Salvatore Natoli. Il buon uso del mondo. Agire nell’età del rischio.

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Corso di formazione alla politica“La buona politica è data dalla coesistenza equilibrata di queste quattro preposizioni: politica della città, nella città, sulla città, per la città”: la politica, secondo la tradizione occidentale che Natoli ripercorre a volo d’uccello, è quella pratica che permette agli uomini di cooperare insieme in vista del bene di tutti. Essa è – come Hobbes insegna ma già anche Agostino sapeva – il patto fondativo che permette di contenere la pre-potenza, che argina il male, che limita gli egoismi individuali, che mette fuori campo la violenza, o meglio la trasferisce al sovrano per evitare la completa distruzione di ogni comunità umana.

Salvatore Natoli. Il buon uso del mondo. Agire nell'età del rischio.

1. leggi il testo dell’introduzione di Marica Mereghetti

2. leggi la trascrizione della relazione di Salvatore Natoli

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presentazione di Giovanni Bianchi (4’23”) – introduzione di Marica Mereghetti (13’07”) – relazione di Salvatore Natoli (1h02’06”) – prima serie di domande (12’51”) – risposte di Salvatore Natoli (24’38”) – seconda serie di domande (13’45”) – risposte di Salvatore Natoli (13’45”) – terza serie di domande (6’33”) – risposte di Salvatore Natoli (9’00”)

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Testo dell’introduzione di Marica Mereghetti a Salvatore Natoli

“Quale politica è finita?”: o, se preferiamo, quale patologia politica sta esaurendo la possibilità di creare progetti politici – più ancora che programmi – e conseguentemente consenso politico in questa povera patria che pare aver perso ogni facoltà di risposta alla crisi di questi ultimi anni? Ma soprattutto quale costruzione ed educazione dei sentimenti politici della cittadinanza ricostruire per poter dare occasioni al futuro?

Cercavamo queste risposte quando abbiamo deciso di affrontare l’ultimo capitolo del testo di Natoli dedicato alla politica e titolato “Democrazia e virtù civili”. Pagine dense, capaci di illuminare il tempo presente, sempre più degradato, e di ricostruire un orizzonte di senso, sempre più indistinto. Leggere queste pagine è un invito costante a interpretare il carattere degli italiani, la loro identità così come essa si è formata negli ultimi anni: ma si è poi trasformata? Guicciardini, Machiavelli, Leopardi non hanno già forse abbondantemente e attentamente descritto quell’egoismo che è nostro segno distintivo (fatte salve rare, rarissime eccezioni)? Non siamo forse ormai arrivati all’agonia? O come sempre ripercorreremo le vie della tragedia trasformandole in farsa?

L’egemonia sottoculturale è diventata imperante, l’uso delle parole e del discorso politico e sociale degrada sempre più. Le sirene più svariate attirano l’attenzione e la “pancia” domina sulla ragione. Le “piccole patrie” e l’egoismo individuale hanno preso il sopravvento. La selezione delle classi dirigenti è un allegro carnevale, anche la vecchia cooptazione non funziona più: neppure Caligola avrebbe mai auspicato tanto (e forse il suo cavallo sarebbe  miglior senatore di tanti attuali). Lo sfaldamento delle regole di convivenza intacca tutto e tutti e l’odio politico con la sua suddivisione in amici e nemici si cela dietro ingannevoli e melensi discorsi d’amore (del resto la Fortuna politica è donna come insegnava Machiavelli e occorre blandirla…), ma anche l’insipienza e la mancanza di prospettiva di tanti non giovano certo alla costruzione di un consenso su basi nuove.

Il percorso che Natoli propone si sviluppa lungo quattro direttrici che continuamente si intersecano: cosa sono la politica e la democrazia, come si esplicita il tema della rappresentanza e del consenso, quale formazione per i cittadini e quale educazione delle passioni, e infine l’elenco delle virtù individuali e politiche necessarie alla democrazia.

“La buona politica è data dalla coesistenza equilibrata di queste quattro preposizioni: politica della città, nella città, sulla città, per la città”: la politica, secondo la tradizione occidentale che Natoli ripercorre a volo d’uccello, è quella pratica che permette agli uomini di cooperare insieme in vista del bene di tutti. Essa è – come Hobbes insegna ma già anche Agostino sapeva – il patto fondativo che permette di contenere la pre-potenza, che argina il male, che limita gli egoismi individuali, che mette fuori campo la violenza, o meglio la trasferisce al sovrano per evitare la completa distruzione di ogni comunità umana. La politica “è esercizio del potere , che, però, trova – o dovrebbe trovare – la sua legittimità nell’esplicazione di un servizio”. La democrazia poi non è che il metodo per realizzare il bene comune: certo occorre aver ben chiaro quale sia il bene comune o si corre il rischio di cedere alla tentazione di credere che esso sia la semplice sommatoria di interessi particolari, per cui ci si espone al pericolo per cui chi detiene maggiori interessi possa determinare la definizione del bene della comunità intera.

Ogni analisi politica contemporanea si infrange sul tema della rappresentanza di pluralità irrappresentabili, tanto più irrappresentabili quanto più atomisticamente individuali e perciò stesso portatrici di egoismi che convergono su chi meglio promette la libertà assoluta di far ciò che si vuole al di fuori di qualsivoglia socialità. La signora Thatcher  e i suoi ghost writers hanno segnato i nostri ultimi trent’anni, e se altrove sta nascendo la consapevolezza di un doveroso ritorno a formule più partecipate di convivenza, noi siamo ancora agli anni ottanta, all’illusione di un liberismo rampante, se non proprio economico almeno culturale, libertino quanto basta, libertario e liberale e fondamentalmente egoista, pauroso delle diversità e delle loro esigenze e volutamente maleducato.

Come giustamente sottolinea Natoli non solo occorrono nuove forme di partecipazione e rappresentanza, ma occorre anche uscire dalla spirale di una politica fatta di happening e di “eventi” ma di fatto priva di memoria.

Certo la politica deve rimettere al centro il suo compito primo che è quello di “far diventare cooperativi gli interessi individuali” e quindi, di conseguenza, deve “rimuovere gli ostacoli  che bloccano le dinamiche sociali” (compito altissimo che la nostra Costituzione sottolinea), ma essa deve anche rimettere in circolo la competenza democratica di ogni individuo e di ogni gruppo sociale, recuperando la parresia, la libertà di parola nell’assemblea. La libertà di parola certo non è la sua riduzione alla sopraffazione dell’altro, ma è un uso libero e pubblico della ragione e del discorso che interroga il potere sulla legittimità dei suoi atti, che propone nuove soluzioni, che usa bene le parole riconoscendole come fatti, effetti, cose e che condivide il metodo – la strada maestra – della discussione democratica. Certo la capacità di creare consenso è anche fascinazione, capacità quasi erotica di suscitare passioni, ma per quanto ancora può continuare a operare una torsione del significato delle parole senza che ciò degradi definitivamente in un universo incomprensibile e indicibile, in un mondo pre-logico, pre-politico e pre-potente? Occorre una competenza politica composta da giustizia e pudore per uscire dal circolo vizioso del marketing politico. Ma, proprio perché composta da giustizia e pudore, la competenza politica è una virtù e come tale non è insegnabile, semmai – socraticamente – essa deve esser fatta rinascere a se stessa in ogni individuo, e per far ciò deve essere ironia e passione, con tutto il portato filosofico che queste parole incarnano.

Creare il consenso però è il compito delle classi dirigenti, delle elitès, ed è inutile sottolineare che in questo nostro povero paese sono proprio le classi dirigenti ad essere inadeguate e incapaci di rinnovarsi. Il problema della formazione e della selezione non può continuamente risolversi con la cooptazione o con l’imitazione dei modelli precedenti, espellendo di fatto ogni homo novus o peggio bloccando l’accesso di nuove emergenze intellettuali e professionali. Il vantaggio delle democrazie è quello di poter rinnovare e correggere i propri rappresentanti, ma occorre comunque che essi siano formati e capaci: mediamente dovrebbero essere meglio formati e più capaci e motivati oltre che disponibili al servizio della comunità e non al suo dominio. Ma di quale formazione parliamo? Non è forse vero che la nostra classe dirigente è troppo spesso lo specchio della nostra comunità? Come scrive Natoli: “Non bisogna poi trascurare che il degrado antropologico è anche determinante nella selezione della rappresentanza, che per un verso lo esprime e per l’altro lo legittima e lo consolida”. O più semplicemente l’attuale classe dirigente vuole bloccare i cittadini – anzi i consumatori –  in uno status di minorità formativa: altrimenti come interpretare la riforma della scuola se non come la sua distruzione, e insieme la distruzione di ciò che la scuola può essere, un ascensore sociale e insieme un luogo di contemplazione?

L’età in cui viviamo è l’era dell’informazione, continua, mutevole, confusa, manipolatoria, a volte vera e altre falsa. Ma proprio questo essere immersi nel flusso continuo delle informazioni, in questo travaso continuo del mezzo nel messaggio e del messaggio nel mezzo, necessita che si formi e si educhi all’uso e alla fruizione dei mezzi di comunicazione e dei suoi messaggi. Si tratta quindi di una vera e propria pedagogia della comunicazione più che di una occupazione dei mezzi o di una rivendicazione di un’ ideologica egemonia culturale non più possibile in un mondo dove la parcellizzazione delle ideologie è equivalente alla loro moltiplicazione infinita. Occorre sapere e conoscere certo, ma occorre anche e soprattutto la capacità di discernere tra i messaggi e le loro immagini: occorre supportare l’informazione con la formazione etica del giudizio – una vera e propria critica della ragione comunicativa kantianamente intesa. Viene alla mente che proprio vent’anni fa il cardinal Martini scriveva una profetica lettera pastorale sui mezzi di comunicazione “Il lembo del mantello”, credo che sia ancora un ottimo viatico rispetto a questi temi.

Il ministero di Martini peraltro è molto simile alle conclusioni di Natoli: l’emergenza formativa rispetto al degrado antropologico richiede un di più di impegno personale e comunitario. Anche i termini si somigliano: makrothymía e megalophrosy´ne, ovvero la grande tradizione del rendere grande e paziente l’anima attraverso il pensiero e il discernimento come qualità morali, la contemplazione e la riflessione come tratti di una azione non agente (secondo le categorie di Simone Weil) che pure forma e informa la bellezza, la bontà e la nuda verità del mondo. L’educazione delle passioni, l’immagine platonica dell’auriga che guida i cavalli, non è altra rispetto alla formazione del carattere individuale, della cittadinanza consapevole, della comunità. Blandire il desiderio – ogni desiderio – e garantire ai piccoli che ogni desiderio abbia diritto di esistere e di essere soddisfatto senza scandalo alcuno significa condannare le loro anime a non divenire mai grandi, nutre il delirio di un’onnipotenza che è al di fuori del limite del nostro essere: di fatto se non è un reato è sicuramente un peccato, forse il peggiore di cui ci si possa macchiare.

Mi permetta Natoli di leggere le virtù della politica che magistralmente propone come un percorso monastico: ovvero come quella imitatio Christi che forma comunità partendo da una riconversione del cuore e dalla contemplazione. E del resto una comunità monastica è anche una comunità che crea regole di convivenza e democrazia. Esiste quindi una pedagogia delle virtù che è insegnabile, e che nell’orizzonte classico è la paideia: educazione delle passioni individuali, formazione della capacità di riflessione, buon uso delle parole e del discorso, condivisione di un orizzonte di senso all’interno di un’etica pubblica volta al bene comune. La polis e la civitas nascono così: i cittadini queste virtù dovrebbero nutrire, le classi dirigenti queste virtù dovrebbero incarnare e rappresentare.

Occorre porsi in un certo senso al di là della pura tecnica politica (che pure occorre: lo svelare l’inganno dell’impolitico e la necessità di una professionalità politica urgono), delle strategie, delle tattiche e anche del mero marketing.  Non si tratta più solo di creare una egemonia culturale – in questo sono sempre più bravi gli altri, coloro che delle virtù fanno mercimonio – quanto di recuperare la prima radice di ogni individualità persa in una scomposizione sociale necessariamente irrappresentabile: la nostra appartenenza alla comune umanità e a un comune destino. E allora valgono e hanno peso le virtù che informano l’esistenza della polis nel suo momento nascente, che sono la veste che ogni cittadino indossa, e che soprattutto permettono che il nostro agire nel mondo sia un agire che si prende cura e opera con cura.

Conoscenza, pudore, giustizia, vigilanza, pazienza, responsabilità, rispetto, fraternità, confidenza, ascolto attento, pronta risposta, servizio, umiltà, mitezza, reciproca correzione, severità con se stessi, capacità di generare comunità: i simboli stessi del bene (vogliamo chiamarle nuove beatitudini?) che soli possono svelare il volto del diavolo dell’Apocalisse che assume il potere fingendo di avere a cuore il bene e la pace.

Sembra che la conclusione non possa che essere il nostro obbligo al non tacere, al pretendere  che qualsiasi nuovo progetto politico non possa più prescindere da questi fondamentali, pena la fine infausta di quella fragile creatura che è ogni città, comunità amorevolmente creata e bisognosa di cura. Eppure una domanda si pone naturalmente: in accordo sul fatto che l’indignazione sia utile ma non basti, condividendo l’analisi e la proposta etica sul buon uso della politica: quali azioni occorre agire e – poiché la vita è breve e il percorso di rigenerazione è lungo – su quali realtà occorre investire?

Trascrizione della relazione di Salvatore Natoli

Ringrazio Marica Mereghetti. Il testo, la lettura di questo tema, questa interpretazione non solo è cristallina ma direi che nel momento espositivo ha già enucleato i punti di fuoco che io cercherò in qualche modo di analizzare a uno a uno e di formulare, se è il caso, con poi un interrogativo finale a cui verosimilmente io non sono nelle condizione di dare risposta, però forse di mettere in campo alcuni temi, alcune strategie che possono aiutare a dare una risposta a una domanda di quel genere. Se fossimo in condizioni di darla, probabilmente non saremmo in questa sede cioè nel contesto operativo delle domande.

Dunque, il primo punto riguarda noi, riguarda la storia della nazione, il secondo punto riguarda i processi democratici nel loro complesso, il terzo punto riguarda l’ambito in cui oggi si dispiega il conflitto politico, che è quello comunicativo informativo, e l’ultima parte come produrre un uomo ben formato e un cittadino responsabile. Questi sono i 4 punti che Marica Mereghetti ha enucleato.

Dunque, sulla storia italiana sarò particolarmente veloce anche perché alcuni temi fondamentali li ho introdotti, seppure velocemente, la volta passata intervenendo sulla relazione di Michele Salvati. Cerchiamo di guardare un attimo la vicenda democratica della nostra società, della società italiana, dentro un processo più complessivamente evolutivo, che è il sistema della democrazia e della rappresentanza nel mondo, poiché certe cose che accadono da noi, non è che accadano solo da noi: hanno una particolare curvatura da noi perché ci sono dei precedenti che evidentemente preorientano i processi di trasformazione. Questo accade sempre. Però che dei problemi relativi alla democrazia e per le emergenze democratiche ci siano nello spazio generale della geopolitica, chi prende le decisioni e per chi, questi sono problemi che abbiamo varie volte considerato sia nell’aspetto squisitamente economico che in quello più specificatamente politico e istituzionale.

Ecco, la considerazione che io facevo l’altra volta e che qui riprendo, è che se consideriamo la storia italiana, almeno nell’arco dei 150 anni, e la consideriamo alla luce dei processi democratici, beh, dobbiamo rilevare che una democrazia in senso stretto in Italia non c’è stata mai. Questa è una cosa che vado ripetendo costantemente. E quando dico che la democrazia non c’è stata mai, dico non c’è stata in senso stretto, non è che non ci sia stato un cammino emancipatorio, che non ci sia stato uno spazio crescente delle libertà; alludo soprattutto alla funzionalità democratica, non ai processi di emancipazione che pure ci sono stati e sono stati importanti e anche di successo. Però, c’è, diciamo, un blocco di sistema che in qualche modo ha contratto queste possibilità di sviluppo dell’Italia e ha bloccato il sistema politico. Questo ha determinato conseguenze pesanti, non solo ritardi, ma proprio collassi.

E allora, in questo quadro, per esempio si può leggere un evento specificamente italiano perché non c’è stato nel resto d’Europa, che è tangentopoli; significativa non tanto in sé, ma è spia di qualcosa per come finisce un ciclo politico, non con un ricambio di gruppo dirigente, ma con un collasso delle istituzioni, o si arriva facilmente lì. Non a caso si è parlato di seconda repubblica che secondo me non è nata mai, abbiamo avuto una progressiva decomposizione della prima ma non si può dire che sia nata una seconda repubblica. Uno degli elementi che doveva caratterizzare questa cosiddetta seconda repubblica sarebbe stato il bipolarismo che si è affossato, almeno avesse prodotto questo, non è riuscito a produrre neanche questo.

Ecco, perché non c’è stata mai una democrazia? Riflettiamo un attimo: uniti da 150 anni, sono davvero pochi; se ci mettiamo nel quadro europeo, pensate alla Francia, si va al Cinquecento, a prima, si va al Medioevo, la Pulzella d’Orleans; pensate alla Spagna, pensate al Regno Unito, pensate ai grandi re delle guerre seicentesche, Gustavo Adolfo di Svezia, le grandi monarchie centrali perché è vero che la Germania si è edificata tardi, ma intanto al centro di questa unificazione c’era un grande stato che era la Prussia, che non era il Piemonte, che competeva con l’Austria e con la Russia; e gli altri stati erano piccoli ma erano anche consistenti, robusti.

E poi c’è un’altra cosa che non bisogna dimenticare, che questa Europa era caratterizzata dalle grandi monarchie e dall’idea imperiale. Germania vuol dire Carlo Magno: sentirsi un grande stato con destino mondiale, sempre come grande impero. Anche l’Austria ha avuto questa cosa: l’Austria felix. Ecco, in questo paesaggio, in qualsiasi Bignami gli studenti possono guardare una carta geografica che vada dal Cinquecento al nostro tempo, si vede che a un certo punto appare questo paesino piccolo che non doveva neanche arrivare al sud, che doveva essere un piccolo stato del nord, più o meno una piccola Svizzera.

Però, e questo non lo approfondisco, nella rinascita dello spirito nazionale che ha avuto elementi grandi e identitari, ma anche elementi di chiusura e sciovinisti, e questo si sviluppa sostanzialmente nell’Ottocento quando anche nasce l’Italia come stato, dinanzi al cosmopolitismo della Rivoluzione francese in cui tutti volevano che i francesi arrivassero un po’ come era l’antecedente della internazionale operaia, il cosmopolitismo contro i nazionalismi, l’uguaglianza degli uomini, l’umanità in generale, non la nazione, la futura umanità non la nazione, tutti gli uomini. Però nella Francia, quando arriva Napoleone, tanto atteso, diventa un occupante e quindi lungi dal portare la libertà della Rivoluzione, porta un dominio imperiale. La Russia, il comunismo, da internazionale a un solo paese.

Ecco, in questo contesto si scopre la propria identità storica, si scopre la propria corretta differenza, l’humus, perché è vero che noi dobbiamo parlare di umanità ma l’umanità non sta nell’iperuranio, l’umanità è fatta da uomini radicati in una storia, in una tradizione. Questa è la grande scoperta delle nazioni. Non insisto più di tanto.

In questo contesto l’Italia riparte con lo sviluppo e la ripresa dell’idea di nazione almeno nello spazio europeo di Mussolini: qui Hobsbawn ha scritto delle pagine illuminanti in questa direzione. Beh, nasce e si aggrega come sappiamo, la situazione precipita, si dice che molte volte nella storia c’è l’imponderabile, c’erano interessi incrociati, e pare che veramente la storia si ripete con degli schemi sempre nuovi ma comparabili sotto molti versi. Venendo qui con Marica Mereghetti discutevamo dei processi di democratizzazione nell’area mediterranea, questi ribelli vogliono la democrazia? Chi sono, prima? Quale democrazia vogliono? Chi li sollecita dall’esterno? Quali interessi rappresentano? La situazione è molto complessa.

L’Italia è nata, sì, ma non è un fenomeno da laboratorio. Cosa c’era dentro? In quale gioco della politica europea si muoveva? Diventa complessa questa formazione, però tutto sommato questa unità si fa e si fa assumendo i modelli della democrazia europea, delle monarchie costituzionali. Poi sulla Costituzione dirò qualcosa magari nel momento della risposta. Però abbiamo dei Parlamenti costituiti fondamentalmente da un ceto politico definibile in senso lato come “il notabilato”, abbiamo una selezione del gruppo dirigente assunto, costruito così ma che entra nel Parlamento nazionale; qui abbiamo i gruppi dirigenti repubblicani, mazziniani che intanto però si associano alla monarchia perché non c’è altro di meglio da fare se si voleva fare l’unità d’Italia. Qui abbiamo élite che si sono formate nel fuoco della ribellione politica, poi entrano in questi Parlamenti anche quelli che sono arrivati dopo. Quindi, Parlamenti a suffragio ridotto, centrati sul censo e quindi la rappresentanza rispetto alla totalità dei cittadini è ancora bassissima. Possiamo parlare di democrazia se per democrazia si intende che, quanto meno, i cittadini scelgono la loro rappresentanza?

Nel contempo crescono le tensioni sociali: è quello che io uso dire “l’avvento delle masse”. L’avvento delle masse che era già ammesso nell’Ottocento, che uno storico di cui in questo momento non ricordo il nome e che però ha intitolato un suo libro, tra l’altro tradotto ed edito da Il Mulino, a proposito dei movimenti del ’20-’21, Con il fuoco nella mente (di James H. Billington, Bologna 1986, ndr). E qui vi rimando a Marx, la cosa l’ha spiegata abbastanza bene da questo punto di vista, non in modo esaustivo, cioè la grande ripresa crea le condizioni del protagonismo sociale. Allora quando tu entri nell’economia di una società e senza di te quella società crolla, inevitabilmente tu diventi un gruppo di pressione. Checché ne dice la Lega, Maroni, ecc. ecc., il problema si porrà e si pone già irreversibilmente nei grandi movimenti di migrazione perché se oggi le industrie venete lavorano, lavorano perché c’è della mano d’opera che è disponibile. Quindi, indipendentemente dagli slogan ideologici, sul territorio fanno integrazione. Il singolare paradosso è questo, anzi più che paradosso è contraddizione, che hanno bisogno di ridare al ladro, a praticare una xenofobia ideologica, ma poi di fatto producono una integrazione sociale a livelli diversi, anche con sfruttamento, ecc. ecc., però non possiamo immaginare la media o la piccola impresa del nord ma anche tutti i lavori servili, i lavori poco qualificati che pure sono necessari perché altrimenti non si va avanti, e allora vai a vedere chi sono quelli che fanno questi lavori.

Quindi, c’è la pressione e i socialisti hanno la dimensione evidentemente di inserimento nello stato ma contro lo stato. Perché tutti i fenomeni di differenza fra la socialdemocrazia e il leninismo è che anche la dimensione non leninista porta a una progressiva diminuzione dello stato. Molti hanno notato questo, spesso non lo si ricorda, la componente di liberalismo che c’è in Marx nel senso delle libertà. Infatti, la rivoluzione vincente dovrebbe estinguere lo stato anche se poi il comunismo di fatto nel modello leninista ha finito per identificarsi con la concentrazione nello stato. Il discorso di Marx era che le libertà liberali, formali, devono diventare le libertà reali e quindi ci deve essere un sistema di produzione che non sia caratterizzato dall’appropriazione e dall’alienazione. Però che dovessero emergere nella società individualità libere, questa era la tesi fondamentale del marxismo.

Ecco, queste pressioni, per un lato inserimento nello stato e quindi usare lo stato per l’elevazione delle masse, cosa che di fatto è avvenuta, però anche una tendenza antistato, e questo, di fatto, ha separato i socialismi europei e, in Italia, ha prodotto la prima grande separazione nella storia socialista, ancora fresca, che è la separazione fra i socialisti che vogliono collaborare con Giolitti, riformisti diciamo, e la corrente invece gramsciana che si ispira, che è motivata dall’Unione Sovietica, dalla Rivoluzione russa in questo caso. E questa rottura indebolisce ambedue le parti, aggiungete la guerra, quindi il fascismo.

La democrazia sta appena nascendo, Sturzo dall’altra parte è ancora in boccio, e viene troncata. Cosa accade: fascismo, guerra, grande patto costituzionale, la nostra è una delle Costituzioni sul piano dei principi meglio riuscita, forse come giuristi e costituzionalisti dell’epoca già sapevano, lo stesso Dossetti, troppo lunga per essere Costituzione perché dopo il fascismo era necessario mettere molti paletti e bilanciamenti. In genere, la Costituzione sono i principi fondamentali, poi il resto è affidato alla legislazione, qui invece molti elementi sono inseriti in Costituzione perché dopo quello che era accaduto bisognava mettere forti garanzie. Ora, diciamola tutta, meno male che ci sono perché con quello che sta accadendo se non ci fossero state quelle garanzie in Costituzione ci saremmo trovati in situazioni molto difficili.

Ecco, il grande patto costituzionale e a questo punto viene meno un fattore costitutivo della democrazia che è quello dell’alternanza politica. Cioè una democrazia è tante cose insieme, appunto è un sistema di bilanciamenti delle forze. Da Morcelliana è uscito un librettino di un vecchio scritto di un costituzionalista bolognese, Nicola Matteucci, sulla storia del costituzionalismo e la tesi che lui sostiene – qui la enuncio ma non sviluppo questo argomento – che le Costituzioni nascono per imbrigliare il potere delle maggioranze perché altrimenti si rischierebbe la tirannide della maggioranza; e quindi il potere per non diventare inevitabilmente illiberale ha bisogno di essere vincolato da regole costituzionali. Quindi la storia del costituzionalismo è sostanzialmente pensata come elementi che impediscono alle maggioranze di dissolvere la democrazia. Perché, paradossalmente, ed è avvenuto, una maggioranza a un certo momento decide di non votare più, la può chiudere la democrazia, ed è successo.

Comunque, la caratteristica e la patologia della democrazia italiana è che c’è una democrazia dei principi, c’è una partecipazione, le libertà, le associazioni, tutte queste cose belle che sappiamo, però manca un elemento che non è una condizione come dire assoluta, ma è necessario che ci sia; non è sufficiente per la democrazia il ricambio, ma è necessario. È un’annotazione necessaria. Non c’è stato. E quello che ha prodotto è stata una patologizzazione radicale della politica, della rappresentanza in Italia e questa patologizzazione ha sviluppato meccanismi di selezione per cooptazione e non per ricambio, e quindi la natura della cooptazione è sempre un’assimilazione servile, ti coopto perché stai al mio gioco. E quindi in tutti i momenti, lo diceva Marica Mereghetti, in cui la società ha espresso novità, la cooptazione ha bloccato il processo e queste novità per eterogenesi dei fini hanno finito per pugnalare se stessi perché non potendo avere un accesso regolare si sono radicalizzati. E si sono patologizzati.

Se voi fate una riflessione sul movimento del ’68, che è stato una grande versione sociale, dico ’68 per modo di dire, perché per capire il ’68 (non discuto di questo) bisognerebbe partire dagli inizi degli anni Sessanta, cioè dal grande boom, perché il ’68 è il risultato di un processo almeno decennale, è l’epifania di un processo molto lento; la società italiana cambia ed esplode. Beh, il sistema riesce a bloccare lo sbocco politico e allora il grosso rifluisce: ricordate che è il momento in cui si parla di sorpasso, la Democrazia Cristiana collassa, il sorpasso poi cede dopo la morte di Berlinguer alle europee, si arriva a un passo dal sorpasso. Quindi, il movimento del ’68 aveva avuto, trovato uno sbocco politico, ma si era difeso, cioè in parte rifluito dentro le vecchie organizzazioni, e in parte radicalizzato e suicida in quello che chiamiamo terrorismo che ha afflitto gli anni Settanta.

Capite bene che sono tutte patologie del non ricambio, perché nelle altre realtà in Europa c’è stato ricambio: Adenauer, e poi la grande stagione di Willy Brandt e poi torna Koll. La Francia: la capacità della rinascita del partito socialista grazie a Mitterand che distrugge un Partito Comunista balcanico come quello di Marchais. L’Italia ha avuto un personaggio grandissimo ma negli effetti e nelle conseguenze del tempo lungo, non dico nocivo, ma comunque ritardante: il grande tatticismo di Togliatti il quale democraticizza il partito, lo disarma, lo integra, però non fino al punto da rendere legittima la possibilità del ricambio. E quindi si inventa quel doppio binario, partito di governo e partito di movimento, il cui risultato sarà di rendere questo partito incapace di governo, ma sostanzialmente di un doppio gioco per molti versi positivo perché attraverso questo si è prodotta emancipazione, ma per molti altri versi compulsivo.

La democrazia è bloccata, quindi una rappresentanza che non cresce con il ricambio, non si rinnova con il ricambio, ma si rinnova attraverso cooptazioni generazionali. Nella cooptazione non emerge il migliore, emerge chi serve di più, è inevitabile. Anche i partiti che avevano, perché le avevano, istanze formative, ne abbiamo parlato; le scuole di partito erano l’idea profonda: sì, seleziono un gruppo dirigente che però deve essere capace, questa era l’idea. Qui c’è stata una fase in cui i partiti davvero hanno avuto un grande compito pedagogico. Però nel tempo questa responsabilità a selezionare un gruppo di gente qualificato si è sempre di più indebolita facendo crescere ampiamente l’area dei portaborse, e quindi tutte le soluzioni per patteggiamenti trasversali. Perché il meccanismo di questo genere è che laddove non c’è innovazione, beh, la modalità per portare a casa qualcosa è il crescere, il perpetuarsi del gioco clientelare finché la politica non trova la sua forma espressiva nelle correnti.

Quindi, non una alternanza di blocchi, ma una moltiplicazione delle correnti, cioè dei microinteressi. E questo è un fatto nocivo perché già la democrazia di suo non riesce a selezionare i migliori, non può, non c’è una competenza democratica per farlo, per promuoverlo; la democrazia non può selezionare i migliori, quando va bene può revocare i peggiori. Perché per selezionare i migliori bisognerebbe immaginare che chi vota ha una competenza nella scelta e quindi la proporzione tra candidato, competenza del candidato e programma e quindi ti scelgo che normalmente l’elettore non ha e non può avere. Shumpeter è tranchant: “Chi è bravo e illuminato nel proprio mestiere quando va nella cabina elettorale ha le capacità cognitive di un bambino”.

Infatti, quegli stessi che scrivono i programmi dicono che i programmi devono essere brevi. Quello di Prodi era troppo lungo, perché non è un problema di programmi, ma di spot. Devi trovare uno spot che sia coerente con un bisogno; allora le tasse, gli extra-comunitari, la sicurezza: trovare uno o due stati sociali emozionali in cui tu intervieni producendo un consenso, giocato per esempio sulla paura, o giocato sul fatto che io lavoro e nessuno mi deve togliere una lira del mio lavoro.

Questo lo potete vedere a livello empirico: prendete un bar, un bar di Milano e fate un monitoraggio: questi si alzano alle sei del mattino, in famiglia sono due o tre, chiudono alle dieci di sera, lavorando follemente e anche in questo lavoro quelli più qualificati, è già un segnale, hanno sempre gli stessi addetti e il caffè è anche più buono perché c’è professionalità. Quelli più smandrappati hanno un ragazzo per un giorno e mezzo, due, tre, cinque e poi ne arriva un altro: sfruttamento del lavoro, ma sfruttamento del lavoro da parte di chi lavora. Cioè non è che loro non fanno niente, però se loro si ammalano è drammatico perché devono chiudere, allora vanno a lavorare con 38 di febbre. Un impiegato, legittimamente, se ha 38 di febbre dice: “Ho 38 di febbre” perché non deve chiudere.

Moltiplicate questo micro paesaggio: allora dinanzi a questo, chi mi toglie una lira di questo sangue spremuto, beh, io gli dico vattene a quel paese. Gli interessi generali, i servizi? Ci sono, però normalmente si tende a vedere breve e il peggio se non si ha una cultura democratica. Perché se non si ha una cultura democratica che guarda in ogni evento particolare lo sfondo dell’interesse generale, del sentimento civico, allora…

Per esempio, esiste la malasanità, però in Italia, specie nell’Italia del Nord, complessivamente c’è una buona sanità. Però bastano due episodi, siccome la mia vita è una sola, l’operazione è questa, la misura diventa probabilmente diversa: cioè non è che fai una statistica su una massa di dati: mi è andata male, mi hanno sbagliato l’operazione, non è andata bene.

Allora capite bene come le dinamiche di incrocio di microaccordi erano le modalità del portare a casa soluzioni senza un grande gioco. E allora in questa situazione la democrazia ha oscillato terribilmente tra. Ideologia tra la causa, e connivenze pratiche. E i rinnovamenti non sono mai passati per sostituzioni, ma per scissioni, soprattutto nella sinistra dove si scindevano, e continuano a scindersi, per creare unità. Tutti quelli che si scindono, dicono: ci scindiamo per unificare; Vendola, che è già un po’ più grosso, per unificare. Perfino Ferrero si scinde per unificare. Vi rendete conto che siamo a livello quasi divertente di patologia.

Il buon senso! Ma il buon senso se ne accorge e allora dice: prendiamoci il ceto politico così com’è, perché lo dobbiamo cambiare? Utilizziamo al meglio chi è accanto ai nostri particolari interessi. E così abbiamo pezzi di ceto politico che curano interessi particolari e poi si interessano dell’interesse generale. Ma al fondo di tutto questo, alla base di tutto questo c’è l’impianto faunistico dell’Italia, come cultura di fondo: se non mi aiuta Dio, qui non mi aiuta nessuno…

Non insisto più di tanto perché credo di avervi dato il quadro di una dissoluzione della democrazia italiana dentro la distruzione dei processi democratici nel mondo, perché non è che nel mondo ci troviamo dinanzi a rappresentanze trasparenti. O ci troviamo di fronte a elettori che hanno la competenza democratica per dirla con Shumpeter. Quello che è diverso non è tanto la competenza democratica dell’elettore, ma è la campionatura politica, cioè l’offerta: c’è un’offerta più larga e indipendente.

Un esempio: perché noi non adottiamo un sistema elettorale che si potrebbe decidere in tre minuti che è quello francese, dove alla partenza tutti sono pari, tutti sono un’offerta politica? È l’elettorato che fa il primo taglio e poi si va al ballottaggio. Non c’è la percentuale previa in forza della quale tu ti difendi prima di competere. Allora il 4%, il 3,5, no il 5%, cioè ipotizzare ogni blocco in cui tu sei dentro e poi fai il blocco del 3 %, che cosa è il 3%? Allora siccome sai di non passare fai l’alleanza col più grosso. E la montagna partorisce il topolino. L’orrore di questa legge elettorale è un orrore di ceto politico, cioè non c’è campionatura.

Quindi, gli altri paesi non è che siano migliori perché c’è una competenza democratica dell’elettore, c’è un assetto politico che ha una tradizione democratica e forse una più smagliante campionatura. E poi negli Stati Uniti la cosa ha addirittura una sua naturale perfezione nel senso che le aberrazioni sono sempre valide e chi finanzia le campagne elettorali li vedete indifferentemente finanziare da una parte o dall’altra, cioè non c’è uno schieramento; c’è un programma, una amministrazione che fa un blocco di interessi. Allora tu ti trovi Murdock dalla mia parte, la prossima volta ti trovi Murdock dall’altra parte, cioè hai l’aggregazione a seconda dell’andatura politica. Se ne succedono proprio di brutte, cioè hai un crack finanziario e perdi una guerra, vinci. Non è che sia un gigante Obama, c’è una convinzione che ha saputo compiere, ed è diventato un fenomeno della politica.

Kerry era inadeguato lui, ma ancora non era consumato il processo dell’Iraq, si poteva ancora vincere. Le bugie di Bush erano ancora credibili, l’America era ancora in guerra, l’America e non centra nulla la sensibilità di una nazione.

Ecco non abbiamo competenze democratiche più alte, abbiamo assetti democratici per tradizione più funzionali che offrono un campionario politico che permette grosso modo di revocare il peggio meglio di quanto non accada da noi, ma non è il sistema della rappresentanza.

Voi mi direte: ma allora ci stai parlando male della democrazia? No, però è vero che è il meno peggio la democrazia, è il meno peggio. Ma già capite d’intuito che la democrazia non può funzionare solo con le elezioni. Ci sono il sistema dei bilanciamenti e la divisione dei poteri prima della piramide populista per cui in queste popolazioni non è che non votano, votano sì, però con il risultato che vediamo qual è se non hai un meccanismo distribuito del gioco delle forze, e questo meccanismo deve essere soprattutto sociale.

Un altro punto sull’Italia: non solo c’è il deficit di offerta politica, di campionatura che quindi favorisce correnti e scissioni e non sostituzioni, e oltre a questa dimensione che paralizza, che è appunto quello sfondo di autoprotezione individuale che non punta sulla politica per ottenere risultati che lo assicurino e lo conservino.

Ecco, voglio aggiungere però, e qui passo all’altro punto, la comunicazione, che noi ci stracciamo le vesti per il velinismo di Berlusconi, per Berlusconi che mente con una spontaneità tale da non accorgersi di mentire, ma questo capita. Ma la cosa più tragica è che la gente che lo ascolta dimentica quello che ha detto il giorno prima e ritiene che sia vero. Però le menzogne, gli inganni avvallati anche dalle parti democratiche, che hanno caratterizzato Bush e la guerra in Iraq e le conseguenze, rispetto alle menzogne di Berlusconi, d’intuito capite che non c’è proporzione. Dire, e far credere che Saddam ha le armi di distruzione di massa per scatenare una guerra uccidendo centinaia di migliaia di persone, e la stampa americana ha avvallato, beh, è più democratica l’Italia. In fondo abbiamo a che fare con signorini. Quindi quando noi parliamo delle grandi democrazie… le grandi democrazie… Quindi non enfatizziamo il fatto che ci sia una scelta politica ecc. ecc. Le libertà civili? Lotta per le libertà civili? Sì, ci sono state negli Stati Uniti. La elezione di Obama da questo punto di vista è significativa, bella battaglia. Però, come diceva Marx, il capitale va vestito in patria ed è nudo fuori. Che cosa non hanno fatto, e strafatto, e malfatto fuori. Le alleanze strumentali con le dittature avvallate, poi a un certo momento ci si accorge che non è dittatura. Dove stava la democrazia? Cos’è l’opinione pubblica? Bisognerebbe fare un corso intero su questo, però i nodi sono questi.

Quindi, delle patologie democratiche dell’Italia dobbiamo tenerne conto perché ci siamo, ma non ci troviamo in un mondo di trasparenza. Anche Clinton, i Clinton, hanno appoggiato la guerra in Iraq in nome dell’America. Lì non c’è stata una grande differenza tra repubblicani e democratici.

Quindi, evidentemente, non è che noi siamo più buoni, siamo meno forti, quindi facciamo meno danni, perché siamo meno capaci. Avremmo fatto anche Auschwitz, non avevamo l’organizzazione… italiani brava gente.

L’altro punto allora l’ho introdotto: oggi la pratica della democrazia ha bisogno di uno spazio, di un luogo; la competizione democratica, se non è la competizione amico-nemico, smithiana, certamente è una competizione di interessi. Perfino il buon Prodi ha detto competition is competition. L’ha persa ma l’ha detto. È una competizione di interessi. E quindi c’è un campo specifico del conflitto laddove ci sono interessi opposti che cercano spazio. Anche nelle mafie è così. C’erano le mafie delle mani sulle città, allora il conflitto era fondamentalmente nell’edilizia. Poi le mafie della droga e delle armi e il conflitto si è spostato, sempre conflitto, in un altro ambito che era il mercato della droga e delle armi. Poi la finanziarizzazione, c’erano tanti soldi e bisognava metterli a frutto e allora il mercato finanziario diventa il luogo del conflitto.

La democrazia moderna, siccome si decide con il consenso, ha come suo campo di battaglia l’informazione; oggi per vincere devi conquistare quello spazio, sia per vincere nei termini di rappresentanza, sia per giocartela in termini di efficienza. Se voi per esempio parlate di grandi banche, le banche di investimento, con alcuni manager, di che cosa parlano? Parlano delle acquisizioni di Apple o di Nokia, delle scalate in un settore piuttosto che in un altro, dell’obsolescenza di gruppi e della assimilazione di altri; il campo di battaglia è fondamentalmente per più del 50% l’acquisizione del dominio di queste aree. E bisogna intuire questo prima, capire qual è la tendenza. Ormai i PC sono obsoleti, perché tutto passa per i cellulari che sono diventati loro adesso i PC. Questo vuol dire rovesciamento degli investimenti. Allora c’è quello che lo capisce prima. Quindi l’informazione non è fatta solo di contenuti ma dall’apparato distributivo che la regge. E chi fa un movimento piuttosto che un altro, lo fa perché ha delle informazioni maggiori di un altro dell’accesso. Se dobbiamo parlare di comunicazione non dobbiamo parlare della comunicazione che produce convinzioni nel senso di opzioni politiche, ma dell’accesso reale alle grandi macrostrutture di produzione della ricchezza della società. È in queste macrostrutture che si fa la transazione di miliardi di dollari, forse creati con un tasto, perché la ricchezza è diventata una materia invisibile, è come lo Spirito Santo, non sai dov’è, ma è dappertutto. E quindi per raggiungerla devi avere dei tracciati. Ma chi li ha? Noi ne abbiamo?

E veniamo all’ultimo punto. E allora cosa possiamo fare noi qui stamattina. Come facciamo a fare la democrazia? Non saprei che dire. Come pensiamo nella formazione delle decisioni e dove sono le decisioni? Beh, la via c’è nel senso che possiamo coltivare la democrazia negli spazi di libertà dove noi agiamo e quindi bisogna rovesciare il modello, partire da noi stessi, costituirci come punto di resistenza critica, non dire sì, ma padroneggiare le nostre passioni e il nostro desiderio e quindi essere capaci, in base a noi stessi lì dove siamo, di opporci. Non dobbiamo conquistare l’altro, ma radicarci e pesare come persone.

E per fare questo bisogna essere virtuosi, perché soltanto se siamo capaci di virtù ci possiamo costituire come centri di resistenza e di relazioni positive e donative con gli altri. Perché non sarò competente a eleggere un candidato, però se sono insegnante sono competente su come deve funzionare una scuola e se non funziona ho tutte le carte in regola per dire: dovrebbe funzionare così, e se mi associo mi creo come punto di resistenza sul territorio e gioco il mio consenso politico passando dalla valutazione dell’ambito in cui lavoro, evitando un rischio, il corporativismo professionale.

Ma anche qui non c’è bisogno di fare salti mortali perché noi siamo multiversi: nel mestiere io faccio l’insegnante, o faccio il professionista, però se mi ammalo sono ammalato e quindi ho una competenza da utente; se non ho una competenza diretta, ho un’istanza di conoscenza e quindi chiedo, mi informo. È come una trama orizzontale in cui, tutto sommato, si può sviluppare un antagonismo competitivo, non tanto e non solo per azione, ma anche per sottrazione. Evidentemente, questo non basta perché il momento sottrattivo deve essere una precondizione per costruire il momento organizzativo.

E qui veniamo all’ultima domanda. Io arrivo alla fase sottrattiva e credo che sia meno difficile di quanto non si pensi. Quando io vado in giro, e frequento alcune riunioni politiche, sono sempre gli stessi e sempre pochi. Giovanni Bianchi mi è testimone. Se io parlo di virtù ho platee attente perché c’è bisogno di virtù, perché orientano il soggetto, poi quali saranno le conseguenze non lo so. Se fate un’adunata politica trovate i giovani che vogliono essere come i vecchi e sono già peggio dei vecchi essendo giovani, e poi tutto un materiale di curiosi di scarto. Raramente trovate giovani. Andate al festival di Modena e trovate una media di ventenni.

E questo anche in altre aree, in altri tipi di associazionismo. Quello puoi discuterlo, ma in una riunione di “Libera” ci sono masse di giovani. In una riunione di spiritualità fatta dai Focolarini ci sono tanti giovani e anche altri. Esistono dei fuochi, quello che manca è la sintesi, cioè la capacità di farli convergere, cioè trasformare questi luoghi di resistenza in centri di produzione di scelte e quindi anche di scambio di conoscenza perché quelle cose che noi non sappiamo da soli in strutture organizzate non le sapremo bene ma quanto meno ci faremo l’orecchio.

E qui purtroppo siamo in una fase in cui i grandi centri formativi, che erano i partiti, che erano anche le chiese, non hanno più questa dimensione propulsiva: i partiti più o meno l’hanno avuta fina agli anni Sessanta, perché dagli anni Settanta galoppa sempre di più la cooptazione e si seguono ancora i ceti resistenziali che tutto sommato un pedigree ce l’avevano. È il primo ricambio generazionale, poi abbiamo un accumularsi di grandi operatori del mercato politico e i personaggi significativi degli anni Sessanta: chi faceva davvero politica in Italia? Non vi vengono in mente i nomi? Toni Bisaglia faceva politica: era il dominus della Democrazia Cristiana, ha sposato anche la Bollati, si era nobilitato, matrimonio infausto perché lui è morto. Gava: qui al nord c’era qualcosa di meglio, c’era Marcora; questa è la generazione che emerge intorno agli anni Cinquanta perché gli altri vengono da prima, vengono dal confine fra la fine del fascismo e gli inizi della Costituente.

Ecco, oggi bisogna trovare la possibilità di trasformare questi luoghi di resistenza in un incrocio positivo che divenga proposta e quindi anche, come dire, un laboratorio di conoscenze integrate. Si può fare? Sì, forse. Però coincide di essere un sentimento alto di missione e ci vuole la parresia, il coraggio. Perché in Grecia il parresiaste non era soltanto colui che diceva tutta la verità alzandosi in assemblea e dicendo la sua; c’erano due termini isegoria e parresia: isegoria vuol dire avere pari diritti alla parola reale, parresia invece è dire tutto. Ma qual è la differenza fra isegoria e parresia? La differenza era che il parresiaste non era soltanto colui che si alzava e diceva la sua, ma colui che nel dire la sua voleva essere tra i primi, cioè egemonizzare l’assemblea, istituirsi come ceto politico, il parresiaste voleva creare una dinastia, una dunastes.

Allora questo lo si fa se si ha un senso alto della missione. Io ritengo che oggi, dal punto di vista delle storie personali ci sono belle storie che si possono raccontare o scrivere, ma purtroppo non vediamo biografie politiche che ci suggeriscano la possibilità di una dunasteia. Che fare? Continuiamo a stare sull’orizzontale, chissà che una verticalità poi non accada, non accada. Intanto coltiviamo il terreno perché nasca.

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