Verso le elezioni di Milano

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Giovanni BianchiUn primo errore semantico che ha trascinato dietro di sé infiniti errori politici è stato quello di definire le elezioni primarie per la selezione del candidato Sindaco di Milano alternativo a Letizia Brichetto Moratti come “le primarie del PD”: prescindendo dal fatto che nessuno dei quattro candidati era iscritto al Partito, occorreva mettere in chiaro fin da subito che si trattava invece di primarie di coalizione, a cui altri soggetti politici diversi dal PD, in primo luogo Sinistra Ecologia e Libertà e la Federazione della Sinistra, partecipavano con un loro candidato.

Prescindendo dalle pur legittime obiezioni di chi considera le primarie di coalizione un “unicum” italiano di difficile gestione, dal momento che laddove esistono tali metodi di selezione sono interni ad un partito, il chiarire preliminarmente questa particolare natura delle elezioni del 14 novembre avrebbe tolto dallo psicodramma collettivo a cui sono ormai ridotti i momenti di dialettica interna al PD almeno un elemento di ulteriore confusione, ossia la piena legittimità dell’ endorsement del partito a Stefano Boeri come suo rappresentante.

Anzi, proprio questa ambiguità ha impedito al PD di agire come partito fino in fondo, come qualsiasi altro partito dell’ Europa occidentale, mettendo in chiaro che la scelta a favore di Boeri era evidentemente esclusiva di tutte le altre, impedendo le manifestazioni di civetteria politica di taluni personaggi che hanno, e pretendono di conservare, posizioni di rilievo nel partito senza pagare il dazio di uniformarsi alle decisioni che il partito prende nei suoi organi di rappresentanza. Non c’è bisogno di scomodare il centralismo democratico dei comunisti d’antan: nemmeno la DC o il PSI avrebbero mai tollerato una così patente violazione della disciplina interna .

La verità è che la dirigenza milanese del PD le primarie non le voleva, e ha subito su questo tema l’offensiva di Giuliano Pisapia, abilissimo a cogliere la debolezza dei residui apparati di partito e a giocarsi in prima persona con una campagna che, oggettivamente, è riuscita nel duplice risultato di motivare l’elettorato più sensibile ai temi identitari della sinistra tradizionale e dall’altro ad allargare comunque lo spazio di incidenza della proposta del candidato, visto che era pressoché impossibile cucire addosso al mite ex Presidente della Commissione Giustizia della Camera un profilo di pericoloso barricadiero.

A ciò la dirigenza del PD milanese e lombardo opponeva in netto ritardo la candidatura di Stefano Boeri, candidatura di tutto rispetto per il profilo del personaggio e per la qualità oggettiva delle sue proposte, che però appariva offuscata dalle incertezze di gestione del percorso politico, facilitando peraltro le incursioni di un moralismo al ribasso  che identifica automaticamente in un professionista di grande fama un personaggio contiguo ai “poteri forti” o presunti tali. Si aggiunga poi la candidatura di Valerio Onida, Presidente emerito della Corte costituzionale, che veniva da un percorso simile a quello che aveva portato alla selezione di Boeri, e che di fatto si caratterizzava per una certa impoliticità di gestione che, se era comunque oggetto di attenzioni da parte di una non trascurabile fascia di elettorato giovanile (fra l’altro occorre dire che molte delle proposte veicolate dal pur anziano giurista si segnalavano per concretezza ed originalità) , nello stesso tempo appariva come lo strumento di alcuni settori politici esterni ed interni al PD per condurre una battaglia nel ma anche al partito.

Perché alla fine uno dei risultati della tornata elettorale è stato proprio questo: il dimostrare, cioè, che in assenza di una classe dirigente autorevole e riconosciuta come tale ( non legittimata dall’alto al punto tale da poter essere considerata, al di là della giovane età, come un nuova variante della figura del missus dominicus, variando semplicemente di volta in volta il dominus romano cui fare riferimento) , il PD è ridotto ad una sorta di prateria in cui ognuno può scorrazzare e far razzia. Peraltro, a fronte di un’identità debole chi sembra esprimerne una più netta  ha buon gioco a presentarsi ad un elettorato – quello per così dire più politicamente motivato, desideroso di parole e scelte nette- che sente un’appartenenza al partito di riferimento molto più generica che non in passato.

Ora Pisapia è il candidato di tutto il centrosinistra ed è stato giusto che tutto il PD abbia messo in chiaro che non è possibile cambiare le regole del gioco quando esso è già in corso. Tuttavia occorre fare attenzione soprattutto ai revanscismi fuori luogo, come quello espresso (crediamo all’insaputa del candidato) da un manifesto della cosiddetta Federazione della Sinistra in cui l’immagine di Pisapia campeggia sul fiero slogan “La sinistra unita vince”. Ecco, questa è la miglior dimostrazione dell’esistenza di frange politiche per cui quel che conta non è vincere le elezioni e battere la destra ma affermare la propria meschina e miserabile individualità in un gioco a somma zero in cui si combattono le battaglie dell’altroieri che nulla dicono ai problemi delle persone di oggi.

Il Pisapia che ho conosciuto in dieci anni di comune frequentazione del Parlamento è un riformista autentico, un uomo capace di affermare le sue idee come pure di esprimere un vero afflato unitario, e questo dovrà essere il suo punto di forza, insieme alla capacità del PD di qualificare il programma della coalizione sui contenuti reali. Questa, e null’ altra, è la partita da giocare.

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