POVERI E CAPITALE.
Serata di presentazione del libro di Paolo Sorbi.

“…Paolo Sorbi privilegia nella sua ultima fatica editoriale il rapporto tra “povertà e capitale”, cioè di una sorta di dannazione atavica e la sua forma storica di controllo, e non quello tra “operai e capitale”, elemento caratteristico quest’ultimo soltanto dei Paesi Occidentali industrializzati tra la metà del secolo XIX ed il successivo. Tale speculazione ha l’indubbio merito di riportare l’attenzione sulle relazioni tra il mondo consistente dei poveri e quello di chi detiene la ricchezza – cioè come si sarebbe detto con più determinazione in altri tempi – tra chi ha soltanto la forza lavoro da offrire e chi invece possiede i mezzi di produzione. L’analisi non è di tipo marxista anche se non prescinde dal pensiero del filosofo tedesco e neanche da quello per così dire gemello di Friedrich Engels, ed evidenzia alcune tracce anche del lessico Gramsciano…”


martedì 9 aprile 2019, ore 18 – ACLI milanesi (auditorium Clerici), via della Signora, 3 – Milano. Ne hanno discusso:

Paolo Sorbi - Poveri e capitale - copertinaPAOLO PETRACCA – Presidente Acli Milanesi
DON VIRGINIO COLMEGNA – Presidente fondazione Casa della Carità
MARCO RONCALLI – Responsabile stampa Ed. Morcelliana
MARIA MEDICI – Presidente associazione culturale “Italia che verrà”


Paolo Sorbi, sociologo laureatosi a Trento alla fine del’68, è stato tra i protagonisti del movimento di lotta antiautoritario degli studenti di Sociologia.

Professore straordinario di Sociologia, per quasi quindici anni, all’Università Europea di Roma, dirige il crippeg (Centro di Ricerche di psicologia politica e geopolitica) di quell’Università con una sede anche a Gerusalemme. Tra i suoi testi: Emergenza antropologica. Per una nuova alleanza tra credenti e non credenti (con P. Barcellona, M. Tronti e G. Vacca, Guerini, 2012). Collabora con «Avvenire» e «Vita e Pensiero» sui temi della globalizzazione e dell’ebraismo contemporaneo.


 “POVERTA’  CAPITALE”

Introduzione al testo “Poveri e capitale – La povertà nella politica”[1]
di Paolo Sorbi, a cura di Andrea Rinaldo.

Uno. Indagando intorno alla povertà

Il testo nasce da una serie di riflessioni messe in campo da alcuni gruppi di studio che hanno avuto come riferimento il CRIPPEG (Centro di RIcerche di Psicologia Politica E Geopolitica), diretto dal professor Paolo Sorbi, ed avente sede presso l’Università Europea di Roma. L’obiettivo è stato quello di narrare con il linguaggio peculiare proprio del “cattolicesimo sociale e politico” la millenaria storia dei poveri nell’orizzonte politico dell’Occidente. Questa storia è stata per tutto l’arco del Novecento principalmente quella tra “operai e capitale”, la quale a sua volta ha affondato le radici nel tempo infinito delle povertà degli strati sociali più emarginati. Comunque sia le vicende per l’emancipazione dei proletari hanno vinto sì alcune battaglie decisive tuttavia hanno finito per perdere strategicamente. Le dinamiche dei poveri poi sono normalmente indipendenti da quelle dei ricchi, ma esse sono estremamente dense di metamorfosi interne al gruppo culturale e organizzativo di appartenenza, così lo scopo dichiarato dell’autore è stato quello di “…descrivere la storia della povertà come esperienza socio-culturale, come linguaggio di fondo traducibile in cultura ispirata cristianamente…”[1]. Il fatto che i poveri finirono spesso per “uccidersi tra di loro” fu un evidente limite dei loro processi emancipativi, così come l’uso indiscriminato della forza, anche se eventi certamente violenti hanno consentito di cogliere successivamente il carattere democratico delle istituzioni che ne sono emerse, come ad esempio dopo il secondo conflitto mondiale. L’inarrestabile declino dei poveri auto-organizzati in forza lavoro è in parte ancora oggi riscontrabile, e le loro istanze non scompaiono mai del tutto, a volte ritornano anche se in forme di mobilitazione diverse rispetto al passato.

Due. La paura, il meccanismo del capro espiatorio, la scissione para-noidea

La figura dello schiavo Spartaco che si ribellò al dominio di Roma è assunta da Sorbi come una sorta di simbolo di quella povertà che nel fluire degli eventi si trasformerà successivamente in classe operaia, ed evolverà poi dal lavoro fordista al tempo attuale dei social network. Spartakus nel suo mito perpetuato nel tempo dimostrava che ci si poteva ribellare, che la schiavitù avrebbe potuto anche essere debellata; tuttavia storicamente parlando fu Spartaco ad essere sconfitto ed i suoi sodali furono crocifissi a migliaia lungo la via Appia. Afferma in seguito l’autore: “...i poveri, gli emarginati, gli orrori della società, gli schiavi, tutta questa classe di persone è mossa da un meccanismo particolare che prende il nome di meccanismo del capro espiatorio, dove alla base c’è la Paura…”[2]. Il meccanismo difensivo della proiezione psicologica tende a scaricare su “altri” il peso delle colpe e delle paure ancestrali che l’umanità si porta dietro da sempre, ed è anche però all’origine della storia dei sommovimenti nel mondo Occidentale nati proprio per cercare di arginare queste paure. L’origine dei poveri risiede nella rapacità di alcuni uomini, i quali hanno attuato la violenza e metodi di disciplina brutali per affermare il loro dominio nei confronti di altri che volevano sottomettere. Vi è ancora all’attualità un residuo di “teologia politica” nel lessico utilizzato, anche se dal XIX secolo in poi si è assistito ad un maggiore protagonismo delle mobilitazioni collettive magari fomentate dall’azione persuasiva degli intellettuali, certamente dall’uso della forza e con una nuova centralità assunta dallo Stato. Il differimento nel tempo delle esigenze individuali dovrebbe scongiurare i conflitti, mentre la “psicologia politica” ci insegna che tutto deriva dal “dentro di noi”, dal sub-conscio, dal nostro mondo onirico; dalla scissione para-noidea che induce paura e grave diffidenza verso gli elementi esterni alla comunità di appartenenza e a volte anche verso taluni individui che sono invece interni alla stessa. Dal governo di questa scissione (cioè mediante l’azione politica) nasce il differimento nel tempo dei desideri stabilendo un principio democratico ed il limite per l’azione politica stessa: la persona diventa pertanto “politica” quando è in grado di porre un limes ai propri desideri. Decisivo per Sorbi è il pensiero di padre Pierre Teilhard de Chardin, il quale secondo la sua visione supera Marx definendo il processo di “amorizzazione del sociale”, dell’attrazione cristica verso un punto Omega dei destini dell’umanità, e dell’egemonia dei poveri in questa elevata dimensione di fede dentro un super-cosmo definito complessivamente come “Ambiente Divino”.

Tre. La povertà considerata nelle sue radici teologico-politiche

Il mondo Occidentale si è accorto della povertà a partire dalla seconda metà del secolo XIX quando i sottomessi si sono ribellati, auto-organizzati per far fronte alla insopportabile condizione di sfruttamento; ed il problema non starebbe a monte nella eliminazione della proprietà privata bensì in una più equa distribuzione della ricchezza sociale. A supporto di questa tesi, Sorbi cita le parole di papa Francesco secondo le quali “…con forza storica dei poveri non si intende certo l’eliminazione violenta del nemico ma si intende la democrazia che cresce…”[3]; il dipanarsi delle dinamiche emancipative è letto quindi in una chiave escatologica di tipo religioso, i poveri non sono eminentemente o soltanto “classe operaia” semmai essi sono “i poveri di Dio”, che si manifesta in quel contesto con peculiari segni dei tempi. Analizzando il periodo medioevale, l’autore recupera il pensiero di Jacques Le Goff sugli esclusi; la disperazione nasceva certamente dalla povertà ma anche dall’umiliazione, da lavori ritenuti allora “disonesti”, dalle proprie condizioni di salute, in un mix che includeva i temi religiosi con le paure e paradossalmente con una sorta di ammirazione per gli emarginati. Fare società per gli ultimi ha voluto dire passare per l’ “innovazione” connaturata alla violenza (motore sociologico) a sua volta generata dalla paura (motore psicologico), anche se le guerre molto spesso sono state scatenate dai ricchi e combattute però dalla povera gente. L’insurrezione più si attaglia ai poveri poiché è generata dalla “violenza senza alcuna direzione”, mentre la rivoluzione è un atto pianificato che ha lo scopo di annientare il nemico per prenderne il suo posto. Sorbi vede nell’epoca industriale il passaggio dalla rivolta alla rivoluzione, e l’indagine volge lo sguardo verso le vicende della Russia che da zarista diventò con la presa del Palazzo d’Inverno del 1917 da parte dei bolscevichi, il luogo della inverazione della grande storia del movimento dei lavoratori, culminata successivamente con la caduta del regime sotto il peso delle sue contraddizioni ed inefficienze nel 1989. Il “mito” della rivoluzione russa fu un tentativo di applicazione delle teorie marxiane ed engelsiane, ed un farsi Stato della classe operaia; tuttavia il seguito fu quello che gli sfruttati una volta raggiunto il potere divennero a loro volta degli sfruttatori, non chiudendo perciò il ciclo perpetuo “capro espiatorio-paura”. Nella critica al comunismo Sorbi cita Sartre e Camus secondo il quale il marxismo non sarebbe altro che un cristianesimo che ha posto al centro la Storia e non Dio; mentre il “regime dei poveri” determinato dagli eventi del 1917 è da ricercare ambivalentemente sia nell’epifania delle “mani sporche” di taluni ma anche nelle radicali e positive iniziative che è riuscito a mettere in campo. In Europa Occidentale si è invece sperimentata la strada che conduceva al potere la classe subalterna tramite la democrazia, e nel contempo la diade servo-padrone si evolveva in quella operaio-capitale. Il docente universitario conclude la sua analisi con un mesto “declinare vincendo”, con riferimento alla pluralità di vicende che hanno interessato la teoria della povertà con conquiste importanti come il welfare state, e che però complessivamente hanno condotto nella temperie della globalizzazione, della automazione digitalizzata del lavoro, nella direzione di una resa. Con il corollario della precarietà permanente e della necessità di ricercare un nuovo modello di sviluppo, che includa ad esempio le energie di vecchio stampo, con la green economy ed il nucleare pulito. La decadenza del mercato libero è così quasi paragonata alla debacle del mercato pianificato. Quel “vincere scomparendo” poi è anche all’origine della crisi delle democrazie nella forma rappresentativa: comunque oltre il proletariato non si può andare, quando quest’ultimo ha raggiunto il potere si è per così dire vaporizzato, pertanto nella civiltà tecnologica e precaria attuale la classe operaia si è dissolta nella moltitudine degli individui. Non resta che provare ad “educare nelle contraddizioni”. Nel testo vi è anche un cenno sul debito di riconoscenza della cultura Occidentale verso le radici ebraiche da un lato, ed al cosiddetto “mistero di Israele” da un altro, intendendo con quest’ultima locuzione una particolare storia di poveri insita nel sionismo, e quindi complessivamente una ripresa in generale della “questione ebraica”.

Quattro.     L’ “egemonia dei poveri”  

Paolo Sorbi afferma nel suo testo di avere un debito di riconoscenza per Giuseppe Vacca e Mario Tronti, e ricorda molto fraternamente Giovanni Bianchi, il quale più volte nel suo dissertare pubblico invocava la necessità di ritrovare una politica – per lui poi citando una frase di Aldo Moro, parlare di politica era già al 90 per cento fare politica – che avesse la coscienza del limite. La sua è una particolare elaborazione che partendo dalle scienze sociali (sociologia e psicologia) attinge dall’analisi marxiana – d’altronde trattando del tema dei “poveri e capitale” non potrebbe essere diversamente – e che costruisce un lessico comprensibile nel mondo del cattolicesimo sociale e politico, a partire dalla frazione sociale degli sfruttati che si sono nel tempo auto-organizzati. Il docente privilegia infatti il rapporto tra “povertà e capitale”, cioè di una sorta di dannazione atavica e la sua forma storica di controllo, e non quello tra “operai e capitale”, elemento caratteristico quest’ultimo soltanto dei Paesi Occidentali industrializzati tra la metà del secolo XIX ed il successivo. Tale speculazione ha l’indubbio merito di riportare l’attenzione sulle relazioni tra il mondo consistente dei poveri e quello di chi detiene la ricchezza – cioè come si sarebbe detto con più determinazione in altri tempi – tra chi ha soltanto la forza lavoro da offrire e chi invece possiede i mezzi di produzione. L’analisi non è di tipo marxista anche se non prescinde dal pensiero del filosofo tedesco e neanche da quello per così dire gemello di Friedrich Engels, ed evidenzia alcune tracce anche del lessico Gramsciano. I tools che il docente universitario fiorentino recupera consentono ancora oggi di analizzare le dinamiche ricorsive: tuttavia il concetto di “lotta di classe” lascia il posto a quello dell’ “egemonia di poveri”, quale categoria umana considerata però in un senso teologico, ed in questa direzione potrebbe essere inteso quel principio di uguaglianza insito nel genere umano. Non c’è cesura comunque tra il povero (cioè colui che è privo di beni personali ed economici) nella concezione forse più arcaica del termine, e la sua logica continuità nel proletario (colui che possiede soltanto la prole) e quindi nell’operaio (chi presta come dipendente una attività lavorativa manuale) dell’epoca industriale. Il concetto di “mito” è centrale poiché intriso di questioni religiose ed anche giacché è quel “fare società” che eleva i parametri qualitativi della stessa; e nel caso dei miti politici questi ultimi sono in grado di mobilitare vaste platee di attori sociali. “L’uomo nuovo” non si è compiuto in quanto il movimento dei lavoratori non è stato in grado di costruire una sua “weltanschauung” alternativa, rimanendo imprigionato in rivendicazioni di tipo economicistico, e quindi nei modelli consumistici imposti dalla borghesia. Il “cattolico del ‘68” – così come si è autodefinito l’autore – è attento a identificare e ad elevare quelle opere destinate alla promozione della comunità umana, in accordo con le esigenze della giustizia e della carità evangelica. La nuova “lotta di classe” però (dopo la vecchia – battaglia già inesorabilmente perduta – come avrebbe forse affermato il compianto sociologo Luciano Gallino) è combattuta ancora dentro al corpus dei lavoratori, e passa oggi sia nelle attraversate della speranza del mare nostrum su barconi a dir poco approssimativi, così come attraverso i clic sulle tastiere dei computer o degli smartphone poiché dietro a quel gesto così apparentemente ingenuo si è costruita una forma moderna di “pauperismo consumista”. Dall’Evangelico “…i poveri infatti li avete sempre con voi…[4] non si può passare per sillogismo al fatto che per gli stessi “l’unico capitale è e sarà per sempre la povertà”: il riscatto da una condizione umana di subalternità è una costante del genere umano. L’autore introduce anche un fatto di bruciante attualità e cioè quello dei “poveri che non si sentono rappresentati”, inoltre le sue tesi sembrano rivalutare un concetto di Politica diciamo così con la P maiuscola, cioè come differimento della realizzazione dei desideri, insomma di quel “sortirne insieme” di Milaniana memoria. Mentre tantissimi italiani si considerano poveri anche nell’Italia modernizzata odierna, così talune forze politiche hanno offerto loro una “grande emozione” (una paura emotiva direbbe il professore), allo scopo di farli attivare e far confluire nel voto di protesta la loro insoddisfazione. Del resto non hanno proprio tutti questi torti poiché scorrendo i dati Istat relativi al 2017 si evince che i poveri in Italia sarebbero più di 5 milioni di persone[5], facendo sorgere così qualche dubbio circa la conclamata “vittoria delle classi subalterne”. La ricchezza invece è sempre più concentrata, come è riportato dal recente rapporto Bene pubblico o ricchezza privata di Oxfam, infatti il 10% degli italiani ne possiede ben il 72%.[6] Così il riscatto risulta ambivalente poiché migliaia di ex ultimi hanno certamente lasciato la povertà mentre tantissimi altri ci sono ripiombati, anche nella ricca Europa. L’analisi del docente ha rilevato inoltre che il sistema economico di mercato di tipo capitalista ormai “maturo” presentando dei palesi limiti sarebbe da superare, poiché è la causa di gravi disuguaglianze: e questo è comprensibile dal momento che i sistemi organizzativi così come tutte le questioni umane hanno normalmente un inizio, uno sviluppo ed anche un termine o quanto meno una loro evoluzione. In buona sostanza non ci si dovrebbe rassegnare al fatto che il “pensiero unico” sia proprio l’unico. Tuttavia si può ipotizzare un sistema economico diverso dal capitalismo senza per forza ripiombare all’interno di sistemi o cripto-comunisti o neo-capitalisti?

Un sentito grazie per la sua ultima fatica editoriale al professor Paolo Sorbi.   .

Milano, lì 09/04/2019


[1]P. Sorbi, Poveri e capitale – Scholé (Morcelliana), Brescia, 2019, p. 18.

[2]P. Sorbi, Poveri e capitale – Scholé (Morcelliana), Brescia, 2019, p. 30.

[3]P. Sorbi, Poveri e capitale – Scholé (Morcelliana), Brescia, 2019, p. 69.

[4] Vangelo di Marco 14, 3-9

[5] Fonte: https://www.repubblica.it/economia/2018/06/26/news/oltre_5_milioni_di_italiani_in_poverta_assoluta_record_dal_2005-200070179/

[6]Fonte:
https://www.repubblica.it/solidarieta/2019/01/24/news/disuguaglianze_bisogna_agire_sulle_cause_delle_disparita_non_sulla_redistribuzione_del_reddito_-217380517/

 

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