia di quest’ultimo. Quando comprenderemo con questa ampiezza il significato della laicità allora, e soltanto allora, potrà essere il valore sopra il quale costruire la nostra dimora”.

È una posizione coerente, ma c’è una ricerca sul modo con cui ciascuno partecipa, con le sue modalità e le sue ricerche, alla costruzione di un vivere insieme. Il risultato non è garantito, c’è una certa violenza anche da parte delle religioni, della religione, cioè non si può far finta dei problemi, ma è per questo che lo stile è uno stile profetico, lo stile di Cristo, che si gioca, per chi ci crede e ha fiducia nella resa e per questo assume tutti i rischi anche di essere insultato, anche che l’islamico ne approfitti per affermarsi all’interno della società, a conquistare protezioni e tutto quello che vuoi. Però è quello il fare il primo passo in questa direzione rischiando.

Quindi, come culmine di questo dialogo della Chiesa in questa seconda linea conciliare è proprio questo, di assumere il rischio, di assumere il processo democratico di decifrare insieme le tensioni, i nodi, i paradossi del vivere assieme, senza rinunciare alle proprie risorse. Questo, secondo me, Francesco fa vedere molto bene. C’è una risorsa molte forte, il rapporto con i poveri, la vita difficile della Chiesa, però continuare in questa continua riscoperta, questo continuo aggiornamento, questa continua decifrazione di come la fede ha qualcosa da dire per il mondo di oggi.

Ultimissima cosa, e questo non so se è negli editoriali che forse avete letto o meno, però sul segreto di Papa Francesco in tutto ciò, cioè nel senso del rischio di prendere questo, come abbiamo fatto anche a lungo, in maniera un po’ moralizzante, l’armata democratica e dobbiamo avanzare; però, staccandosi anche dall’esperienza della gente, possiamo andare avanti in maniera un po’ ideologica. Allora, una cosa importantissima che mette sul piatto Francesco in questo discorso qua è quella della gioia, l’Evangeli gaudium, tanti suoi discorsi, tanti soprattutto suoi modi di fare: il rapporto tra la gioia e uscire, questo percorso in cui si rischia, si prende posizione… Quello che dà la forza di andare avanti, quello che fa anche il test della semplicità di nostro uscire democratico, delle nostre prospettive ideali, di giocarsi nella società è questa gioia. Se non c’è, uno deve chiedersi se tutto va bene, tutto quel check, quel facts check non è tanto sulla autenticità in questo senso, ma se sono depresso, demotivato, scoraggiato eccetera, allora è vero che le difficoltà sono da affrontare, però in una prospettiva cristiana la gioia è legata anche al modo in cui si vivono le difficoltà; la gioia non è fare i giochettini, fare le festicciole insieme, non è queste cose qua; la gioia è legata radicalmente all’essere nel modo giusto al posto giusto, di affrontare anche le battaglie giuste e di dare il proprio contributo. È questo profondo senso della vita e se non c’è questo bisogna allora chiedersi: pensi veramente di fare un passo più avanti rispetto a quello che abbiamo detto fino adesso perché da un po’ la chiave di lettura del modo di vivere questo giocarsi nella società. E per quello insiste tanto sulla Chiesa che esce, perché d’altra parte se non si esce non si può neanche sperimentare questa gioia. C’è proprio un legame fondamentale. Se non ci si mette in gioco, se la Chiesa non rischia di farsi del male a fare questo passo non potrà mai capire qual è la gioia del Vangelo. Questo toglie la libertà di giocarsi senza aver affrontato e vissuto le paure (non direi che non ci sono), le tensioni, affrontando le ambiguità che abbiamo dentro, dei nostri interessi che ci sono sempre in un modo o nell’altro; non possiamo sognare una società pura affrontando tutte le tensioni che ci sono, ma in fondo con questa libertà di giocarsi. E facendo questo passo scopriamo appunto qualcosa della libertà e del senso della vita e, allo stesso tempo, questo è quello che radica l’impegno, se no diventa ideologia e si riduce in una difesa di una posizione che però non riesce a essere tenuta. Per cui, in un altro modo veramente ci mette ancora a riflettere sul legame fra quello che viviamo profondamente come cristiani e su quella che la nostra vita diciamo anche di culto eccetera che ci dovrebbe affiancare, e il modo in cui stiamo all’interno della società. Le due cose non possono essere pensate separate, per questo del povero possiamo farne a meno, per questo se noi siamo all’interno della società c’è contraddizione, non abbiamo la libertà di desiderare che tutti abbiano un posto nella società perché le politiche di oggi sono quelle per cui mettiamo via i rom, mettiamo via le prostitute, mettiamo via i gay, mettiamo via gli altri perché danno fastidio e non li vogliamo vedere, va beh allora quello…., mettersi in gioco perché tutti abbiano un posto ed è lì che sperimentiamo la bellezza, la libertà del Vangelo.

Quindi il segreto, il passo che aiuta a uscire dal riserbo ideologico, la presenza e tutti questi discorsi che abbiamo fatto di Francesco, penso che sia questo della gioia, che non è soltanto una gioia individuale ma con un’espressione molto bella, è la gioia di sentirsi popolo; questo è veramente fondamentale, di nuovo ritorniamo alla mia felicità, alla mia libertà, ma anche a una esperienza di gioia che non è soltanto individuale ma la mia è essenziale perché ci sia qualcosa di diverso e anche a livello di società si respiri questa gioia di essere assieme e diversi, che lottiamo e ci capiamo, ma di essere a confronto.

Ecco questi erano un po’ i punti fondamentali, un modo di ripercorrere le cose che avevo detto, ma spero che aiutino sia a rileggere un po’ Francesco, sia a discutere su che cosa vuol dire comunicare, essere nuova Chiesa nella società di oggi.

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