Verso una nuova civiltà politica.
Salvatore NATOLI: il fine della politica.
Dalla “teologia del regno” al governo della contingenza.

Il sentiero attraverso il quale Salvatore Natoli ci fa inoltrare, con rigore e insieme con bellezza, ripercorre l’idea stessa del pensiero della politica all’interno del pensiero occidentale, e lo fa partendo dal concetto vissuto dell’escatologia, che si mostra come l’a priori spaziale e temporale di ogni prospettiva che si dia come politica.

La contemporaneità si squaderna nel segno della rivoluzione e dell’utopia: anche Marx a fronte di una analisi storico-economica stringente del capitale (la figura del katéchon contemporaneo?) deve sperare in una idea di redenzione dall’alienazione e disegnare una escatologia sociale universale che sia sperata come realizzabile per gli oppressi dal capitale.

Nell’ultimo capitolo di questo percorso Natoli osserva il presente “governo della contingenza”, attraverso la forma della democrazia in un mondo dove i dispositivi dei poteri si diffondono e controllano sistematicamente i corpi in una prospettiva che sostituisce all’idea della salvezza l’amministrazione della salute nel tentativo di celare il dolore, la povertà, la follia, sostanzialmente la nostra costitutiva finitezza, la nostra morte.

Salvatore Natoli, verso una nuova civiltà politica. LOcandina

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Premessa di Luca Caputo 05′ 24″

Introduzione di Marica Mereghetti 10′ 26″

Relazione di Salvatore Natoli 01 15′ 47″

Domande del pubblico 06′ 38″

Risposte di Salvatore Natoli 24′ 18″

Domande del pubblico 05′ 35″

Risposte di Salvatore Natoli 17′ 02″

Domande del pubblico 07′ 34″

Risposte di Salvatore Natoli e chiusura della lezione 18′ 35″

 

Introduzione di Marica Mereghetti a Salvatore Natoli

Chesterton in un saggio sull’Ideale scriveva che, per risanare la nostra povera epoca malata e confusa, non occorre il grande pratico che tutto il mondo desidera, ma c’è bisogno del grande ideologo. E aggiungeva: “Il pratico è un uomo abituato alla quotidianità, al modo in cui le cose funzionano di solito. Ma quando le cose non vanno, allora c’è bisogno del pensatore, dell’uomo che possiede una qualche dottrina sul perché le cose solitamente funzionano. È ingiusto suonare il violino mentre Roma brucia, ma è del tutto legittimo studiare la teoria dell’idraulica, mentre Roma brucia”.  E Salvatore ha scritto uno splendido “trattato di idraulica”, narrandoci in pagine dense la parabola del fine della politica – non certo della sua fine.

Il sentiero attraverso il quale Salvatore ci fa inoltrare, con rigore e insieme con bellezza, ripercorre l’idea stessa del pensiero della politica all’interno del pensiero occidentale, e lo fa partendo dal concetto vissuto dell’escatologia, che si mostra come l’a priori spaziale e temporale di ogni prospettiva che si dia come politica. Si parte dalla Bibbia insomma, e dal concetto di éschaton, del tempo della promessa e del compimento: la Promessa al popolo che Dio si è scelto e che sarà nel momento della redenzione finale quando tutto il male avrà fine. La figura della Redenzione è l’attesa del Dio che promette ciò che mantiene e di un continuo rinvio della pienezza a causa del male dell’uomo, e del male nel mondo (e che in ogni generazione viene salvato da pochi Giusti secondo la tradizione ebraica). La teologia politica nasce attraverso il patto dell’Alleanza, perennemente tradito e rinnovato, mantenuto da Dio attraverso le generazioni concesse a Giacobbe dopo la lotta corpo a corpo, patto tradito e rinnovato attraverso la Legge. Promessa di una liberazione futura che ha la sua radice nel passato e nella figura della Fedeltà eterna a quel passato.

Ma questo è solo l’inizio: la teologia dell’éschaton troverà nuova declinazione con l’annuncio di un nuovo Regno dei Cieli – che sarà dei miti e dei puri di cuore, dei poveri e dei perseguitati – da invocare vivendo nell’attesa di un già avvenuto, ma ancora da venire. La figura del cristianesimo si fa Speranza della compiuta rivelazione della gloria di Dio. Ma il Regno da subito tarda a venire, qualcosa lo trattiene: Paolo di Tarso indica il mysterium iniquitatis, il katéchon, una potenza capace di trattenere la venuta del Regno e insieme di contenere il male: il katéchon lascia che il tempo umano e storico continuino ad essere, nello scorrere delle epoche: i cristiani sanno che la cesura del tempo è già avvenuta in Cristo e vivendo nella città degli uomini segnata dal peccato, disegnano la mappa della città di Dio, dove ogni rapporto è secondo l’ordine della carità, mentre la creazione aspetta la rivelazione dei figli di Dio.

Queste prime pagine così dense risuonano inevitabilmente di letture profonde: mi sembra che Salvatore metta inevitabilmente a confronto, secondo la prospettiva di un “divergente accordo”, Jacob Taubes e Carl Schmitt, il giurista tedesco, cattolico e sostenitore del Reich, e l’intellettuale ebreo figlio di una antichissima famiglia di rabbini. E se Schmitt era sostanzialmente un apocalittico – come del resto erano apocalittici Walter Benjamin e Alexandre Kojève –  che pensava a partire dai poteri costituiti, Taubes pensa dal basso in prospettiva storica ed ermeneutica e ritematizza la categoria dell’escatologia. Credo sia interessante che, proprio a proposito del katéchon, Taubes affermi: “Il katéchon, ciò che arresta, su cui posa lo sguardo Carl Schmitt, è già un primo segno di come l’esperienza cristiana del tempo della fine [Endzeit] venga addomesticata, adattandosi al mondo e ai suoi poteri”. Questa citazione segna in qualche modo il passaggio attraverso il quale la Chiesa si trasforma in “organizzazione dell’attesa”, ponendosi come potere di mediazione e aderendo alla forma del diritto propria dell’Impero romano, diventandone sostanzialmente l’erede nel trapasso drammatico della sua fine. La teologia si fa politica insomma e stabilisce gli ambiti di sovranità dei poteri secolare e spirituale.

L’irruzione del moderno rompe le categorie del passato e, ponendo il dubbio a fondamento del pensiero e il contratto a fondamento della convivenza, sottopone gli enunciati dell’escatologia (cioè di qualcosa che mai si adempie) al tema della legittimità: sono accettabili e credibili le promesse della liberazione dal male, dal dolore e dalla morte dal momento che non si sono mai avverate? La modernità trasforma l’idea di futuro rendendolo il luogo in cui l’operatività umana rende possibile la trasformazione e il cambiamento: gli uomini possono trasformare la storia e la società, di più devono farlo. “Le magnifiche sorti e progressive” trovano voce nell’Illuminismo, in una idea di perfettibilità progressiva del mondo illuminato dalla ragione umana. Però il male continua a sussistere: Lisbona viene rasa al suolo dal terremoto, e occorre che sia Kant a recuperare una prospettiva escatologica, che si fa imperativo morale e insieme speranza che il bene compiuto perduri nel futuro: l’éschaton secolarizzato diventa una categoria che mantiene “in interiore” la possibilità stessa della storia umana.

La contemporaneità si squaderna nel segno della rivoluzione e dell’utopia: anche Marx a fronte di una analisi storico-economica stringente del capitale (la figura del katéchon contemporaneo?) deve sperare in una idea di redenzione dall’alienazione e disegnare una escatologia sociale universale che sia sperata come realizzabile per gli oppressi dal capitale. Vladimir Il’ič Ul’janov farà la rivoluzione, ma le rivoluzioni per essere compiute devono sconfiggere per sempre il male, l’avversario, e rischiano perciò stesso di non realizzarsi mai o di degenerare esse stesse nel male.

Intanto però, meglio sarebbe dire nel frattempo, un’altra categoria biblica fa capolino, nella dimensione della fede socialista, quella della memoria dell’Esodo, della liberazione dal faraone, verso la terra dove scorrono latte e miele, promessa da sempre e finalmente raggiungibile, anche se trasformata in una utopia che si fa speranza (e che siano ancora dei pensatori ebrei – per quanto non praticanti –  a farsi portatori di queste istanze mi sembra comunque significativo, come se l’idea stessa dell’escatologia non possa che dipanarsi attraverso una appartenenza, anche quando questa venga rigettata o diventi eretica: Giacobbe, Gesù, Saulo, Spinoza, Marx, Bloch, Benjamin).

Nell’ultimo capitolo di questo percorso Salvatore osserva il presente “governo della contingenza”, attraverso la forma della democrazia in un mondo dove i dispositivi dei poteri – l’amato Foucault – si diffondono e controllano sistematicamente i corpi in una prospettiva che sostituisce all’idea della salvezza l’amministrazione della salute nel tentativo di celare il dolore, la povertà, la follia, sostanzialmente la nostra costitutiva finitezza, la nostra morte. Ma insieme recupera l’idea sottostante della democrazia moderna: la necessità di mantenere una socialità (Aristotele ancora alla fine di tutto questo percorso, la sua etica, la sua politica) che ci costituisce tanto quanto la nostra finitezza. Ma una democrazia per essere tale ha bisogno inevitabilmente di politica, della capacità di mediare i conflitti, di transitare nel continuo presente immaginando soluzioni o mediazioni possibili ed anche impossibili di fronte al male sempre opponente.

Il male appunto: la politica sostanzialmente pone il male in questione, perchè esso ci attanaglia, di esso siamo intessuti nel dolore e nella morte: la politica apre uno spazio e tende ad un tempo che si squaderna come presente che ci obbliga alle generazioni future in virtù di quella che è un’alleanza ancora antica, l’alleanza dell’umanità in Adamo, la nostra comune umanità.

In questo riconoscimento la politica può sperare in un avvenire e in una redenzione, e, Salvatore concedimelo, se anche la Shekinah di Dio resta in esilio, le porte della sua tenda si aprono sulla vita.


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  1. Premessa di Luca Caputo 05′ 24″
  2. Introduzione di Marica Mereghetti 10′ 26″
  3. Relazione di Salvatore Natoli 01 15′ 47″
  4. Domande del pubblico 06′ 38″
  5. Risposte di Salvatore Natoli 24′ 18″
  6. Domande del pubblico 05′ 35″ 
  7. Risposte di Salvatore Natoli 17′ 02″
  8. Domande del pubblico 07′ 34″
  9. Risposte di Salvatore Natoli e chiusura della lezione 18′ 35″
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