Pio Parisi. Lettere agli amici.

Padre Pio Parisi, negli ultimi anni, quelli indicati nel volume, ha cominciato a scrivere delle “lettere”, mosso dalla sua ricerca spirituale. Queste “lettere”, alcune, almeno, erano indirizzate ad amici particolari, ma il loro contenuto riguardava tutta la cerchia dei suoi amici. Questa forma di “lettera” assunta dalla sua meditazione, ha reso possibile anche la costruzione del volume. Ad alcuni amici delle ACLI, milanesi, e vorrei qui ricordare soprattutto Giambattista Armelloni, è venuta l’idea di raccoglierle e di offrirle ad un pubblico più vasto. Il contenuto di quelle “lettere”, la passione che esprimevano, rendevano necessaria agli occhi dei curatori, una circolazione più ampia.

1. leggi il testo dell’introduzione di Giuseppe Trotta

2. leggi la trascrizione della relazione di padre Pio Parisi

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Testo dell’introduzione di Giuseppe Trotta a padre Pio Parisi

Questo volume non è nato da un’intenzione dell’autore, ma da una serie di circostanze particolari. Padre Pio Parisi, negli ultimi anni, quelli indicati nel volume, ha cominciato a scrivere delle “lettere”, mosso dalla sua ricerca spirituale.

Queste “lettere”, alcune, almeno, erano indirizzate ad amici particolari, ma il loro contenuto riguardava tutta la cerchia dei suoi amici. Questa forma di “lettera” assunta dalla sua meditazione, ha reso possibile anche la costruzione del volume. Ad alcuni amici delle ACLI, milanesi, e vorrei qui ricordare soprattutto Giambattista Armelloni, è venuta l’idea di raccoglierle e di offrirle ad un pubblico più vasto. Il contenuto di quelle “lettere”, la passione che esprimevano, rendevano necessaria agli occhi dei curatori, una circolazione più ampia.

I rischi di quest’impresa se li è assunti l’editore, Giovanni Napolitano, senza la cui disponibilità e senza la cui adesione convinta ai contenuti del testo, questo volume non sarebbe mai potuto uscire.

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Vorrei insistere un attimo sul titolo del libro che ad un primo sguardo può apparire banale. Perché “lettere”. La lettera (e qui il ricordo non può non andare ad alcuni scritti del Nuovo Testamento) è un modo di comunicazione spontaneo, immediato. La lettera non è una relazione, un commento, un trattato. E’ in questo caso il racconto di un’esperienza spirituale. La lettera è rivolta sempre a qualcuno, è un dialogo tra me ed un altro, un confronto tra due persone e, attraverso loro, con tutti quelli che sono interessati a quel racconto. E’ un colloquio che si espande per crescita interiore, da bocca a bocca, da anima ad anima.

Anche l’altro termine del titolo non deve ingannare: amici, amicizia. Il termine amici è qui usato in modo del tutto particolare. L’amicizia di cui si parla, è analoga a quella cui alludeva Gesù, quando diceva: “non vi chiamo servi, ma amici”. E’ l’amicizia come espressione della fede nel Signore. Essa è sacramento ecclesiale. Cosa unisce i credenti? L’amicizia, che vuol dire reciproco ascolto, comunicazione spirituale. L’amicizia diventa nelle parole di Padre Pio Parisi, quasi sacramento della fede, fondamento dello stare insieme.

Quest’amicizia non è rinchiusa in se stessa, non parla solo ad un piccolo gruppo, ma al mondo. A credenti e non credenti, a tutti quelli che sono alla ricerca della verità e di un senso alla propria vita. In questo senso l’amicizia è espressione eminente della carità, che, come sappiamo da San Paolo, ha un primato sia sulla speranza sia sulla stessa fede.

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Abbiamo parlato del titolo, ma ci rimane ora la domanda fondamentale: cosa centra un libro come questo in un corso di formazione alla politica che ha per tema la globalizzazione?

Diciamo pure che ad un primo approccio non è facile capirlo. Eppure questo libro non solo parla della globalizzazione, ma ha con tale evento della nostra storia un rapporto interiore.

La volta scorsa il professor Magatti ci ha parlato della globalizzazione. Una delle cose che più mi ha colpito positivamente della sua relazione è stato l’accenno al fatto che la globalizzazione non è un evento nuovo, che la storia, almeno quella occidentale, ha conosciuto più globalizzazioni, diverse una dall’altra, che il problema consiste nel capire in che cosa queste globalizzazioni si differenziano e in che cosa si richiamino.

La penultima globalizzazione, lo ricordiamo tutti, è avvenuta alla fine del 1400 e agli inizi del cinquecento, trascinando i suoi effetti fino alla fine del 1800. La presa di Costantinopoli da parte dei turchi nel 1453 aveva costretto l’Occidente alla ricerca di una nuova via per le indie per sfuggire al controllo che la flotta ottomana aveva sul Mediterraneo.

Alla ricerca delle Indie, man mano ci si accorse che tra l’Europa e le Indie c’era un continente sconosciuto agli europei, di cui non si conservava memoria nella geografia antica: le Americhe.

In poco meno di mezzo secolo i vascelli spagnoli, portoghesi, olandesi scorazzavano l’Oceano atlantico e il Pacifico: iniziava la grande colonizzazione. In poco meno di cinquant’anni, la rivoluzione dei prezzi, cambiava le basi dell’economia europea. L’economia era diventata un’economia mondo, secondo la bella definizione di Wallerstein.

Non voglio insistere molto su questo aspetto, quanto sui caratteri di questa mondializzazione precedente a quella attuale. Quali sono questi caratteri? Un primo carattere è il genocidio. Poche cifre: venti milioni di morti nella sola America Latina, dovuti anche alle malattie importate dai conquistatori. Praticamente la scomparsa di intere civiltà e di intere popolazioni. Cosa è rimasto dell’America precolombiana? Un cimitero o un museo. Incas, Maya, Atzechi sono analoghi agli antichi egizi, anzi peggio, di essi si ignora anche la lingua. Cinquecento anni hanno creato una distanza superiore a quella di tremila anni.

Sette milioni di morti nell’America del Nord, con la quasi totale scomparsa degli indiani d’America. Oggi sono ridotti a folclore, in oasi turistiche dove si guadagnano la vita mostrando penne e danze a turisti di tutto il mondo. A queste cifre vanno aggiunti 10 milioni di schiavi importati dall’Africa. I neri resistevano di più degli indios alle fatiche della schiavitù, erano più docili e costavano di meno.

Seconda caratteristica: la colonizzazione fu intesa come una conquista cristiana di popoli primitivi. Si discuteva se avessero o meno un’anima. La mondializzazione si presentò come un nuovo tipo di “crociata”, direbbero oggi gli islamici. D’altra parte basta vedere i nomi delle città a Nord e a Sud delle Americhe, (S. Francisco, Los Angeles, San Paulo ecc.) per rendersi conto di quest’anima cristiana occidentale della mondializzazione, della conquista e dello sterminio.

Terza caratteristica: la mondializzazione si presenta come “civilizzazione” non solo religiosa, ma culturale, sociale, economica, politica. Cambiano completamente le economie dei paesi conquistati: scompare l’agricoltura itinerante, inizia un processo di urbanizzazione che è poi dilagato fino ai nostri giorni, fino alla mostruosità di metropoli con oltre venti, venticinque milioni di abitanti. Alle civiltà precedenti non è stato lasciato neppure il linguaggio: oggi lì si parla lo spagnolo, il portoghese, l’inglese, il francese.

Certo oggi le cose sono assai diverse: c’è una accelerazione vorticosa che sta destabilizzando il pianeta. Mi ha fatto impressione, l’accenno di Magatti al Medio Evo, per quanto riguarda le forme della politica di rete. Ci sono somiglianze profonde tra l’epoca pre-statale e quella post-statale che stiamo vivendo. Ma il punto su cui riflettere in questo incontro è sulle possibili costanti che si presentano in alcuni processi di mondializzazione. E’ proprio così diversa la mondializzazione moderna da quella contemporanea? Non stiamo incorrendo forse negli stessi errori? Guerre di civiltà e genocidio non sono parole oggi usatissime?

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Il contributo particolare del libro di padre Pio Parisi, che tiene conto di tutta questa memoria, è quello di indagare cosa vuol dire il processo di globalizzazione alla luce della fede. E’ una sua ostinata proposta questa della lectio mundi, questo discernimento della storia alla luce della Parola. Chi lo fa più ormai? La fede è sempre più un fatto interiore che non ha nulla da dire sulla storia, se non una incessante e assordante omelia etica.

Ma vediamo più da vicino le meditazioni del testo.

Un primo punto: rispetto e accoglienza dell’altro. Ci siamo, direte voi. Sono parole equivoche, del solito burocratese ecclesiastico. Infatti, non le troverete nel libro. Chi è l’ “altro” di cui questo libro parla. L’altro sono i poveri ed i piccoli. L’altro attraverso cui guardare la globalizzazione non è solo il mercato, la finanza, i mutamenti antropologicci, la politica post-statuale. La globalizzazione va vista con gli occhi dei poveri, degli umiliati, a partire dalla loro vita quotidiana, dalle loro relazioni umane. Umiliati non si nasce, si diventa.

“Mi rivolgo agli umiliati in quanto si sentono tali e accettano in qualche modo questa condizione perché ne intravedono il valore. Non mi rivolgo, in primo luogo, a quanti sono solo arrabbiati contro chi li umilia e cercano di vendicarsi rovesciando la posizione. Gli umiliati possono capire il senso di ciò che oggi succede. In un mondo che per molti versi non sa più dove sta andando, sono gli umiliati che possono far luce sul presente e sul futuro. Loro sono coinvolti, non stravolti. Chi sta fuori in posizione privilegiata, perché ricco e potente o perché distaccato in studi accademici gratificanti, non capisce. Non serve vedere, magari sul piccolo schermo, per poi giudicare ed agire, occorre provare sulla propria pelle per provare quel che succede” (pag.22) “Per accogliere il valore dell’umiliazione occorre rinunciare alle innumerevoli compensazioni ragionevoli ma distanti dalla vita del Signore: rinunciare alla rivincita, alla rivalsa, alla rivendicazione personale e comunitaria, alla appartenenza religiosa, alla religiosità che sostituisce e lascia in secondo piano la fede” (23)

Parafrasando un altro libro di padre Pio Parisi: possiamo parlare della globalizzazione dei piccoli e dei poveri. Da questa parte il fenomeno è poco studiato, con il rischio di cadere negli orrori della globalizzazione precedente. C’è un silenzio allarmante, a volte rotto dagli studi di Latouche e dei suoi amici. Sta per uscire in Italiano L’altra Africa. Latouche è un autore più volte citato da Pio. Il suo è uno sguardo dal “basso”.

Teniamo presente che tutte le statistiche dell’economia del cosiddetto Terzo Mondo sono false. Esse misurano si e no solo il 20% della sua economia, l’altro 80% è invisibile agli strumenti statistici, perché sommerso, perché pre-economico, pre-mercantile.

Ho parlato di “rispetto” ed “accoglienza”. Quando pensiamo alla parola accoglienza pensiamo al buon bianco che accoglie in una qualche maniera l’extra comunitario sui propri territori. Nel testo di padre Pio Parisi, l’accoglienza è una forma della carità, cioè condividere la vita dell’altro, la sua gioia e il suo dolore. L’accoglienza è una forma dell’amicizia e questa amicizia alberga solo tra i poveri del mondo.

La proposta di padre Pio ricorda da vicino quella dei piccoli fratelli di Carlo di Foucauld. Avete mai visto la loro rivistina? Sono frammenti di lettere da ogni parte del mondo, dove vivono piccole comunità, di due o tre fratelli: umiliati tra umiliati. Questa rivistina ci offre un esempio di comunicazione globale accanto ai poveri della terra, da poveri della terra. Non conquistatori di mondi, ma amici che condividono. Questa mi pare un’ottica che ribalta il consueto approccio alla globalizzazione sia da parte neoliberista sia da parte della sinistra. Globalizzazione come condivisione. La leva di questa globalizzazione non sono i grandi, ma i piccoli.

La speranza è la comunione di fede del popolo che crede in Gesù Cristo e di quello che crede in Allah. Non si tratta del confronto tra due teologie e due morali, né della convergenza nell’impegno sociale per la giustizia e la pace, cose peraltro della massima importanza . Non si tratta degli accordi di potere politico, economico o religioso. La speranza sta nella comunicazione della fede del popolo nella vita quotidiana, nei rapporti di lavoro, nella vicinanza di abitazione, nelle gioie e nelle feste, nei tempi e nei luoghi di sofferenza. In un paesino in cima a una montagna ero seduto accanto ad un anziano che si lamentava di molti guai. L’interlocutore, un giovane magrebino, gli ripeteva: se non credi in Dio crolla tutto” (124)

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Ma cosa vuol, dire che protagonisti sono loro? Qui entriamo nella seconda caratteristica di questo modo di vivere la globalizzazione. Essa riguardail potere. Questa riflessione su Vangelo e politica è lunga per Pio tutta una vita:

Io cerco di annunciare il Vangelo nella politica con una povertà di sapienza umana che mi deriva dal fatto che da quasi cinquant’anni non ho fatto altro che cercare di fare questo annuncio. Sono stato come un palo che sorregge l’indicazione: Vangelo nella politica. Ho cercato di indicare agli altri il cammino da fare. Sono rimasto fermo e sono invecchiato. Ho visto tanta gente guardare l’indicazione e poi andare chi a destra e chi a sinistra, o tornare indietro. Spero, con la grazio di Dio, di rimanere quel palo fino alla fine”(28)

Non si tratta di costruire un potere alternativo dei piccoli, non si tratta di una alternativa di potere, ma di una alternativa al potere o ai poteri. E’ un aspetto su cui riflettere. Si dirà: ecco le solite esagerazioni di Pio! Eppure basta leggere un libro come quello pubblicato recentemente da Marco Revelli per accorgersi delle assonanze. Sto parlando de La politica perduta, edito da Einaudi. Che rapporto c’è tra reciprocità e potere, tra responsabilità dell’altro e potere? Magatti ci ha parlato la volta scorsa di come stiamo assistendo ad una innovazione profonda del potere. Non più poteri degli stati, ma rete di poteri e sottopoteri che ricorda le forma medievali del potere. Una trama di poteri diversi che si intrecciano, scompogono, sovrappongono. Questo dice Magatti è l’avvenire del nuovo potere. Ebbene, la globalizzazione guardata con gli occhi dei poveri intende costruire una alternativa a questo potere.

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Il testo di padre Pio Parisi vi accenna appena, ma credo valga la pena riflettere su due parole: diritto e giustizia. Alle spalle del diritto c’è la forza. La legge crea il diritto, ma insieme nasconde la dimensione della forza che ci sta dietro. Il diritto è un argine alla violenza, alla prepotenza. Ma proprio per questo, in un certo senso la presuppone. Infatti nelle epoche di transizione si scopre il lato debole, fino al ridicolo, della sovranità del diritto: lo Stato più forte aggira il diritto, o più semplicemente lo deride, fa come se non ci fosse, o, ancora, più semplicemente lo distrugge. Le vicende dell’ONU e delle ultime guerre hanno rivelato questo lato tragico del diritto. Aveva ragione il giovane Marx quando indicava l’irrimediabile lacerazione tra borghese e cittadino. Il cielo della politica ha alle spalle l’inferno del mondo.

Al diritto si contrappone il senso biblico della giustizia. Nel linguaggio biblico l’inno alla giustizia lo si trova nel discorso delle beatitudini: “Beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati..” Paolo parlerà di Cristo come la giustizia di Dio. E in che cosa consiste questa giustizia: nella misericordia fino alla morte, e alla morte di croce. Al Dio che brandisce la spada si è sostituito Gesù, Dio che muore sulla croce per i suoi amici. La giustizia ha sempre con sé, anche nelle versioni secolarizzate, questa dimensione escatologica, che è poi condivisione radicale del dolore del mondo e speranza di un mondo possibile, oltre quello attuale. E questo mondo possibile già vive nelle azioni di reciprocità, di fraternità, di condivisione, di non potere. I poveri che allude questo libro non parlano il linguaggio del potere, ma quello della giustizia nel senso evangelico di questa parola. E non ha importanza che credano o no, che siamo cristiani, musulmani, atei. E’ la loro condizione di povertà che li fa estranei al potere e aperti alla giustizia.

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Ma come è possibile ascoltare questa sete di giustizia? Qui accenno ad un’altra proposta di padre Pio Parisi, quella del silenzio. Per comunicare bisogna fare silenzio. Un lettera del libro si presenta come una grande apologia del silenzio.

Molto più importante, anche per la politica, è il saper tacere, anche interiormente. Il silenzio è resistenza, è possibilità di continuare ad esistere. Se la politica è azione, questa presuppone l’essere, che, a sua volta, presuppone il silenzio.. La via più praticata per non ricordare è quella di parlare d’altro, evitando accuratamente che il silenzio riproponga ciò che è passato.. Per non dimenticare è necessario praticare il silenzio, quello che dà spazio alla memoria.. Dal silenzio nasce il parlare con verità. Occorre liberarsi dal parlare a vuoto, dal parlarsi addosso, dal parlare per evadere con l’impatto con la realtà” (53)

Il nostro mondo è invaso dal rumore: rumore delle parole, delle immagini, dei suoni. Un rumore ininterrotto, assordante, che trascina la mente ed il cuore in una comunicazione ossessiva, alienante, dove non è possibile ascoltare più l’altro. Per ascoltare bisogna tacere. Accucciarsi in un angolino della nostra stanza e della nostra mente e svuotarsi di se stessi, dei propri progetti, delle proprie aspettative. Staccarsi dal rumore anche del proprio io e ascoltare. Simone Weil esprimeva le stesse cose con una parola densa: l’attenzione. L’attenzione è una disciplina dell’anima. Sembra un gioco assurdo: cosa volete che senta se mi sottraggo alla comunicazione che mi circonda e mi attraversa? Entro in un vuoto spaventoso, non so cosa fare, cosa dire. Questo silenzio è sconcertante, interrompe il flusso del fare. Ma basterà attraversare questo flusso per sentire altre voci, altre parole. Senza questa cesura del silenzio non si entra in un’altra comunicazione. Si rimane in una comunicazione di cui siamo un terminale, un passaggio. E non ha importanza che sia di destra o di sinistra. Il silenzio è la porta stretta, difficile, che solo ci consente la parola dei piccoli, degli umiliati, degli offesi.

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Vengo all’ultima caratteristica della globalizzazione come mi sembra sia indicata nel libro di padre Pio Parisi. Essa riguarda l’Apocalisse, il “fare l’Apocalisse“. Negli ultimi anni la lettura dell’Apocalisse è stata una costante delle riflessioni di Pio. Quest’ultimo libro del Nuovo Testamento è diventato il suo cavallo di battaglia. Non intendo addentrarmi nel problema. Il libro lo fa con un intero capitolo. Solo alcune osservazioni.

Ciò a cui siamo chiamati all’inizio del terzo millennio appare chiaramente: capire i grandi eventi, che con molta approssimazione vengono chiamati globalizzazzione, secondo i criteri di lettura proposti dall’Apocalisse e soprattutto scegliere di vivere partecipando alla vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, ritrovando la spiritualità originaria del battesimo e dell’ecucarestia come partecipazione alla morte e alla resurrezione del figlio di Dio e di Maria” (111)

L’Apocalisse non è intesa in senso catastrofico, come fine del mondo e della storia, come cataclisma universale. Sulla scia di un esegeta suo confratello, padre Ugo Vanni, non si tratta per Pio di aspettare l’Apocalisse, ma di farla. Bisogna fare l’Apocalisse. Ma cosa vuol dire fare l’Apocalisse? Non ci è stato mille volte detto che il Regno di Dio non lo costruiamo noi, ma che la Gerusalemme Celeste verrà dal cielo? Cosa vuol dire allora fare l’Apocalisse? Vuol dire semplicemente che l’Apocalisse è già avvenuta: la passione e la resurrezione di Gesù come giustizia di Dio. Bisogna dunque fare e praticare questa morte e questa resurrezione, testimoniare questa apocalisse. Fare l’apocalisse è praticare il discorso della montagna: letteralmente rivelare l’annuncio di Dio agli uomini facendolo noi stessi, testimoniandolo con la nostra vita.

Avrei molte cose da dire su questo e su altri punti del volume, ma lascio la parola a padre Pio. Quello che mi premeva sottolineare è l’originalità di queste lettere. Il loro coraggio. Chi ha mai fatto discernimento spirituale sulla globalizzazione? Se sentiamo le parole della Chiesa gerarchica esse non valicano un generico e generoso discorso etico. La fede sembra riguardare un altro mondo. A questo mondo sembrano bastare le battaglie umanitarie per la pace, la vita, la solidarietà e tutto quel lessico ormai consunto fino al fastidio. La fede non usa più interrogare la storia. Questo libro ha il coraggio di uscire dalle buone parole e di tentare di leggere quanto avviene nel mondo con gli occhi appesi alla Croce. Di questi tempi mi sembra una davvero una novità.

Trascrizione della relazione di padre Pio Parisi

un’urgenza

Una cosa che mi è venuta in mente di comunicare è che queste “Lettere”, come del resto la mia esistenza passata e attuale, io le vivo, sopra tutto ora, sentendo una grande urgenza: ogni tanto mi rifaccio ad una ispirazione di S. Paolo che dice “la carità di Cristo ci spinge”. Io spero che questa urgenza sia una eco non tanto pallida dell’urgenza della carità di Cristo, urgenza di fronte alla tragicità della situazione del mondo e della stessa globalizzazione in cui non ho particolare competenze. Ci sono tante cose, anche positive, però ci sono anche tante cose estremamente preoccupanti. Urgenza in questa situazione mondiale così tragica di una conversione profonda e radicale dei cristiani e della Chiesa.

Ecco. Di questo non è che sia un competente, ma un pochino meno incompetente di quanto possa essere parlando di globalizzazione. Forse lo sono perché dentro la Chiesa, cattolica in particolare, ci sono nato e ci sto dentro, appartenendo anche ad un ordine religioso un po’ particolare in questo senso, e quindi con un legame, sin dalla nascita, molto stretto con la realtà ecclesiale.

Quindi urgenza di una conversione. La Chiesa ha sempre detto che “Ecclesia semper convertenda est” quindi non è una novità e quindi non è una cosa che possa scandalizzare dire che la Chiesa si possa convertire. Questo si presenta oggi con particolare urgenza.

la pietra scartata

Allora mi veniva in mente una lettera particolare che si trova a pagina 91 di questo volume, e pone l’urgenza di una conversione dei cristiani e della Chiesa proprio alla luce della pietra scartata come viene presentata già nel Vecchio e poi nel Nuovo testamento. Nei Profeti si parla più di una volta della pietra scartata che poi diventa pietra angolare della costruzione dell’edificio e poi nella prima lettera di Pietro c’è un passaggio molto bello dove invita proprio i cristiani ad unirsi a Gesù Cristo, pietra scartata, rifiutata e ripudiata. E alla luce di questa pietra scartata, mi venivano in mente, proprio pensandoci questa mattina, in questa alba non molto radiosa di questa giornata milanese, che si potrebbe dire che oggi la Chiesa, i cristiani sono chiamati ad essere e a scomparire. Direi che più che essere, ad esserci e non a scappare. Non credo sia giustificato in nessun modo scappare da questo mondo, scappare dalla realtà della globalizzazione, scappare che so dall’Europa che nasce, che si allarga, scappare dall’Italia.

Quindi esserci. Non scappare, ma al tempo stesso cercare di scomparire. Perché una tentazione fortissima, quella che risulta dominante dal principio alla fine in tutta la Bibbia, è la tentazione del comparire, dell’apparire. Allora se la tentazione del potere è così forte e diventa la tentazione dell’apparire, la pura resistenza è quella di cercare di scomparire, non nel senso di nascondersi, ma nel senso di preoccuparsi di apparire. Mi veniva in mente S. Giovanni Battista che a proposito di Gesù diceva “è necessario che io diminuisca e Lui cresca”. Se il compito della Chiesa e il compito dei cristiani è quello di cercare di annunciare, di testimoniare l’evento del Cristo, la sua morte, la sua resurrezione, testimoniarla come possiamo, come manifestazione del mistero infinito di Dio, se questo è il nostro compito, bisogna che ci guardiamo bene dal cercare di manifestare noi stessi.

I primi Padri della Chiesa, i Padri Apostolici, parlavano molto di far discepoli, ma non di far discepoli alla Chiesa o di far discepoli a loro, a Pietro, a Paolo, ma di far discepoli a Cristo. Ora questo mi pare corrisponda anche ad una situazione di cogliere, sempre di più in modo crescente, nella realtà la dimensione spirituale della condizione umana.

L’impressione è che ci siano tante sintonie, tante persone che sentono gli stessi problemi, che hanno esigenze comuni e che non comunicano tra loro. I canali della comunicazione ufficiale molto spesso sono ostruiti, non accolgono queste esperienze, anzi le tengono ben lontane e quindi che cosa vuoi fare? Arrabbiarsi? Serve a poco. Protestare sì, ma in modo corretto, puntuale, ecc. E poi accettare di comunicare, come si dice, sotto traccia, non nascostamente, ma sapendo che…Delle Chiese che cercassero veramente d’essere e di esserci in questo mondo senza distrarsi con distrazioni né spiritualiste, né materialiste, né moraliste, né ascetiche, ecc., ma facendo i conti con la realtà quotidiana e con la realtà dei grandi cambiamenti.

Suonare la gran cassa non è questo che intendeva il Signore, perché dice ben altre cose riguardo alle opere buone al cap. V e VI di Matteo. “Quando fate le opere buone non suonate la gran cassa, quando digiunate profumatevi perché non si veda, ecc.”. E poi ancora “che le vostre opere buone non diano gloria a voi, ma diano gloria al Padre che è nei cieli, diano gloria a Dio”. Esserci con le opere buone, cercare di fare il bene, di fare bene quello che dobbiamo fare, sopra tutto di essere veramente in comunione con tutti gli altri, sapendo che non avremo probabilmente grandi riconoscimenti, sopra tutto riconoscimenti vistosi. Forse ci riconosceranno i piccoli, i poveri. Sai che ti riconoscono, ti ringraziano e ti allargano il cuore, ma non è che poi ti danno la ricompensa materiale, perché non ce l’hanno, non è che poi pubblicano qualche cosa sui loro giornali, perché non ce li hanno. Quindi il riconoscimento c’è ma è il riconoscimento tra piccoli, tra poveri.

essere ma scomparire

Accettare allora di esserci, e cercare di scomparire. Uno potrebbe dire: ma perché invece apparire al posto di scomparire? Ma siccome siamo tentati così fortemente di apparire e siamo così esposti, e ci esponiamo e ci mettiamo in mostra e parliamo di noi, e parliamo della Chiesa, e facciamo un santo dopo l’altro, un beato dopo l’altro, non è che corriamo il rischio di non apparire.

Qualche anno fa è morta mia zia, la sorella più piccola di mia madre, è morta penso 5-6 anni fa, a 104 anni. Io, dentro di me, l’ho subito beatificata e dopo poco l’ho santificata. Dentro di me. Perché era una donna che non ne poteva più da parecchio tempo di viver e accettava di vivere dicendo: non posso fare altro che guardare il Crocefisso e star zitta guardando il Signore crocefisso. Questa è la continuazione del mistero della salvezza attraverso la passione, la morte e la resurrezione del Signore.

Quindi questo cercare di esserci senza scappare mai, non c’è senso a fuggire. Ha avuto forse più senso in passato il ritiro, il ritirarsi. Oggi sentiamo invece che siamo chiamati ad una vita ascetica, di consacrazione, ecc., anche senza scappare, fuggire dal mondo. Quindi esserci senza scappare, ma cercando di scomparire. Questa era una cosa che mi era venuta in mente ad integrazione di quello che aveva detto Pino e un pochino, forse, a integrazione di un capitolo.

una fonte di acqua viva

Un’altra cosa che accenno da qualche parte riguarda una manifestazione d’esperienza personale. Quando uno ha delle esperienze personali, che ha vissuto e che vive, poi si accorge che sono esperienze anche di tanti altri. Uno ne parla perché può anche essere un modo d’incontrati con le esperienze degli altri. Pensando alla mia vita, che mi sembra abbastanza lunga, pensando a delle situazioni e circostanze diverse, sento di aver accumulato una massa di detriti, cioè di materiale di sfascio, di cose che avevo cercato di costruire e poi si erano rotte, non si sono completate per tanti motivi, per fattori esterni. Magari credevo che quando la gente mi diceva: sì, hai ragione, poi almeno qualche volta mi desse retta. Ad un certo punto mi sono accorto che molti mi davano ragione ma nessuno mi dava retta. Adesso possiamo fare qualcosa, poi non si faceva niente, se ne restava lì. Alle ACLI mi era venuto in mente di scrivere sulla porta “mi avete dato ragione, non mi avete dato retta”. Ho capito che non sono un profeta. Si vede che le cose che potevano sembrare valide, lucide e che cercavo di comunicare, non erano veramente espressione di quella profezia che è propria di chi vive nell’ascolto di Dio e comunica le cose che ascolta da Dio.

Pensando così alla mia vita, la vedevo proprio come un accumulo progressivo di detriti. Ma sotto tutti questi detriti che ho accumulato nella mia vita, a me sembra che c’è qualche cosa che scorre fin quasi dal principio, almeno dal principio di una vita un po’ consapevole, un po’ riflessa, più cosciente, ecc., e che continua a scorrere. E questo qualcosa che scorre, questo filo d’acqua limpida che cosa è? Non so! Potrei dire la fede, mi azzardo a dire che è la fede. E’ la religiosità? Direi piuttosto di no. La mia religiosità è il grosso dei miei detriti, detriti religiosi, costruzioni anche intellettuali d’organizzazioni, esperienze anche di preghiera, che credevo fossero la cosa più elementare. Poi mi sono accorto che in tutto questo, o cercavo me stesso, o cercavo altre cose…..

Posso forse dire che questo filo d’acqua limpido che scorre sotto tutta questa massa di detriti può essere la fede. Ma questa fede che cosa è? Mi è sembrato che ci fossero dei momenti in cui questo filo d’acqua che scorre sotto i detriti si allargasse, diventasse quasi una pozza, un lago, qualcosa di molto luminoso, di molto forte, per poi ridiventare un filo d’acqua sempre limpida e luminosa che continua a scorrere senza più quei momenti di piena. E mi sembra che quei momenti, in cui il filo d’acqua è diventato qualcosa di più consistente, siano stati nella mia vita i momenti in cui da un lato mi sembra che la fede stessa vada in crisi (“Signore credo ma aiuta la mia incredulità” è la preghiera che troviamo nel Vangelo, o il Signore sulla croce che dice “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”), al tempo stesso sono dei momenti di percezione un po’ più viva, un approssimarsi al mistero infinito e un approssimarsi non ad un mistero infinito che sta chissà dove, ma dentro di cui ci troviamo, in cui siamo immersi. Quel mistero che ci mette in comunione con tutta l’umanità.

Io credo a questo punto che la vera esperienza di Dio che tutti gli uomini fanno, più o meno poi comunicandolo, dichiarandolo con parole diverse, è il senso profondo del mistero dell’esistenza umana, personale, comunitaria, della storia, dell’universo…Qualche giorno fa mi sveglio di mattino cercando di pensare a Dio che è Padre e Creatore, a Gesù Cristo, allo Spirito Santo, ecc., e sento alla radio che avevano scoperto delle nuove galassie che stanno a 13 miliardi d’anni luce dalla Terra. Il pensiero che a 13 miliardi erano lì, che il Creatore è il Creatore anche di questo, che il tempo creato da Dio ha queste misure… “Obbedienti alla parola del Signore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire Padre Nostro…”. Continuo a dire Padre Nostro, ma perché lo dice il Signore, se no uno rimane spaventato di fronte alla grandezza di Dio. Come quando durante la messa, prima di recitare il Padre Nostro dico “Obbedienti alla parola del Signore…”, mi vengono in mente tutti i guai che ci sono nel mondo, tutte le sofferenze, ecc., che mi spingono a dire ma il Padre Eterno dove sta?, Che cosa fa? Si è addormentato? E’ andato in viaggio come dice il Salmo? Ma nonostante tutto questo, perché il Signore, perché Gesù Cristo ce lo ha insegnato osiamo dire “Padre Nostro”….

stare senza apparire

Allora ho raccontato questa esperienza personale, mia. Non c’è molto da mettere in mostra. L’esperienza grossa è quella dei detriti, anche di carattere religioso, con tante cose che si sono sfasciate e sono rimaste come detriti. Però c’è anche la presenza di questo filo di fede, di speranza, d’esperienza del mistero, di mistica…

L’avete letta anche voi probabilmente una comunicazione di Norberto Bobbio del 2000, mi pare, su Micromega in cui dice: io ho pensato tanto, ho cercato tanto, ho vissuto tanto e di fronte ai problemi fondamentali della vita, al senso della vita e della morte, l’amore e altre cose, non so assolutamente cosa dire, non ho nessuna risposta, non sono credente, mi sento profondamente umiliato, la mia mente è umiliata, penso che l’accettazione di questa umiliazione sia la mia religiosità. Mi sembra una cosa talmente bella: l’umiliazione come accettazione del mistero di Dio. E’ la vera religiosità profonda, quella della fede.

Ora vi lascio immaginare quanti sviluppi potrebbe avere il discorso di una Chiesa che cerca seriamente di stare da per tutto, di starci in questo mondo senza nessuna fuga spiritualistica, ecc., ma cercando sinceramente di scomparire, nel senso di togliersi tutto quanto, diciamo così, il peccato di proporsi invece di proporre Gesù Cristo, di proporre il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Questo che conseguenze potrebbe avere sul piano anche della pace, sul piano dei rapporti anche con l’Islam? Una chiesa veramente povera, che cerchi di starci senza apparire, ecco.

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