Sgomberi al Corvetto. Quale Milano? Un cittadino per strada incontra e racconta una città complessa. (18 novembre 2014)

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Il sole non è ancora alto quando veniamo svegliati dal rumore, costante e inconfondibile, di un elicottero impegnato nella ricognizione di una zona ben precisa: staziona su una verticale a poche centinaia di metri da piazzale Corvetto, compiendo periodicamente dei brevi giri per poi tornare nella posizione di partenza.

Sulla scorta dei fatti delle ultime settimane, e ancora di ieri, ossia dei vari episodi di occupazioni e sgomberi degli abusivi, il primo pensiero è che sia successo qualcosa nella zona di via dei Cinquecento, dove si trova un grande complesso di case popolari, espressione genuina di uno dei quartieri più antichi -e popolari, appunto- di Milano. Qualcosa di grosso, se è intervenuto l’elicottero.

Milano, sgomberi case al CorvettoUna volta sul luogo dei fatti, però, ci rendiamo conto che la situazione è diversa, per quanto anomala: se, infatti, il mercato rionale settimanale si svolge regolarmente, non si nota, però, nessun transito dei mezzi pubblici di superficie.

Decine di agenti delle Forze dell’ Ordine, in tenuta antisommossa e dotati di maschere antigas, presidiano gli incroci di accesso a un isolato, compreso tra via Ravenna, via dei Cinquecento e via San Dionigi; un altro gruppo, più distante, controlla via Ravenna all’altezza dell’ incrocio con via Pomposa. In queste due strade, e in Piazzale Ferrara che dà accesso all’intera zona, i resti di improvvisate barricate, erette frettolosamente utilizzando i cassonetti della spazzatura, e successivamente date alle fiamme.

La situazione, al momento del nostro arrivo, è in stallo: delle persone sono appena state portate via, e numerosi abitanti del quartiere stazionano in strada, intenti a commentare quanto accaduto e in attesa di quello che succederà ancora; alcune anziane, affacciate alle finestre di casa, godono di una prospettiva certamente migliore della nostra.

Cerchiamo di capire cosa sta succedendo, ma, come spesso accade in questi casi, è difficile distinguere, tra le voci della gente, le ricostruzioni vere da quelle inesatte, quelle oneste da quelle parziali.

Girando però intorno all’isolato, da via San Dionigi riusciamo a vedere l’immobile “teatro delle operazioni”: è una villetta, in stato di relativo degrado, occupata e adibita a centro sociale.

Alcuni degli occupanti, due o tre, sono saliti sul tetto.

I FATTI:
a quanto riferito da due agenti, stamani ne è stato tentato lo sgombero: la cosa ha innescato la reazione congiunta degli occupanti il centro sociale, che hanno opposto resistenza, e dei residenti nei vicini alloggi Aler, richiamati dal passaparola.
I quali, evidentemente solidali con chi stava subendo lo sgombero, hanno eretto improvvisate barricate e le hanno incendiate: ne è seguito un scontro tra “antagonisti” e “abusivi”, e gli agenti delle Forze dell’ Ordine, i quali hanno impiegato gas lacrimogeni per disperderli e hanno chiesto l’intervento dei Vigili del Fuoco e di due ruspe leggere per aprire varchi nelle barricate.
E’ stato riferito anche un lancio di oggetti e sassi all’indirizzo degli agenti, ma non ne abbiamo notato significative tracce.

A tal proposito, ci interroghiamo sull’ opportunità della scelta di effettuare lo sgombero proprio il martedì mattina, quando la zona è interessata sia dal mercato rionale che dalla presenza sui marciapiedi dei cassonetti condominiali e dei sacchi della raccolta differenziata; i quali, in attesa di essere raccolti dall’ AMSA, sono serviti per erigere le già citate barricate.

Verso le 10 poi, alcune decine di residenti degli alloggi Aler sono scesi in strada in corteo per protestare contro la presenza e l’azione delle forze dell’ordine: in un attimo, gli agenti si sono disposti frontalmente a chiudere l’accesso alla zona interessata dallo sgombero. I manifestanti, alcune decine, si sono fermati a una cinquantina di metri dallo schieramento, continuando però ad urlare cori contro le forze dell’ordine. Il faccia a faccia è durato oltre mezz’ora ma non ci sono stati altri scontri.

La presenza di due megafoni nel corteo dei manifestanti fa pensare che non si tratti solo della semplice ed estemporanea reazione di un gruppo di cittadini, ma che vi sia un’ organizzazione e delle connessioni con chi i megafoni è abituato ad usarli.

Ciò che sembra evidente è che lo scenario non sia semplificabile ad una mera questione di occupazione della proprietà privata, ma ben più confuso; e la confusione è il rischio costante che si corre nel tentativo di descrivere ciò che sta accadendo.

Lo sgombero di un centro sociale, probabilmente diretta conseguenza dell’assalto alla sede del circolo PD di via Mompiani avvenuto alcuni giorni fa, non deve essere confuso con lo sgombero di un alloggio, di edilizia popolare o privato, occupato a scopo abitativo.

La reazioni di una parte degli abitanti della zona, i commenti raccolti per strada, dicono però chiaramente che le due cose trovano un punto di convergenza proprio nella questione abitativa; e che il clima nei confronti delle autorità cittadine e delle forze di polizia, in un quartiere estremamente contraddittorio in cui le situazioni di difficoltà raggiungono punte di degrado accentuate, è molto pesante: i muri esterni degli edifici della zona tra Via dei Cinquecento, via Ravenna, via Pomposa, via San Dionigi, ospitano scritte eloquenti e decisamente non tollerabili per chi come noi ritiene che il rispetto della legalità sia imprescindibile anche in presenza di una situazione sociale come quella attuale, che pare a rischio di esplodere in conflitti ben più pesanti dei fatti di questa mattina.

Ci colpisce la presenza di un gruppo piuttosto rumoroso di donne, quasi tutte giovani, che in questo contesto sembrano rivestire un ruolo chiave: dai loro discorsi, dal loro comportamento, dalla loro versione dei fatti, riversata ad una troupe televisiva, si capisce che rappresentano un termometro preciso della situazione degli abusivi.

La responsabilità della loro condizione di abusivi, così lamenta una di loro, una giovane italiana, sarebbe da addossare a chi tali li ha fatti diventare: chi non sblocca le famigerate graduatorie bloccate per l’assegnazione degli alloggi, chi non li aiuta con l’affitto e le bollette.
“Noi li vogliamo pagare, ci mancherebbe altro, ma se non ci aiutano come facciamo? Se ci promettono i contratti (per gli alloggi, ndr) e poi non ce li fanno, Pisapia è venuto qui di persona tre anni fa, ci ha stretto la mano -chiama a testimoni le donne presenti- e ci ha promesso che avrebbe sbloccato tutto e avrebbero fatto i nuovi contratti. E ci dicono che non ci sono soldi, loro però i soldi li prendono. Se lui può fare la spesa è perchè noi lo abbiamo votato e gli abbiamo fatto poggiare il c*** al caldo”; io invece vado a lavorare per pagare le bollette e mantenere i figli: se non occupavo, dove andavo in questi tre anni? Non siamo noi gli abusivi veri, quelli veri sono gli abusivi ricchi che non pagano ma i soldi ce li hanno.”

In effetti anche la distinzione tra abusivi e regolari, nei racconti della gente, tende a scemare e le categorie a confondersi. Come quell’ inquilino regolare che, dopo mesi di attesa per la sostituzione delle finestre fatiscenti del suo alloggio, si è arrampicato sul balcone dell’ appartamento di fianco -vuoto- per impossessarsi di quelle.

C’è da credere a queste donne: al momento non voterebbero alla stessa maniera di tre anni fa. A loro non importa di decidere il colore politico dell’Amministrazione: l’unica cosa che importa è che qualcuno dia loro una casa senza che debbano andarsela a prendere.Magari pagando qualcuno perchè gliela apra…

La fusione delle “ragioni”, o quantomeno delle posizioni, degli abusivi e di quelle degli antagonisti dei centri sociali, è una miscela apparentemente pericolosa, perchè capace di produrre effetti politici di rilievo.

Abbiamo parlato, nelle righe addietro, della legalità come elemento imprescindibile della cittadinanza. Occorre però specificare che il rispetto della legalità deve essere inteso in senso non solo formale, ma anche sostanziale; e che sotto l’aspetto sostanziale le autorità pubbliche hanno, a nostro avviso, il dovere di porre in essere le condizioni perchè questa sia rispettata anche formalmente.

Non abbiamo elementi sufficienti per valutare l’operato dell’ Amministrazione Comunale in questo senso e non lo faremo: si registra però un preoccupante scivolamento di frange intere di popolazione verso una zona fatta di sempre maggiore illegalità e di comportamenti di ribellione e rifiuto verso qualunque forma di autorità; capita così che un giovane padre, avendo richiesto a un militare della Guardia di Finanza istruzioni su come potersi allontanare in auto dalla zona all’ uscita del figlio da scuola, visti i blocchi disposti agli incroci, non soddisfatto del tono tenuto dal militare nel rispondergli, a suo dire volutamente impreciso e menefreghista, non abbia esitato a contestargli la cosa in modo deciso, al punto da indurre l’amico che lo accompagnava a prenderlo per un braccio e portarlo via. Il tutto a partire da una situazione, in quel momento, di assoluta calma.

Al di là delle ragioni specifiche, ci è sembrato un episodio che esprime bene un certo sentimento di astio nei confronti delle Forze dell’ Ordine che cova -sempre meno- sotto cenere.

La nostra personale sensazione è che vi sia una profonda distanza tra la Milano che aspira al ruolo di metropoli e guarda all’ Expo come vetrina e occasione di profitto, come giusta occasione per sperimentare nuove forme architettoniche, e quella che poi la abita nei luoghi, fisici e funzionali, in cui le città diventano carne, materia (e in qualche caso cattivi odori, sudiciume e scritte sui muri) e vive semmai l’ Esposizione come una fastidiosa beffa, la promessa mancata di opportunità di lavoro e di rilancio della città.

Una sostanziale indifferenza tra la Milano che progetta e attua la riqualificazione degli spazi su strada, e quella che ne usa le panchine per dormire o bivaccare; tra la Milano delle isole pedonali, del car sharing e delle piste ciclabili, e quella di chi sui mezzi pubblici ci va senza scelta e spesso senza biglietto, di chi condivide l’auto per risparmiare o perchè l’auto non ce l’ha, dei tanti immigrati che sfrecciano su biciclette non di lusso nè in affitto, ma vecchie, senza luci, guidate al buio in contromano e sui marciapiedi, quasi a trasfondere su un veicolo e la sua guida una condizione di irregolarità, di clandestinità presente o futura, vissuta ormai come fatto normale.

“Tanto qui si sa come vanno le cose, no?”

“Come vanno le cose” è quello che un immigrato, magari confrontandolo con ciò che ha sperimentato in esperienze di emigrazione in qualche altro Paese, impara subito.
Sentirselo chiedere, da uno straniero, è oltremodo fastidioso e umiliante.

La Milano che pretende di darsi l’immagine di una metropoli moderna, sempre più pulita e sempre più “smart”, rischia, cosa ancora più preoccupante, di non farsi capire neanche dalla Milano comune dei quartieri, quella che vive gomito a gomito con i nuovi milanesi, cerca con tutte le sue forze la normalità e si vede invece scivolare sempre di più verso una condizione di difficoltà permanente.

La Milano che discute di Navigli da recuperare e di orti sociali, pare viaggiare su rotte molto diverse da quelle del “popolo della 90”, la linea filoviaria circolare che garantisce la mobilità cittadina praticamente 24 ore su 24, e che a sera si popola di un mondo intero; fatto di occasionali, come i ragazzi reduci da serate e nottate di svago, ma soprattutto di abituali: di barboni (pardon, senza tetto) di ogni nazionalità che ci dormono, di capolinea in capolinea; di gente che finisce tardi il lavoro; di anziani o meno anziani (solitamente uomini) ubriachi a cui rimane solo la propria disperazione; di venditori ambulanti di roba inutile e di frotte di altri venditori che alle 4 del mattino vanno all’ ortomercato muniti di carrellino, per comprare poca misera merce, da rivendere.

Le piccole imprese individuali del carrellino e delle bustone.

Un mondo variopinto, per lo più fatto insieme da gente che ha perso tutto e da chi invece tutto spera, ma accomunati da una comune condizione: il non essere rappresentati, nè raccontati, da nessuno.

Non vorremmo sembrare demagogici, ma crediamo che per questa gente, quella degli autobus notturni, quella degli abusivi, quella dei quartieri in cui le distanze e le differenze tra italiani ed immigrati tendono a zero, le “soglie di sbarramento” con cui confrontarsi siano ben diverse da quelle espresse in numeri percentuali per l’ingresso in Parlamento.

Guardandola negli occhi, pare di riconoscere la vera Milano di oggi.

Milano, sgomberi case al Corvetto

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