Sinistra – La crisi di una cultura.
Introduzione al testo del sociologo Massimo Ilardi

Esiste una identità di sinistra secondo Ilardi, ma soltanto come predisposizione mentale, come scelta etica, come appartenenza ad un sistema di valori, poiché questa peculiarità non si innesta più in categorie politiche forti; così all’attualità prevalgono gli stati emozionali, la “depoliticizzazione” delle scelte in quanto i riferimenti fondamentali sono certamente più fragili.

LA  FATICOSA  RICERCA  DI  UN  PUNTO  DI  VISTA

Introduzione al testo “Sinistra – La crisi di una cultura” [1]
di Massimo Ilardi, a cura di Andrea Rinaldo.

Uno.     Qualche premessa

Massimo Ilardi – già docente universitario di Sociologia ed autore di una nutrita produzione editoriale – contestualizza nel suo agile e tuttavia denso testo dal titolo più che esplicito “Sinistra – La crisi di una cultura”, il travaglio di quella compagine politica, a partire dal sottotitolo che aiuta il lettore nella ricerca dell’angolatura dell’analisi, e che si evolve dentro lo spazio tutt’altro che neutro della “società dei consumi”. È un patrimonio quello della “Sinistra” che ha avuto solide radici storico-ideologiche, che si sono confrontate con i mutamenti della società, segnando al contempo alcune conquiste di campo ed anche pesanti sconfitte, digradando spesso verso un regressivo scontro tra fazioni. C’è forse una sorta di fil rouge che lega il variegato “popolo della sinistra”, ed è – a dispetto di momentanee mode – la centralità del lavoro, il concetto di uguaglianza e la coesione sociale, la mai risolta questione morale, un pervicace ottimismo circa la bontà della natura umana, ma anche l’ecologia, i beni comuni, i diritti civili; tuttavia posti al di fuori dalla inevitabile dimensione del “conflitto politico”, questi concetti si riducono a scelte etiche, in questioni di coscienza e di responsabilità, quando non in un puro moralismo. Mario Tronti, citato dal nostro autore, definisce la debacle come quella di “Una sinistra senza Novecento”[2], cioè l’ impasse di un’area politica che nega le sue origini, mancando così di quella consapevolezza che senza rimpianti verso il passato, dovrebbe confrontarsi con il presente con le armi della conoscenza e dello spirito critico.  E la contemporaneità è quella della “società dei consumi”, dove un individualismo distruttivo ha preso il posto dell’ homo economicus, giacché quest’ultima non è soltanto attitudine al puro accaparramento di merci, ma usura delle relazioni, delle emozioni, ed in definitiva della società stessa.

Due.    Si può ancora dire di “essere di sinistra”? 

Esiste una identità di sinistra secondo Ilardi, ma soltanto come predisposizione mentale, come scelta etica, come appartenenza ad un sistema di valori, poiché questa peculiarità non si innesta più in categorie politiche forti; così all’attualità prevalgono gli stati emozionali, la “depoliticizzazione” delle scelte in quanto i riferimenti fondamentali sono certamente più fragili. Se in passato le figure di riferimento potevano essere Che Guevara, Mao, Allende, i quali peraltro erano in grado di codificare con precisione i loro avversari, oggi lo possono diventare Greta Thumberg, Mimmo Lucano o Carola Rackete, personaggi certo carismatici ma che non spostano i rapporti di forza tra destra e sinistra. Se la politica non convoglia le tensioni all’interno del conflitto, cioè in un “sano” scontro tra opzioni differenti, tutto si sposta nell’evanescente dimensione transitoria dei sentimenti e delle emozioni.  Questa “guerra emozionale” è particolarmente evidente sui social, all’interno di parecchi talk show, ma anche nei gesti di certi leader politici, e trova la sua legittimazione nella costruzione di una identità collettiva particolarmente omologata. Tuttavia non va sottovalutata la potenza anche se politicamente debole del desiderio e delle passioni, sentimenti che peraltro sono caratteristici del genere umano; il moltiplicarsi però delle tonalità emotive causate dalla recessione  economica ed attualmente anche dall’emergenza sanitaria, si accumula nelle persone, ed è pronto a deflagrare alla prima occasione. Come elaborare quindi quelle conflittualità anarcoidi che attraversano i territori tipiche della società del consumo, e che si oppongono ad una integrazione politica od istituzionale? E’ su questo piano che si sperimenta la mancanza di una cultura politica della sinistra capace di essere in linea con i tempi: così ad una sinistra senza Novecento si affianca quella “senza il nuovo millennio”. Prima di sognare un “altro mondo possibile”, sarebbe più opportuno forse convogliare in atti politici quello che già c’è, e questo mondo presente non è più impostato sul lavoro, bensì sul consumo.  Pertanto il conflitto – invece sempre presente – rivendica  meno la dignità del lavoro e si orienta verso l’appropriazione delle risorse territoriali, la nuova soggettività che emerge infatti è quella prevalente del consumatore. “...La crisi della sinistra comincia da qui, dal voler anteporre alle ragioni del conflitto sociale, in alcuni casi fino a criminalizzarlo, la giaculatoria della coesione, del compromesso politico, della riforma morale basata sui sacrifici e sul lavoro..[3], con queste parole Massimo Ilardi storicizza lo smarrimento della gouche nostrana, a partire da quel discorso di Enrico Berlinguer di metà anni settanta al teatro Eliseo in Roma,  in cui le parole d’ordine erano “austerità”, “rinuncia”, “sacrifici”. Allora tenere insieme democrazia, uguaglianza e libertà diventa la sfida del contingente, posto che la libertà dentro ad una civiltà dei consumi è un fatto individuale, materiale; la possibilità di forgiare la propria vita senza comprimerla entro argini politici, etici, od identitari. Libertà è quindi, per così dire, il contrario di uguaglianza, mentre la “civiltà” rappresenta una retrocessione del potere individuale nei confronti di quello della comunità. La “trasformazione antropologica” generata dalla società dei consumi ha spezzato il vecchio legame tra lavoro-politica-istituzioni-futuro, per proiettare l’individuo nel legame tra consumo-territorio-libertà-presente, dando più credito alle opzioni politiche destrorse, giacché quest’ultima compagine a differenza della sinistra,  è maggiormente propensa a considerare il consumo come una logica conseguenza dell’economia di mercato. Il consumismo non è però una categoria soggetta alla ragione, è “uno stato di necessità”; la libertà è quindi possibile soltanto nell’atto del consumo, e la connessione con la realtà è tutta dentro a questo approccio.  Negare gli aspetti conflittuali di questo modello di società, oppure confidare  ossessivamente in un loro recupero attraverso l’etica da innestare nello scarto esistenziale, arrivando financo ad una “idea di redenzione” come quella indicata da Salvatore Natoli[4], e cioè che l’uomo uscito dall’alienazione capitalistica possa essere restituito alla sua essenza attraverso un percorso quasi “mistico”, non tiene conto della prosaicità della realtà.

Tre.     Ripartire dall’analisi intorno al consumo 

Alla capacità costruttiva della forza lavoro si contrappone il carattere distruttivo  che è associato alle donne e agli uomini immersi nella società dei consumi, ma che è anche insito nel sistema di produzione di tipo capitalistico. Il capitale infatti attiva questa dinamica attraverso il profitto, il consumatore mediante il desiderio e la domanda di libertà. Tutto così diventa effimero e provvisorio, tutto può essere gettato (e consumato) nell’azzardo del “qui ed ora”. Se il passato industriale ha manifestato la relazione tra economia e vita sociale, lo stato di necessità del consumo rompe con le categorie precedenti, producendo disordine nel sistema di mercato. E’ incontrovertibile il fatto poi che l’urbanizzazione nelle città abbia svolto un ruolo cruciale nell’accumulazione capitalistica e nell’accrescimento, ovvero nella mutazione delle città stesse. Il “diritto alla città” – afferma Ilardi – non è generato da un controllo democratico sulla produzione e sull’uso del surplus, ma dal desiderio di accesso alle risorse materiali ed immateriali che il territorio è in grado di offrire, perciò in fine dei conti si tratta di un “diritto al consumo”. Le contraddizioni nelle metropoli non si esplicano nello scontro con il “sistema”, ma con le sue regole che impediscono la soddisfazione immediata dei desideri; i luoghi pubblici del “moderno” costruiti sul patto tra economia e politica sono messi in seria crisi dalla conflittualità esasperata dell’individualismo urbano, che si gioca prevalentemente dentro l’accaparramento delle scarse risorse disponibili. Comunque il vero obiettivo del mercato è il nostro “io” e la sua immedesimazione con la merce, mentre uno spazio strutturato su valutazioni estetiche diventa una categoria politica che innesca il conflitto, solo se il contrasto estetico riesce a superare una certa intensità. Le analisi del Novecento vengono sovvertite giacché le rivolte della contemporaneità modificano il rapporto tra soggettività e politica; poiché le ribellioni degli ultimi decenni sono scaturite come domande di “libertà radicale”, è mancata infatti del tutto l’organizzazione di formazioni complesse che fossero in grado di dare una forma strutturata alla contingenza delle rivendicazioni. Ma libertà da che cosa, si domanda Ilardi?  “...Dagli gli stati di necessità che chiudono e limitano e che sono dettati dalla disciplina del lavoro e della produzione, dalla democrazia degli interessi, dalla potenza dell’ordine e del controllo, dalle regole del mercato che impediscono la soddisfazione di desideri ed aspettative, dai meccanismi ripetitivi e convenzionali che disegnano le relazioni sociali…[5].  Il “suicidio della sinistra” sta tutto dentro al fatto di non capire questo tipo di nuovi conflitti metropolitani e di offrire al mercato il governo del territorio. Sono culture ribellistiche  – come si è già detto – dal “carattere distruttivo”, che nascono dalle paure e dai desideri: su questa partita la sinistra “moderata” pare arretrare e quella più “radicale” propone valori che non incontrano il consenso delle “compagini desideranti”, mentre la rappresentanza e l’aspirazione all’uguaglianza su cui è impostata la democrazia sono messe veramente in difficoltà.

Quattro.      La mission impossible:  ricostruire un punto di vista

Per Ilardi la sconfitta della sinistra era già prevedibile fin dagli anni ‘70 del secolo scorso, nella demonizzazione dei movimenti giovanili, metropolitani, sociali, proprio da parte di questa compagine politica, mentre nel frattempo la società stava profondamente cambiando; così attualmente ci troviamo dinanzi ad una rivoluzione antropologica introdotta dall’espandersi della civiltà dei consumi. Paradossalmente (ma a pensarci bene neanche poi tanto), Silvio Berlusconi ha interpretato invece con molto più anticipo lo spirito dei tempi, che ha consentito la transizione nel Belpaese del cittadino verso il consumatore; metamorfosi che è stata possibile anche grazie ad una nuova società che coi suoi media ha contribuito a costruire. L’imprenditore milanese è sempre stato ed è ancora oggi tutto dentro l’essenza di questa società, mentre il “popolo della sinistra” fatica a capire, e si ostina ad interloquire con il cittadino, come se gli italiani d’oggi fossero i figli o i discepoli ancora di Toqueville o di Montesquieu. All’attualità più che mai occorre saper parlare al consumatore.  La sinistra, o quel che ne rimane, al contrario pare essere sempre uguale a sé stessa, sia quella moderata che quella radicale, e propone le consuete tematiche del lavoro, dei diritti, dell’uguaglianza, persino dell’anti-consumismo, che ovviamente non possono trovare accoglimento nelle instabili masse umane desideranti. L’analisi del professor Ilardi ricorre prevalentemente ai contenuti sociologici che lambiscono il campo della politica come forma e distribuzione di potere, dove le diverse visioni (se esistono) sono normalmente subordinate alla prosaicità della politique politicienne. Il Partito Democratico ad esempio, ha fagocitato un numero considerevole di segretari dalla sua relativamente recente fondazione, e lo scontro è apparso essere centrato più su logiche interne che non sui contenuti politici. Di converso la distinzione  tra riformisti e radicali, sembra giocarsi molto poco sulle ascendenze ideologiche, ed essere maggiormente in relazione ad una litigiosità atavica, non estranea anche qui da logiche di potere ed autoreferenziali.  Così “…Al popolo di sinistra va dunque ricordato che il mondo non è più solo leggibile dal punto di vista del lavoro e che quindi su di esso non c’è da fare alcuna ulteriore battaglia culturale, sarebbe invece urgente e necessario farla sul consumo e sui suoi significati su cui fino adesso si è detto poco o nulla se non i soliti e stucchevoli luoghi comuni…[6],, afferma il sociologo.  Una nuova soggettività politica “antagonista” potrebbe così nascere dallo “scarto” tra i desideri e le reali possibilità di consumo, nel vortice dei conflitti metropolitani indotti, e non può che determinarsi  dentro la contrapposizione al potere di assoggettamento del mercato, “destrutturando il sociale” determinato dal sistema vigente. Una indicazione quella di Ilardi che apre ad un punto di vista diverso, che nella temperie attuale appare però agganciato ad una realtà fattuale; forse non sarà risolutivo di tutti problemi ma è certamente un corno essenziale della questione.

Andrea Rinaldo


[1]           Massimo Ilardi, Sinistra, Manifestolibri, Roma, 2019.
[2]          Massimo Ilardi, Sinistra, Manifestolibri, Roma, 2019, p. 11.
[3]          Massimo Ilardi, Sinistra, Manifestolibri, Roma, 2019, p. 28.
[4]          Salvatore Natoli, Il fine della politica, Bollati-Boringhieri, Torino, 2019
[5]          Massimo Ilardi, Sinistra, Manifestolibri, Roma, 2019, p. 92.
[6]          Massimo Ilardi, Sinistra, Manifestolibri, Roma, 2019, p. 63.

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