Pierangelo Sequeri. Interrogazioni sul cristianesimo.

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Corso di formazione alla politica

La raccolta di riflessioni proposta da Mons. Sequeri nello scambio con il filosofo Gianni Vattimo – per tramite delle domande poste dal giornalista Giovanni Ruggeri – è una sintesi di elementi problematici del rapporto tra il mondo contemporaneo e la religiosità, moderata dalla base conoscitiva delle fonti cristiane.

La domanda provocatoria che costituisce il sottotitolo del volume fornisce una realistica base di contatto tra la professione del cristianesimo che si interroga e muove da punti fermi nei cambiamenti della cultura e del senso comune, e il “pensiero debole” – di cui Vattimo è esponente –, che muove in posizione critica sulla pretesa di primato insita nella fonte evangelica e di chi la confessa, pur volendo verificarne e farne proprie alcune ragioni. La lettura di quell’interrogativo può in effetti essere compiuta da entrambe le angolazioni.

Pierangelo Sequeri. Interrogazioni sul cristianesimo. Cosa possiamo ancora attenderci dal vangelo?

1. leggi il testo dell’introduzione di Paolo Masciocchi

2. leggi la trascrizione della relazione di Pierangelo Sequeri

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1. premessa di Giovanni Bianchi 07’50” – 2. introduzione di Paolo Masciocchi 9’49” – 3. relazione di Pierangelo Sequeri 1h13’25” – 4. domande 18’39” – 5. risposte di Pierangelo Sequeri 21’30” –  6. domande 5’13” – 7. risposte di Pierangelo Sequeri 18’47” – 8. domande 8’58” – 7. risposte di Pierangelo Sequeri 19’20”

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Testo dell’introduzione di Paolo Masciocchi a Pierangelo Sequeri

La raccolta di riflessioni proposta da Mons. Sequeri nello scambio con il filosofo Gianni Vattimo – per tramite delle domande poste dal giornalista Giovanni Ruggeri – è una sintesi di elementi problematici del rapporto tra il mondo contemporaneo e la religiosità, moderata dalla base conoscitiva delle fonti cristiane. La domanda provocatoria che costituisce il sottotitolo del volume fornisce una realistica base di contatto tra la professione del cristianesimo che si interroga e muove da punti fermi nei cambiamenti della cultura e del senso comune, e il “pensiero debole” – di cui Vattimo è esponente –, che muove in posizione critica sulla pretesa di primato insita nella fonte evangelica e di chi la confessa, pur volendo verificarne e farne proprie alcune ragioni. La lettura di quell’interrogativo può in effetti essere compiuta da entrambe le angolazioni.

Le interrogazioni, che costituiscono la modalità di sviluppo del volume, fanno emergere molti aspetti problematici del contatto tra le prospettive sopra descritte. Di seguito, senza pretesa di completezza, è possibile sintetizzare alcuni punti-chiave del volume. Una prima considerazione viene compiuta in ordine al valore della fonte evangelica e al problema dell’interpretazione come strumento necessario per il confronto con gli assunti che coinvolgono le ragioni della vita umana. Le posizioni di Vattimo risultano fortemente legate all’imprescindibilità di una ragione storica e di una componente di tradizione umana in qualunque campo, che marca orizzonti interpretativi relativi, anche nella valutazione di una fonte che si propone come rivelata e vera. Tale elemento costituisce la base stessa del fondamento filosofico del cosiddetto “pensiero debole”, fondato sull’ermeneutica come strumentalità primaria di ogni rapporto con la realtà, negando di fatto qualunque assunzione fenomenologica. Poiché l’ermeneutica coinvolge l’attività di costruzione del senso delle facoltà umane, ne consegue che da tale posizione è coinvolto il valore stesso di una proposta di legame tra Dio e mondo. La posizione di Mons. Sequeri sul tema della fede rivelata è votata a distinguere con attenzione il momento storico dal fondamento che rimanda alla confessione della fede in quanto elemento di verità, pur essendovi un rapporto necessario tra queste due componenti. In tale riflessione, viene compiuto un riposizionamento del valore dell’interpretazione, sia nell’ambito scritturale che in quello del fenomeno stesso della fede, come modalità dell’azione umana.

Il punto critico del confronto è sintetizzabile proprio nel valore del fondamento della rivelazione cristiana, – ossia la presenza di Cristo come criterio vitale di Verità, pur narrato dalle Scritture – e nelle formalizzazioni che emergono nella Tradizione sulla scorta dei canoni che la Chiesa nel tempo ha indicato come discorsivamente scaturenti dalle Scritture a partire da Cristo. È il punto di maggiore difficoltà di composizione critica delle due posizioni, che mette anche in mostra le aspettative e gli orizzonti degli interlocutori. Da un lato Vattimo lascia trapelare tutta la propria difficoltà nell’assumere un fenomeno come base di argomentazione razionale, dall’altro lato Mons. Sequeri coinvolge nella riflessione i fatti stessi, ossia l’agire che scaturisce dall’assunto primario di Cristo, che va a modificare il percorso fondativo della relazione umana stessa. E, ancora, il teologo mostra come non vi sia dogma o assunto cristologico essenziale che non sia in realtà parte del nucleo narrativo dei Vangeli, e l’attività interpretativa umana non è delegittimata da tali assunti. Il teologo sposta l’attenzione su come debba essere assunto in dogma nell’ambito della confessione della fede. L’apologetica stessa infatti – ritiene mons. Sequeri – è tale se possieda una base di autocritica che consideri i limiti di esposizione del fenomeno cristiano nella costruzione di una koinè, ovvero di un contatto, con la cultura contemporanea. In tal senso viene affermata la necessità di rendere interessante e non solo validante il messaggio evangelico.

Viene quindi formulata da Vattimo la base del suo interesse per la narrazione cristiana e le sue dirimenti affermazioni, a proposito del valore del peccato, della salvezza, della grazia. La rilevanza etica del messaggio cristiano costituisce il fulcro di un raccordo tra gli aspetti semantici e valoriali spesi nell’ultima parte del libro nelle interrogazioni del teologo e del filosofo, insieme a un tentativo di comprendere gli orizzonti possibili del valore del cristianesimo e del senso religioso a contatto con la frammentarietà della cultura contemporanea. Se il valore della finitezza e della preghiera con le implicazioni sulla vita costituisce uno stimolo immediato per gli interlocutori (così da identificare un elemento di discrimine su molteplici questioni di ordine sia interiore che comunitario, nell’ambito della responsabilità umana), più articolato pare il concorso di elementi propri della cultura, su cui si chiudono le suggestioni del volume.

In ordine proprio a tali ultime suggestioni, può essere posto un quesito al relatore, sollecitato anche da alcuni elementi riferiti all’arte e al senso della comunità appena accennati da Gianni Vattimo. La cultura contemporanea soffre infatti di un difficile rapporto con la metafisica, poiché la condizione postmoderna è impermeabile al metafisico, e ostacola ogni espediente inteso a rivolgere all’interno dell’agire stesso un fondamento unitario (è il problema che emerge fortemente nell’Enciclica Caritas in Veritate). Non a caso è stata definita da Lyotard come fine di ogni narrazione: l’arte stessa, avendo assunto connotazioni più estetizzanti che veritative, ha smarrito questo orizzonte. Si potrebbe dire lo stesso dell’agire politico. Se allora è vera la provocazione svolta nel volume, per cui è Cristo e il canone cristiano cristologico la base di ogni fondamento veritativo e unitivo, come può essere epistemicamente narrata perché disinneschi le difficoltà del “pensiero debole”?

Trascrizione della relazione di Pierangelo Sequeri

Intanto ringrazio per il vostro invito, sono contento anche che voi siate qui; meritate un riconoscimento, vengono di sabato mattina ad ascoltare un teologo, devi dargli qualcosa di più per questa lezione. E sono contento perché ho anche l’occasione di ritrovarmi con Giovanni Bianchi, che è una persona cara che stimo molto e da tanto tempo.

E qui adesso voi mi mettete in imbarazzo e io cercherò di uscirne a vostro vantaggio perché mi sono immaginato di fare anche, penso nello spirito dell’incontro, il collegamento tra questa occasione che voi avete preso, certo stimolante, sulla quale vi darò qualche codice di decifrazione dell’incontro con Vattimo, e il tema generale che mi interessa: l’apporto del cristianesimo in un orizzonte definito non da un interesse dogmatico per quel che vi riguarda, e quindi teologico in senso stretto, ma cristiano storico, ecco; e quindi legato a questa dimensione, a questo orizzonte della partecipazione alla collettività che oggi è certamente una questione molto interrogativa in termini generali, ma ormai quasi lo si può dedurre dalla formuletta: cioè una società di individui intesi appunto, intesa e intesi, nel senso postmoderno corrente, non è un ossimoro: come fa a essere una democrazia una società di individui? Ci sarà un problema, ma bisognerà andare un po’ a fondo di questa cosa.

Certo, noi cristiani cattolici siamo a favore della democrazia, della libertà degli individui, tutto bene, però a un certo punto bisognerà che anche noi abbiamo il coraggio di guardare un po’ più da vicino questa cosa perché rischiamo di intrappolarci. Sosteniamo l’individuo, sosteniamo una società dai legami deboli perché giustamente non deve essere più ideologica, però dopo alla fine l’equazione democratica non ci torna nel senso giusto e quindi bisognerà forse applicarsi anche ai sensi, come dire, deboli se non contraddittori del concetto di democrazia, perché ne ha accumulati, non dico difetti di funzionamento, quelli tutti i sistemi ne hanno e ne accumulano, anche la famiglia come si sa. No, di contraddizioni, dico di contraddizioni concettuali.

E qui vorrei anche aprire questo capitolo: il cristianesimo certo non deve essere una cosa politica, tutto quello che abbiamo imparato, ma ha qualche cosa appunto per innescare, almeno a partire dai cristiani, un ripensamento virtuoso e quindi, lo dico esplicitamente perché sono tra amici che mi intendono, la possibilità di fare propria una dimensione critica della democrazia. Siamo sicuri che noi siamo contro il totalitarismo e a favore della democrazia nello stesso modo generico, astratto? Anche la democrazia è una realtà che si fa, e il padre della sua descrizione, Tocqueville appunto, in appendice mette subito: tutto bene, naturalmente sulla lunga distanza vedo che questo sistema correrà questi rischi e succederà così e così. Noi forse abbiamo perso questo, nella foga di proclamarci democratici, naturalmente giusto in televisione va bene perché lì si ha uno spazietto piccolo, devi dire delle battute, però nella realtà… E non sarà questa una ragione della debolezza, non dico dei cattolici in politica, eccetera, no, della debolezza, diciamo della scarsa lucidità con la quale il tema del rilievo della fede cristiana, che poi è una fede cristologica, la fede in Gesù, essenzialmente, non sarà che questa incertezza sul gioco, sulla linfa che ha da mettere in circolazione, dipenda proprio da questo? Perché un pensiero debole, un pensiero ingenuo della condizione attuale di quello che chiamiamo sistema democratico poi, naturalmente indebolisce ogni apporto e non consente reale spazio per questo collegamento.

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, una battuta per decodificare questa partenza che voi avete chiesto: sono anche sorpreso, si vede che siete persone attente e che non guardano solo gli spot della pubblicità perché questo libro non se l’è filato nessuno; in realtà esiste da più di 15 anni, credo, e ha avuto una storia curiosa perché si è tanto insistito per averlo. In quell’epoca Vattimo e io avevamo più rapporti, una certa consuetudine, lui diceva che aveva il suo monsignore di riferimento, e io dicevo: non dirlo però in giro, perché ho una posizione… Facciamo così, ecco. Però Vattimo è una persona molto generosa, molto buona di animo e quindi possiamo tutto discutere e io ho discusso, poi tutti i pensatori hanno la loro evoluzione, va bene, una persona molto generosa e molto buona di animo, diciamo. In quel momento però era in una fase… forse adesso non scriveremmo un libro in questo modo, naturalmente, era in una fase nella quale effettivamente perseguiva a suo modo questo progetto. Forse adesso lo ha un po’ abbandonato ed è ripiegato più sull’idea del cristianesimo come opzione soggettiva, come spirito nel quale lui comunque a suo modo si riconosce anche se poi non può condividere nessuna delle sue interpretazioni, diciamo, autorevoli o comunque definite. Allora era invece in una fase in cui cercava di uscire da questo snodo e cioè entrare totalmente nello spazio dell’ermeneutica, e cioè dell’interpretazione, senza proprio arrivare all’estremo di Nietzsche: ci sono solo interpretazioni e non fatti, quindi tutto è un gioco dell’interpretazione e non c’è un referente, un indicatore al quale dire: sì, sono interpretazioni ma valgono in quanto sono interpretazioni di questo e hanno senso perché sono interpretazioni di una realtà.

Lui resisteva in tutti i modi ad arrivare fin lì, però d’altra parte voleva spingere in ogni modo per far valere, all’interno del cristianesimo, questo criterio dell’interpretazione, diciamo, nel senso più largo possibile. Quindi, la massima pluralità all’orizzonte massimo possibile, lo spazio più grande che si potesse alle interpretazioni, in modo che lo spazio dell’interpretazione del cristianesimo fosse il più inclusivo possibile. Ecco, come dire, e quindi sì, non voleva arrivare a togliere del tutto il riferimento. Lui diceva: io non lo chiamerò mai fondamento però capiva che se c’è un cristianesimo si riferisce a Gesù. Meno di quello non puoi togliere. Nello stesso tempo dice: però se c’è il primato dell’ermeneutica, le interpretazioni sono larghe, sono tante, e quindi il cristianesimo diventa inclusivo; questo riferimento a Gesù riesce a valere per tanti. Se invece non c’è il primato dell’ermeneutica, ma della definizione del dogma, eccetera, ecco, significa scrivere un cerchio di interpretazioni ammesse, molto piccolo, perché ormai è diventato molto piccolo (lui dice: molti dei credenti non so se credono a tutti i dogmi, già forse sono troppi anche per loro), molto piccolo che esclude molto. Allora, basta che tu non dici la parola che devi dire e sei fuori.

L’ho detto al meglio che posso, dal mio punto di vista. Io accetto il confronto con questa intenzione in questo testo, perché credo che lui fosse sinceramente intenzionato a dire: va beh. Siccome però c’era anche questo fatto, che qui si incrociavano anche due retro-pensieri, diciamo retro-pensieri non nel senso infido della parola, ma di presupposti, che erano in controtendenza con questo quadro, e vi spiego.

Dal mio punto di vista il retro-pensiero era: io devo correggerli, il cristianesimo è interessato a correggere questa visione del dogma, come se piovesse come una regola in un apparato di tipo giuridico-positivistico. Dice: questi sono gli assiomi, prendere o lasciare: Devo spiegarmi che anche il dogma effettivamente è un’interpretazione, quindi una regola canone, qui si usa spesso la parola canone, canone vuol dire regola. Si va da questa parte, per esempio, non si può dire che l’incarnazione di Gesù è un’apparenza, come dicevano alcuni, anche con le migliori intenzioni. Perché lo facevano? Perché Dio non vorrai che si comprometta con la carne, un corpo vero deve mangiare e fare altre cose orribili e tu vuoi che Dio… Capisci, non è stupida la cosa. Se voi pensate che ognuno cerca di custodire la purezza di Dio, dice, ma come? No, era soltanto un’immagine per farsi vedere da noi. Il dogma che dice: no, non era un’immagine, era un vero uomo, se era la strada no, si va di qua, dopo c’è ancora tutto per cercare di capire, di fatti la storia è questa, dopo si tratta di capire e allora se era un vero uomo che cosa vuol dire? Vuol dire che non può fare questo, non può fare quell’altro e qui si è discusso: no, perché non può farlo? Capito?

E quindi, da un lato io mi trovavo a giocare con delle carte in cui dovevo correggere questa visione che attualmente è ritornata purtroppo con una certa tranquillità. I giornali continuano a rappresentare il cristianesimo secondo questo protocollo illuministico che la teologia non usa più, quasi più, perché ci sono sempre i duri e i puri, questo protocollo illuministico che dice: ah, il cristianesimo, c’è una rivelazione dall’alto, si decide di credere, perché la fede si sa è una cosa irrazionale, non è che se ne possano spiegare le ragioni, e poi c’è l’autorità della chiesa che impone appunto che cosa devi pensare. Poi c’è la ragione che, invece, appunto conosce, interpreta, fa i conti con la realtà e non può, nell’ambito della conoscenza, ricevere delle imposizioni. La conoscenza si fa regolare dal suo oggetto, dai suoi criteri, dai suoi strumenti e non da un’imposizione autoritaria, dogmatica, eccetera.

Ecco è ritornato e, devo dire, la pigrizia del cristianesimo oggi è una grande indulgenza: sì, protestano pro-forma, gli ecclesiastici e non: no, ma cosa dice? Non è proprio così, però dopo danno l’idea che, nonostante tutti gli sforzi che abbiamo fatto in questi cinquant’anni questi cedono sul finale, e danno l’idea che sì, d’altra parte se vuoi essere cattolico è così, e alla stretta poi è così.

Bisogna cercare di non insistere perché non si fa tanta bella figura in un regime democratico sostenere una visione di questo genere, però è così. Questo certo è in po’ frustrante al tempo in cui si è fatto questo dialogo, ancora non era così. Diciamo che c’era da sessanta, settant’anni, quasi un secolo, un cristianesimo che cercava invece di sganciarsi da questa visione rigida, pur appunto dovendo presentare il lato sensato del fatto che il cristianesimo, se non ha adesione al canone di Gesù Cristo, se non crede che Dio si manifesta lì, per meno di questo non sa più che cosa essere. Quindi, l’idea di un canone e un canone significa che poi c’è un canone della preghiera, il Signore ha: detto fate questo in memoria di me e la Chiesa fa la messa, il canone della preghiera significa questo, non fa la festa che gli viene in mente, non dice: l’anno scorso abbiamo fatto la messa ma adesso cambiamo, non ha senso.

Da un lato c’era questa cosa e cioè dire sì, devo difendere l’dea di un canone e nello stesso tempo fare in modo che non coincida con questa idea dogmatica della cosa che cade dall’alto e che uno crede così, perché gli viene in mente di credere, ma non c’è nessun altro riferimento per questo-

E lui, a suo modo doveva combattere, diciamo, con un primato dell’ermeneutica, cioè delle interpretazioni che, come ho detto, andava a sostituire totalmente il riferimento alla realtà. La storia è fatta di interpretazioni che vuol dire che ciascuno interpreta le cose come ritiene meglio e poi cerca di far valere queste interpretazioni nella realtà. Ma non è che un’interpretazione possa avere un riferimento alla realtà migliore di un altro, ognuno ha il suo, proprio come si dice comunemente delle religioni, ognuno ha la sua. E in quel momento Vattimo, anche lui aveva questo suo problema: difendere con me, diciamo col cristianesimo ortodosso secondo lui, l’idea del primato dell’ nterpretazione, cioè che non ci sono formule così fisse che non consentano punti diversi, interpretazioni diverse, modi di vedere, eccetera, ma senza cadere appunto nella resa nietzschiana, cioè non ci sono fatti, ci sono solo interpretazioni, e nella resa post-moderna: non ci sono appunto conoscenze certe e non ci sono più grandi racconti nel senso che possano fornire un punto di riferimento valido per tutti. C’è una miriade, appunto, di sensibilità di interpretazioni e, diciamo, la nuova epoca è questa in cui esse vengono fatte valere.

E naturalmente questa dialettica, sotto traccia, alla fine non può non alludere, anche se filosofi e teologi non sono contenti di nominarla, non può alludere al tema del vostro corso. E cioè: quale immagine ispira questa ricerca? L’immagine della democrazia moderna. Noi diciamo: dobbiamo trovare un modo di regolare le cose sia dal punto di vista della filosofia, sia dal punto di vista del cristianesimo, ormai che non distrugga quello che abbiamo faticosamente conquistato, e cioè la convivenza di punti di vista diversi, la possibilità ciascuno di decidere, appunto, dell’insieme della comunità, eccetera, eccetera. Senza che questo significhi per ciò stesso che qualcuno si trovi, per così dire, a essere indicato come traditore della comunità o scomunicato dalla comunità. La democrazia appunto ai nostri occhi rappresenta questa immagine e quindi questa battaglia, per così dire, non è soltanto teorica; dietro ha questo fatto: nessuno dei due in questo momento, né la filosofia, né la teologia, diciamo così convenzionalmente per dire, a me non piace dire fede e ragione, perché mi sembra un’alternativa un po’ eccessiva, mi sembra quasi di dare ragione all’idea che sono dalla parte della fede e la ragione dall’altro lato. Ecco, non allarghiamoci, voglio dire, e forse vale anche viceversa, come se l’attore sociale razionale fosse quello che non crede in niente; quello che non crede in niente è pericoloso, non è un attore sociale razionale, è semplicemente pericoloso.

Allora dietro c’è questa immagine. Va bene. Piccolo aneddoto: questo testo, insomma, per quello che valga, parlo per me soprattutto, come ho detto praticamente fu ignorato. Posso anche capire, è curioso che tra le pochissime, saranno quattro o cinque, non dico recensioni, ma insomma annotazioni che si guadagnò, spiccavano due dalla parte teologica, una di un teologo protestante, molto duro e puro, e una di un teologo cattolico molto, diciamo, dialogico, ecco, molto confrontante e dialogico. Il primo diceva: ecco, ti pareva, Vattimo fa un discorso di apertura, di confronto, eccetera, e poi c’è il teologo che invece gli piazza i suoi soliti dogmi; va bene, per essere un teologo mi pare una recensione significativa. Ma il teologo cattolico non era di meno e il teologo cattolico dicendo sì è vero, Sequeri presenta per così dire le ragioni del cristianesimo, però come si permette di criticare Vattimo, che in fondo sostiene l’idea cristiana dell’amore che accoglie tutti, che abbraccia tutti, che include tutti, eccetera, comunque sgridava anche lui me. Questo è il succo che devo confessare.

Adesso non voglio fare perdere tempo a voi, ho voluto inquadrarvi il tema perché adesso vorrei, invece, per conto mio proporvi un’interpretazione, diciamo, a partire di qui, un’interpretazione della chiave che voi chiedete, cioè l’apporto del cristianesimo che, in sostanza, è questo poi il tema, nella condizione attuale.

Finisco con questa aneddotica: intanto ricordo che questa faccenda curiosa del libro con verità è buffa, e anche un po’ alla Jonesco, perché io ho detto a Vattimo questa cosa: sì, come quelli che scrivono un libro, un annuario filosofico, allora lo pubblicava Laterza, intitolato Sulla religione e dicono siccome il tema è importante, abbiamo allargato la partecipazione al raggio più ampio, qui ci sono filosofi, politologi, antropologi, psicanalisti, eccetera, naturalmente abbiamo lasciato fuori i teologi perché loro ci credono. Scusa, che roba è? Sarebbe come dire: facciamo un grande convegno interdisciplinare sull’inconscio, chiamiamo filosofi, esperti di cucina, politici, eccetera, ma non gli psicoanalisti perché loro credono che ci sia. Che razza di ragionamento è? E Vattimo dice: eh sì, mi sembrava la parabola di Nathan, con un tema certamente non così grave perché.. .e gli dico: guarda che l’hai firmato anche tu, perché la prefazione l’ha fatta in verità Vattimo. Mi guarda e dice: ah, sì? Per dire che anche l’uomo ha i suoi lati di tenerezza.

Il secondo aneddoto è questo testo per cui sono anche curioso di sapere, ma ve lo chiedo dopo, quando siamo fuori dal lavoro, diciamo, come l’avete scovato? Perché questo libro poi è stato abbandonato dall’editore, dal quale editore c’erano persone, tu le conosci certamente, alle quali io ero e sono affezionato, persone per bene, eccetera. Io non sono entusiasta della copertina che mi sembra lievemente inquietante; cosa dobbiamo aspettarci dal cristianesimo, badabam, è c’è un coso funebre, un drappo funebre che m’inquieta un po’. L’editore lo mollò, semplicemente, ma gli editori hanno il diritto a gestire le loro cose, anche in rapporto al marketing, comunque lo scaricò, non organizzò nessuna presentazione, nessuna cosa, niente. Nelle bibliografie di Vattimo, o quando si presenta il suo pensiero, non compare praticamente mai. Nelle bibliografie del Sequeri, o quando si presenta il mio pensiero, non compare praticamente mai, da quiundici anni è così. Quindi si vede che forse c’è un tema di sociologia della conoscenza per cui è l’unico approccio possibile perché dal punto di vista dei contenuti, diciamo, che è un libro come un altro, ecco, e in un certo senso discute dei temi che allora si discutevano, e se ne discute ancora in molti modi. Non è che contenga qualcosa di particolarmente imbarazzante. Insomma, questa è la storia.

Potrebbe essere, ma lo dico solo per introdurre la seconda parte della mia conversazione, potrebbe anche essere che effettivamente se è vera la chiave… io sono coinvolto. ma naturalmente non è che ho necessariamente che la mia interpretazione del come funziona questo testo e del cosa c’è dietro che vi ho raccontato sinteticamente, debba essere per forza la migliore; uno scrive una musica e poi non è detto che lui la suoni meglio di un altro, magari trova un interprete che non l’ha scritta che però entra dentro in modo più persuasivo. Premesso questo, a me sembra che potrebbe esserci una spiegazione: se la situazione è quella che ha descritto lui, come io penso che sia, questo è vero, non dico in quanto libro, ma questo modo di confrontarsi tu non sai dove metterlo. Perché non è apologetica, perché non è l’apologetica del vecchio impianto, credere, obbedire, combattere, questo è il cristianesimo, prendere o lasciare. No. E non è neanche però la democrazia a tutti i costi, il posto di verità a tutti i costi, c’è un grosso annuncio, un posto per tutti, va bene tutto.

Ma anche dalla parte di Vattimo non è semplicemente il nichilismo di chi dice: va beh, non c’è alcun riferimento sicuro e quindi si va alla ventura come si può, perché lui cerca di resistere qui, in questo testo, capisci, rispetto ad altri, a questa cosa onestamente. E allora può darsi che ci sia una spiegazione, un po’ inconscia forse, che uno non sapendo bene dove collocarlo, cioè non è proprio drasticamente critico nei confronti di ogni metafisica possibile, diciamo così per intenderci, non è così drasticamente apologetico di una visione dogmatica del cristianesimo che dice: va beh, certo col rispetto di tutti, ma il cristianesimo è questo, tu prendi le idee e giuri su quelle, punto e basta. Capisco che non si sa dove metterlo e forse già allora era un po’ difficile collocarlo, forse ancora adesso lo è.

Ma tenendo conto di questa decodifica e quindi facendo perno su questa idea, che c’è un’interpretazione, come dire, estetica, e anche etica, come quella di Vattimo, che voi sapete viene da lì, il suo percorso è quello… Uno dei libri più belli di Vattimo è Poesia e ontologia, scritto ai tempi in cui era allievo di Pareyson, dove ci sono delle osservazioni molto acute, anche a proposito di Heidegger che dopo sarà il suo cavallo di battaglia. E poi è entrato appunto in questo mondo dell’interpretazione heideggeriana di Nietzsche e questo contatto con la sfera post-moderna, e quindi con il tema del nichilismo, è ci è entrato significativamente portando con sé in dotazione la questione degli affetti. Perché il grande pubblico conosce Vattimo per il credere di credere, quindi in una chiave che sembra epistemologica, ma certamente l’interesse di Vattimo per la filosofia e per il cristianesimo è un interesse a ricollocare al loro posto, a trovare spazio nel pensiero per le affezioni, cioè per i legami che non sono riducibili appunto alla ragion pura e nemmeno all’ottimizzazione del calcolo del rendimento. Quella che oggi, con una lingua che io mi rifiuto di parlare, si direbbe la logica dell’amore. Io prescrivo ai miei studenti di teologia di non usare incautamente la parola amore quando parlano del cristianesimo perché se no li boccerò, li rimando a casa; perché in un contesto linguistico dove amore vale per Dio e per i chiuaua, io non voglio che la si adoperi in questo senso così generico.

Ora il nostro tema. Io, nel mio piccolo naturalmente, ho un percorso abbastanza analogo. Giovanni Bianchi l’ha richiamato un po’; in un primo momento mi è sembrato appunto che fosse un buon argomento, una buona chiave per entrare in ciò che del cristianesimo era rimasto non pensato adeguatamente, il tema dell’estetico, cioè a dire: certo che il cristianesimo, se insiste troppo a presentarsi per concetti chiari e distinti, che si devono affermare o negare, forse perderà le parole per dire ciò che ha di più caro. E cioè che l’idea che Dio non soltanto ci rivela delle cose che altrimenti non sapevamo sull’aldilà, ma stabilisce con noi un legame irrevocabile per cui dove andiamo noi va anche lui. Il che vuol dire che farà di tutto per non farci andare all’inferno perché se no ci finisce un po’ anche lui, perché l’incarnazione è questo.

Allora io dico: forse un cristianesimo che perde contatto con l’orizzonte dell’immaginazione e coltiva solo quello del concetto, con l’orizzonte dell’immagine, della fisionomia, capisci, un conto è dire spariamo a quelli che… e un conto è trovarsi uno davanti. Allora questo è soltanto una roba psicologica o fa parte della sostanza? Quando si parla di vita o di morte non bisognerebbe sempre, prima di decidere qualunque cosa, rappresentarsi un essere umano davanti a sé e non soltanto il concetto di uomo? Perché la rappresentazione aggiunge al concetto di uomo il tema di un’affezione che tu non puoi poi bellamente ignorare.

Poi naturalmente la cosa è diventata di moda sotto la sigla del rapporto fra arte e cristianesimo, il cristianesimo deve riprendere i rapporti con l’arte, parliamo, è tanto tempo che non… e io sono uscito di scena perché come tema della moda, è un vecchio tema da salotto che non ci ha portato niente. Ai miei studenti, per fargli capire, io dico: sentite ragazzi, qui ci vuole un pensiero un po’ più profondo per questa roba; l’estetica non è una parola magica. Martini scrisse: quale bellezza salverà il mondo? E il giorno dopo, la settimana dopo, un grande settimanale di attualità e di politica italiana intitolò così due pagine di pubblicità per i costumi da bagno. Così va il mondo, ragazzi. Bisogna essere come dice Gesù: siate un po’ astuti.

Allora io dico ai miei studenti: sentite non ci deve essere una corrispondenza biunivoca tra le due cose perché, vedete, noi abbiamo una chiesa blindata, dogmatica, come Dio comanda, la chiesa del Cinquecento e del Seicento, che ha riempito l’Europa di meraviglie comprese le donne e gli uomini nudi; se voi andate in Vaticano le trovate dovunque, e ha detto: qui si deve avere il senso e la profondità della grandezza del mistero di Dio, cosa che solo col concetto non si può avere. E quindi: sotto, e si preoccupò che fosse il migliore, non necessariamente il più devoto, Michelangelo non era il più devoto che potevano trovare.

E continuo con i miei studenti: adesso abbiamo una chiesa giustamente dialogica, colloquiale, ospitale, accogliente che ha ripreso il contatto con il mondo dell’arte, col mondo della gente, eccetera, e non produciamo un tubo di niente, non si vede un accidente di niente. Siamo stremati da robe da quattro soldi, non abbiamo più incanto, capito; entriamo in una chiesa e ci viene in mente di scegliere, come in aereo, il posto migliore, ma non è che restiamo per un attimo senza fiato e diciamo: dove sono capitato. E non dovrebbe essere questo? E di fatto andiamo nelle chiese vecchie per avere questa percezione. Allora vorrà dire qualcosa. Non è detto, le cose sono importanti, ma non è detto che la cosa venga afferrata soltanto perché siamo appunto più ospitali. Va beh:

Questo mi sembra così pericolosamente vicino al desiderio di estetizzazione: dove sono finite le belle arti, quelle che nel Settecento furono chiamate le arti belle? Nell’arte. No, gioia, sono finite nella pubblicità. Le ninfe adesso sono lì, Botticelli adesso è lì. La musica tonale adesso è lì, la musica che tutti capiamo è lì che si è rifugiata e spesso sono dei veri capolavori di tre minuti, sono delle cose strepitose, molto meglio dei programmi che interrompono.

Allora lo vedi che c’è una forza che devi andare a indagare perché poi lei si può girare da una parte, come si può girare dall’altra. E purtroppo lì il legame con la regia commerciale poi dopo ha le sue controindicazioni perché questi comunque con la bellezza ti rifilano qualunque cosa. C’è un bellissimo testo che io raccomando, un volumetto di Tiqqun che è un gruppo di riflessione critico-culturale francese che si chiama Elementi per una teoria della Jeune-Fille (Bollati Boringhieri, 2003): è un librettino, che fa una splendida ironia sul fatto che la nostra società, che è molto pluralistica, molto democratica appunto, molto articolata, eccetera, ha questa caratteristica che però ossessivamente trasforma tutto in una jeune fille, fa diventare tutto una ragazza seducente: la schiuma da barba, il televisore, il telefonino, la macchina, capisci, un oggetto, dice perché serve per telefonare, ma no, è un oggetto di devozione; i ragazzi oggi lo sgranano come mia nonna sgranava il rosario, con lo stesso movimento del pollice e con la stessa intenzione: toccare simbolicamente il mondo delle persone che ti vogliono bene. Mia nonna pensava agli angeli, alla Madonna che le volevano bene, anche se qui non mi vuole bene quasi nessuno, però loro mi vogliono bene, e questi qui pensano alle loro cose di Facebook, c’è qualcuno che mi vuole bene. Ehi!

È persino buffo perché il vertice della perversione, secondo me, adesso è estetizzante e la sua cifra per me, io la cito anche ai ragazzi, è questa: fate l’amore con il sapore. Ma siamo proprio alla fame vera! Non lo so, se siamo ridotti a questo… ma la mia mamma a me ha spiegato altre cose, ma comunque vuol dire che, ragazzi, che non ce n’è più per nessuno. Fate l’amore con il sapore è una roba che… va beh.

Allora, il secondo passaggio; qui c’è un rapporto tra l’estetica e il nichilismo che non va sottovalutato e quindi anche il linguaggio ecclesiastico deve sorvegliarsi un po’; la bellezza ci porta a dire: ma in un contesto come questo la bellezza indossa costumi da bagno, fa l’amore con il sapore! Ricordatelo, se no, senza volerlo, pur dicendo: ah no, questo no, il lessico gli dà man forte. Ma c’è una cosa più grave sulla quale appunto il cristianesimo oggi involontariamente dà man forte al lato, ma non è solo questo naturalmente, al lato che io chiamo nichilistico del post-moderno, che invece ha a che fare proprio con le affezioni.

E allora mi sono spostato su questo e ho detto: qui c’è questa faccenda che noi abbiamo un sistema di comprensione oggi dell’affezione, dell’attaccamento, che vuol dire anche devozione, adorazione (adorazione e devozione eccetera si usano oggi anche per l’amore, è quel lessico lì); il problema degli affetti è a chi e a che cosa attaccarsi, a chi essere devoti, a chi dedicare devozione, o a chi chiedere devozione. Non è la stessa cosa della logica della verità del concetto. E io qui ho sfrenato i miei e ho detto: guardate, che bisogna allargarlo quel tema lì della verità, che se va subito da quella parte noi abbiamo le idee chiare e distinte, una volta che abbiamo definito l’amore è fatta. No! C’è una verità del legame che invece non funziona così, che non basta dire la parola e definire il concetto, perché devozione è anche una cosa perversa, come vediamo oggi, l’adorazione è anche una cosa perversa, l’amore è anche una cosa perversa. Quando si dice che c’è una logica secondo il vecchio sistema che noi avevamo sposato la ragione mette le cose in ordine e poi purtroppo le passioni sono il luogo della possibile perversione. Invece no, le passioni sono luogo di logica, quindi sono perfettamente pensabili, esattamente come le idee chiare e distinte, e hanno appunto la loro alternativa, corrispondono più o meno alla realtà, corrispondono più o meno alla giustizia, ciò che è giusto, ciò che deve essere, corrispondono più o meno alla loro intenzione, proprio come le idee.

Certo, forse ci fa un po’ comodo dire che le idee le possiamo regolare, le passioni no, al cuore non si comanda e così le esperienze peggiori le scarichiamo da quella parte lì. Non è vero, non è vero. Solo che dal tempo dell’illuminismo nessuno scrive più di logica delle passioni, abbiamo soltanto la psicanalisi che ci è rimasta e quasi dobbiamo, come dire, dichiararla specie protetta, perché è l’unico comparto scientifico che ancora crede che dai grandi racconti del mito antico si imparano cose fondamentali sull’uomo,che servono persino per curargli delle brutte malattie. Che non è poco, sono gli unici che lo fanno, quasi non lo fanno più neanche i virologi.

Freud certo, povero figlio, si sarebbe tagliato un braccio pur di non ammettere questa cosa, però ormai era così e la sua fortuna era proprio questa, ma succede nella vita che si cerca una roba e si scopre la penicillina nella muffa residua di quello che cercavi. Ci può stare. La grande scoperta di Freud è un grande colpo al positivismo scientifico che lui amava moltissimo perché coi suoi pidocchiosi doveva dimostrare che era molto scientifica l’idea di curare con le parole, che quelli là lo mandavano a farsi benedire: meglio che torni a studiare il sesso delle anguille, te, Sigmund, che andavi meglio. Perché la seconda grande scoperta, è l’idea che ci siano sintomi, cioè cose che succedono al nostro corpo, che in realtà sono simboli di cose che succedono alla nostra anima. Scusate se è poco, noi lo abbiamo detto per secoli, poi a un certo punto abbiamo cominciato a dimenticarcene e arriva questo.

Allora, la logica delle affezioni diventa effettivamente un tema interessante per rimettere in gioco il cristianesimo, pur ché il cristianesimo sia disposto a sposare la logica delle affezioni, ad applicarsi alla logica delle affezioni, non semplicemente di nuovo a richiamare in causa gli affetti dicendo: eh certo, non bastano le idee astratte come dicono i predicatori tutti. Abbiamo un catechismo della chiesa cattolica di 1.500 pagine di definizioni e questi vanno sul pulpito a dire: sapete il cristianesimo non è un elenco di proposizioni che si devono credere. Padre, si dia una regolata, perché se a questi qui qualcuno gli spiega che c’è quella roba, te fai brutta figura; hai capito che gli cadono dall’altra parte del cavallo? Sii cauto, dì una cosa di compromesso, un po’ più democristiana, insomma, che era una grande scienza.

A quel punto ho dovuto fare marcia indietro anche Jordi-Agustin Piqué, sapete Piqué, quello della teologia degli affetti, eccetera. Non mi tirate in ballo perché se no mordo, perché se si tratta semplicemente di questa roba dice: beh, siamo anche un po’ affettivi perché non possiamo sempre e soltanto… No! È pericolosa quella materia lì, ha bisogno di teologia, ha bisogno di logos, ma ne ha bisogno perché i nostri affetti sono pieni di logos, noi desideriamo con tutte le forze di non sbagliarli. Non è vero come ci racconta il dogma dell’attore sociale razionale neo-liberista che noi, di per sé, siamo protesi ogni giorno a ottimizzare la saturazione dei nostri bisogni e delle nostre soddisfazioni. Non è vero. Noi siamo protesi all’idea di non sbagliare gli affetti, di non sbagliare gli attaccamenti. E quelli che appunto cercano in mille direzioni contemporaneamente sono vittime di questo panico, han sempre paura di aver sbagliato. E dice: guardi, me ne dia un’altra perché questa non va tanto. Questo è, capisci? Per paura di sbagliare, allora capire sta roba, c’è un logos lì.

Ecco, che cosa succede? Succede che alla fine, e chiudo dandovi la mia chiave, sinteticamente perché tanto poi è scritta dovunque. Intanto, io adesso abbandono provvisoriamente queste due frontiere perché ormai sono troppo in mano al nemico, l’estetica del nichilismo è troppo in mano al post-moderno, l’estetizzazione del mondo, che lo abbellisce, se magari è una schifezza, con qualche photoshop, non si nota, perché ci stanno prendendo per il naso in questo modo. È in mano al nemico anche l’etica degli affetti perché appunto essa è troppo servizievole nei confronti di questo narcisismo che ci viene imposto; però io che sono anche del Vecchio Testamento, ecco Giovanni Bianchi e io possiamo, voi invece siete ragazzi e ragazze di belle esperienze, ma noi due che siamo un po’ vecchietti, capisci, siamo anche dell’Antico Testamento, ci possiamo ancora difendere, ma uno, una creatura che viene su adesso e si sente dire: tu sei proteso alla realizzazione assoluta dei tuoi desideri, eccetera, questo è l’obiettivo, al meglio possibile, e nessuno ha il diritto di dirti come devi fare e che cosa, questo qui ci crede, povero figlio. E dopo è lì, tutti i giorni a domandarsi: sono veramente felice? Che è l’inizio dell’infelicità perché quando uno si domanda se sono veramente felice, trova mille ragioni per non esserlo. No, se cominciamo da questa parte…

Allora, paradossalmente, il mio territorio, per fare il mio gioco, ma il cristianesimo però su questi temi, in qualche modo deve sfondare questa roba, questo doppio apparato delle estetizzazioni e del narcisismo degli affetti, però non può farlo direttamente da questa parte. Allora, le mie due frontiere sono: uno è il diritto, lì spero di resistere un po’ perché appunto i miei non se lo filano tanto, e quindi prima che arrivino ad annetterlo al loro gioco forse ci vuole un po’, perché il diritto io lo tratto come il luogo dell’ingiunzione: Anche quelli che pensano che il diritto e la morale sono separati, eccetera, che va bene, capiamo in che senso, però non possono fare a meno di considerare che l’ingiunzione del diritto è più grave di quella della morale, l’ingiunzione della morale è più pesante, la morale si rivolge alla tua coscienza, ti dice: dovresti fare così, se vuoi essere retto, santo, giusto a seconda delle idee che hai, il diritto invece ti dice: devi fare così se no vai in galera, dopo se non ci vai è un’altra cosa, cioè devi fare così se no la polizia ti porta via, devi fare così se no… Quindi, l’ingiunzione lì è altro che dispotica. Voglio dire, l’ingiunzione del diritto è quel tipo di ingiunzione che una società preleva dalla morale, per forza perché deve essere una cosa giusta, considerata giusta, preleva dalla morale, la mette sotto la protezione del diritto assegnando quindi alla sua doverosità il diritto alla coercizione. Scusa se è poco. Dice: allarghiamo i diritti, ma come allarghiamo i diritti allarghiamo lo spazio alla coercizione, ti rendi conto di questo?

E qualcuno non ti deve svelare l’arcano e farti vedere appunto che questo allargamento comporta una proporzionata espansione del tipo di coercizione, delle cose che non potrai più pensare, capisci? Se assegniamo questo diritto a te, dall’altro c’è l’elenco delle cose che non potrete più pensare, che non potrete più dire, che non potrete più fare in corrispondenza a questo diritto riconosciuto, perché così funziona la roba. Non è come la parrocchia. Si deve vedere quindi, cioè la proporzione si deve vedere e hai voglia, deve essere per forza giustificato perché appunto il suo gioco è: se è talmente doveroso da meritare la protezione del diritto, e quindi la coercizione, bisogna che la sua doverosità sia esaminata con grande attenzione perché il suo peso sulla comunità è infallibile, secondo il principio del diritto, dovrà essere infallibile. A quel punto non ce ne sarà più per nessuno, ci sarà una serie di coercizioni che saranno legate all’assicurazione di questo diritto. E il padrone non potrà pretendere più di questo, e la scuola non potrà pretendere dai tuoi figli più di questo, eccetera, eccetera, perché se no è inutile che proteggiamo il tuo diritto, che so, all’istruzione piuttosto che a lavorare, eccetera.

Allora, una è questa, quindi portare alla luce un po’ questa cosa e quindi anche a un certo cristianesimo un po’ giulivo dire: guarda, fai i conti con questa cosa. Un intervento serio oggi del cristianesimo a proposito di queste cose, il cristianesimo dei comandamenti che dicono sempre no, ma facciamo il cristianesimo delle beatitudini che dicono sempre sì. Appunto, ecco: non fare questo lavoro. C’è scritto: beati quelli che piangono, cosa dobbiamo fare? Ogni giorno dice: non ho ancora pianto, andrò all’inferno. Non ha quel senso lì. E lo stesso vale appunto per il comandamento.

Allora, uscire un po’ dal luogo comune e dire: molto interessante la capacità che il cristianesimo dovrebbe avere, la capacità radicale, originaria, di mettere a fuoco l’ingiunzione come criterio, come assicurazione della verità. Cosa vuol dire? Certo, detto così è molto provocante. Vuol dire appunto che le due si giustificano insieme: come deve essere questa cosa per essere come deve, e non solo per corrispondere alla sua natura, alla sue esigenze, ma per essere come deve, come è giusto che sia, come fa il padre che dice: noi facciamo questo perché è giusto.

Lì l’ingiunzione è una qualità dell’onestà intellettuale: non te lo dico, ma fai così, può darsi che sia giusto, ma anche no. Che razza di istruzione di vita è questa. No, tu dai la tua testimonianza e dici: si fa così; un uomo onesto fa così, un uomo sincero fa così, un uomo leale con la parola data fa così. Quindi, vede l’ingiunzione da un’altra parte; l’ingiunzione dispotica è un’altra cosa, è quella che non si preoccupa né della verità, né del diritto, né della giustizia, semplicemente perché io comando. E c’è un positivismo giuridico che si vuole liberare dall’ideologia perché dice: non dipendiamo da nessuna ideologia e così evidenzia allo stato puro l’autorità della volontà pura. Si fa così perché lo stato ha detto così, perché chi ha il diritto di comandare ha detto che si fa così. Quindi queste carte si stravoltano molto.

Noi abbiamo una tradizione profonda di una religione: il cristianesimo è questo; anche nei confronti con le tradizioni religiose per noi non c’è nessun comandamento che sia esonerato dall’ermeneutica della verità e della giustizia, lo capisci? Nessuna ingiunzione di Dio che non porti in sé la sua raccomandazione e debba apparire semplicemente come la legge del Signore. Guardate quanto ha combattuto Gesù, quanto ha combattuto Paolo, nessuno, non c’è.

Anche l’antico comandamento incomincia così, le dieci parole che pure noi consideriamo l’abc della vita sul pianeta, non uccidere, non rubare, eccetera, furono motivate così, furono presentate così: io sono quello che ti ha liberato dalla schiavitù dell’Egitto, perciò ti indico la via della vita. Lo capisci che fa la differenza tra il comandamento dispotico e quello che invece, appunto, è motivato dal fatto che l’ingiunzione è anticipata dall’offerta di ciò che è bene e dall’attestazione, appunto, di un’affezione. Ho già dimostrato ciò che dico: fai così se vuoi bene alla tua mamma, eccetera, No, prima ti ho dimostrato quando tu non eri niente, forse eri anche un po’ disgraziato, di mia iniziativa, come i genitori che dicono: ti abbiamo fatto nascere, ti abbiamo mantenuto, cresciuto e curato con ogni amore, perciò quando il tuo papà ti dice si fa così perché un uomo che ha dato la sua parola la mantiene, non ha niente di dispotico questa ingiunzione. Capisci?

Questo è un percorso di valorizzazione, invece di continuare a trarre indicazioni dalla pura contrapposizione tra la legge e la grazia, la giustizia e la misericordia, che fa il gioco appunto di chi le ha separate, anche noi lo abbiamo fatto: la carità e la giustizia, e siamo andati in politica con questa roba. Ma sta a sentire, gioia. Sai come è la concezione cristiana? Che c’è la giustizia, sulla quale possiamo intenderci, che è la cosa assolutamente necessaria, poi c’è la carità che se uno se la sente, certo è un bravo ragazzo. Tutti comprano la prima, perché devono comprare la seconda? Non c’è motivo, è super-erogatoria per definizione, la presenti così. Non c’è giustizia lì, anzi c’è il suo allentamento. Qualcuno negli ultimi decenni ha cominciato a osservare: forse allora è anche pericolosa, perché con la scusa della carità si allentano i legami del dovuto, forse è pericolosa. Avevano ragione, mi spiace doverlo dire, è molto imbarazzante doverlo dire, ma c’è una verità in questo, certo, è probabilmente pericolosa perché non c’è nel canone cristologico, quello con cui discuto con Vattimo, quello attestato appunto dal Vangelo, al quale sempre bisogna andare per prendere ispirazione, non c’è neanche una parola che stabilisca questa alternativa. Si chiama giustizia la pretesa di Dio di ricevere il rendimento per il talento che ti ha consegnato, dice: ma è uno solo, sì, è uno solo ma devi far rendere anche quello. È una pretesa; e si chiama giustizia l’atto del Signore che condona al suo servo un debito miliardario e poi, scoprendo che il suo servo che ha ricevuto questo condono strangola il suo collega per quattro lire, allora vai in galera anche per il mio debito. Tutto questo si chiama giustizia e, se non siamo capaci di decodificarlo, stiamo un po’ zitti.

Il secondo elemento, che va più sulla metafisica, è un altro luogo comune che ormai è insopportabile, che ha fatto il suo compito, come qua carità e giustizia hanno svolto il loro compito nel Settecento e nell’Ottocento; quando lo stato non era più religioso si diceva ai cristiani: ci sono alcune cose che dovete fare e poi il cristianesimo ci mette del suo. Lo capisco, ma adesso è diventato equivoco, semplicemente equivoco perché adesso noi… questo protocollo favorisce una società cinica la quale chiama giustizia la massimizzazione del profitto e del rendimento, succeda quel che succeda, perché ha una logica. E quindi non gli verrebbe mai in mente di immaginare, in qualsiasi forma, un condono del debito. Proviamo, per fare solo un esempio, come modo della giustizia, per dirne una, perché è scarsa di fantasia e forse andrà alla malora per questo e ci trascinerà anche noi. A quel punto, capisci, se noi continuiamo a dire che c’è la giustizia, che è una roba che va bene, che è distributiva, ciascuno ha diritto a fare i propri interessi. Perché l’essere umano è questo. Poi c’è la carità, se uno vuole quello che ha onestamente guadagnato, lo butta. Mi sembra stupire entrambi i casi, capisci. Non è vero che diventa ingiusto, no, è un automatismo, non diventa ingiusto ciò che hai lecitamente guadagnato, questa è la bellezza del paradosso.

Il secondo elemento, che ha svolto a suo tempo nell’antica tradizione del cristianesimo un gran bel servizio… Ricordate Ratzinger quando diceva: quando venne al mondo il cristianesimo, che poteva diventare un pensiero perché in questa religione non c’è nessun abra cadabra, capisci? Una delle sue differenze planetarie è questa, che se voi guardate, lo diceva il grande Von Balthasar: se voi guardate il Vangelo non trovate niente che venga chiesto agli apostoli di credere che non venga anche spiegato perché lo capiscano. Niente. Una frase un po’ a effetto però per fare capire; qui siamo su un altro registro, qui non c’è nessun Dio dietro la tenda, come dice Paolo, è vero, che ti illumina, viene fuori Mosè con le corna di luce e chi si è visto, si è visto, perché noi il naso nella tenda non possiamo, non c’è! Qui ce le abbiamo tutti le corna di luce, dice Paolo, qui tutti ci vediamo. Non abbiamo bisogno di accettare a scatola chiusa, capisci? Nel momento in cui siamo ciechi, allora noi siamo costretti a ricorrere alla fede. Quando non vedo più un accidente allora è il momento di credere, no! Quando non vedo più un accidente è il momento di stare fermo e guardarsene bene, questa è la raccomandazione del cristianesimo. Se no, sei un cieco che guida altri ciechi.

Allora, l’altro elemento sul quale bisogna dare un po’ di battaglia, che ha direttamente a che fare con il grande protocollo del post-moderno, è l’idea della perfezione dell’essere come causa sui. Allora, questo non è il cristianesimo, non è nemmeno San Tommaso, semmai è Spinoza, che è anche quello che teorizza che la perfezione dell’essere è di ottimizzare la soddisfazione dei propri affetti. Spinoza era un genio, ha introdotto nella filosofia il tema degli affetti e dice: questa è materia geometrica, proprio come i triangoli, è materia razionale, mentre Cartesio l’aveva esclusa; la grande battaglia si è risolta a favore di Cartesio anche con l’aiuto di cristiani, purtroppo. Vergogna, ma bisognava stare più dalla parte di Spinoza e dire te sbagli questo, questo e questo, sei un po’ panteista, un po’ ateista, un po’ menefreghista forse anche. Però questa strada non fu scelta, scegliemmo l’alleanza con il razionalismo cartesiano, una ragione senza affetti che si fa da sé; altra perversione alla quale esponiamo senza battere ciglio le nostre creature. Questo spray, per l’uomo che non deve chiedere mai. Ragazze, l’uomo che non deve chiedere mai lo dovete rinchiudere, è pericoloso, non uno, sai, tosto; no, no, quello lì è un imbecille che picchia le donne, quello lì è un parassita, l’uomo che non deve chiedere mai, va rinchiuso, prevenzione totale.

Allora, causa sui cosa vuol dire? Ragazzi, qui è il tempo di sfoderare il dogma cristiano, che si dice che sia il più prezioso, ma è rimasto tanto sacrificato, che è quello della generazione del Figlio. Dio è unico ma in tutta la sua vita non si è mai fatto da sé e non è mai stato solo. Capite, vuol dire questo. Non esiste un principio dell’essere maggiore di quello della generazione del Figlio. Se lo volete sapere lo dice San Tommaso nell’introduzione al commento agli scritti di Boezio sulla Trinità; da un passo servitoso dice: tutto nel mondo e nell’eternità comincia dalla generazione del Figlio. È un passo che lui stesso non eseguirà, lo si può comprendere, dopo ha i seminaristi e dice: questi qui mi vanno fuori di zucca se gli dico delle robe troppo profonde, e quindi dopo gliel’ha aggiustata e dice: basta così: Padre, Figlio e Spirito Santo e buona notte; un unico Dio e non ti allargare perché in giro c’erano tutti quelli che dicevano: ah, sono uno, sono tre. Però c’è questa roba.

Allora capite, cosa vuol dire questa cosa? Avere l’idea che il fondamento dell’essere generazione significa che nessuno si fa da sé e che se uno tenta di farsi da sé si distrugge e ci compromette anche noi. Significa che l’essere generato è una delle risorse più preziose del pianeta perché di lì passano i fondamentali. E cioè, l’idea che la nostra vita, esteriore e interiore, cresce tanto più quanto più ne investiamo in generazione e diminuisce quando la investiamo in autorealizzazione, auto, causa sui, autos. Ma questo è un dogma duro da sfidare, perché diciamo che il grosso del cristianesimo l’ha sposato a mani basse. Nelle parrocchie i gruppi del giovedì insegnano platealmente la dottrina dell’autorealizzazione, dopo dicono: il cristianesimo sarebbe dare la vita per il prossimo, e ciao, cade dalla parte del cavallo: questo qui me l’hai tirato su con l’idea che chi ti realizza? il Cristo? Ecco, anche lui c’ha il suo flacone per realizzarsi, è diventato lo strumento che ottimizza, tra poco farà passare anche i brufoli, lo strumento che ti consente l’ottimizzazione della realizzazione di te e adesso gli vai a dire, quando ormai non è più tempo, che il cristianesimo, sai, è dare la vita, eccetera, in questo modo un po’ romantico è un po’ improbabile che questo ragazzo qui non sa bene cosa fare, deve svenarsi. Di fatti, in altre religioni molti pensano: va bene, mi farò ammazzare per il nostro Dio. Perché i ragazzi sono generosi, quello che gli spieghi poi alla fine devono trovare la forza di farlo, hai capito cosa voglio dire??

Allora, ecco questa è la seconda parola che, secondo me, noi avremmo… Per chiudere con la mia introduzione, può una società di individui sussistere? No, affonderà. Seconda domanda, più insidiosa ma da approfondire: può una società di individui essere una vera democrazia come ce l’abbiamo in mente dai padri della democrazia? Sicuramente, no. Dunque, se noi riusciamo persuasivamente a introdurre l’idea che il consenso sulla giustizia è necessario per la giustificazione dell’ingiunzione, non basta che sia una facoltà di chi ha il potere, dobbiamo convenire sulla giustizia perché fino a quel momento dobbiamo guardarci bene da ingiunzioni a destra o a manca. E se riusciamo a introdurre questa convinzione che la causa sui è un’illusione ed è un flop; io ho fatto un corso di filosofi del diritto e l’ho intitolato “Deontologia del fondamento”. Chi, a parte il cristianesimo, può usare una roba del genere? Cioè osare di far pensare agli esseri umani che è giusto che anche il fondamento, chiunque sia, abbia una deontologia e quindi non possa far espandere come vuole, con chi vuole e quello che vuole. Per essere credibile non basta che mi dimostri di essere l’assoluto che ha fatto il mondo e può fare qualsiasi altra cosa, deve dimostrarmi che è capace di voler bene e deve dimostrami che è capace di farlo nel modo giusto, mi deve persuadere della sua giustizia. Capisci? Le parabole ci sono per questo. Dice: sì, è una giustizia che forse non ti immaginavi, ma se ci pensi bene non ne rimane fuori nessuno in realtà, è una giustizia che ha un suo rigore. Però è buona per tutti, ci guadagnano i pii israeliti, i samaritani, i pubblicani, le signore di facili costumi, l’operaio dell’ultima ora, quello che è stato sfortunato. Prova a pensarci.

Ecco, questo a me sembra, capito, che nella cultura anche della politica, non per metter dentro la teologia, ma se il cristianesimo riconquista la pulizia di questi suoi principi, diciamo, di orizzonte di pensiero, voi capite che un po’ di filo da tessere, anche persuasivo, per articolarsi con la testimonianza che una politica altra è davvero possibile e una democrazia altra è necessaria. Una politica altra è davvero possibile perché una democrazia altra da questa, quella della società degli individui, è necessaria, se no questa ci affonda.

Grazie.

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