Quando sono i lavoratori a scegliersi l’imprenditore
Pietro ICHINO: l’intelligenza del lavoro

Sabato 13 febbraio 2021, lezione on-line.


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Luca Caputo presenta la lezione – 4:41
Stefano Guffanti introduce Pietro Ichino – 13:19
Relazione di Pietro Ichino – 43:05
Considerazioni di Luca Caputo, Stefano Guffanti e Pietro Ichino – 8:24
Prima serie di domande – 16:55
Risposte di Pietro Ichino – 29:12
Seconda serie di domande – 14:22
Risposte di Pietro Ichino e chiusura della lezione – 20:58

Introduzione di Stefano Guffanti a Pietro Ichino

È un grande piacere per me poter presentare oggi il libro L’intelligenza del lavoro – Quando sono i lavoratori a scegliersi l’imprenditore” del professor Pietro Ichino, uno dei più famosi giuslavoristi italiani, e un protagonista del dibattito italiano “perché, in un contesto italiano in cui molti intellettuali si prestano a compiacere l’area politica di riferimento, il prof. Ichino si contraddistingue per la sua capacità di avere un “pensiero autonomo e originale  rispetto al mainstream e, inoltre, espone le sue tesi con una ricchezza di dati, una disponibilità al confronto e una trasparenza veramente rare nel panorama italiano.

Se pensate che esageri fatevi un giro nel sito del professore www.pietroichino.it e troverete il materiale che lui pubblica (articoli, “minieditoriali” estratti di libri) le domande di esperti e lettori e le sue risposte, sempre puntuali, sui vari temi affrontati. Del resto la trasparenza è un tema su cui il prof. Ichino ha sempre creduto (basti pensare alle sue proposte in tema di PA o di anagrafe patrimoniale dei politici) e, nel mio piccolo, un tema che credo anch’io essere fondamentale per la riforma della PA e, in generale, il buon funzionamento del paese.

Abbiamo visto nell’ultimo incontro organizzato dal Circolo Dossetti con il prof. Michele Faioli che  il diritto del lavoro ha come fine quello di tutelare la dignità dei lavoratori, ma i mezzi per tutelare quei fini devono essere modificati, adattati, riformati nel tempo in base al contesto economico, geografico, sociale etc… per tutelare al meglio quei fini ci diceva il prof. Faioli

Nessuno credo possa negare che tutta l’opera intellettuale del Prof. Ichino si sforzi di metter in pratica questo concetto anche se, da suo attento lettore la mia impressione è che a volte il pensiero del prof. Ichino sia spesso “tradito” da destra da chi vuole strumentalizzarlo per togliere/limitare i diritti dei lavoratori recependo solo alcune parti delle sue proposte o deformandole da sinistra invece da chi non vuole alcun cambiamento.

Da un lato vi è chi è interessato all’abolizione dell’art. 18 ma poco o punto interessato alle attività di formazione e ricollocazione professionale degli interessati, dall’altro chi vuole evitare l’abolizione dell’articolo 18 ma solo per il mantenimento dello status quo e continuare a difendere posti di lavoro in aziende decotte anziché difendere i lavoratori che in quelle aziende decotte lavorano. Un tragico errore che la sinistra non ha ancora smesso di pagare.

In una nota frutto di una collaborazione tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e la Banca d’Italia finalizzata a sfruttare una fonte di dati amministrativi completa e tempestiva quale quella delle Comunicazioni obbligatorie possiamo vedere l’andamento delle posizioni di lavoro alle dipendenze nel 2020.

Nel 2020 il numero dei contratti di lavoro cessati nel settore privato non agricolo ha di poco superato quello dei contratti attivati (42.000 unità); il saldo era stato di segno opposto nel 2019, quando erano stati creati quasi 300.000 posti di lavoro.

Tale andamento è il risultato di un calo delle assunzioni e delle cessazioni (le prime, pari a 4,78 milioni, sono diminuite di circa 1,9 milioni, le seconde di oltre 1,5).

L’evoluzione dei flussi è stata fortemente condizionata dalla pandemia: nei mesi di gennaio e febbraio del 2020 la creazione di posti di lavoro era sugli stessi livelli del 2019. Con l’emergere dei primi contagi da Covid-19 alla fine di febbraio, il mercato del lavoro ha subito invece un rapido deterioramento e il saldo tra attivazioni e cessazioni è diventato negativo: a metà giugno era di 595.000 unità inferiore a quello registrato nello stesso periodo dell’anno precedente. Tra la fine di giugno e ottobre tale divario si è ridotto sensibilmente, con la creazione di circa 285.000 posti di lavoro in più rispetto al 2019. Il recupero si è però interrotto in novembre, in concomitanza con il nuovo aumento dei contagi e con l’adozione delle necessarie misure restrittive. L’effetto di questa seconda ondata sul mercato del lavoro è stato comunque molto più contenuto di quello della prima, con un saldo tra attivazioni e cessazioni più basso di circa 25.000 unità nel bimestre novembre-dicembre rispetto allo stesso periodo del 2019

Le attivazioni di contratti a tempo indeterminato sono state quasi sempre inferiori rispetto all’anno prima; da marzo i flussi netti sono stati sostenuti dal calo delle cessazioni, dovuto sia al blocco dei licenziamenti sia al minor numero di lavoratori che hanno scelto di dimettersi, anche per le ridotte possibilità di cambiare impiego  Le stabilizzazioni di contratti temporanei sono state quasi 427.000 di cui circa 80.000 in dicembre, verosimilmente per effetto degli sgravi contributivi in scadenza introdotti dal decreto “agosto” (DL 104/2020). Il flusso complessivo di nuove posizioni di lavoro permanente alla fine del 2020 è stato positivo e pari a 260.000 (circa nuovi 90.000 contratti in meno rispetto a quelli creati nel 2019).

Gli andamenti territoriali. – Nel 2020 la perdita occupazionale si è concentrata nelle regioni del Nord: in particolare Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e le province autonome di Trento e Bolzano hanno registrato circa 200.000 attivazioni nette in meno rispetto all’anno precedente, contribuendo per quasi due terzi ai minori flussi rilevati a livello nazionale. Il fenomeno riflette la distribuzione dell’occupazione (nel 2019 in queste aree è stata creata oltre la metà delle posizioni lavorative registrate sul territorio nazionale), gli andamenti dei diversi settori economici e l’impatto dei provvedimenti adottati nel corso dell’anno per fare fronte alla pandemia.

L’andamento delle diverse tipologie contrattuali. – I contratti di lavoro a tempo determinato hanno assorbito gran parte della contrazione della domanda di lavoro durante la prima fase dell’emergenza sanitaria, per poi alimentare la ripresa occupazionale nei mesi estivi e azzerare, alla fine di novembre, il divario rispetto al 2019. Questo è poi tornato ad ampliarsi nell’ultimo mese dell’anno: alla fine di dicembre il saldo era negativo per circa 250.000 unità, 157.000 posizioni perse in più rispetto all’anno precedente.

In un momento storico come quello sopra descritto, caratterizzato dalla crisi economica causata dalla pandemia in tutto il mondo, può sembrare strano che il prof. Ichino ci proponga uno scenario in cui saremmo in presenza di un nuovo “mercato dell’intrapresa” dove anche i lavoratori si scelgono e “ingaggiano” l’imprenditore più capace di valorizzare il loro lavoro.

Eppure non è una provocazione dire, in un contesto pandemico e di crisi economica, che i lavoratori devono essere messi in grado di potersi scegliere l’imprenditore.

Significa realizzare in pratica l’art. 4 della Costituzione che dice: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Scrive il prof. Ichino: “Rimaniamo convinti che gli unici ad avere voce in capitolo, oltre all’imprenditore che subentra, siano gli investitori, i finanziatori ed eventualmente il vecchio titolare dell’azienda. Siamo abituati a pensare che i lavoratori, non disponendo del capitale e dei mezzi di produzione, in una parola del potere decisionale, giochino soltanto un ruolo passivo; a pensare cioè che essi vengano solo “assunti” dal nuovo imprenditore, o “ceduti” dal vecchio al nuovo, godendo, in quest’ultimo caso, soltanto di un diritto di informazione preventiva sugli effetti del contratto di trasferimento. Questo modo di pensare si fonda su una visione del mercato del lavoro incentrata sul modello del monopsonio, dove è l’imprenditore la sola parte che sceglie e decide, una situazione che Karl Marx aveva ben ragione di descrivere come quella nella quale l’istituzione del “contratto”, propria del diritto borghese, costituisce la “foglia di fico che copre la vergogna della dittatura del padrone sull’operaio”

Abbiamo così introiettato questo modello che chiamiamo “datore di lavoro” chi in realtà il lavoro, e i lavoratori in grado di fare quel lavoro, lo cerca.

Ebbene, non è vero che i lavoratori sono condannati a essere succubi dell’impresa in cui lavorano, i lavoratori possono scegliere di andarsene e, per così dire, “scegliersi” l’imprenditore presso il quale vogliono lavorare. Certo non tutti i lavoratori possono farlo, alcuni sono in una posizione di debolezza.

Ma perché: perché manca la domanda di lavoro o perché mancano i servizi che assistono i lavoratori nella ricerca dell’impiego ?

In Italia ci sono, sembra incredibile ma è vero, 1,8 mln di posti di lavoro scoperti perché mancano le persone capaci di occuparli. Mancano i servizi di formazione, di selezione, c’è un gap colossale tra il modo in cui, nei paesi del nord Europa ad esempio, il lavoratore debole è aiutato con percorsi precisi per uscire dalla sua condizione di debolezza e quello che invece accade in Italia. Se il mercato di lavoro avesse servizi in grado di “produrre” la manodopera di cui le imprese hanno bisogno ciò potrebbe attrarre gli operatori internazionali che investono nei territori in cui c’è la capacità di offrire i lavoratori di cui le imprese necessitano (ricordo quando chiesero a Pasquale Pistorio, il geniale manager di STM, perché la sua azienda avesse investito in uno stabilimento a Catania e lui rispose, spiazzando chi pensava a risposte tipo “da siciliano ho cercato di trovare lavoro a siciliani” o amenità simili, “perché qui abbiamo giovani ingegneri laureati disposti a lavorare per 1200 euro”

Si investe troppo per le politiche passive e pochissimo per le politiche attive del lavoro.

Vi cito un dato riportato dal prof. Ichino nel libro che riguarda la città metropolitana di Milano, città dalla quale vi stiamo parlando che, secondo gli esperti, dovrebbe essere la città più innovativa e “apripista” in materia di economia e politiche del lavoro.

Nella città metropolitana di Milano, scrive il prof. Ichino, “ l’ISTAT censisce alla fine del 2018 quasi un milione e mezzo di occupati (per la precisione 1.466.000) e poco più di 100.000 persone in cerca di occupazione (101.000, tasso di disoccupazione di poco inferiore al 7%); nel corso dell’anno, più di mezzo milione di persone (569.000) hanno avuto almeno una assunzione regolare con contratto di lavoro subordinato; invece, i posti che le imprese hanno avuto difficoltà a coprire sono più di 80.000: precisamente l’82,4% rispetto al numero dei disoccupati. Sono posti di lavoro di cui sappiamo tutto: nome dell’impresa che cerca, luogo di lavoro, qualifica e mansioni.

Qualcuno potrebbe sostenere che oggi un tale scenario sarebbe irrealistico dopo lo shock della pandemia, ma è anche vero che prima o poi dalla recessione usciremo e, fin tanto che ci siamo dentro e la disoccupazione è quella che conosciamo, è ancora più intollerabile che non ci si doti delle strutture che vadano a analizzare le varie posizioni vacanti individuando tra i soggetti in cerca di lavoro quelli che abitano il più possibile vicino alle aziende che cercano personale e che hanno aspirazioni e competenze il più possibile simili a quelle cercate dai datori di lavoro, che necessitano pertanto di minore formazione per ricoprirle.

E’ ancora più intollerabile che i percorsi di formazione, anziché essere caratterizzati da autoreferenzialità, nel senso che più che dare un lavoro ai disoccupati servono a dare un lavoro ai formatori, non vengano per così dire “modellati” sulla base delle competenze più richieste nel mercato del lavoro magari coinvolgendo le aziende e remunerandole nel caso in cui siano disponibili a mettere a disposizione spazi e attrezzature per la formazione dei nuovi dipendenti.

Il prof. Ichino ipotizza poi servizi “mirati” di orientamento e formazione in grado di far emergere (finalmente) quell’offerta di lavoro qualificato e specializzato di cui hanno “fame” le imprese italiane.

Abbiamo assistito in questi mesi alla polemica sui temi del reddito di cittadinanza dei navigator che dovrebbero assistere i lavoratori verso un nuovo impiego. le conoscenze tecniche richieste dalle imprese sono spesso specifiche e, al tempo stesso, soggette all’obsolescenza nel senso che vanno continuamente rinnovate o addirittura modificate radicalmente. Occorre pertanto un sistema dell’orientamento e della formazione professionale legato alle esigenze espresse dal tessuto produttivo e di cui venga controllata rigorosamente l’efficacia. Lo si può ottenere rilevando a tappeto il tasso di coerenza tra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi, mediante una anagrafe della formazione e l’incrocio dei suoi dati con quelli delle Comunicazioni Obbligatorie al ministero del Lavoro, delle iscrizioni agli albi ed elenchi professionali, delle iscrizioni alle liste di disoccupazione.

Ogni singolo lavoratore deve disporre dell’intelligenza (letteralmente: “capacità di leggere dentro”) dei meccanismi del mercato, indispensabile per poter usare il mercato stesso a proprio vantaggio: molte persone hanno bisogno assoluto, per questo, del servizio che nel centro e nord-Europa viene reso dai job advisor cioè da esperti che per poter svolgere questo servizio hanno alle spalle due o tre anni di formazione specifica post-laurea.

Cosa intende il prof. Ichino ? Che i lavoratori di una azienda devono disporre dell’“intelligenza collettiva” indispensabile per valutare la qualità dell’imprenditore e dei suoi piani industriali; e, se la valutazione è positiva, negoziare con l’imprenditore a 360 gradi la scommessa comune su di essi. Quell’intelligenza collettiva non può che essere costituita da un sindacato che sappia fare bene il suo mestiere.

Come si vede non c’è nulla di ideologico sono concetti che un tempo si sarebbero definiti di buon senso, eppure non vengono applicati, non se ne parla, si da quasi per scontato che non sia così.

Il Professor Ichino, ci fa notare che ciò che più irrealistico è del tutto irrazionale in un contesto di crisi economica e occupazionale come quello che stiamo vedendo è il fatto che vi siano più di un milione di posti di lavoro qualificato o specializzato che restano scoperti per mancanza di persone in grado di accedervi, sono questi quelli che Ichino definisce “giacimenti occupazionali” ai quali lavoratori adeguatamente formati e supportati da politiche attive di assistenza al lavoro potrebbero accedere “scegliendo”, tra i vari posti disponibili, quelli più adatti alle loro caratteristiche.

Perché ciò non avviene ? Perché non vengono implementate queste politiche attive ? Quali forze vogliono impedire l’incontro tra una offerta di lavoro specializzato che non trova risposte e lavoratori in cerca di occupazione ? Come è possibile che le agenzie dell’impiego non si occupino di incrociare offerta e domanda di lavoro ?

E i “navigator” ? Si può ipotizzare un loro coinvolgimento o si tratta di figure che vanno completamente ripensate ?

Queste dovrebbero essere a mio parere le domande da porre a chi ha governato il paese in tutti questi anni. Per rispondere a queste e ad altre domande cedo ora la parola al prof. Ichino

DOMANDA:

Mi perdonerà il prof. Ichino se, lavorando da tanti anni nella p.a. ed essendomi occupato per 9 anni di risorse umane anche con una esperienza sindacale nella Cisl, mi permetto una domanda.

Immaginate di essere un dipendente che lavora in una azienda informatica, fate un colloquio per la Microsoft che si dichiara disposta ad assumervi e a pagarvi di più offrendovi un percorso di carriera migliore.

Voi vorreste  spostarvi ma qualcosa ve lo impedisce…per potervi trasferire è necessario il “permesso” del Dirigente dell’azienda in cui lavorate ora.

Risultato finale: la vostra possibilità di crescita professionale verrebbe tarpata sul nascere, dovreste restare nell’azienda in cui lavorate controvoglia, la vostra motivazione diminuirebbe, dopo un pò di anni di lavoro in questa situazione vi rassegnereste a essere, di fatto, “ostaggio”, nel bene e nel male, della vostra azienda e del vostro dirigente.

Fortunatamente nel privato questo non avviene, i dipendenti che ritengono di essere in possesso di competenze distintive possono proporsi sul mercato del lavoro e, se trovano imprese disposte a investire su di loro possono cambiare posto e migliorare la propria condizione.

Ebbene questo è invece  esattamente quello che avviene ogni giorno nel settore pubblico. Un dipendente, laureato o meno, che vince un concorso in un Comune, in una Regione, in una Azienda sanitaria o in un ente statale, non può spostarsi all’interno della pubblica amministrazione e financo nello stesso comparto di appartenenza (Sanità, Regioni EE.LL. etc…) senza avere il “permesso” dell’amministrazione di appartenenza.

Risultato: non esiste un meccanismo che porti alla selezione e alla valorizzazione dei migliori ma, al contrario, le amministrazioni pubbliche non hanno nessun incentivo a valorizzare i meritevoli perchè non rischiano di perderli. Si aprono così spazi per favorire carriere per cooptazione, basate sulla fedeltà al dirigente o sull’appartenenza politica.

Se venisse fatta una analisi dei processi nella p.a., chi fa che cosa, Si scoprirebbe a mio avviso che vi sono almeno 4 categorie di lavoratori “improduttivi”:

  • quelli che vorrebbero lavorare ma non ricevono il lavoro dai loro diretti superiori (quadri gelosi del proprio lavoro oppure dirigenti incompetenti che non sanno distribuire il lavoro);
  • quelli che sono obbligati a svolgere lavori inferiori rispetto alle competenze in loro possesso;
  • quelli che lavorano ma fanno un lavoro inutile (ma la colpa è di chi non elimina quei lavori inutili magari per giustificare l’esistenza dei propri uffici…..)
  • quelli che effettivamente lavorano poco o male e sono i famosi “fannulloni” di cui spesso si parla sui giornali citando, a volte a sproposito perché nel suo lavoro non c’è ombra di disprezzo verso i lavoratori del pubblico impiego, semmai c’è il desiderio di modificare lo status quo e smascherare i gattopardi che trasformano ogni riforma in un ennesimo adempimento.

Le pubbliche amministrazioni sono piene di giovani e meno giovani brillanti, con una o due lauree, con competenze accumulate in anni di duro lavoro, condannati a marcire professionalmente, che si vedono negare ogni riconoscimento economico e si vedono puntualmente scavalcare da persone meno qualificate di loro senza nessuna possibilità di “exit”, per citare l’economista Hirschmann, e con una possibilità di “voice” che non viene raccolta da sindacati e forze politiche ai quali la situazione di “ostaggi dell’amministrazione” subita da questi lavoratori consente di svolgere un ruolo di mediazione che tuttavia, si occupa di singoli casi e non affronta mai in maniera radicale una vera riforma della mobilità nel pubblico impiego.

Cosa accadrebbe se l’attuale meccanismo di selezione del personale basato su concorsi per ogni livello di carriera (con i noti problemi che caratterizzano i concorsi pubblici in Italia) e su una valutazione che si basa su parametri prestabiliti e viene utilizzata dai dirigenti per aumentare il potere di ricatto sui loro collaboratori venisse  sostituito con un meccanismo di quasi mercato che permetta al lavoratore che non si sente valorizzato  di avere una opzione exit ?

Per quale motivo, visto che si è parlato tanto e a sproposito di privatizzazione del pubblico impiego, il dipendente pubblico non deve essere libero di cercare, all’interno delle amministrazioni pubbliche (o almeno all’interno delle amministrazioni pubbliche del proprio comparto contrattuale di appartenenza) opportunità  che gli permettano di crescere professionalmente attraverso un processo di negoziazione trasparente ?

Per quale motivo, se ho superato un concorso pubblico in un comune della Lombardia, per lavorare in un altro comune della Lombardia devo affrontare un concorso ? Basterebbe una regola che prescriva che, nel caso in cui un dipendente riceva una offerta economica migliore da un altro ente o abbia lavorato almeno 5 anni in un ente, obblighi l’amministrazione di appartenenza a dare il suo consenso al trasferimento e la logica che guida la selezione negli enti pubblici cambierebbe radicalmente.

I dirigenti del personale verrebbero valutati, come avviene nel privato, in base alla capacità di assumere, motivare e mantenere i loro lavoratori. Un dirigente dovrebbe pensarci due volte prima di  affidare un incarico importante a un incapace, per il semplice motivo che i lavoratori costretti a fare il lavoro che l’incapace non esegue potrebbero semplicemente andarsene costringendo l’Amministrazione a prendere atto che in quel punto dell’organizzazione c’è un problema.

Non pensa professore che nel dibattito che caratterizza la PA si parli molto di valutazione, tagli lineari, carenza di risorse umane e materiali ma non si parli mai, di quelli che non si possono chiamare giacimenti occupazionali ma che definirei “giacimenti di competenze inutilizzate”,  lavoratori demotivati o non utilizzati al meglio delle loro professionalità o sfruttati i quali, tornando a  Albert Hirschmann, hanno poca “voice” e nessuna possibilità di “exit” ?


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1 – Luca Caputo presenta la lezione – 4:41
2 – Stefano Guffanti introduce Pietro Ichino – 13:19
3 – Relazione di Pietro Ichino – 43:05
4 – Considerazioni di Luca Caputo, Stefano Guffanti e Pietro Ichino – 8:24
5 – Prima serie di domande – 16:55
6 – Risposte di Pietro Ichino – 29:12
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8 – Risposte di Pietro Ichino e chiusura della lezione – 20:58

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