Rosy Bindi. Quel che è di Cesare.

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Corso di formazione alla politica“Sarò ripetitiva, ma in fondo la critica più radicale al potere assoluto e al cesarismo si trova nel Vangelo, perché a Cesare si restituisce la moneta e non si consegna mai la persona, la sua libertà e la sua dignità”. Così Rosy Bindi nell’ultimo pensiero dell’ultima pagina sintetizza la riflessione suQuel che è di Cesare, proposta in forma di intervista con la collaborazione di Giovanna Casadio, giornalista di “la Repubblica”. L’inciampo e la difficoltà con cui si misura il testo sono chiariti invece fin dalla pagina iniziale: “La contrapposizione tra laici e credenti nasce da qui: i credenti sono sempre sospettati della loro laicità e i non credenti sono sempre sospettati della loro eticità”.Rosy Bindi. Quel che è di Cesare.

1. leggi il testo dell’introduzione di Giovanni Bianchi

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1 introduzione di Giovanni Bianchi a Rosy Bindi 34’00” – 2 relazione Rosy Bindi 55’24” – 3 prima serie di domande 09’23” – 4 risposte di Rosy Bindi 19’04” – 5 seconda serie di domande 13’04” – 6 risposte di Rosy Bindi 19’11” – 7 terza serie di domande 14’19” – 8 risposte di Rosy Bindi 38’30”

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 Testo dell’introduzione di Giovanni Bianchi a Rosy Bindi

 Il passo di Rosy: oltre i due provincialismi

1.

“Sarò ripetitiva, ma in fondo la critica più radicale al potere assoluto e al cesarismo si trova nel Vangelo, perché a Cesare si restituisce la moneta e non si consegna mai la persona, la sua libertà e la sua dignità”. Così Rosy Bindi nell’ultimo pensiero dell’ultima pagina sintetizza la riflessione suQuel che è di Cesare, proposta in forma di intervista con la collaborazione di Giovanna Casadio, giornalista di “la Repubblica”. L’inciampo e la difficoltà con cui si misura il testo sono chiariti invece fin dalla pagina iniziale: “La contrapposizione tra laici e credenti nasce da qui: i credenti sono sempre sospettati della loro laicità e i non credenti sono sempre sospettati della loro eticità”. Retaggio italiano che denuncia un ritardo rispetto alle culture del Vecchio Continente. Un provincialismo nazionale cioè che impedisce alla nostra democrazia di mettere a frutto il patrimonio inestimabile rappresentato dalla Costituzione del 1948 in cui il valore della laicità –  punto d’incontro e di svolta di tutti i lavori della Costituente additato da Giuseppe Dossetti con il secondo ordine del giorno approvato all’unanimità dalla seconda sottocommissione – è piattaforma di convergenza tra le culture dei credenti e dei non credenti, e costituisce tuttora, anche nella svolta a gomito rappresentata alla fine della stagione berlusconiana dal governo di Mario Monti, l’unica cultura comune, ancorché aggredita e lacerata, l’idem sentire al quale possono fare riferimento i soggetti politici tra loro in lotta. Un ritardo che si confronta dunque con l’agonia berlusconiana e il tempo scaduto ma non terminato del populismo che dal Cavaliere di Arcore ha ottenuto l’imprinting per diciotto anni. Un ritardo reso più evidente dalla società multietnica e multireligiosa che sollecita ad evitare il rischio di ridurre il cristianesimo a “religione civile” del Paese.

Ciò che convince a leggere il testo è però il punto di vista starei per dire esperienziale, il “taglio” del discorso. Siamo oltre la forma del saggio e la riflessione emerge dalla esperienza esistenziale, da un percorso dove il senso della dignità femminile, la fierezza del carattere e la determinazione delle convinzioni costituiscono insieme una sorta di chiave inglese che aiuta a smontare le tappe di un ventennio e insieme dà ragione di una militanza esemplare. Annota Paolo Corsini in una recensione di alcuni mesi fa: “Non è un caso che la risposta più convincente alle ripetute, volgari, offensive provocazioni del presidente del Consiglio sia stata: “non sono una donna sua disposizione”, con questo mettendo a nudo il nucleo autoritario, la voracità possessoria-appropriativa dell’uomo, del personaggio, prima ancora che del leader politico, quel mix di paesano machismo […] che lo ha contraddistinto sino all’attuale deficit di vitalismo, alla caricatura di sé, al disfacimento della propria virtuale antropologia, ormai spogliata dei suoi orpelli ed additivi cosmetici, nuda di fronte ai suoi stessi sortilegi”.

Un profilo quello della Bindi che si alimenta a una notoria “toscanità” rivisitata da una cultura politica di minoranza sul territorio, ma non minoritaria, quella che attrezzava i cattolici democratici in guisa tale da far scrivere a Rosy: “«Eravamo come dei cactus che hanno le spine perché devono difendersi», cattolici che, per legittima difesa, si mostravano più intransigenti e diffidenti, istintivamente anticomunisti, anticomunisti democratici.

La pianta obbligatoriamente spinosa si allontana dal terreno originario e Rosy Bindi ci offre per tappe esistenziali e politiche un percorso che mi ha richiamato l’introduzione di Mino Martinazzoli ai discorsi parlamentari di Aldo Moro: ” Moro non fu un teorico della politica, perché la politica si svolgeva, secondo la sua sensibilità, per un itinerario essenzialmente processuale. La politica come processo, come materia fluida, fatta di situazioni prima ancora che di scelte, non è una realtà che si presta alla ricognizione teorica, in quanto sfugge ad ogni schema rigido e tende anzi a forzare gli statici equilibri della teoria. […] Moro è stato innanzitutto un politico con il gusto della sperimentazione prima ancora che uno studioso di linguaggi e di scenari nuovi. È stato un innovatore del contesto politico più che un riformatore di strutture istituzionali”. È una diagnosi non soltanto acuta, ma anche rivelatrice della distanza che separa l’intelligenza dei fatti politici dall’attitudine – vuoi dottrinaria, vuoi ideologica – a costruire teorie.

È pensabile che dopo la prima Repubblica affondata da Tangentopoli e la lunga terra di nessuno di quella che Edmondo Berselli ha chiamato la “Repubblica indistinta” si stiano annodando i fili –  almeno l’occasione si presenta – di quella “terza fase” morotea, in quanto progetto di stabilizzazione democratica in vista di una compiuta pratica dell’alternanza, che consentirebbe di superare un lungo stallo che può far pensare al logoramento che si consumò tra la Dc e il Paese e che fece pronunciare a Moro un auspicio famoso che invitava a “aprire le finestre di questo castello nel quale siamo arroccati, per far entrare il vento che soffia nella vita, attorno a noi”.

Per quasi un ventennio abbiamo vissuto l’egemonia e i riti della videocracy dominante, implementata da Silvio Berlusconi e dalla sua portentosa macchina mediatica, fino a indurre in se stesso e negli italiani una sorta di seconda natura. Insieme a un estetismo generalmente volgare e commercializzato e a un giovanilismo facilmente orientato verso le fortune della destra politica, si evidenzia un profondo processo di de-istituzionalizzazione e de-costituzionalizzazione del Paese. Non poco ha contribuito allo scopo quella confusione tra divismo e leadeship che Francesco Alberoni si incaricava di chiarire in un testo degli anni sessanta dal titolo L’elite senza potere. Una sorta di dittatura “blasfema” dell’immagine.

Il punto di resistenza più importante alla generale deriva è rappresentato a mio avviso dal referendum del 2006 con il quale gli italiani hanno respinto lo sgorbio di riforma istituzionale approntato dal centrodestra. Basterebbe confrontare sinotticamente il testo dell’articolo 70 nelle due versioni per cogliere quanto di cristallino vi sia nella Costituzione del 1948 e quanto di fantozziano sia rintracciabile nel tentativo fallito licenziato dalle Camere nel 2005.

Chi meglio ha descritto, con fulminante immagine, il passaggio dalla Repubblica indistinta al nuovo corso inaugurato a Palazzo Chigi dal presidente dell’Università Bocconi Mario Monti è il neo ministro e fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi. Per lui infatti si è transitati dal Carnevale alla Quaresima. Non si tratta soltanto dello stile della comunicazione e dell’immagine, ma di una sostanza del potere politico che usa codici diversi perché è totalmente differente la sua natura e la fonte della sua legittimazione. Funziona anche la chiave di lettura fornita da Eugenio Scalfari, per il quale il riferimento pertinente è alla Destra Storica, che guidò lo Stato unitario dopo Cavour governandolo dal 1861 al 1876, giovandosi di personalità del calibro di Marco Minghetti, Quintino Sella, Silvio Spaventa, Francesco De Sanctis. Suoi obiettivi furono il sistema fiscale, il pareggio del bilancio e l’unità monetaria di cinque diversi Stati. Ora, sotto la regia costituzionale di Giorgio Napolitano si è realizzato un passaggio che recupera il ruolo delle istituzioni come regolatrici del conflitto. Non è soltanto una presa di distanze da quella che Togliatti considerava una Repubblica fondata sui partiti,  ma una diversa antropologia che riprende il senso di una visione della politica che alla Costituente trovò in Luigi Capograssi e nel giovanissimo giurista Aldo Moro due punti di riferimento. Una temperie politica cioè che ha fondamento in quello che si è convento di chiamare personalismo costituzionale.

2.

È illuminante nel libro lo sguardo autobiografico dove fede politica si giocano nella quotidianità dell’esistenza e tengono viva una dialettica senza soluzione di continuità. Dice Rosy: “Ho scelto io di frequentare l’Università a Roma: Scienze politiche alla Luiss, che allora si chiamava Pro Deo. È stata una scelta non casuale ma meditata, fatta con la consapevolezza di volermi formare, di avere strumenti per capire il mondo”. Fondamentale l’impegno nello studio applicato alle discipline storico-giuridiche. Una scelta di vita per «sperimentare l’autonomia, anche nei momenti di solitudine e smarrimento», rispetto ad un mondo più consueto e famigliare come quello di Firenze o di Siena. Una biografia che nella capitale vive l’incontro con l’Azione Cattolica e la straordinaria figura di Vittorio Bachelet che guida l’associazione alla «scelta religiosa», valorizzandone la vocazione formativa e pastorale, alla fine del collateralismo con la Dc, alla critica dell’integrismo, facendo propri i dettami e le acquisizioni del Concilio Vaticano II.

Da qui l’autonomia della politica in un rapporto con la fede, che non è mai né di sovrapposizione né di separazione, ma sempre di distinzione e al tempo stesso di condivisione di responsabilità, e insieme il protagonismo dei laici credenti impegnati nella vita pubblica. Sino, per Rosy Bindi, al bivio della sua vita, all’opzione da compiere fra «monastero e politica», alle prese con un travaglio difficile di fronte a «due vie della speranza», scelta che le consente di riconciliarsi definitivamente con la propria vocazione laicale per battersi per la ricostruzione del tessuto comunitario lacerato dal terrorismo che ha barbaramente trucidato il suo Maestro.

Una scelta di vita per la politica ispirata alle correnti di pensiero del cattolicesimo democratico, all’interno della traiettoria che va da Sturzo a Moro, passando per De Gasperi, Dossetti, La Pira. Nota in proposito Corsini che ci troviamo in presenza della convinzione che si oppone al revival del «clerico-moderatismo»: crisi avvalorata, tra gli altri, anche recentemente da uno studioso come Guido Formigoni, secondo il quale il cattolicesimo democratico costituisce la sintesi della tradizione cattolico-liberale (primato della laicità della coscienza, senso dello Stato e dell’autonomia delle istituzioni propri dei «conciliatoristi transigenti») con quella degli «intransigenti» del secondo Ottocento particolarmente sensibili alla «questione sociale», indubbiamente espressione di una partecipazione popolare, diffusa, ramificata nel Paese, e in particolare nel Lombardo-Veneto. Dice tutto d’un fiato la Bindi: “Studiavo la storia del movimento cattolico italiano e del suo pensiero politico, ma ero anche molto coinvolta dal personalismo di Mounier e Maritain, dall’esperienza di Gandhi, dalla cultura della pace e della nonviolenza, dalle riflessioni sulla democrazia di Tocqueville e Bobbio…   Votavo per la Dc ma non ero contenta di come era il partito… Andavo spesso a visitare la comunità monastica di Dossetti dove trovavo una sintesi tra la preghiera e la riflessione sulle nuove responsabilità dei cristiani in politica”.

Quindi l’incontro con Maria Eletta Martini, responsabile nella Dc per i rapporti con l’associazionismo, che le propone di candidarsi. E la vicenda tutt’altro che tranquilla come segretario regionale della Dc in Veneto dove si era avuta una delle tante esplosioni della questione morale.

3.

Quando la vita e la morte irrompono sulla scena politica producono una forte tensione tra valori e regole. Tanto più che il pensiero dei cristiani ha sempre resistito alla rimozione della morte. Anche quando la sorpresa e lo sconcerto, come nel caso della morte assistita in una clinica svizzera di Lucio Magri, prendono il sopravvento. Il registro della riflessione di Rosy Bindi è ancora una volta determinato dalle esperienze concretamente vissute quale responsabile, dal 1996 al 2000, del ministero della Sanità e successivamente, nel secondo governo Prodi, dal 2006 al 2008, di quello della Famiglia, allorquando si è trovata a confrontarsi e ad assumere decisioni su temi particolarmente scottanti.

E’ il caso dei “Dico”, della legge, promossa con Barbara Pollastrini, sui diritti dei conviventi, poi arenatasi in Parlamento: un esempio di ricerca e di approdo condiviso per esponenti politiche di diversa estrazione ideale. Si trattava, in presenza delle profonde trasformazioni che hanno attraversato il tessuto familiare – fino a rendere in questa metropoli milanese superiore al 51 percento il numero delle famiglie mononucleari – di valutare e offrire una opportunità di riscatto dalla clandestinità a migliaia di cittadini chiamati al responsabile impegno di una vita comune: una proposta di condivisione e regolazione di diritti e doveri, a prescindere dall’inclinazione sessuale di ciascuno, contro ogni discriminazione, «senza doppiare l’istituto-famiglia» e senza promuovere forme parallele di matrimonio.

Uno sforzo finito nelle secche a motivo dei muri di sbarramento eretti dalle strumentalizzazioni della Destra interessata anzitutto a indebolire il governo Prodi, ma naufragato anche a causa delle divisioni del centrosinistra. Cesare Salvi – più interessato a smarcarsi che a proporre – avanzò il progetto dei Cus (Contratti di unione solidale): un vero pasticcio giuridico su cui faranno leva i teodem per dissociarsi. Quasi univoche e contrarie le prese di posizione, tranne poche eccezioni, del mondo ecclesiale col celebre non possumus di “Avvenire” e la Nota della Conferenza Episcopale Italiana, espressione di una Chiesa  che non nascondeva il complesso da fortezza assediata. La Bindi chiarisce: “Noi non abbiamo mai promosso famiglie di serie B, forme parallele di matrimonio, ma cercavamo di riscattare dalla clandestinità giuridica tante realtà di fatto”. E, più sopra: “Se la famiglia è unità, stabilità affettiva, rispetto reciproco e condivisione, laddove c’è un segno di tutto questo bisognerebbe considerarlo un bene, non un male. Ancorché incompiuto, anche nelle convivenze c’è un seme di quel progetto”. Perché ignorarlo o penalizzarlo? Non è questa del resto la posizione della nostra Costituzione che assegna alla famiglia un valore che la politica è chiamata a riconoscere e promuovere, ovviamente non in antitesi ai diritti fondamentali della persona, ma in trasparente continuità con essi? Il presidente Scalfaro non ha certamente dubbi interpretativi. Il suo consiglio è: “Tranquilla, vai avanti. Questo è il tuo dovere. Sei cattolica ma sei anche il ministro dei bestemmiatori”. Romano Prodi a sua volta conosce i rischi, ma non si sottrae alle sue responsabilità.

Così pure il «caso Englaro» sollecita Rosy Bindi ad assumere un atteggiamento di ricerca. Non è lecito a nessuno sottrarsi agli interrogativi radicali sulla vita e sulla morte. Confida Rosy: «Quando penso alla mia morte, non so come reagirò, ma ho sempre chiesto al Signore di liberarmi da una morte improvvisa. Vorrei avere il tempo di prepararmi in piena coscienza». Evidente l’intento di rifuggire dalla presunzione di una verità già pronta. Scrive Rosy: “All’albero della vita ci si accosta con il senso del limite e non dell’onnipotenza. Noi non siamo i padroni, ma i custodi della vita, e questo atteggiamento mi pare fecondo anche per chi non è credente. Il custode, infatti, tratta le cose con lo stesso amore che avrebbe se fossero sue, ma non le “spadroneggia” proprio perché non sono una sua proprietà”. Quando poi i dati scientifici sono parziali o incerti bisognerebbe adottare il “principio di precauzione”, evitando comportamenti parzialmente rischiosi.  Non capisco perché da parte di tanti laici si ricorre a questo principio per difendere il futuro dell’ambiente e lo si ignora su questioni altrettanto delicate e di frontiera. È una contraddizione. La vita dell’uomo non è meno preziosa di quella dell’universo”. Soccorre in proposito l’elaborazione teorica di Leopoldo Elia, che parlava a questo riguardo di “leggi facoltizzanti”, che non impongono comportamenti ma consentono di fare scelte secondo la coscienza di ciascuno.

Quanto al clamore suscitato dal “caso Englaro” scrive la Bindi: “Nella vicenda di Eluana c’è stato un tasso di strumentalizzazione enorme. Si sono sentite parole, violente e inaccettabili, che mal si conciliano con la compassione, con il rispetto per il dolore di una famiglia. Il corpo di una giovane donna è stato trasformato in un terreno di scontro ideologico e battaglia politica. […] Volevano farci credere di votare per la vita e invece avremmo votato un atto di ritorsione contro il presidente Napolitano e contro la divisione dei poteri. Era una partita truccata”.

Siamo comunque al punto cruciale dove valori e regole si confrontano. I valori appaiono “irrinunciabili” o, come s’usa dire, “non negoziabili” in ogni cultura. È altresì vero che la mediazione della politica riguarda però il rapporto dei valori con le norme che regolano l’agire di tutti nello spazio pubblico delle democrazie, là dove Max Weber non a caso parlava di “politeismo dei valori”. Troppe le cose dimenticate, anche quelle totalmente interne alla tradizione cattolica. Mi viene in mente di fare riferimento a quella che veniva chiamata la “grazia del posto”, e cioè una particolare assistenza dello Spirito a chi esercita un ruolo e una funzione, grazia derivantegli dall’esercitare quel ruolo e quella funzione. Come a dire che nel processo legislativo e nelle sue decisioni la grazia del posto riguarda il legislatore almeno quanto il consigliere che il legislatore farà comunque bene ad interpellare.

4.

Siamo così giunti nella zona di confine dove la fede le norme si confrontano. Qui «il Dio che è con noi – così Dietrich Bonhoefer – è il Dio che ci abbandona» e non diversamente Simone Weil: «Il Dio che dobbiamo amare è assente»,  come a dire riconoscere e fondare la propria esistenza su un’unica signoria che – questo il paradosso cristiano – ci consegna ad una piena libertà di coscienza. «Il mio Dio – replica all’intervistatrice che sollecita opportuni chiarimenti – non cerca la mia debolezza e la mia fede non si sostituisce alla mia responsabilità». Vale a dire non suggerisce soluzioni pratiche o immediate risposte politiche, ma ispira, orienta, illumina la ricerca, rendendoci immuni da ogni forma di totalitarismo e di esclusione, disponendoci a neutralizzare ogni concezione autoritaria e dogmatica tesa a far coincidere verità e legge.

La laicità, dunque, non come uno spazio vuoto ed inerte che mortifica le differenze, annullandole, ma come presupposto di una ricerca comune.

Nessuna eclissi del sacro si è realizzata a dispetto delle previsioni, piuttosto il mondo secolarizzato si presenta come un pieno di idoli. Per questo il tema della laicità dello Stato assume una valenza dirimente sotto il profilo della modalità della convivenza. E’ stato Pietro Scoppola a sintetizzare mirabilmente il riferimento alle “due scuole”: quella francese che confina la religione ad affare privato, priva di qualsiasi sporgenza pubblica; quella inglese, dove il vissuto religioso anima e sostanzia (così anche il tedesco Böckenförde, il filosofo giurista di riferimento di papa Ratzinger) la coscienza civile. Per Rosy, «se la fede è parte della mia vita, non può restarne fuori. Di certo non si sostituisce alla fatica di trovare un punto di incontro con altri», nell’ambito propriamente regolativo di produzione della norma. Come a dire che una democrazia «fredda», tutta ripiegata nella pura logica della rappresentanza degli interessi, in cui peraltro tendono a prevalere i poteri «forti», necessita, se non vuole perdere l’orizzonte della giustizia e quindi non limitarsi a semplice procedura regolativa della competizione, di una permanente iniezione di «calde» energie morali alle quali l’ispirazione religiosa, può portare un contributo di grande rilievo.

5.

Resta lo spazio soltanto per un cenno al Partito Democratico. Un cantiere, tuttora alla ricerca di una «linea» condivisa, di un punto di vista comune, soprattutto a proposito della cosiddetta «vocazione maggioritaria», in relazione alla quale Rosy Bindi non manca di propugnare un Pd non solitario o in presunzione di autosufficienza, ma in grado di «coniugare la costruzione di sé con la ricostruzione di un nuovo perimetro del centrosinistra», capace di «affermare, mediante una sua leadership», la propria primazia.

Val meglio rapidamente osservare che si tratta di un cammino aperto e da proseguire mettendo nel conto la continuità delle culture fondanti e la discontinuità politica, soprattutto della grande politica, rispetto alle contingenze e alle occasioni (i cigni non sono soltanto neri) di un futuro non previsto e comunque la costruire.

Trascrizione della relazione di Rosy Bindi

Dopo questa introduzione si potrebbe passare anche subito al dibattito con voi, perché mi pare che Giovanni Bianchi abbia letto il libro e quindi lo abbia capito e lo abbia illustrato nei suoi punti essenziali. Io farei alcune sottolineature e poi magari ci confrontiamo perché penso che magari sarà utile per tutti, sicuramente lo è per me. Anche perché questo libro è del 2009 e quindi due anni non credo siano passati invano e alcuni dei temi toccati hanno avuto un loro sviluppo e poi, siccome sono molto intrigata dal titolo del corso: “Alla fine di un ciclo politico”, penso che alcune delle riflessioni contenute nel libro ci aiutino a riflettere, proprio a partire dall’interrogativo che proprio da il titolo al vostro corso di quest’anno, non escluso segni di uscita e credo che anche questo sia, non a caso, il sottotitolo dello stesso corso.

Quindi, alcune sottolineature legate, penso, all’attualità e forse riprendere anche due argomenti, in particolare uno che è un capitolo del libro sul quale si è sempre concentrata molta meno attenzione perché, trattandosi di un libro sulla laicità, le grandi questioni della bioetica hanno finito per fare la parte del leone anche nelle riflessioni che sono seguite intorno al libro. Ma quando io ho messo mano a questa piccola fatica l’ho fatto proprio partendo – diciamo – dalla consapevolezza che, secondo me, oggi i cattolici hanno molto da dare alla vita di questo paese, soprattutto quel filone culturale del quale io rivendico con orgoglio il protagonismo nella vita democratica del nostro paese, che è quella del cattolicesimo democratico: una componente minoritaria che però ha di fatto sempre guidato la presenza dei cattolici nella politica del nostro paese.

Siccome c’è chi sostiene la scomparsa o il superamento della categoria, soprattutto legandola al pontificato di Giovanni Paolo II, ecco io invece ho sempre ritenuto, e ritengo tuttora, e in questa fine di un ciclo politico e nei segni di uscita, la considero e continuo a considerarla un elemento di forza nella vita del nostro paese.

Nell’andare a ricercarne il significato negli anni che hanno preceduto la nostra fatica di questi anni, di questi mesi, di queste giornate, guidata sicuramente dalla riflessione storica di Formigoni che considero anche ora il più chiaro su questo punto, (Il Guido, sì, certamente, non il Roberto, qui non ci sono lapsus) con il presupposto che il nome di battesimo dia quello che ci consente di fare una citazione in positivo in questo contesto. Ecco, nell’andare a ricercare le tracce, il tema della laicità è sicuramente il punto fondamentale della riflessione del contributo dei cattolici, della politica del cattolicesimo democratico alla vita del nostro paese.

Però dietro a questo che potremmo definire valore non negoziabile, la preoccupazione della qualità della vita democratica e del la giustizia sociale sono sempre stati due punti forti del contenuto del progetto politico complessivo del quale si è inteso servire il paese. Perché nella storia del movimento cattolico il cattolicesimo democratico si distingue proprio per questo, perché rifiuta l’idea di un cattolico e di una presenza dei cattolici rivolta a tutelare alcuni interessi, fossero i più nobili, alcuni valori, fossero i più grandi, compreso quello della vita.

Il compito del cattolico nella vita politica secondo il filone del cattolicesimo democratico non è quello di intestarsi alcune nobili battaglie, fossero appunto anche quelle della vita, ma è quello di partecipare laicamente alla costruzione di un progetto per la propria città, per il proprio paese, per la propria comunità. Un progetto che in quanto tale ha il senso della complessità ma anche della completezza e quindi contiene in sé un’idea di democrazia, ha un disegno istituzionale, un progetto economico sociale, una visione della società ispirata certamente dai valori cristiani ma con l’ambizione di non ridurli a un terreno di contrattazione con il potere, ma, in qualche modo, con l’ambizione di candidarsi all’esercizio di questo potere al servizio della comunità perché portatore di un progetto complessivo, di una risposta ai problemi e di una visione, diciamo, di società, di politica, di stato.

E quando i cattolici si sono ispirati a questo principio il loro contributo è stato un contributo per la democrazia nella vita di questo paese. Quando si sono rifugiati in quello che noi definiamo il clerico-moderatismo, magari in nome, ripeto, non solo di posti in Parlamento o di tasse favorevoli alla vita della Chiesa o di finanziamenti alle opere della Chiesa, ma anche in nome della difesa dei valori fondanti la vita della società, penso anche alle battaglie referendarie, non solo normalmente hanno perso (diceva Maria Eletta Martini che i referendum ci sono andati sempre male a partire da quello fra Gesù Cristo e Barabba), non solo hanno perso, ma al di là della sconfitta che potrebbe anche essere messa nel conto (le battaglie non si fanno solo quando si vince, ma ci sono anche numerose battaglie minoritarie che hanno segnato ben altre vittorie nella storia), non si è interlocutori veri, non si incide nel processo della storia. Forse, paradossalmente, si consentono le vittorie proprio di coloro ai quali ci si oppone con maggiore forza.

Questo errore è stato fatto durante il fascismo… non credo che Sturzo abbia fatto un esilio volontario, penso che sia stato programmato perché era scomodo, perché non aveva una posizione diciamo che potesse portare a contrattare posizioni con il potere del tempo, era in una posizione critica e si opponeva radicalmente a quello che stava nascendo nel nostro paese e in questo senso impediva questa tentazione del “ma ci si può sempre mettere d’accordo”.

Quando la presenza dei cattolici è stata rinunciataria rispetto al progetto, non è stata ambiziosa rispetto alla possibilità di essere guida della vita del paese, non solo si è targata di irrilevanza ma ha vinto il nemico dell’uomo, in qualche modo. Ecco, questa penso che sia con molta limpidezza la storia della presenza dei cattolici.

Alcuni giorni fa ero a fare un dibattito sul dopo Todi, non cito né interlocutore, né sede, né luogo. Ma l’interlocutore era uno dei protagonisti tra l’altro più illuminati di quella storia e mi dice: “Noi abbiamo fatto cadere il governo”. Ma se così fosse potevate svegliarvi prima. Lui mi ha risposto che era così, ma se davvero una conferenza stampa nella quale si dice questo governo deve andare a casa fatta dai cattolici italiani ha determinato la fine del corso così drammatico per la vita di questo paese, allora i vent’anni precedenti evidentemente non hanno trovato una posizione davvero radicale e oppositiva nei confronti di quello che è accaduto nel nostro paese.

Siccome penso anch’io che non spetti alla Chiesa metter su i governi o farli cadere come ha detto il segretario della Conferenza episcopale, ma l’opposizione alla cultura dominante evidentemente non c’è stata nelle sedi proprie che sono quelle dell’elaborazione culturale e della formazione. Questo è un dato.

Allora, come si vede la storia si ripete, si ripete sempre quando appunto si è rinunciatari, quando si rinuncia a un progetto. Ora, entro questo progetto secondo me ci sono due contenuti molto importanti che sono appunto quello della qualità della democrazia e quello del modello di sviluppo economico-sociale. Siccome io penso che questo protagonismo storico dei cattolici che è stato importante per la vita del nostro paese sia oggi molto attuale, proprio alla fine di questo ciclo politico, a me piacerebbe che su questo ciclo si riflettesse non smentendo, diciamo, la rilettura della storia. Perché quando si dice serve una nuova generazione di laici cattolici impegnati in politica, io in questa novità non vorrei vedere l’assenza delle radici della conoscenza del percorso storico, della presenza dei cattolici nella vita dell’Italia, perché altrimenti potremmo anche rischiare di commettere di nuovo degli errori. Cioè, potrebbe essere un altro tempo nel quale insomma si rischia di prendere una strada che non fa tesoro degli errori, delle sconfitte, che non sono tanto le sconfitte di una componente culturale, sono le sconfitte della vita di un paese, della qualità della sua democrazia, della qualità del suo modello di vita e di convivenza.

Quindi, il punto è questo: siccome io penso davvero che siamo non alla fine di un governo ma siamo alla fine di una fase caratterizzata da molti elementi, la fine di un governo persino la scomparsa o l’eclissi di un capo politico della vita del paese non significa necessariamente diciamo la chiarezza della strada da intraprendere per la ricostruzione dell’Italia e credo che avremo a che fare per molto tempo con le contraddizioni di questo ciclo e di questo periodo (quello che noi chiamiamo forse in maniera semplicistica il berlusconismo, per semplificare, per quello che ha rappresentato nella vita del nostro paese) è tutt’altro che scontata la strada con la quale possiamo uscire da qusto.

Io considero il ruolo della presenza dei cattolici molto importante e la qualità della loro presenza molto importante. Quindi, da una parte saluto e ho salutato questo esplicito ritorno all’impegno politico come un fatto assolutamente positivo in un tempo in cui sembra trionfare l’antipolitica e c’è una pericolosa verifica secondo me soprattutto nelle forme di democrazia rappresentativa perché sotto attacco non c’è genericamente la politica, sotto attacco c’è il Parlamento, proprio in maniera chiara. Poi magari ci possiamo girare intorno, se vogliamo, adesso magari faccio qualche affermazione non senza la pretesa di motivarle, di argomentarle. Ma il fatto che ci sia stata una dichiarazione esplicita di attenzione, di richiamo all’impegno della politica e della buona politica da parte del mondo cattolico italiano, considero questa una buona notizia.

Considero anche una buona notizia che si sia usciti dalla ossessione della vista breve dei valori non negoziabili; perché a Todi abbiamo sentito parlare di economia, di lavoro, di giustizia sociale, di povertà, di diritti; non abbiamo visto la lista breve dell’inizio e fine vita, della famiglia e dell’educazione che era uno dei segnali di ghettizzazione della presenza dei cattolici, ripeto, anche in nome dei valori fondamentali come quelli della vita della persona e della famiglia. Ma una sorta, diciamo, anche di pigrizia culturale nel tentativo di argomentare questi stessi valori nel contesto vivo della società italiana, quasi che ne bastasse una affermazione, una programmazione formale a prescindere poi dal modello economico-sociale e giuridico che vi si costruiva o dal quale ne discendeva, perché affermare che la vita è sacra e uno non ne può disporre come hanno cercato di fare con questa legge sul testamento biologico, ignorando completamente il fenomeno di eutanasia sociale crescente che c’è nel nostro paese per l’assenza dei servizi sociali e per l’attenzione alla fase terminale della vita, che è il vero dato di fatto.

Il problema dell’eutanasia in Italia non è staccare la spina, è il non mettere in condizioni una famiglia di accompagnare il proprio congiunto fino al momento finale, perché non è libero di farlo perché non ha i mezzi per farlo. Poi ci sono quelli che li trovano lo stesso, ma ci sono quelli ai quali non gli puoi imporre di trovarli se non li hanno. Per cui l’uscita da questo e il fatto che si torni a interrogarci sulle condizioni che si creano nella società perché il valore fondamentale della dignità della persona venga rispettato, per me è una buona notizia. Però penso che ci voglia altro per uscire da questa fase, per dare un contributo vero ai segni di uscita e ai percorsi della strada che dobbiamo compiere e questa volta investe soprattutto la concezione della vita democratica del paese, il sistema politico e anche il modello economico-sociale.

Allora, parto da questo ultimo. Guardate, io sono convinta davvero che noi siamo in un momento molto difficile e drammatico e semplifico in una battuta che ho usato anche ieri in una intervista: non basteranno i pensionati a saziare i mercati, e neanche i precari, e neanche la flessibilità del mondo del lavoro, e neanche l’aumento delle tasse. Non basteranno per saziare i mercati. Noi siamo dentro la crisi di un modello di sviluppo che ci ha portato fin qua. O questo si capisce e si è disponibile a un cambiamento radicale e la politica riprende la guida globale dei processi economici-sociali e finanziari, o se no tanto vale fallire da ricchi o da benestanti piuttosto che fallire da poveri.

Dietro a queste mie affermazioni non c’è niente che riguardi l’attualità, io sono una sostenitrice di questo governo, voterò le misure però è chiaro che le decisioni che prenderà lunedì questo governo avranno efficacia se ci saranno delle decisioni nel prossimo fine settimana di un certo tipo in sede europea, e se a quelle ne seguiranno altre nel prossimo G20, e se l’Occidente nel suo insieme, oltre che l’Italia e l’Europa, l’Occidente nel suo insieme fa una riflessione della sua ricollocazione nel mondo globalizzato e nel fatto che non siamo più lo spazio del mondo dove si produce la maggioranza della ricchezza, non siamo più i nobili di fine Ottocento, o anzi di metà Ottocento, siamo in un altro contesto storico e noi siamo arrivati fin qui avendo un rapporto con la natura, con i beni, con la ricchezza che ha prodotto dei grandi benefici per 60 anni, ma che adesso siamo alla svolta.

Allora, siccome penso che il pensiero della Chiesa, e anche la dottrina sociale della Chiesa nel suo percorso di grande coerenza negli ultimi cento e passa anni su questo punto ci ha sempre offerto delle linee assolutamente illuminate, io penso che manchi invece, da parte degli stessi cattolici, una traduzione culturale, scientifica, politica, economica in grado di interloquire e di fare un’alleanza con chi va fatta e di esercitare una critica nei confronti di un modello che non regge più.

E siccome saremo animati da un forte senso dello stato in tutta questa fase, saremo tra i primi che parteciperanno alla fase nuova che ci aspetta come il paese o altro, io credo anche che spetti a noi di fare un passo in più, ripensare alcuni propri parametri della nostra convivenza sia nazionale, che europea, che mondiale, mantenendo salde alcune scelte che si sono compiute, che non sono la causa della situazione nella quale ci troviamo.

Il sistema di welfare europeo non è la causa della crisi, per cui la crisi non si risolve togliendo le tutele e le garanzie del sistema di welfare europeo, modificandolo, cambiandolo, riformandolo indubbiamente, ma non ponendolo sotto attacco e togliendone i fondamenti, perché la crisi non è stata prodotta dalla scuola pubblica, dalla sanità pubblica, dalla previdenza pubblica, dai diritti dei lavoratori. Tutt’altro. Anzi la ricchezza è stata goduta e ridistribuita non in maniera adeguata perché di poveri ce ne sono tanti, ma in maniera accettabile. Quindi non è quella la causa.

Quando si dice siamo vissuti sopra un livello insopportabile, superiore alle nostre possibilità, non sono quelli i livelli superiori alle nostre possibilità, lì ci saranno delle diseconomie, delle inefficienze, dei ritardi delle riforme, delle inadeguatezze al cambiamento strutturale della demografia del paese, tutto quello che noi vogliamo, ma non è la causa. La causa è un’altra, la causa è che il processo di finanzializzazione dell’economia che c’è sempre stato nel capitalismo è arrivato all’esasperazione e nessuno ha saputo controllarlo. E a tutt’oggi si può stare a lavorare fino a ottant’anni, ma il mercato non si sazia se non c’è una regola.

Questo è il compito in questo momento: non cercare di mettersi d’accordo e come dire di essere quasi protagonisti di questa fase. Voglio essere ancora più esplicita: questo non può essere il governo nel quale il cattolicesimo democratico si identifichi. Per cui si dice, ma sono entrati tre ministri cattolici, o forse sono quattro. Ecco, è anche il governo del dopo Todi. Cosa vuol dire che è il governo del dopo Todi? Il governo del dopo Todi può essere anche quello, ma io mi interrogo sui contenuti, sulla via d’uscita. Perché io penso che occorra una radicalità di impostazione su questo punto, mentre si fa quello che si deve fare. Perché chi dice oggi che non si deve passare da questa porta stretta è una persona che lavora contro il paese, un gruppo che lavora contro il paese per i propri interessi. Non si può non passare, non si può non attraversare questa fase difficile, ma produrrà effetti se ci sarà l’altro lavoro.

Lo scenario della crisi del ’29, noi lo sappiamo, l’America ne è uscita individuando un modello di convivenza civile più giusto, l’Europa ne è uscita con la guerra e le dittature. Non vogliamo fare dell’allarmismo ma il rischio c’è e questo rischio si supera se l’Europa fa la sua parte, se si rilancia nella sua condizione comunitaria, se si decide a porre le regole e non svende il suo modello economico-sociale e di coesione sociale, ma se eventualmente lo riforma e lo rafforza, e se tutto l’Occidente che ha guidato questo modello di sviluppo si convince a rivedere alcune regole e a porre alcune regole e la politica trova il suo percorso.

Non è senza conseguenze questo anche dal punto di vista democratico e anche dal punto di vista del modo e delle forme con le quali si organizzerà il consenso alto. Perché le due cose sono sempre andate di pari passo, il contenuto della democrazia e delle grandi democrazie che siamo stati capaci di costruire nella seconda metà del secolo passato vincendo sulle dittature, non è solo un sistema di regole, non è solo un grande equilibrio tra i poteri istituzionali, è anche un modello di convivenza, è un modello con il quale si è individuato un modo di produrre e di distribuire la ricchezza.

Si tiene tutto. Io penso che questo sia un tempo nel quale a noi è chiesto finalmente… tardi, tardi, perché noi dovevamo capirla prima questa cosa qua, noi avevamo gli strumenti culturali e persino di orientamento etico per capire prima che saremmo arrivati qui. Lo stesso rapporto con il bene della terra, perché il pensiero dei cattolici non è stato da questo punto di vista alleato, sia ben chiaro non sto rivendicando il monopolio di alcuni valori, sto dicendo solo perché non ci sono state alcune sinergie e non altre.

E perché tutto questo, quando c’è è a opera di gruppi minoritari considerati comunque dei disturbatori, anche dentro la comunità cristiana. Questa dovrebbe essere una traduzione diciamo popolare di alcuni valori, di alcune impostazioni. Il punto sta anche qua. Non manca questo pensiero, non mancano gruppi come questo e come tanti altri ai quali ci si ispira. Ma perché le parrocchie devono essere tanto lontane da questi? Dove sta la stranezza? Dove si ferma questa fluidità anche di comunicazione? (Interruzione dal pubblico) Direi che è una cosa diversa, che in questo caso è uno strumento per un raccordo improprio con il potere. Questo è un dato, quindi non può essere un’uscita moderata. Partiamo dall’esaltazione della moderazione come ce l’ha spiegava Martinazzoli. Non può essere un’uscita ispirata al moderatismo quella della fase nella quale siamo.

Questo non lo articolo ulteriormente però mi pare che di questo si tratti. Non penso che sia il tempo di piccoli aggiustamenti che non potremmo non fare nella fase di passaggio, ma avranno un risultato se cambia lo scenario e se siamo pronti a fare la nostra parte. Non siamo fuori dagli insegnamenti della Chiesa da questo punto di vista, cioè c’è una coerenza propria nelle parole dette e nelle parole scritte. Nei comportamenti tenuti un po’ meno, ma questo mi pare un dato.

L’altro aspetto è quello che riguarda la qualità delle vita democratica del paese e non solo, che passa, secondo me, nel ridare importanza alle forme vere di partecipazione. Cioè noi usciamo da una fase nella quale tutti abbiamo in qualche modo contribuito a indebolire il tessuto sociale, il tessuto della partecipazione in questo paese. Non è una buona notizia che i partiti non siano ancora usciti dalle loro difficoltà, che non ci sia una capacità di interpretare un elemento che io considero molto positivo in questi ultimi tempi: io leggo il risultato referendario, dei referendum di primavera, come una capacità di riappropriazione della funzione pubblica da parte dei cittadini, inaspettata, ma di questo si è trattato.

Se su beni esenziali come la legalità, i beni comuni e l’ambiente si raggiunge il quorum, ecco che i cittadini hanno deciso di non fidarsi della sintesi, e non si sono fidati della sintesi che poteva emergere da chi esercitava la delega politica anche nella sede della rappresentanza.

Ora, io penso che questo sia un tema nel quale quel filone del cattolicesimo democratico del quale io rivendico la funzione di protagonista nella vita di questo paese oggi dovrebbe trovarsi pronto a interpretarne la novità, a non farlo morire, a farlo emergere, a trovare le forme per le quali si possa consolidare, si possa esplicitare; perché è stato un segnale secondo me estremamente importante. Non è vero che c’è disinteresse nei confronti della politica, siamo in una nuova fase di rielaborazione anche degli strumenti della presenza e della partecipazione che non può essere lasciata in maniera così in forme spontanee, essa stessa va in qualche modo interpretata, incanalata, capita e dalla quale emerge un orientamento preciso anche per quelle che devono essere le scelte di una comunità.

Io le considero vie di uscita, queste. Cioè, se dopo anni nei quali la legalità è stata ritenuta un ostacolo alla crescita e allo sviluppo di un paese, perché di questo si è trattato, questo si è teorizzato e si è praticato in Italia in questi ultimi anni… Non mi si venga a fare il numero dei capi mafiosi che sono stati messi in carcere in questi anni perché contemporaneamente alla sacrosanta opera dei magistrati e dei poliziotti, la politica che si è praticata è una politica che ha esaltato il valore dell’illegalità e che ha considerato la legalità come un valore non unificante della convivenza civile.

E si sono create tutte le condizioni per consegnare i cittadini all’illegalità perché chi conosce il Mezzogiorno, chi in questi anni ne ha attraversato anche il progressivo deperimento, vede perfettamente che mettere in carcere un capo camorrista e continuare a tenere i cittadini senza diritti, consegnati ai favori dei clan, significa incentivare l’illegalità. E significa creare le condizioni per cui poi questa si espanda. L’inchiesta di questi giorni è la prova evidente: dal magistrato di Reggio Calabria al consigliere regionale della Lombardia ormai è un elemento di unità gestito dai poteri mafiosi, non c’è dubbio.

Questo, come l’evasione fiscale, sono tutti segnali evidenti. Allora questo valore è stato considerato fondamentale, le leggi ad personam non sono soltanto leggi a favore di un capo, sono l’espressione massima della illegalità che si costruisce calpestando il principio della legalità per cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Non è vero che gli italiani sono disponibili a fare questo e quando possono esprimersi dicono di no. La stessa cosa vale per i beni comuni: non è solo l’acqua. In quel referendum non c’era solo l’acqua, non c’era un modello di organizzazione dei servizi locali, ma io penso persino che non abbia detto di no alla possibilità della gestione anche mista di pubblico e di privato dei servizi pubblici anche perché, secondo me, non se ne viene fuori economicamente, quindi non credo che si possa evitare di farlo: non c’è scritto che si aboliscono tutte le municipalizzate in quel referendum, non esasperiamo. C’è scritto soltanto una cosa: che qualunque modello trovi, tu devi salvare quel bene sul quale nessuno può fare lucro, e che è talmente essenziale e fondamentale che non può mancare e sul quale non puoi creare disuguaglianza per la vita del paese. È l’acqua, e la salute, e l’aria, e l’istruzione, è tante cose: c’è un modello di vita lì e c’è un modo di organizzazione della comunità: non si può essere fuori da questo processo. Non possono non essere i punti di forza.

Allora, la stessa cosa vale per le leggi elettorali, per la vita nei partiti, per la selezione della classe dirigente, per i costi della politica: questi sono temi sui quali oggi, secondo me, siamo chiamati a dare un contributo forte.

Un’ultima cosa che voglio dire è  come se ne esce; il sistema politico, alla fine di un ciclo politico non è un dettaglio. E qua io penso che ci sia il rischio più evidente perché mi pare che l’uscita da questo ciclo politico, per esempio, ci faccia dire con chiarezza, a proposito di alcuni temi che nel libro sono appunto approfonditi molto, di no al bipolarismo etico in questo paese, che è stato uno degli elementi che ha drogato di più in questi anni: il consenso cattolico si è sostanzialmente spostato dietro questo, io lo chiamerei specchietto per le allodole (scusatemi se lo riduco a questo). Valori come la vita, la famiglia, sì! Una parte politica ha lucrato consenso sull’uso strumentale di valori che ha inteso imporre alla società, salvo poi non praticarli.

Ma su questo c’è stato un orientamento a proposito del rapporto tra popolo ed élite anche dentro la Chiesa. Questo è un dato di fatto. Io questo lo porrei come una delle condizioni che su questi valori non si scherza, cioè l’uso strumentale della religione, dei valori cristiani, è stato fatto, praticato a larghe mani in questi anni, ma dovrebbe trovare la comunità cristiana indisponibile perché non si usano contro la persona, non se ne fa uso per un tornaconto elettorale, per fare un gioco artificiale del consenso. Questo è stato.

La divisione praticata dalla destra in questi anni, la pratica divisione di tutti i generi, tra ricchi e poveri, immigrati e cittadini italiani, tra buoni e cattivi è stata la peggiore di tutti, la vita, la morte, l’amore, la famiglia contro la famiglia…

Allora, non si può ripartire da qua e su questo ci dovrebbe essere un po’ di chiarezza, non si esce da questo ciclo se non si fa pulizia delle tentazioni che sono ruotate proprio intorno al fenomeno religioso. Io non ho mai visto tanti credenti in Italia come in questo periodo, sono tutti cristiani. Guardate, c’è la sfida del liberamento dalla laicità è una sfida fortissima, ma per tutelare la sacralità di alcuni valori, proprio per tutelarli, per non farli diventare mercimonio dentro il contesto politico entro il quale siamo

Secondo. Molto meno nobile questa riflessione. Si esce da questa fase se, secondo me, i cattolici italiani, il cattolicesimo democratico dà un contributo al superamento di questo pregiudizio storico che ha determinato, che ha bloccato sostanzialmente, e di cui abbiamo assistito in questi anni alla sua massima contraddizione: non c’è più il comunismo in Italia, se mai c’è stato. Non c’è una parte politica che è preclusa ai cattolici italiani. L’appoggio dato, o il ritardo con il quale si è tolto l’appoggio a questa fase politica, in larga parte dipende dal fatto che non si è mai superata una pregiudiziale negativa nei confronti della sinistra. Non mi accusate di fare affermazioni banali e superficiali, ma è così.

Perché ci tengo a precisare questa cosa? Perché io vedo il rischio che si sia finalmente decisi a dichiarare la fine di Berlusconi contestualmente all’ambizione di andare a occupare quella metà campo della politica del paese. E da questo punto di vista il passaggio del governo Monti viene considerato un’evoluzione coerente. Io non mi spiego altrimenti perché si metta insieme il presidente dell’azione cattolica con il presidente degli artigiani italiani, non cattolici, degli artigiani. O il banchiere, del quale io non dubito che sia un credente, un professante la fede cattolica quale è l’attuale ministro dello sviluppo e delle infrastrutture. No, io dentro la coscienza delle persone non entro: faccio fatica a considerarlo l’espressione del movimento cattolico italiano, faccio fatica, molta fatica. Perché? In che senso? Cosa vuol dire?

E guardate non si tratta neanche di dire: è ancora il tempo nel quale ha senso un’associazione di artigiani o di imprenditori cattolici? Che già sarebbe una domanda alla quale possiamo dare una risposta. Ha senso? Sì? Ma che senso ha pensare di mettere insieme il presidente dell’azione cattolica con il presidente della Confartigianato italiana? Lì c’è un progetto moderato, cioè un progetto di dire: è fallita quella esperienza di centro destra politico europeo e i cattolici escono da questa fase andando ad occupare la parte.

Quando sento dire che c’è stato un risveglio, io non ho mai dormito, ho perso ore di sonno in questi anni, molte. Dalla parte sbagliata? Non lo so. Penso che sia stato e intendo dire dalla parte del paese e dalla parte delle persone, non da un’altra parte.

Allora, non è questa la via d’uscita, perché questa è la subordinata: ma abbiamo tirato un sospiro di sollievo perché hanno detto che non fanno un partito, e questo è il segno che c’è ancora un po’ di senso di realtà, per fortuna. Come si fa a pensare che oggi nasca un partito! Però la subordinata, che in realtà è la principale, è che si va a giocare quella partita lì. Io mi domando: è coerente con quel modello di democrazia e di sviluppo economico-sociale al quale dovremmo metter mano se non vogliamo che l’ultimo pensionato venga immolato inutilmente sopra la sete di sangue della speculazione finanziaria? Non credo, non credo.

Allora, se ha ancora senso parlare del filone cattolico democratico, questo deve alzare la testa in questo momento, rivendicare con orgoglio il fatto di essere stati dalla parte giusta in questi anni. Perché in quella parte lì non ci si poteva investire in nome della paura di un qualche cosa che è atavico e irrazionale, assolutamente irrazionale.

Così come io non accetto che tutto questo avvenga perché c’è stata irrilevanza politica dei cattolici in questi anni, io non mi sono mai sentita irrilevante nella mia parte politica. Anzi, chiedo scusa ai compagni del mio partito che vengono dalla tradizione della sinistra, ma io con orgoglio dico che io ho vinto, le mie idee hanno vinto. Chiedo scusa, ma le mie idee hanno vinto perché ha vinto l’idea di Europa, perché ha vinto l’idea di mercato regolato, perché ha vinto l’idea della centralità della persona, perché ha vinto l’idea di libertà. Io ho vinto, non sono stata irrilevante e subalterna, ho vinto. Ma non io personalmente, ha vinto un certo filone di idee e di impostazioni perché se a oggi gli esponenti del partito comunista italiano sono stati al governo del paese è perché hanno avuto un’evoluzione culturale che li ha portati esattamente verso quella visione di società e di democrazia della qual io rivendico essere stati noi i fondatori.

Nel libro c’è scritto. “Vi rimprovero” mi disse un giorno il cardinale Ruini “di aver portato i comunisti al governo”. Ma ci dovrebbe ringraziare, ci dovrebbe ringraziare perché vuol dire che la democrazia che siamo stati capaci di creare in questo paese è stata capace di democratizzare ciò che in altri paesi è fallito. Si può leggere in tanti modi la storia di questo paese, ma l’opera più straordinaria che ha compiuto il sistema politico italiano fino all’avvento delle tragedie, del dramma di questi ultimi vent’anni, è stata esattamente questa: che c’è stato un tale rapporto tra maggioranza e opposizione dentro il clima della democrazia che siamo l’unico paese che ha visto l’evoluzione vera, chiara e netta verso la democrazia di forme politiche che ci avversavano alcune scelte, a partire dall’atlantismo, dall’Occidente, dall’Europa, dal mercato, da tutto, da tutto ciò che citavo prima.

Irrilevanti? Ma di che cosa stiamo parlando? Irrilevanti? Perché irrilevanti? Se c’è una irrilevanza è eventualmente quella che abbiamo avuto dentro la società di questo paese dove in effetti si sono affermati alcuni valori che non sono i nostri. Aldo Moro (è riportato anche questo nel libro) alla sconfitta del referendum sul divorzio disse: “Forse è arrivato il momento di pensare che i valori non si costruiscono con le leggi, ma richiedono un’elaborazione, una crescita dentro un altro contesto”. Se c’è un’eventuale irrilevanza è lì, è nella testa delle persone, ma perché non è nella testa di coloro che non sono credenti, è nel cambiamento anche del modello di vita, dei modelli culturali che ispirano tutti noi, perché noi siamo dentro a questa cosa qua, c’è una sorta di omologazione. Da quel punto di vista, ma se qualche cosa è riuscito invece ad affermarsi è esattamente sul piano politico che questo si è verificato.

Allora, una via di uscita non può essere questa, cioè che i cattolici italiani, dimenticandosi della storia del cattolicesimo democratico, ambiscano a occupare la metà campo del moderatismo italiano. Siccome quel centro destra lì è fallito allora si va a vedere se lo si rimette insieme con un po’ di sindacato, con un po’ di associazionismo, con un po’ di imprenditori, con una visione, come dire, moderata. Non mi pare il tempo, e non mi sembra che questo ci aiuterebbe a uscirne.

Però, sotto questo punto di vista, e termino qua, il libro parte da questo assunto: non abbiamo scelto la parte sbagliata, non abbiamo sbagliato. Attenti, non che abbiamo fatto tutto bene, anzi di questo, diciamo che nell’introduzione eccellente che ne ha fatto Giovanni Bianchi non ho fatto in tempo a vedere se c’era. Ma. se provo a tracciare la spiritualità del politico che si ispira a questo filone culturale del cattolicesimo italiano è quella che Moro chiamava “il non appagamento”; quindi il nostro compito è quello di realizzare la giustizia nel mondo, non ci riusciremo mai, ma la nostra grande vocazione, che è grande cosa, è averne sempre fame e sete, e ogni giorno tu verifiche che tra la tua fame e la tua sete c’è la pochezza delle realizzazioni. E quello è il non appagamento, quello di cui Aldo Moro parlava, noi siamo continuamente non appagati di quello che riusciamo a fare.

Quindi sia ben chiaro. Abbiamo realizzato il minimo, però non abbiamo sbagliato, non siamo stati dalla parte sbagliata. E aggiungo anche un’altra cosa in più: questa impostazione è stata minoritaria e ha sempre fatto una gran fatica oggi a trovare consenso, sia dentro il perimetro del contesto ecclesiale, che fuori. Io penso che dalla nostra parte ci stia anche la possibilità di allargare il consenso perché l’esperienza, il fallimento di alcune idee è talmente evidente che forse vale la pena di provare a vedere se intorno al termine giustizia sociale, per esempio. laicità, democrazia partecipata, uso corretto dei beni, sobrietà e altro, tutto intorno a questo non si ricrei magari un po’ di consenso.

Non è neanche il tempo nel quale anche quel cattolicesimo di popolo non si può ritrovare, oltre naturalmente che nelle mura, nel vasto campo della città nella quale noi siamo chiamati a un incontro ovviamente con i non credenti che sono i nostri interlocutori principali e che vengono considerati dal cattolicesimo democratico elemento prezioso di costruzione della città.

Mi fermerei qua.

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