Sandro Carbone presenta: Edoardo Benvenuto. Fede e ragione.

Di fronte all’affermazione ripresa da Heidegger che : “Un segno noi siamo che nulla indica”; di fronte a certo pensiero dell’epistemologia scientifica contemporanea che annulla la capacità del pensiero di comprendere il reale assumendo il punto di vista dell’osservatore quale elemento costitutivo ed intrinseco della realtà, giungendo ad entificare non l’oggetto da conoscere (l’essere nella metafisica classica), ma la situazione epistemica che si è venuta creando; di fronte alla figura della comunicazione illimitata  e della complessità, che porterebbero alla morte dell’uomo se non venissero considerate astratte finzioni, si apre l’originalità del pensiero di Benvenuto: l’aver intuito l’importanza di quegli ostacoli e di quei limiti, che egli chiama via negationis.

La persona, afferma Edoardo, non si realizza nel momento in cui essa diventi assoluta trasparenza comunicativa, ma proprio al contrario, nel momento in cui essa incontra il limite e la negazione della mezza via: solo  la persona perviene alla propria terminale perfezione, testimoniando la sua definitiva identità. In quel momento, laddove la sfera del possibile è delineata in virtù del mio ritrarmi e negarmi, il mondo e gli altri si disvelano come datità insuperabile di una situazione epistemica imperfetta, e i connotati di questa imperfezione soggettiva sono precisamente la perfezione dei loro connotati oggettivi. L’uomo per identificarsi si deve concedere alla finitudine con la quale riesce a vincere la prepotenza dell’immensità spazio-temporali e delle complessità relazionali che tenderebbero ad inghiottirlo come un punto.

E qui torniamo ad Heidegger sul problema della temporalità dell’essere. Se il presente è uno iato tra memoria ed attesa, per superare l’accidia è necessario volgere il pur sempre del concetto e il “già” del progetto in prova di quella imperfezione epistemica che segna il nostro incontro con la realtà. Il giudizio si deve convertire in confessione e l’operare in testimonianza.

E’ la via anche del nichilismo e del pensiero ebraico del dopo Aushwitz, al contrario invece della svolta antropologica di K. Rahner o della ecclesiologia sociologica dove il tutto è rinchiuso nella mera fattualità umana; a quelle teologie, insomma, dove il tutto dell’uomo è detto divino.

Per Benvenuto invece Bisogna rinunciare alla figura epistemologica perfetta, sia essa proveniente dalla filosofia, come dalla sociologia o da qualsiasi altra scienza umana, ma assumere invece un altro tipo di figura epistemologica, quella che mette in luce non i contorni netti, ma l’aspetto iconico della realtà.

E qui ci viene incontro la Rivelazione cristiana, in cui appare chiaro che è Dio che infonde alla realtà la dimensione figurale come sua intima essenza. Il pensiero teologico non si può in effetti sciogliere dalla figura rivelata, perchè l’intelligenza della fede cresce nel riconoscere la dimensione figurale della storia santa: la figura, pertanto, non è ciò di cui l’annuncio cristiano deve render ragione, al contrario, essa è ciò che rende ragione all’annuncio cristiano, incorporandolo nella storia della salvezza.

Proprio partendo dal campo dell’ermeneutica biblica, Edoardo osserva come la Scrittura usi un linguaggio aperto, simbolico globale di tipo metaforico che fa entrare in contatto diversi orizzonti semantici, rappresentati dai diversi termini all’interno dell’enunciato, nel quadro di una realtà unitaria la quale organizza da se stessa la funzione rispettiva, e quindi la diversa importanza, di tutti gli elementi che con la loro convergenza  danno luogo alla figura rivelata.

E’ la Parola di Dio che disvelandosi in figura si fa annuncio nell’evento della sua autorealizzazione, determinando la possibilità della percezione anche razionale della verità.

E’ questo uno degli snodi più importanti di queste riflessioni di Edoardo: la determinazione dell’importanza della figura epistemica imperfetta a partire dall’ambito ermeneutico biblico sino ad approdare a quello linguistico e filosofico, dando luce al processo dell’intelligenza mediante la dinamica della fede.

Lo sviluppo di questa tesi dà nuova luce ai problemi della grazia, dell’antropologia teologica, dell’escatologia, della sacramentaria, della teodicea, della dottrina sociale della Chiesa.

Il fallimento del pensiero umano e di ogni suo progetto, laico o teologico, politico o sociale, individuale o collettivo, fattuale o virtuale, il dolore che si abbatte sulla vita individuale, la morte in cui tutto sembra perdere senso, sono in verità, luogo teologico per eccellenza, dove misteriosamente si manifesta il disegno di quel Dio che ha scelto ciò che nel mondo è debole e stolto, ignobile e disprezzato, e ciò che è nulla, perchè nulla sia estraneo (1Cor 1,27-29), e infine sia lui, solo lui, tutte le cose in ognuna di esse(1Cor 15,28).

_ Cfr le due figure asintotiche di K. Rahner: L’orizzonte della nostra inabbracciabile esperienza è ciò che noi chiamiamo Dio in Benvenuto, Sacrificio e martirio, Bailamme 3(1988)11, e di E. Schillebeeckx, che cerca di interpretare il concetto filosofico di trascendenza divina, quale espressione ormai spuntata per indicare il futuro dell’uomo, in Benvenuto, Grazia e Sacramenti, Bailamme  9(1991)28ss, dove egli li considera come itinerari a Babele.

_ Benvenuto, Sacrificio e martirio, Bailamme  3 (1988)15.

_ Benvenuto, Sacrificio e martirio, Bailamme  3 (1988)17.

_ Benvenuto, Sacrificio e martirio, Bailamme  3 (1988) 20.

_ Benvenuto, Sacrificio e martirio, Bailamme  3 (1988)22-23.

_ M. D. Chenu, La Theologie comme science au XIII siècle, Paris 1969, 19, in Benvenuto, Figura, Bailamme 2 (1987) 32.

_ Benvenuto, Figura, Bailamme  2(1987)31-34.

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