Un errore troppo stupido e grave

Doverosa premessa:
ci è difficile reperire, dalla nostra modesta posizione, informazioni realmente utili, in grado di darci un quadro esatto sulle ragioni di questa improvvisa escalation di una ostilità, quella tra Stati Uniti d’America e Repubblica Islamica dell’Iran, che dura da decenni; a prima vista, esse sono difficili da reperire per chiunque non sia molto addentro alle cose statunitensi.

Così, mentre USA e Iran si danno battaglia, in un modo che ha semmai il merito di non somigliare alle guerre asimmetriche protagoniste dell’ultimo decennio, i governi europei si riuniscono per tentare di trovare una posizione comune.

Denunciano così la propria impossibilità di intervento e di controllo dentro ad una spirale bellica che è potenzialmente in grado di scatenare una guerra alle porte di casa nostra, e di generare così pesanti conseguenze che ci riguardano direttamente.

Su come stiano effettivamente le cose, forse saranno gli sviluppi delle prossime settimane a dirci qualcosa in più; per intanto, dunque, tocca ragionare per ipotesi su quello che, oltre ad essere una grave violazione della legalità internazionale da parte degli Stati Uniti d’America, ci appare in maniera netta come un errore.

Di più: come un errore troppo stupido e grave per essere creduto tale e quale ci si mostra.

Siccome non crediamo a spiegazioni pittoresche quali la pazzia, le manie di protagonismo, le crisi esistenziali, nè ci fidiamo troppo facilmente delle motivazioni “elettoralistiche”, dal momento che si parla del Governo degli Stati Uniti e non di un tale dal cui umore mattutino possono dipendere le sorti del mondo, ci chiediamo perchè e come mai si sia scelto di colpire il personaggio più emblematico dell’Iran in un momento in cui, semmai, sembrava si stesse aprendo uno spiraglio per una distensione di rapporti tra Iran e Arabia Saudita.

Così, proviamo a lavorare un po’ di immaginazione:
immaginiamo che i servizi di intelligence americani siano stati spesso in grado di conoscere gli spostamenti di Soleimani, ed immaginiamo anche che il controspionaggio Iraniano sia stato spesso in grado di dire se c’erano, o meno, delle falle nella sicurezza di questo capo militare.
Perchè di tale si trattava: non di un terrorista ricercato e liquidabile in qualsiasi momento, ma di un alto ufficiale militare, con un alto ascendente politico e religioso.
Non uno costretto a nascondersi, bensì uno da non colpire neanche per errore, se non in guerra.

La discriminante appare essere, dunque, non tanto l’azione bellica o le sue conseguenze, quanto la scelta di una parte di rompere una simile dinamica.

Esistono, a nostro avviso, delle continuità, nelle linee di politica estera, nelle relazioni internazionali, non compatibili con le ipotesi di comportamenti dissennati ed estemporanei.
Singolare, ad esempio, che a fronte di una chiara rottura della legalità internazionale, l’Iran si preoccupi di rispondere in maniera convenzionale, e dichiaratamente nei limiti dei trattati internazionali, all’ attacco di Washington.
Che dal canto suo si era affrettata a giustificare (in maniera peraltro molto discutibile) con ragioni di aderenza alla legalità internazionale un’azione che ne era chiaramente al di fuori, salvo poi proclamare minacciosamente la deliberata non proporzionalità delle risposte USA agli attacchi loro rivolti.

Insomma, qualunque cosa stia realmente accadendo, dal nostro punto di vista ha più a che fare con una scelta consapevole (di chi? Di Trump?) che non con un mero errore di valutazione. Una scelta le cui ragioni non possono che essere poco chiare.

Cosa fare, dunque, noi?
Attendere che ci vengano disvelati gli arcana imperii, e nel frattempo trincerarsi dietro un appello alla responsabilità e alla pace?
Se crediamo alla buona fede (quindi anche all’errore in buona fede), dell’una e dell’altra si è già fatto spregio.
Insufficienti gli appelli, risibili le dichiarazioni d’intenti non accompagnate da decisioni concrete e da richieste concrete.

Personalmente ritengo che il nostro Governo, in accordo e coordinamento o meno (sarebbe preferibile l’accordo, ma insomma…) con i partner UE aderenti alla NATO, debba negare apertamente il supporto logistico e territoriale a future iniziative militari nei quadranti a noi più vicini (Nord Africa, Medio Oriente) non concordate in sede NATO e non avallate dal Consiglio di Sicurezza dell’ ONU.
Ciò non comporta certo un obbligo in capo agli Stati Uniti di far passare al vaglio ogni loro iniziativa (certo, in qualche caso potrebbe risultare più complicato realizzarle) ma serve a ridimensionare le possibilità di conflitto e a rendere concrete e visibili tutta una serie di cose.
A cominciare dalla reale posizione dell’Occidente, e dell’Italia, rispetto alla guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.

Quali mai possono essere le ragioni della guerra (ammesso che, parafrasando Turoldo, ve ne siano, in una guerra), tali da spingere i centri del pensiero come il nostro, o quelli dei partiti a noi vicini, a fornire un incondizionato appoggio ad iniziative di questo tipo?

Il Mediterraneo è il luogo in cui si gioca una parte fondamentale del futuro dell’Italia e dell’Europa: ci piacerebbe, e riteniamo sia nostro interesse nazionale, che non sia un futuro di guerra e di distruzione, ma di vera pace.

Luca Emilio Caputo

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