Dossetti rimosso. Di Giovanni Bianchi e Giuseppe Trotta. Per il Corso di formazione ne parlano Guido FORMIGONI e Enzo BALBONI coordinati da Salvatore NATOLI

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Corso di formazione alla politica

Dossetti rimosso: dopo Antonio Rosmini, Dossetti è il grande rimosso della cultura e della Chiesa italiane. E’ Dossetti stesso ad avere suggerito il rapporto con Rosmini, e una circostanza li accomuna: la difficile “traducibilità” delle rispettive esperienze oltre i confini nazionali.

Il corso 2016-17 si apre con una rivisitazione della sua figura: non per rievocarne la memoria, ma perchè in questa fase storica, in cui ci siamo lasciati alle spalle la forma del partito e le politiche vincenti si presentano dunque senza fondamento, mettere mano al suo lascito culturale può essere operazione ricostruttiva del cattolicesimo politico, giunto alla fine di un ciclo.

Enzo Balboni evidenzia ed illustra l’eccedenza del pensiero e della prospettica intelligenza politica di Dossetti, come una delle concause della rimozione del suo contributo dalla politica e dalla cultura politica italiana.

Guido Formigoni analizza le differenze storiche, sostanziali e di prospettiva tra la visione di partito (e di democrazia) di Dossetti e quella di De Gasperi. Aldo Moro, autentico “dossettiano” che aveva però acquisito la lezione di De Gasperi, fu l’unico nel panorama politico nazionale a tenere insieme le due cose, sacrificando la gran parte della sua vita politica e personale allo scopo di determinare l’evoluzione positiva della società e della politica italiane.

2016-10-29-formigoni-balboni

1. leggi la trascrizione della relazione di Enzo Balboni

2. leggi la trascrizione della relazione di Guido Formigoni

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1. introduzione di Salvatore Natoli 11’50” – 2. relazione di Enzo Balboni 46’33” – 3. relazione di Guido Formigoni 36’22” – 4. intervento di Giovanni Bianchi 51’51” – 5. intervento di Salvatore Natoli 10’14” – 6. domande 15’09” –  7. risposte e chiusura 16’54”

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Trascrizione della relazione di Enzo Balboni

Grazie. Avevo grande timore che l’impostazione di quadro che Salvatore Natoli avrebbe dato alla nostra tavola rotonda non fosse collimante con le cose che spontaneamente mi ero annotato da riferire, da condividere con voi in questa mattinata. Di fatto, farò appunto delle chiose, delle glosse, degli approfondimenti rispetto a una linea che condivido completamente.

Abbiamo tra le mani questo libro di Giovanni Bianchi e Giuseppe Trotta su Dossetti. Prendo l’occasione per dire che io ho conosciuto abbastanza bene, anche se per un periodo abbastanza breve, Pino Trotta ricavandone proprio l’impressione di una persona sincera, capace, intelligente, quelle di cui veramente, voi capirete perché lo dico fin da adesso, sentiamo la mancanza come possibile classe dirigente, classe intellettuale dirigente nel nostro mondo. Debbo a lui anche alcune sollecitazioni, lui era uomo molto più pratico di quanto non fossi io e io da lungo tempo voi sapete che io ho interesse anche culturale e scientifico per Dossetti, nasceva, è nato da una specie di mandato che io ho avuto la fortuna di avere da don Giuseppe, essendo uno dei costituzionalisti che gli stavano vicino in quel biennio eccezionale, parliamo dei due anni e mezzo che vanno tra il ’94 e la fine del ’96, quando lui tornò a dare un protagonismo attivo nella difesa della Costituzione.

In quella occasione, Dossetti su mia richiesta mi diede l’autorizzazione, il personaggio, come voi immaginate, non era facile, persona intellettualmente autorevole, che quasi sfiorava l’autoritarismo, mi diede appunto l’incarico di fare l’edizione critica della sua grande relazione del ’51, del novembre del ’51 ai giuristi cattolici che poi io ho chiamato “non abbiate timore dello stato” perché in quel momento, e Natoli ha detto bene, e lo dice anche Bianchi nei tanti interventi che fa, lui era molto collocato nel suo tempo. Nonostante dicesse che leggeva i giornali una volta al mese, li faceva accumulare in un angolo della stanza; diceva che i giornali non sono importanti, però essere aggiornati su quello che loro dicono e sulla rappresentazione del mondo e dell’Italia che fanno è necessario. Quindi lui, quando aveva concluso le altre fatiche intellettuali, sfogliava velocissimamente, con una facilità di apprendimento straordinaria, le notizie dei giornali, sapeva piluccare molto bene, coglieva lo spirito che c’era nel dibattito politico che si manifestava anche nei giornali che in quel tempo erano la principale fonte di informazione e di propaganda politica. Quindi, al di là del momento di aggiornamento sui dati essenziali della vita politica del paese poi la sua riflessione andava, si poneva, aveva la capacità di porsi su un altro orizzonte.

In questo contesto, non è l’occasione per ritornarci adesso, anche la sua visione del mondo, specialmente nei rapporti sulla situazione del Medio Oriente, era spesso spiazzante. Una volta ci disse che per fare la pace in Israele non la poteva fare Rabin, non la poteva fare Perez, perché ci voleva un uomo più pragmatico e meno idealista di Rabin per farla. Noi restammo tutti colpiti dicendo: questo contraddice, noi siamo tutti a favore di questa figura carismatica. E lui disse, no, no, la politica è realismo e impone questo. Ho divagato.

Ma ho divagato soltanto fino ad un certo punto perché parto proprio dal titolo che Bianchi ha messo al suo libro: Dossetti rimosso. Non c’è il punto interrogativo come spesso adesso si mette nei titoli, è una affermazione di Giovanni Bianchi che io condivido e anch’io cerco di darle una giustificazione. Dossetti rimosso, sì per due ragioni, due prevalenti ragioni. Perché Dossetti è invasivo, una parola che è quasi simile ma è diversa sarebbe invadente. Dossetti quindi è invasivo e venendo qui ho pensato: posso rendere con un’immagine questa idea? E mi è venuta questa idea: è come se in un piccolo appartamento nel luogo in cui lui stava, lì a Montesole, in una piccola stanza, lui avesse cominciato ad accumulare tante scatole di Lego che arrivavano belle impacchettate e ognuna di queste comprendeva una certa quantità di elementi e di nozioni, poi una volta arrivati lì, lui stesso ma gran parte delle persone che stavano intorno a lui aprivano questa scatola di Lego e incominciavano a farci delle costruzioni. Poi ne arrivava una seconda, una terza, una quarta e questa costruzione, che possiamo dirla la dimensione ideologica di base del cattolicesimo democratico di quel tempo, a un certo punto diventava invasiva e conseguentemente ingombrante e chi non corrisponde a questi paradigmi a un certo punto dice: no, ma Dossetti va rimosso perché la sua presenza è talmente appunto invasiva da diventare invadente e ingombrante e noi non riusciamo a fare una politica diversa se non usciamo da questa dimensione.

E perché questo? Invasiva per intelligenza e per lungimiranza, lo ha già detto Salvatore Natoli. Lui ha avuto una specie di dono della profezia e della lungimiranza e poi condita a un altro straordinario dono che in diverse occasioni mi è capitato di sperimentare: quello di una mostruosa memoria che, alla fine, per noi gente normale, prima è una cosa che ammiriamo, ma alla fine diventa pesante, diventa impossibile vivere avendo presente con una nitidezza di dettaglio tutti gli avvenimenti che ci sono stati nei settant’anni precedenti della tua vita. Adesso non sto a ripetere gli episodi ma dialogando con lui per l’edizione critica di questo libro io ogni tanto gli dicevo: don Giuseppe lei ha letto questa frase, questo punto, lei non si ricorderà, ma anche in un piccolo convegno ai maestri cattolici fatto due anni prima aveva usato un’argomentazione simile; quando io gli dissi: “lei non si ricorderà”, lui si è voltato di scatto, come veramente la testa di un serpente, mi ha guardato con una certa degnazione e mi ha detto: “mi ricordo benissimo”. Ed era una cosa successa cinquant’anni prima e non credo che lui barasse.

Però, vedete, acutezza e lungimiranza, un’altra volta magari faremo una riflessione sulla politica estera, magari Formigoni può aiutarci su questo. A un certo punto, quando sta per scoppiare la guerra in Iraq ed esce sul Regno un piccolo articolo anonimo, ma tutti sapevano che era riconducibile a Dossetti, con un’analisi della situazione del Medio Oriente, sui disastri che avrebbe prodotto per il mondo occidentale e per l’America l’invasione dell’Iraq anche se alla fine riuscirete a eliminare Saddam Hussein, ma questo che cosa vorrà dire per la Turchia, siamo nel 1989-1990 rispetto all’Egitto, cose che sarebbero avvenute, la destabilizzazione che comporta la frattura che si innesca fra il mondo occidentale e il mondo islamico, eccetera. E nessuno ha ponderato queste cose, ma chi fa politica estera in questo modo e non ha totale capacità di previsione?

Ve lo ricorderete senz’altro, i miei interlocutori hanno presente questa pagina che poi è prodromica ad altri interventi in cui intelligenza, acutezza, lungimiranza, capacità anticipatoria sono tutte presenti, tutte sul tavolo. Bastano poche righe per identificare una situazione di un certo tipo. Probabilmente, in Turchia in quel momento, faccio questo esempio, c’è stato un periodo di un governo assolutamente filo-occidentale, non mi ricordo più chi era, era una donna presidente del governo e quindi era totalmente, quasi impossibile riuscire a identificare la Turchia come un luogo in cui, con tutto il collegamento anti-islamico che c’era stato, che avrebbe potuto portare un indirizzo diverso. Lui lo riesce a vedere da piccolissimi segni.

Quindi per intelligenza, acutezza, lungimiranza, per capacità anticipatoria, per cultura. Lui abbastanza casualmente ha fatto la facoltà di giurisprudenza alla Cattolica e poi a Bologna, si è specializzato a Bologna e poi è ritornato alla Cattolica e si è sempre considerato un giurista; anzi ha rivendicato, fortemente negli ultimi tempi rispetto ad altri carismi e altri onori che aveva avuti, dicendo: “io sono un giurista” perché riteneva che il diritto fosse tra le scienze quella capace di organizzare la vita degli uomini avendo la capacità propulsiva di migliorarla, di dare diverso orientamento alla gestione del potere come di fatto dovrebbe fare il diritto, specialmente il diritto costituzionale.

Ma a questo univa cultura storica, cultura economica. L’altra cosa della quale si resta ammirati è la velocità di passaggio da un registro a un altro: a una riflessione molto profonda di tipo giuridico-costituzionale come fu quella del novembre ’51, poi seguita da altre relazioni di questo tipo, seguono degli altri interventi, delle altre relazioni fatte a convegni con una densità teologica così forte, con una capacità di dialogare anche con la letteratura teologica contemporanea alla quale lui meditava da tempo, che si resta sbalorditi.

Non voglio dimenticare quello che può sembrare un piccolo episodio, un aneddoto quasi, ma che è ben situato a questo punto per far vedere la profondità anche di tipo teologico e spirituale di Dossetti che non si occupava di poche cose, ma di tante cose. Anzi, forse, una delle sue qualità, è che era tante e in alcuni momenti era addirittura troppo. Rammento questo: nel 1987, il cardinale Giacomo Biffi, che era il suo cardinale, il suo vescovo, gli chiede, credo con sufficiente insistenza per rimuovere una certa difficoltà di approccio, di essere uno dei due relatori al convegno eucaristico di Bologna, non una cosa straordinaria perché non era il convegno eucaristico nazionale, era il convegno eucaristico della città di Bologna che Giacomo Biffi fa nell’ottobre 1987. Ed essendo anche un politico, come devono essere gli arcivescovi e i cardinali, ed essendo ammiratore di Dossetti, ma fino a un certo punto, infatti poi alla fine, negli ultimi anni o mesi della sua vita, scriverà nelle sue memorie cose stupide contro Dossetti, pur avendone scritte in certi momenti cose alte: io ho presente il giorno delle esequie in San Petronio e l’intervento del cardinale Biffi su Dossetti fu molto qualificato e intenso, ma in altri momenti lo è stato molto di meno. Ma perché lui chiede a Dossetti di fare una relazione sulla vita della città e Dossetti introduce dentro a questa cornice tutto un discorso teologico molto pregno sull’eucarestia. E a fianco di Dossetti c’è don Giussani.

Se voi leggete comparativamente ma senza nessuna malizia i due interventi, ma lo stesso Giussani lo riconosce, vedrete l’abisso di differenza dal punto di vista della profondità teologica e intellettuale tra i due. Mi serviva dire questa cosa soltanto per mostrare che tra le tante sfaccettature di Dossetti quell’approfondimento di tipo teologico è cosa notevole. Ed è poi la chiave, la strada, per capire quella che è una dimensione alla quale lui è stato legato per tutta la vita: che era una dimensione di spiritualità, una dimensione di silenzio e preghiera. Quando la piccola famiglia dell’Annunziata ha riunito i suoi primi scritti li ha intitolati La parola e il silenzio, perché anche dentro al silenzio orante lui trovava forza per una sua argomentazione intima che poi si traduceva in parole e in progetto.

Quindi, Dossetti rimosso, rimosso perché era tanto e in una politica piccola quale quella che stiamo vivendo in questi anni specialmente nel campo nostro del cattolicesimo democratico, non riesce a comprenderlo, non riesce a starci dentro. Queste scatole di Lego hanno quasi occupato l’intero spazio e hanno dato per un periodo molto breve, nel quale, credo, tutti quelli che stanno da questa parte del tavolo, stavano, ma anche quelli che stanno di fronte a noi, sono stati colpiti, pieni di speranza e innamorati, che è stata la cultura politica dell’Ulivo.

Infatti, l’accusa che viene fatta, l’accusa più circostanziata che gli fanno persone intelligenti come Cossiga e Galli Della Loggia, è stata quella, ma il vero padre dell’Ulivo non è il povero Prodi, il povero Prodi non è che un esecutore, un economista sistematore delle cose. Il vero padre dell’Ulivo è Dossetti. E perché padre dell’Ulivo? Perché è quello che ha in mente un progetto plurale e un progetto orientato. Su queste cose ha già detto bene Natoli, e non entro. Progetto plurale di marcia e orientato.

Quali sono le direttrici di marcia di questo progetto orientato? Primo compito che lui dà a se stesso, e poi a coloro che vogliono mettersi nella sua sequela, è un compito educativo, un compito educativo formativo: non dobbiamo avere paura delle masse, dobbiamo essere veramente come il lievito nella pasta, far sì che le masse acquistino consapevolezza della propria condizione. Qui siamo nel trapasso tra il fascismo in cui le masse erano andate tutte dietro al modello autoritario poi divenuto totalitario del fascismo, del vivere tranquillamente, del non porsi problematiche rispetto alla perdita di valori della democrazia e altro, mentre queste masse andavano consapevolizzate e portate dentro il territorio democratico. Ecco la ragione per la quale c’è stata una naturale convergenza di sforzi tra De Gasperi, che aveva lo stesso compito e doveva recuperare questa parte della cittadinanza italiana, e Dossetti che voleva dare a questa consapevolezza un orientamento che poi è quello sul quale appena adesso tornerò, dell’eguaglianza sostanziale, della giustizia e dell’equità.

La parola consapevolezza, la parola masse, ritorna in questa sintesi che è stata fatta nel ’51 da Dossetti diverse volte, ma è una delle parole chiave del cattolicesimo democratico e di coloro che appartenevano al mondo dei giuristi. La usa moltissimo Costantino Mortati che è il compagno di avventura di Dossetti, di Lazzati, di La Pira, di Fanfani all’assemblea costituente. Le masse devono ritornare ad avere una consapevolezza di sé e devono essere sottratte a quella fallace speranza che è il comunismo. In questo c’è una volontà comune, un orientamento comune sia di Dossetti che di Fanfani. Ma queste masse non avrebbero senso se non venissero organizzate dentro alcune articolazioni che lui continua a dire naturali riprendendo la dottrina sociale della Chiesa, vede che la Chiesa ha sempre chiamato i corpi intermedi, poi ci sarà un passaggio culturale importante che noi chiamiamo le comunità intermedie mettendo questa idea di comunità nelle società naturali, rimonta addirittura alla Rerum Novarum poi rinnovata nella Novagesimo anno, e anche a questa nomenclatura di base, cioè la famiglia, le associazioni, le associazioni culturali, i sindacati dei lavoratori così come degli imprenditori, i partiti politici, quella che oggi con linguaggio contemporaneo chiamiamo la sussidiarietà di tipo orizzontale.

Anche questo è il principio di sussidiarietà del quale Dossetti si fa veicolo trasmettitore in assemblea costituente: uno dei suoi grandi risultati è quello di aver presentato prestissimo, perché la data è 9 settembre 1946, nella prima settimana di lavori della prima sotto commissione che doveva occuparsi dei principi fondamentali dei diritti e dei doveri del cittadino, lui presenta questo ordine del giorno che aggiorna e rinfresca la dottrina sociale della chiesa tradizionale, che lui non rigetta, perché non è mai stato un rivoluzionario: ha sempre cercato di fare evolvere, di far crescere.

Non lo è stato nemmeno nel grande compito che la Chiesa gli ha assegnato: la Chiesa istituzione, il Vaticano, gli ha assegnato un compito molto duro, molto arduo, di traghettare i Patti Lateranensi, cioè i momenti in cui Chiesa e fascismo si danno reciproco riconoscimento l’11 febbraio 1929, che era una delle gemme sia del fascismo sia della Chiesa istituzione, e bisognava traghettarli dentro una congiunzione repubblicana in cui la maggioranza a spanne di coloro che sedevano nell’assemblea costituente era, o si poteva pensare, che fosse contraria. La grande costruzione giuridica di Dossetti è quella di inventarsi, e di autorevolmente sostenere l’idea che il rapporto non era tra due istituzioni terrene che potevano aver commesso entrambe degli errori, infatti lui stesso riconoscerà più tardi che nel contenuto del concordato del ’29 c’erano delle cose insostenibili rispetto ai paradigmi della condizione repubblicana a cominciare dal principio di eguaglianza, come quello nei confronti dei sacerdoti irretiti e con un posizione di privilegio che di fatto veniva data alla religione cattolica nonostante che l’articolo 8 mettesse tutti i credo religiosi sullo stesso piano. Ma lui compie questo lavoro come lavoro necessario e dice: il rapporto non è tra due istituzioni ma è tra due ordinamenti ed essendo la Chiesa riconosciuta come ordinamento sovrano, così come i cattolici riconoscono che lo stato è a capo, è struttura di un ordinamento sovrano, i loro rapporti devono essere rapporti tra due sovranità paritarie e se c’è questo reciproco riconoscimento allora è sufficiente l’accordo tra i titolari delle due sovranità per modificare il contenuto degli accordi, quindi si potrà successivamente modificare il contenuto del Concordato, come poi fece Craxi una ventina di anni dopo, senza modificare la Costituzione, altrimenti le cose sarebbero state molto più complicate e molto più difficili.

Qui lui fa veramente il giurista analitico, utilizza la teoria di Santi Romano, quella dei rapporti tra ordinamenti, ma la mette quasi al servizio della Chiesa istituzione, ne è consapevole perché in diversi passaggi della sua vita quando lui ha fatto qualcosa lo ha fatto con piena e totale consapevolezza. Quando ero all’Assemblea Costituente e finché ero negli organi dirigenti del partito, io ero democristiano e credevo a questo essere nel partito della Democrazia Cristiana. Ci sono diversi momenti in cui lui non fa il barricadero dall’esterno. Anche nell’Intervista fatta insieme a Lazzati data a Scopola e a Elia c’è questa dimensione, la dimensione di chi non è mai venuto meno al compito che la storia in quel momento gli aveva dato.

Ecco. L’altra cosa che mi preme segnalare – e con questo voglio fare un piccolo tuffo nell’attualità anche scoprendo quanto sia più modesta e angusta rispetto ad allora, ma questa è cosa scontata – ne viene che nella costruzione della Costituzione, che è una delle grandi eredità che ci ha lasciato, è consapevole fin dall’inizio, e già pochi anni dopo denuncerà che questo non è andato secondo i progetti che lui aveva in mente, il collegamento tra la parte prima e la parte seconda della Costituzione. Se noi diciamo anche in modo veramente poco plausibile che la nostra Costituzione è la più bella del mondo, a rigore questa frase non è una frase da talk-show televisivo per Roberto Benigni ma un fondamento di verità, riguarda gli articoli dall’1 al 54 della Costituzione per alcune ragioni. Primo perché sono messi lì in testa, dall’1 al 12 ci sono i principi fondamentali che diventano paradigma di interpretazione per quelli che sono dal 13 al 54, i diritti, i doveri e le libertà, e poi successivamente per quella seconda parte che si chiama Ordinamento della Repubblica che è strutturata con grande abilità.

Perché si parla di centralità del Parlamento? Perché si è parlato di centralità del Parlamento? Perché la parte seconda comincia con il Parlamento, cioè il primo organo costituzionale, il primo dato istituzionale della Repubblica è il Parlamento come il luogo dove si è riversata la titolarità della sovranità del popolo. Ecco perché il Parlamento ci sta, ecco perché poi da lui prendono vita poi il governo con la fiducia, il Presidente della Repubblica che dà vita pro quota alla Corte Costituzionale, non la magistratura perché la magistratura deve essere indipendente e autonoma dagli altri due poteri.

Ma il collegamento tra la parte prima e la parte seconda, per cui la parte seconda è servente delle sue istituzioni, fa in modo che il Parlamento come rappresentante della sovranità popolare non può essere tolto o abbassato anche se la necessità di prendere determinazioni, deliberazioni e decisioni richiede una cosa che nel ’46-’48 venne fatta solo fino a un certo punto con riguardo alla qualità dell’azione di governo. E da questo punto di vista un ritocco, un aggiornamento della Costituzione sarebbe stato utile.

Ma perché c’è un collegamento indissolubile tra parte prima e seconda? Lo ha scritto diverse volte Giovanni Bianchi, lo ha detto nelle parole introduttive Salvatore Natoli. Perché la parte prima individua un programma di crescita democratica del popolo italiano in una certa direzione che gli organi della parte seconda avrebbero dovuto progressivamente attuare. Questo è talmente vero che il significato anche della disputa che poi è al centro delle vicende di questi mesi, anche troppo lunghi mesi sulla riforma costituzionale, segnala, rispetto a uno dei tanti episodi che andiamo a prendere, quello del bicameralismo perfetto e paritario, che lì venne messo. Insomma, dovremmo farci una lezione intera: intanto, il Senato era un po’ diverso dall’appiattimento eguale sulla Camera, durava sei anni e non cinque, aveva un diverso elettorato, doveva essere eletto su base regionale, ma su questa base regionale, potevamo lavorarci meglio, doveva avere una legge elettorale diversa rispetto a quella della Camera. Ma l’accusa che venne fatta a coloro che scrissero il bicameralismo perfetto e paritario che doveva avere, diciamo, prima del 18 aprile 1948, è scontato, una dimensione di garanzia per l’una e per l’altra parte quando si sarebbe arrivati alle prime vere elezioni politiche, perché queste non erano state quelle del giugno ’46, lo saranno quelle del ’48, quindi tutte quelle parti si volevano garantire rispetto a un’uscita non totalitaria se avesse vinto la parte contrapposta, e un bicameralismo perfetto e paritario poteva aiutare in questa direzione se fossero state mantenute queste differenziazioni che man mano sono andate scolorendo, appiattendosi e sono state eliminate successivamente.

Perché dico questo? Perché l’accusa che viene fatta al bicameralismo di essere l’elemento di una democrazia discutidora, cioè che si parla addosso e che è la cosa che viene ripetuta, pingpong, pingpong, e che va avanti tre o quattro volte… Adesso io non voglio stare a vedere quali sono le effettive e vere analisi, ma è arrivato a dirlo anche Ciriaco De Mita ieri sera, ed è forse uno degli argomenti maggiori che ha usato contro Matteo Renzi nella discussione che forse alcuni di voi hanno visto sulla 7, e di fronte all’argomento gli ha detto: ma scusa, due delle più importanti leggi che sono state fatte nella prima legislatura, la legge agraria e quella per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, la Cassa per il Mezzogiorno, sono state fatte in due mesi. (In realtà i mesi non sono due ma se li contiamo tutti insieme arriveremo a sei.) Ma l’intelligenza pratica e politica di Dossetti Giuseppe in quel momento vicesegretario della Democrazia Cristiana come si manifesta?

Con due mosse: prende il suo amico Giuseppe Lazzati e dice: tu sarai vicecapo gruppo alla Camera e quindi mi controllerai tutti i passaggi che queste due leggi che sono decisive per passare da un certo tipo di stato, da un certo tipo di società a un’altra debbono fare necessariamente. Lazzati gli dice: ma io mi sono sempre occupato di letteratura egiziana antica, come devo fare il capogruppo, non so niente di agricoltura! Tu prenditi tutti i collaboratori che vuoi, ma non da domani, ma da adesso ti occupi di ogni passaggio procedurale alla Camera e al Senato. Come hanno fatto? Una cosa assolutamente elementare, hanno fatto partire una legge alla Camera e l’altra legge al Senato, in due mesi è stata fatta la prima approvazione alla Camera e in due mesi è stata fatta la prima approvazione al Senato, sono stati scambiati i posti. Nel secondo passaggio ci sono stati degli elementi migliorativi, e alla fine, quando è stato necessario, in un giorno è stata varata definitivamente la Cassa per il Mezzogiorno e la legge per la riforma agraria.

Quindi, è sempre la volontà politica che riesce a far fare passi avanti. Del resto, aggiungo una cosa da costituzionalista e lo dico con dispiacere, tanto verso la nostra corporazione che non ha vigilato abbastanza, ma la più importante riforma costituzionale che ci ha tolto come paese un bel pezzo di sovranità, e la cosa non ha riguardato per esempio la Germania, è stata che la modifica dell’articolo 81 della Costituzione, quello che introduce l’obbligo del tendenziale equilibrio di bilancio, che poi rozzamente viene detto l’obbligo del pareggio di bilancio, non è così. Poi però una legge costituzionale è stata fatta a tambur battente nei mesi successivi che ha dato un’articolazione… Vuol dire che la sovranità dell’Italia nel gestire i propri sbilanci per necessità europea, tanto è vero che appunto noi siamo teleguidati dalla Commissione Europea, dalla Banca Centrale Europea, dai soggetti della troika in cui poi si infila, come terzo soggetto della troika, la Banca Mondiale, è stata fatta con il consenso di larghissima parte del Parlamento nel 2012, governo Monti alla presidenza, con maggioranza superiore ai due terzi; quindi non è stato neppure necessario, non era nemmeno possibile procedere a un referendum.

E qui sta la limitazione di sovranità che è molto forte, molto consistente. La Germania è riuscita a immetterci nel suo articolo della Costituzione nel quale dà attuazione a questa richiesta europea un controllo rispetto ad alcuni parametri fondamentali: noi abbiamo l’articolo 11 della Costituzione che consente la cessione diretta di sovranità alle istituzioni europee e non abbiamo avuto bisogno di quello. Quindi, non è il tempo una variabile indipendente, il tempo è una variabile dipendente anche in una cosa importante come la revisione della Costituzione.

Ultima annotazione che vi faccio, e ritorno qui a Dossetti: vorrei segnalare che quest’uomo, a mio avviso, nei momenti difficili ha fatto prevalere una dimensione spirituale. Vedete, io ho fatto politica per un certo periodo ristretto della mia vita e poi, ha detto, non me ne voglio occupare più dopo i cinque o sei anni tra il ’45 e il ’51, alla fine del ’51, e qui c’è la sua attività politica militante, quando fa un’attività politica militante molto esigente e pretende molto da quello che la politica può dare. Poi c’è quella parentesi per obbedienza verso il suo vescovo di accettare di fare il candidato sindaco contro Dozza e lui alla fine lo fa essendo certo e sicuro che avrebbe perduto alle elezioni, per dimostrare che al di là di quello che pensava il suo vescovo Lercaro, che se avessero visto un vero cristiano che si spendeva e che aveva il consenso, che aveva una storia politica importante, e quindi i cristiani di Bologna avrebbero scelto lui e non il pacioso Dozza del comunismo alle tagliatelle, invece non è stato così, perché i cristiani erano minoranza, e lui lo sapeva benissimo, e una delle ragioni per le quali accetta e poi sta rigorosamente in consiglio comunale per almeno due anni, fino a che non sopravviene la vocazione sacerdotale, perché con questo voleva dimostrare che il popolo di Dio che ci credeva veramente stava diventando sempre più minoranza e non era sufficiente metterci un cristiano per bene per vincere le elezioni di Bologna.

Faccio un’altra annotazione sulla lungimiranza di Dossetti, si potrebbe fare un’antologia della lungimiranza. Novembre 1956. Rivolta di Ungheria, parentesi quadra: quantum mutata ab illa, chiusa parentesi. Non voglio nemmeno fare commenti. Rivolta di Ungheria, intervento di Dossetti al consiglio comunale di Bologna, la caduta del muro di Berlino è lontana 33 anni ma lui già l’intravvede (altro che Dossetti comunista, col cavolo Dossetti comunista: io credo di aver letto pochi discorsi acuti e intelligenti contro la pratica del comunismo come questo del 3 dicembre 1956 al consiglio comunale di Bologna) e dice: vedete, anche le masse vi hanno abbandonato perché voi le avete governate senza la libertà e questo si è ritorto contro di voi. Anche in questo caso era anticipatore di 33 anni delle molestie di coloro che poi hanno dovuto gestire il passaggio al postcomunismo, penso a Occhetto, per dire, che hanno palesato molto concretamente.

Poi, ultima cosa dopo la quale mi fermo, la difesa attiva della Costituzione negli anni ’94-’96 che sono gli anni in cui io l’ho seguito maggiormente, in cui anche in questo passaggio, che è un passaggio che noi conosciamo e che nasce a pochi metri da questi luoghi con quella grande orazione per Lazzati: Sentinella, a che punto è la notte? e poi successivamente ripresa all’inizio dell’anno successivo che poi è un discorso sulla difesa della Costituzione, difesa attiva della Costituzione, dei valori che la Costituzione incorporava. Ricordo sempre che una delle cose che lo colpivano era il passo che passava nella vulgata italiana, compresa la vulgata intellettuale, il fatto che si poteva benissimo cambiare l’articolo 1 della Costituzione, laddove è scritto: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, essendo questo un punto ormai superato, era giusto, era necessario, era progressivo dire fondata sul libero mercato. Adesso non voglio fare nomi di persone anche a noi vicine che sono cadute, chiamiamola, in questa trappola.

Chiudo semplicemente con due piccole annotazioni antologiche che in qualche modo sono riassuntive e ritornano a quella direzione educativa e formativa che poi è anche la ragione per la quale siamo qui stamattina. La prima è questa, sono parole di Dossetti: la superbia della vita si manifesta oggi nell’elevare all’assoluto la conquista e l’esercizio del potere per il potere, totalmente finalizzato. Una cosa per la quale lui è dentro nella tradizione addirittura del tomismo è che lo stato è una società che ha dei fini. Se non avesse dei fini, e non avesse come fine quello della giustizia e della equità attraverso l’eguaglianza, sarebbe ingiusta la frase di Sant’Agostino: remota itaque iustitia qui sunt regna nisi magna latrocinia, se fosse escluso il fine di giustizia ma che cosa differenzia i regni dai grandi ladrocini, dalle grandi bande di ladri? Che cosa cambia lo stato se non ha il compito di portare, di incrementare la giustizia?

Ultima frase: dobbiamo ora porci come obiettivo urgente e categorico, è lo stesso aggettivo di Immanuel Kant, di formare le coscienze dei cristiani per recare in loro l’uomo interiore, di nuovo una reminiscenza di Sant’Agostino, l’uomo interiore compiuto, un uomo interiore compiuto anche rispetto all’etica pubblica che invece spesso il cristiano aveva rimosso distinguendo le due parti: l’etica individuale e l’etica pubblica. Quindi, una polifonia dossettiana, una quantità di sfaccettature: probabilmente, e ritorno alla mia immagine iniziale, Dossetti è rimosso perché è tanto, è troppo, ma a noi basterebbe una piccola porzione, una piccola scatola di quei tanti Lego che ha portato nella sua cameretta per averne abbastanza e passare meglio i prossimi anni della nostra vita.

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Trascrizione della relazione di Guido Formigoni

Grazie per la parola e per l’invito. È l’occasione di tornare su questa figura così importante, così significativa della nostra storia, del nostro paese e credo anche un po’ della nostra memoria e della nostra cultura, almeno per le persone riunite stamane in questa sala. Io penso che Giovanni Bianchi abbia fatto molto bene a recuperare i vari materiali, a ripubblicarli ripensati in modo organico; insomma, questo libro è insieme un’introduzione a Dossetti e un’indicazione appunto di alcuni nodi significativi di quello che oggi potrebbe essere l’interrogazione sul senso della sua eredità rispetto alla vicenda attuale.

Credo anche molto opportuna la valorizzazione del contributo di Pino Trotta e anch’io su questo volevo dire una parola perché Trotta è stata una persona sicuramente di grande rilievo umano ancor prima che intellettuale, che ci ha accompagnato per un periodo purtroppo breve, ma la cui memoria è giusto, e ha fatto molto bene Bianchi, recuperare.

Il tema della rimozione, il tema quindi del tentativo di levare questa rimozione (perché questo è il punto io credo del libro), è possibile levare questa rimozione, è possibile tentare insomma le rimozioni? Io non sono uno psicologo, non ho studiato queste situazioni piuttosto complesse; quando hanno a che fare poi con una vicenda collettiva, cioè con una cultura ambiente, una cultura legata appunto a una memoria collettiva, le rimozioni diventano processi molto difficili da governare, da controllare, in qualche modo da invertire. E quindi si può dare un contributo, si può provare a mettere sul tappeto le ragioni per cui una rimozione sia sbagliata, sia da rivedere. E questo credo che il libro lo fa.

Il problema, come è sotto gli occhi di tutti, credo è che levare una rimozione non è una specie semplicemente di esigenza rispetto a una memoria, ma è in qualche modo l’intuizione che levare una rimozione ci può arricchire oggi. Cioè, non tanto ovviamente perché Dossetti ci possa dire qualcosa di specifico sull’oggi, tirare Dossetti dalla propria parte è sempre un’operazione che in qualche ambiente è stata tentata, ma con esiti piuttosto problematici. Segnalo che una persona rispettabile e stimabile come il ministro Del Rio ha provato a usare Dossetti anche per giustificare la riforma costituzionale attuale, il che francamente mi pare un’operazione piuttosto discutibile (poi si è scusato: a uno che glielo ha fatto notare ha detto: sì, mi è scivolato). Francamente, sono scivolate che sarebbe meglio evitare.

D’altra parte, l’intervento di Enzo Balboni è stato come sempre molto valido e lucido a tutti gli effetti, ma su un punto forse, quando parla di Dossetti come padre dell’Ulivo, anche lì insomma sarebbe una cosa che si potrebbe discutere, nel senso che in termini specifici non lo so quanto lui abbia veramente lavorato dietro alle quinte nell’ultima fase della sua vita per questa roba; in termini più generali, certamente i’orizzonte dell’Ulivo sta dentro a un’eredità, però con una serie di mediazioni…

Certamente però, appunto, il discorso è fare i conti con una lontananza, con una inattualità perché certamente l’orizzonte di Dossetti è dentro a una stagione irripetibile ed è dentro a un elemento consegnato alla storia di cui avere nostalgia a volte rischia addirittura di essere deteriore, perché ciascuno ha un tempo da vivere che è il proprio, e la vita propria non è la ripetizione di una vicenda passata però allo stesso tempo dentro c’è un elemento di una lezione più profonda che va su tanti registri che invece sono probabilmente ancora oggi utili per la nostra piccola storia, per la nostra, come dire, chiamiamola cultura civile o battaglia civile.

Quindi, in questo senso è un’operazione molto importante levare questa rimozione, cioè collocare Dossetti nella storia per poi tirarne fuori l’eredità. E allora sull’eredità io provo a sottolineare tre punti. Già Salvatore Natoli nell’introduzione ha detto due o tre cose fondamentali, Enzo Balboni ne ha dette altre, e aggiungo, o tento di aggiungere, tre riflessioni che il libro mi ha un po’ provocato leggendolo all’interno appunto di questo rapporto tra distanza, inattualità ed eredità.

La prima ha a che fare con il rapporto tra fede e politica, tra cristianesimo e politica: nel libro ci si interroga più volte su alcune formule che Dossetti usa, su alcune riflessioni fatte poi quando Pino Trotta e Bianchi hanno incontrato Dossetti, nei primi anni Novanta, con queste interlocuzioni, con questi racconti, con queste interviste, o anche con questi sfoghi che in qualche modo don Giuseppe faceva alla fine della sua vita. Dove c’è un orizzonte che è un orizzonte singolarmente complesso, non è un orizzonte consegnato a formule facili. Forse in Dossetti ha contato anche il fatto di tornare più volte nella sua vita, negli ultimi anni della sua vita, sul suo passato, riprenderlo, usare delle formule che a volte sembravano quasi di distacco da questo passato. Giustamente, Balboni diceva: ma io quando ho fatto le cose, ci ho sempre creduto; e a volte sembrava anche dire: sì, ma ho fatto delle cose anche per caso, per la contingenza su cui insisteva molto da anziano che quasi a un certo punto sembrava diventare una specie di istruzione per l’uso: bisogna assolutamente stare nella contingenza, non legarsi troppo, il politico è quello che appunto occupa la politica come si occupa la casa o l’albergo. E qualche volta poi è arrivato anche a dire: io penso che alla fine forse per il cristiano fare politica al massimo ai livelli bassi, bassi, bassi: cioè, tutta una serie di riflessioni autobiografiche che secondo me complicano un po’ il tipo di approccio a questa figura.

Aggiungiamo che man mano che vengono fuori anche testi del suo ripensamento successivo, quello recente dei primi anni Sessanta che è stato pubblicato dai suoi confratelli della comunità, tenuto alla Gazzada nel convegno appunto promosso dai vescovi lombardi, è un testo singolarmente complicato che ha dentro degli elementi che fanno ripensare al suo ripensamento sul maritainismo, sugli equilibri degli anni Quaranta eccetera, ma anche in qualche modo a formule che in qualche modo potrebbero essere anche ampiamente equivocate. Sul discorso, per esempio, che non c’è altra cristianità che la cristianità sacrale, questa frase che lui pronuncia nei primi anni Sessanta, che cosa vuol dire? Vuol dire che sta ripensando rispetto appunto al percorso della secolarizzazione? No. Mi permetto di interpretarla in un altro modo.

Però, voglio dire, che siamo all’interno di un orizzonte tormentato che non si è facilmente accomodato su formule semplici e quindi questo ci chiede un tentativo, come dire, di andare a fondo. Giovanni Bianchi nel libro lo fa, con l’aiuto appunto dei materiali di Pino Trotta. Io penso che sicuramente la direzione di questi aspetti appunto ci deve far tornare a una volontà profonda di unità tra le varie dimensioni della vita che essa esprime, che la fede cristiana ha un orizzonte di totalità: in questo lui è sempre stato fin da giovane, ma era il contenuto di una generazione che in fondo appunto aveva in qualche modo scoperto un orizzonte nuovo nell’ottica del ripensamento anche pedagogico di Pio XI, e lo ha tirato fuori dall’ottica dei totalitarismi: la fede deve cambiare totalmente la vita, questo era il punto. E quindi l’orizzonte sacrale pubblicato nel ’62 è innanzitutto un orizzonte interiore, è il potere che in qualche modo deve essere totalmente assorbito da questo elemento.

Oppure, tanto per fare un’altra citazione nella prefazione di Montesoleper quanto riguarda il tempo di Montesole, lui usa questa espressione che mi ha fatto pensare: accumulazione di energia cristiana nel silenzio contemplativo che serve come condizione per agire. E quindi lui, per esempio, coerentemente ha poi sostanzialmente sempre negato la distinzione tra azione e contemplazione dicendo che c’è una sola azione che è l’azione dello spirito nella storia che passa attraverso gli esseri umani. Quindi, era la totale, e totalizzante, visione del riferimento appunto alla signoria di Cristo nella storia come orizzonte in cui iscrivere la propria umanità.

Ma nello stesso tempo una grandissima capacità, appunto, di portare questo principio unificante poi a considerare la pluralità della realtà, a considerare le contingenze della storia, a considerare il cambiamento come fondamentale. Sulla capacità di lettura e anche di lungimiranza degli avvenimenti qui sono già state dette tante di quelle cose che non mi soffermo, ma fanno talmente parte di questo grande approccio innovativo, ciao Balboni, che comprendeva anche appunto l’abilità tattica, la capacità di essere nella realtà in modo realista, in modo a volte spregiudicato come già è stato citato. Quindi, in questo senso, un rapporto tra totalità spirituale e capacità di stare nella realtà, che è sempre consegnato alla coscienza, che è sempre in tensione, che non trova mai una definizione in forme ideologiche, ma che è possibile anche che si esprima poi in una progettualità.

E questa è una lezione di totale ancora, credo, attualità. In fondo, la Sintetica credo che, per quanto conosco io, lui la scriva nel modo più compiuto appunto nella citata relazione al Congresso Eucaristico di Bologna dell’87, in cui lui dice: bisogna stare attentissimi perché l’Eucarestia in una città non può mai avere un valore ideologico, ma apre ad alcune condizioni, ed enumera naturalmente le condizioni che hanno a che fare con la cultura, con la terzialità, con l’equilibrio, con la capacità di stato, eccetera, ad alcune rigorosissime condizioni è possibile che l’ispirazione dello Spirito di Cristo Risorto aiuti a formulare un progetto che prenda fonti fuori dalla parola di Dio, che prenda fonti esterne alla rivelazione e che sia un progetto che si confronti con il cambiamento della storia.

Quindi, questa sintesi è alla fine un po’ quell’elemento che ci fa anche superare certi suoi irrigidimenti sulla contingenza eccetera, o certi approcci in cui sembra quasi svalutare il percorso compiuto. È possibile, naturalmente solo esaminando rigorosamente tutti questi elementi. Questo penso sia una delle sue eredità ancora più vive, sempre nella chiave di una certa, come dire, inattualità, perché chiede appunto un percorso che è insieme spirituale e intellettuale che oggi nella nostra condizione ecclesiale diffusa, appare piuttosto difficile perché siamo molto al di qua di questo tipo di esigenzialità di metodo, e non può essere un percorso ovviamente questo consegnato soltanto a percorsi individuali, che ha bisogno di una sua solidità e deve diventare in qualche modo un percorso se non di popolo almeno condiviso; quindi, ha bisogno di condizioni che non sono solo condizioni individuali, ma condizioni ecclesiali, condizioni culturali, condizioni che, oggi probabilmente, sono difficili da vedere.

Secondo passaggio che è importante mi pare nel libro e che mi preme riprendere, è il riferimento che si fa nel libro al tema del laburismo cristiano. Questa è una formula piuttosto strana nella sua genesi, perché in realtà Dossetti non la usava, ma la usò De Gasperi in una lettera riservata a Pio XII in cui, nel ’51 appunto, no, poi fu pubblicata con una formula completamente sbagliata nel ’52, in cui lamentava, o meglio, come dire, poneva in modo piuttosto forte al papa questa scelta: dobbiamo mantenere il fronte unito in nome della difesa della civiltà cristiana eccetera, o possiamo permetterci un laburismo cristiano che rischia di divedere perché porta a una selezione all’interno del nostro mondo? Insomma, era una parziale critica a Dossetti presentata riservatamente al papa. E la formula poi è rimasta piuttosto nascosta, poi a un certo punto questa lettera è stata pubblicata ed è stata ripresa da Vincenzo Saba che ha scritto un grosso libro che mi piace che Giovanni Bianchi abbia recuperato perché è un bel libro, anche se è un libro curioso che purtroppo è stato dimenticato totalmente dalla storiografia, un po’ anche perché è un libro che è stato costruito con una logica che è una logica di accumulo di documenti e anche di ricordi personali, ovviamente, perché Saba in queste vicende era stato cruciale, ma senza una interlocuzione storiografica per cui è rimasto un libro totalmente dimenticato.

Il libro si intitola appunto Quella specie di laburismo cristiano, citato da De Gasperi e mette in luce tutte le trame e i rapporti tra Dossetti e il gruppo fondatore della CISL, fondamentalmente Mario Romani, Giulio Pastore, comprendendo poi anche le ACLI e credo che sia questo che ha portato Bianchi ad andare a recuperarlo in modo forte. E l’ipotesi di Saba è appunto che intorno al nesso tra una battaglia sindacale, che era appunto quella di far nascere un sindacato nuovo, più confessionale, all’interno di un contesto democratico per promuovere la cittadinanza dei lavoratori da una parte e un’altra identità politica per costruire un partito, come appunto abbiamo già sentito prima, che si facesse carico della guida del processo politico in nome della realizzazione della prima parte della Costituzione, insomma tra queste due cose ci fosse un intreccio di specularità e, come si dice oggi, di possibile sinergia che avrebbe potuto cambiare in certa misura la prospettiva della storia repubblicana.

C’è una ricchezza forte di intuizioni in questo tipo di ragionamento e in questo tipo di lettura degli eventi e anche una richiesta documentata una serie appunto di passaggi in cui il disegno, la trama si vede, anche se poi questa trama in qualche modo si interrompe per colpa della cesura, della decisione di Dossetti di abbandonare la battaglia politica, forse anche per altri motivi. Da una parte perché c’è una certa divaricazione anche tra tutti questi soggetti; cioè, la scelta di un proprio orizzonte da parte del soggetto sindacale, da parte dell’associazionismo dei lavoratori – allora era ancora l’associazionismo dei lavoratori, delle ACLI che oggi ha perso la L della sigla, perdonatemi la battuta. Voglio dire l’associazionismo dei lavoratori, il sindacato e il partito probabilmente avrebbero trovato una divaricazione anche legata a prospettive di progetto proprio che sono andate in direzioni diverse. E a un certo punto per esempio appunto la CISL di Romani curiosamente, a mio modo di vedere, se stiamo all’interno dei nessi possibili in una direzione di laburismo cristiano, ha cominciato a opporsi alla programmazione economica, rivendicando una sorta di autonomia del sociale talmente forte da scontrarsi con la direzione politica dell’economia che invece, in qualche modo, nella prospettiva di Dossetti doveva essere l’altro fronte dello stesso discorso. Quindi, il laburismo cristiano è rimasto un’ipotesi piuttosto acerba, incoattiva; certo, sotto al laburismo cristiano c’era anche il rischio, come diceva anche Salvatore Natoli nell’introduzione, di spaccare il fronte democristiano.

Anche se l’ipotesi di un secondo partito cattolico è aleggiata nella vicenda dossettiana. Alberto Melloni ha pubblicato appunto quei testi di un quaderno che era stato preparato per Cronache Sociali, come quaderno, come dire, speciale appunto di Cronache Sociali, a seguito della vicenda dell’inizio del ’48 della battaglia sul rapporto tra Azione Cattolica e azione politica con la relazione di Lazzati all’assemblea organizzativa della DC che aveva suscitato un vespaio e Cronache Sociali disse: su questo vespaio noi vogliamo insistere, pubblicheremo un quaderno su “Azione Cattolica e azione politica” e all’interno di quel quaderno, almeno in alcuni contributi in modo ancora piuttosto iniziale, si poneva il problema che in caso la DC non fosse recuperabile a un’azione riformatrice come quella che appunto si aveva in mente, si potevano anche immaginare forme politiche diverse. Ovviamente, alle elezioni del ’48 questa cosa qui avrebbe avuto un impatto assolutamente dirompente che Cronache Sociali decise di non pubblicare quei testi facendo una sorta di auto-censura, in qualche modo anche comprensibile.

La seconda possibilità, se non la rottura, allora francamente poco probabile, poteva essere, diciamo, quella che poi in parte è stata tentata; cioè all’interno di quella federazione di gruppi che la DC stava diventando, la corrente del laburismo cristiano, funzionava da corrente e quindi da gruppo che tentava di orientare la mobile federazione di gruppi diversi che la DC era diventata, in una direzione. La questione diventava poi la leadership, non tanto la struttura partitico-organizzativa che in qualche modo era data, dati i tempi e dato il contesto internazionale. Questo naturalmente è uno dei grandi interrogativi sulla possibilità che l’evoluzione della situazione andasse in una direzione diversa da quella che poi ha preso. Certo, qui sotto ci sta un’idea di partito forte: in Dossetti lo è stato già ampiamente richiamato e non posso che condividere tutto.

Sull’idea del partito torno con quest’ultima osservazione che volevo fare, quella che riguarda il rapporto fra Dossetti e De Gasperi. Nel libro si riprende uno spezzone di epistolario tra i due era stato pubblicato molti anni fa, in realtà poi messi insieme ne sono venuti fuori tanti altri scambi di questo tipo, ma forse ancora qualche indagine si potrebbe fare su questo punto. Quello che a me interessa è che in questo epistolario si va un po’ nella direzione, come dire, della psicologia: cioè i due si scambiano lettere che richiamano quasi una dimensione affettuosa, ma in cui ciascuno dice: io non riesco a capirti profondamente. De Gasperi soprattutto usa questa espressione: mi sfugge qual è il centro della tua volontà, quello su cui non riusciamo a cooperare. Io mi ricordo che per esempio Pietro Scopola a questo punto insiste molto che per certi versi le relazioni tra Dossetti e De Gasperi in quegli anni erano state anche complementari; anche Balboni ha parlato anche di una naturale convergenza tra i due all’interno di una certa stagione, però certamente c’è una tensione crescente, una divaricazione che non è tanto legata, come una volta si diceva, con questi schematismi di interpretazione laica piuttosto che non laica, l’integralismo, sono tutte formule assolutamente infondate.

La divaricazione era certamente una divaricazione di lettura della realtà e quindi in qualche modo di priorità nell’azione politica, ci stava dentro anche una diversa visione del partito. Lo ha detto Salvatore Natoli all’inizio: De Gasperi era, esagerando un po’, ancora un po’ ottocentesco nella visione del partito, cioè il partito doveva avere la realtà che serviva a costruire il consenso e le condizioni di possibilità intorno all’azione del governo e delle istituzioni. Benissimo. Dossetti aveva invece un’idea di partito come centro trasformatore in cui la capacità di mettere insieme le masse in chiave pedagogica e di trasformare poi, sull’onda di un disegno di evoluzione dei fatti, la politica, si accompagnava anche alla capacità di fare del partito il vero strumento di cambiamento della classe dirigente; perché il problema era la selezione della classe dirigente, era anche la selezione dei gangli decisivi dell’azione politica dei propri dirigenti, delle figure che tenessero insieme appunto la collocazione nelle istituzioni al disegno programmatico.

Questa era la differenza indubbia che fa parte anche della incapacità di intendersi. Ma forse credo che più a fondo c’era questa idea divergente di una priorità diversa assegnata all’azione politica. Insomma, per De Gasperi era prioritario assicurare la transizione democratica del paese, perché De Gasperi aveva vissuto il fallimento del ’22, questo è il punto; non era solo il discorso che metteva davanti la libertà alla giustizia o al cambiamento di tipo programmatico. Era il fallimento del ’22 che pesava, cioè era il rischio di vedere ancora una volta la transizione democratica fallire perché il timore era che si potessero ancora accentuare diciamo ipotesi o forzature semi-rivoluzionarie da una parte e quindi corrispondenti reazioni del moderatismo italiano. È la scelta del maggio del’47 che è importante in questa direzione, cioè rompiamo l’alleanza antifascista non perché vogliamo rompere, come dire, la convergenza costituzionale o il fatto che sappiamo che andiamo verso una direzione di repubblica pluralista in cui ci saranno dentro in modo complesso anche i comunisti eccetera, ma rompiamo l’alleanza di governo perché altrimenti questo ci aliena il moderatismo italiano. Che infatti stava già andando verso il qualunquismo eccetera. E allora, con la scelta del maggio del ’47, De Gasperi dice: bisogna introiettare nella DC il moderatismo italiano. Perché il moderatismo italiano era stato sottoposto all’eredità del fascismo eccetera, è inaffidabile e per il bene della democrazia bisogna controllarlo, tenerlo vincolato.

Dossetti ragiona in termini assolutamente diversi. Infatti, c’è il famoso articolo stampato su Cronache Sociali sulla fine del tripartito in cui dice una cosa che è una sorta di anticipazione della volontà, cioè dice: ok, la rottura del tripartito la dobbiamo dare per scontata ma non è forse possibile continuare a opera di un solo partito, cioè della DC, il programma sostanziale che stava in questa alleanza? Cioè il programma della promozione delle masse popolari, cioè l’attuazione della prima parte della Costituzione dove siamo ancora in fase costituente, ma questo è il punto, cioè la dimensione programmatica che stava nella Costituzione come bene ci ha ricordato Balboni, e questa scommessa, sul fatto che la DC potesse, gravata dal peso di questo moderatismo introiettato, funzionare come testo, da organo di propulsione in direzione di quel programma. E su questo è il punto sul quale Dossetti non transige, è il punto in cui si impegna appunto in sede di Costituente, ma si impegna dopo il ’47, e si impegna ancora come vicesegretario nel ’50-’51, quando appunto riesce a fare questo sussulto riformista, guidare il gruppo riformista, e poi si rende conto a questo punto che, siccome non ce la fa più in quella direzione, considera la sua battaglia politica conclusa. La priorità è sulla capacità di modificazione della realtà, nonostante le condizioni date. Quindi, non è che nessuno negasse l’altro aspetto ma le priorità erano bilanciate in modo nettamente diverso.

Allora, se posso fare una battuta e chiudere su questo punto, a me sembra che se c’è nella storia successiva una figura che è stata in grado in qualche modo di provare a tenere insieme questa divaricazione tra Dossetti e De Gasperi è stato indubbiamente Aldo Moro. Moro è stato l’unico che si è posto il problema, io ho tentato appunto di scrivere questo profilo su Moro, e fondamentalmente uso questa formula, Moro che fu dossettiano, qualcuno dice un dossettiano un po’ prudente, un po’ all’acqua di rose, firma il manifesto di Cronache Sociali ma poi non scrive mai sulla rivista… però io sono convinto del legame, non solo in sede Costituente, ma in sede politica di Moro con Dossetti. E resta in Moro in tutta la sua vicenda politica successiva la tensione verso l’evoluzione della democrazia italiana in una chiave che è quella dell’attuazione della prima parte della Costituzione. È quello che poi diventa con il centro-sinistra il concetto di allargamento delle basi dello stato, di inclusione delle masse nelle istituzioni, l’apertura ai socialisti, sono tutti elementi che vanno in quella direzione.

Ma Moro al contrario di Dossetti è anche persona che ha acquisito la lezione degasperiana, la lezione che quel processo evolutivo non si può fare se non tenendo insieme il moderatismo italiano. E infatti Moro è colui che dice: il principio di equilibrio del sistema politico italiano è l’unità della DC, nonostante che sappia benissimo che all’interno della DC, in particolare nell’ala moderata conservatrice della DC, ci sono quelli che vogliono sabotare il suo disegno. E le carte che sono venute fuori e che ho tentato di usare in quel libro sono del tutto evidenti: i suoi rapporti con Segni nel ’64, le vicende del centro-sinistra, prima nella fase di realizzazione difficilissima, poi nella fase di attuazione diventano un macigno che blocca il percorso innovatore. Ma nello stesso tempo, per Moro questa è la condizione necessaria perché se si lascia esprimere in termini autonomi la destra italiana, il moderatismo italiano, questo rischia di diventare, appunto, eversivo e quindi di non permettere un equilibrio democratico. Moro su questa cosa spende la sua vicenda politica quasi interamente ed è forse l’unica figura che appunto tenta, e in gran parte ci riesce, a prezzo di una tensione personale fortissima perché negli anni Settanta queste due cose tendono a divaricarsi sempre più. Quindi, fa fatica anche lui in termini proprio umani, io credo, e il concetto di dramma si può applicare alla sua esistenza anche prima della tragedia del sequestro e dell’assassinio perché è la fatica a tenere insieme queste due dimensioni, fondamentalmente. Per cui, poi, qualcuno ha potuto rimproverargli l’immobilismo perché i passi dovevano essere sempre talmente prudenti e qualche volta essere estenuanti e qualcuno invece l’ha potuto anche fare oggetto poi di quella tragica vicenda appunto legata al sequestro e all’assassinio proprio perché era invece titolare del desiderio di cambiamento e le due cose poi si sono drammaticamente divaricate.

Ma questo è un elemento ulteriore che però, credo, possa fare parte un po’ di quel ragionamento che abbiamo fatto, cioè il prendere questi passaggi in chiave di lettura storica ci fa capire meglio come i percorsi si sono mossi nel passato e quindi potenzialmente si possono ancora muovere nel futuro, e quindi fa parte un po’ di questa lezione, di questa eredità che nel leggere l’esperienza dei maestri può venire. Naturalmente, questo non vuol dire dei maestri fare santini, perché sarebbero delle cose peggiori da fare, e il libro di Giovanni Bianchi e Pino Trotta, questo sì, si rifiuta giustamente di fare, ma cerca di trovarci dentro degli stimoli e delle eredità che possano diventare vita per l’oggi.

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