Giuseppe Trotta presenta: Mario Tronti. La politica al tramonto.

Premessa – Dico subito che è difficile presentare un’opera come questa, non solo per la complessità dei temi che tratta, ma per lo stile stesso del pensiero. Mi è capitato altre volte di dire che ci sono dei libri che si leggono e dei libri che si ascoltano. Questo è un libro che si ascolta. E ci troviamo dinanzi ad una scelta a suo modo radicale: o c’è una empatia con  un percorso di pensiero o si rischia di ridurlo drasticamente, di argomentarlo senza capirlo, di spiegarlo senza comprenderlo. E’ il rischio, ovviamente, che mi assumo io stesso.

Vorrei dividere questa mia presentazione in vista di un corso di formazione alla politica come è questo in tre parti:  una prima parte tenterà una mappa teorica del discorso, un’altra parte cercherà di illustrare la sua interpretazione storica, la terza è una piccola antologia di brani che riguardano la fase.

Politica e possibilità

Un primo elemento che vorrei sottolineare è il rapporto tra politica e possibile. Troviamo a pag. 31:

“La politica non si fa con i “se”, ma i se non avvenuti rischiano a volte il buio della storia. Le occasioni perdute di avanzamento non solo non ritornano, ma innescano spesso pesanti ritorni all’indietro”.

Sembra una frase, quasi buttata nel discorso a spiegare una possibilità delusa, quella di una riforma del socialismo reale negli anni sessanta, e invece evidenzia una costante strategica delle riflessioni di Tronti. La storia non si fa con i “se”, ma senza i “se” la storia rischia di diventare incomprensibile. Cosa vuol dire?  Se la storia si distende nello scenario della necessità (tutto ciò che è reale è razionale) la politica si colloca nello spazio della possibilità. E la possibilità accade nel momento opportuno, nella contingenza degli avvenimenti.

Mi sembra che il libro si muova all’interno di una idea della possibilità che sfugge sempre all’irrigidimento del reale. Volendo usare il linguaggio di una persona che so cara a Tronti, non c’è mai coincidenza tra verità e realtà: c’è un rapporto interiore, agonico, mai di assimilazione. Per un credente verità della storia e realtà della storia coincidono solo nell’ultimo giorno, quello dell’apocalisse finale. E’ il sogno di Giacobbe. Solo un sogno. Quella salita e discesa degli angeli tramite una scala che congiunge la terra e il cielo, era stata qualche capitolo prima distrutta nella forma della Torre di Babele. Sappiamo che un giorno, che non a caso chiamiamo “del Signore”, una lunga scala consentirà di transitare dalla terra al cielo e dal cielo alla terra, consentirà di vivere insieme verità e realtà. Un giorno. Ma ai nostri giorni, diceva Edoardo Benvenuto, più che Betel, c’è Penuel, la lotta di Giacobbe con Dio, che è una lotta crudele, che si conclude con una ferita e con un nome, Israele. In questa lotta notturna con Dio, credo sia iscritto anche per Tronti, il rapporto tra politica e possibile.

E’ certamente questo un pensiero ebraico-cristiano. La creazione dal nulla, e quindi l’abbandono della eternità della natura, descrive la radicale contingenza del mondo. La realtà è la concrezione di una possibilità. La storiografia che è sempre dei vincitori, si dipana da questa rimozione del possibile.

La possibilità in politica, ma anche altrove, non è un reale debole o sbiadito, ma può avere la forza di una verità che non si è realizzata nella storia. E la storia assume allora un senso altro, un corso diverso.

La possibilità accade nella contingenza, coglie all’improvviso la storia e la dischiude ad esperienza inaudite.

La politica moderna ha questo sigillo e questo martirio della possibilità. Politica moderna, infatti, e non antica.

“Il disegno divino di storia della salvezza è fallito… Il grande Medioevo cristiano fu la culla di questo folle disegno di finale città celeste, provando di tutto, da Agostino a Innocenzo III, e non riuscendo in niente, tranne nell’accentuare, fino al limite possibile di vita, la tragica storia della libertà umana.. La politica nella modernità fu  la vera, legittima erede della filosofia cristiana della storia: tutta la politica, il realismo come il messianismo, tattica ed escatologia, utopismo e pragmatismo. Perché altrimenti le categorie del politico avrebbero dovute essere – come sono state – concetti teologici secolarizzati? La politica contro la storia, costretta a cercare per sé la forza contro la potenza dell’altra. E solo quando l’ha trovata, ha occasionalmente vinto” (6)

politica e contingenza

Mi pare questo un altro aspetto delle riflessioni di Tronti. In parte lo abbiamo già evocato parlando del rapporto tra politica e possibile. La possibilità non è un destino inesorabile, un approdo garantito. E’ piuttosto l’irruzione di evento che modifica il tragitto della storia.

“La politica non ha in sé un disegno, se lo deve volta a volta dare, consegnandolo a un soggetto del tempo, non ha dalla sua, mai, la ragione delle cose, sa che le stesse cose ritornano, ma non può accettare questa condizione, è costretta a chiedere progresso nello sviluppo, ma proprio questo depontenzia la sua forza, fino a lasciarla disarmata, nell’immediatezza della fase, di fronte ad ogni grande ritorno dell’epoca con i suoi invalicabili confini” (7)

Anche quando queste mete sono state raccontata, finalisticamente descritte, esse erano l’elaborazione di un mito, di una resistenza alla storia. Accade poi che giunga il momento opportuno in cui un racconto mitico si faccia passaggio di politica pratica. Allora è costretto ad essere contro se stesso, a scendere in campo nudo contro la necessità della storia.

La politica contro la storia

Un’altra caratteristica della politica moderna è quella di essere contro la storia.

“Tutta la politica delle grandi origini del moderno, primo cinquecento- metà seicento, pensa il mondo e pensa l’uomo contro la storia che immediatamente la circonda. Macchiavelli contro la storia d’Italia; Bodin e i politiques contro la storia di Francia; Suarez e i gesuiti contro la storia di Spagna, Althusius contro la storia del continente Europa, Hobbes contro la storia dell’isola mondo d’Inghilterra. E qui, con la prima rivoluzione inglese, sintesi delle guerre civili europee di allora, con la New Model Army, il primo partito politico in Occidente, si conclude il processo di accumulazione originaria delle categorie del politico moderno. La storia ha perso. La politica ha vinto. Il capitalismo può nascere.” (9)

C’è in questa riflessione di Tronti l’approdo di un lungo itinerario di ricerca, iniziato più di venti anni fa intorno alla autonomia del politico. Sarebbe interessante ricostruire fase per fase questo percorso che ha origine nel cuore degli anni settanta. Vorrei citare solo qualche frase dell’antologia da lui curata in più volumi  per la Feltrinelli, intitolata non a caso Il politico. Sono riflessioni del 1976:

“Il politico ha una storia. E’ la storia moderna del rapporto di potere. Ricostruire, rileggere, accumulare materiali, mettere in fila i problemi seguendo il comodo cammino del tempo, ripartire dai classici, non è una fuga all’indietro, è una prova, un saggio, un tentativo di verifica di una ipotesi.. La critica marxista della politica non ha seguito, non ha accompagnato, non ha anticipato la critica marxiana dell’economia politica” (1)

C’è una critica della politica moderna che il movimento operaio non è mai riuscito a produrre. Dinanzi alla straordinaria critica dell’economia capitalistica, non c’è una straordinaria critica della politica moderna. Questa assenza era indicata allora come un compito urgente per non lasciarsi sopraffare da quella normalizzazione  della storia che avrebbe definitivamente vinto alla fine del secolo. Questa urgenza nel testo del 1998 manca. La sconfitta è compiuta. La mancata critica della politica, l’assenza di una  grande iniziativa di politica pratica, ha chiudo definitivamente una possibilità. Non resta che comprendere  questa sconfitta. Ma non mi pare solo questa la differenza: quel legame stretto tra storia politica e storia del capitale, che sembrava organico nel testo del 1976, si fa qui ambiguo. Non c’è mai stata coincidenza tra politica ed economia, tra politica e capitale, c’è stato rapporto, certo rapporto interiore, ma mai identificazione. Nel novecento rapporto di contrapposizione.

“Un orizzonte di finale salvezza ha sempre contraddistinto lo spazio/tempo della politica moderna.. C’è stato bisogno della teologia politica perché la politica moderna potesse profetizzare e organizzare il disperato tentativo di fare uscire la storia dai suoi cardini. E infatti lo scontro è stato tra guerra della politica e resistenza della storia.. La politica non contrastava il moderno, ma il suo compimento. Una impresa impossibile perché il compimento era nell’inizio. I due eventi simbolo che stanno a fondamento della  modernità, l’accumulazione originaria di capitale e la rivoluzione industriale, segnano fasi epocali di inaudita violenza. La grandezza del capitalismo è che su questi eventi terribili per l’uomo ha  costruito il progresso della società umana. La miseria del capitalismo è che su questo progresso sociale ha impiantato la forma più perfetta di dominio totale sull’essere umano, il potere liberamente accettato. Si poteva da quell’inizio non arrivare a questo compimento? Non si poteva. Ma sia lode alla politica per avere cercato di deviare il corso del fiume in piena” (15-16).

Da una parte il capitalismo: dall’accumulazione originaria, alla rivoluzione industriale, alla globalizzazione; dall’altro la politica, il tentativo di resistere a questo destino, di deviare il corso della storia, di schiudere possibilità diverse al dominio incontrastato dell’homo oeconomicus, ormai giunto al suo trionfo  alle soglie del terzo millennio.

Questi mi paiono alcuni passaggi teorici, certo non tutti, che caratterizzano il percorso di Tronti: mi verrebbe alla fine di condensare tutta la distinzione tra politica e storia, con  altre immagini di carattere teologico, quelle di creazione e redenzione. Una distinzione tutt’altro che pacificata in teologia. E rimando anche qui alle riflessioni che riprenderemo in altra occasione di Edoardo Benvenuto.

Politica e movimento operaio

La seconda parte di questa mia introduzione cercherà di soffermarsi su alcune interpretazioni storiche  del libro di Tronti. Partirò da quella più generale, ma centralissima nel volume,  del rapporto tra politica e movimento operaio.

“Tutto il contrasto tra capitalismo e socialismo, si può leggere come conflitto tra economia e politica. Anche la vittoria dell’uno sull’altro si  legge così. Il movimento operaio ha rappresentato questa vocazione moderna, in fine  weberiana,  alla politica. La tesi del movimento operaio come  ultimo grande soggetto della politica moderna è verificata in articulo mortis: chiusa la storia del movimento operaio, non c’è stato più luogo per la politica..” (41)

Nel mondo in cui ci troviamo sembra scomparsa la politica, all’antagonismo organizzato su progetti di società alternativi, si è sostituita l’amministrazione dell’esistente. La vittoria planetaria dell’economia sembra avere inabissato la politica. E questo inabissarsi della politica coincide con la fine irreversibile del movimento operaio. E’ su questo nesso che lavorano le riflessioni di Tronti. Nel novecento la politica è stata espressa dal movimento operaio. C’è un rapporto interiore tra politica e movimento operaio.

“Nel novecento è accaduto un fatto straordinario. La classe operaia che si è fatta Stato, con la rivoluzione diretta dal partito, ha sottratto la politica al capitale: che non solo per questo, ma anche per questo, ha subito un quasi crollo nella grande crisi. Per uscirne ha dovuto prendere dal socialismo, provvisoriamente, ma strategicamente il rovesciamento del rapporto tra economia e politica…” (41)

E’ un legame anche tragico, come vedremo.

Il grande ottocento

Si tratta di indagare più da vicino questa vocazione eminentemente politica del movimento operaio. Essa affonda le sue radici nell’ottocento, proprio alla fine delle guerre napoleoniche, quando sui apre la pace dei cento anni, che finirà con la prima guerra mondiale. Il movimento operaio assume su di sé, fin dall’inizio, il compito immane della politica moderna, quello di trasformare la guerra appunto in politica.

“Il compito del movimento operaio è quello di trasformare la guerra in politica. Dopo la guerre napoleoniche la lotta di classe “ per prima traduce la guerra in politica. Essa ha avuto, per tutto l’ottocento, la stessa funzione di civilizzazione della guerra che nei due secoli precedenti aveva avuto lo jus pubblicum europeum. Il primo diritto borghese prendeva atto della guerra e la regolava, le prime lotte operaie la sostituivano e la negavano. Siamo a questa altezza. Bisogna ridare alla lotta sociale di classe questo significato nobile nella storia del genere umano. La solidarietà, la cooperazione, il mutuo soccorso, nel lavoro e nelle lotte, l’autorganizzazione, lo spontaneo sorgere dal basso di una autonoma antagonistica concezione del mondo e della vita, quella che con una definizione sola si può chiamare il sorgere del socialismo, è il lungo  lento passaggio storico di una lessinghiana educazione dell’umanità. Qui la politica  straordinariamente non ha combattuto la storia, ma l’ha incorporata, l’ha integrata, l’ha piegata a sé, l’ha fatta servire ai suoi propri bisogni.” (20)

Non regolare la guerra, secondo il grande compito del diritto internazionale, ma sostituirla.

C’è una lunga prima fase che copre tutto l’ottocento: dentro il moderno, forza interna alle sue contraddizioni, lontanissima da ogni immagine alternativa e romantica, il movimento operaio è il grande soggetto della civilizzazione del conflitto. E’ questo un pensiero che ritorna a spirale nel libro.

“L’opera scientifica di Marx si trova dentro la pace dei cento anni. Marx nasce  a età conclusa delle guerre civili europee, in piena restaurazione.. Il filone classico entro cui egli colloca la presenza del movimento operaio è la lotta sulla giornata lavorativa. Presenza organizzata in produzione che precede e accompagna il luogo passaggio dalla manifattura all’industria. Qui il movimento operaio assolve a quel compito specifico di civilizzazione che è l’incivilimento moderno del rapporto sociale di classe. Dal cartismo alle prime due internazionali, di questo si tratta. E tutto l’800 è questa crescita civile organizzata dal basso delle forme di solidarietà sociale, contro la figura isolata, individualizzata, egocentrizzata del padrone. Già allora il movimento operaio incontra la politica moderna, nella sua funzione di incivilimento delle forme di guerra. Già nell’800 la sostanza della politica moderna si fa soggetto operaio.   (57)

capitalismo e guerra

Le cose cambiano radicalmente nel novecento. Il novecento rompe la pace dei cento anni (1815-1914), si interrompe l’opera di civilizzazione   della politica e la guerra torna ad essere la forma dominante nello scenario mondiale. Lo sarà fino alla fine in vari modi. Figura tragica di questo passaggio è quella dell’operaio socialista internazionalista  costretto a difendere la propria piccola patria. “Quella persona umana superiore che le lotte del lavoro avevano annunciato  viene rovesciata  e abbattuta.” (27) In un secolo  la storia moderna aveva prodotto il capitalismo mondo, ora la guerra mondiale diventava la sua forma politica  naturale. (22) La vocazione  non politica del capitalismo esplode  così in tutta la sua violenza.

“Il processo di concentrazione monopolistica, la finanziarizzazione del rapporto di capitale, il brutale colonialismo e quindi l’imperialismo del capitalismo, sono una grande mutazione antimoderna. Una regressione della civilizzazione, anche se poi sul lungo periodo diventarono un motore di questa.. (57)

il movimento operaio e la guerra

E’ in questo frangente che si colloca l’esperienza comunista del movimento operaio.

“Il movimento operaio è stato costretto a farsi leninista e comunista, a farsi Stato con la rivoluzione. La politica moderna è stata costretta a continuare la guerra con altri mezzi, e dopo due guerre calde ha imparato a farlo con la guerra fredda. Questa costrizione di breve durata ha inciso sul breve periodo. La classi subalterne vocate per natura e per storia alla pace, nelle loro rivolte, hanno dovuto rispondere con la rivolta alla violenza: in un caso con la forza della rivoluzione alla violenza della guerra.. (57)

E’ un compito immane: trasformare la guerra in rivoluzione.

“La forma comunista del movimento operaio ha colto per prima la svolta della politica del 900. Lenin quasi solo, vide l’amico nemico nell’alternativa tra guerra e rivoluzione. Meglio subire un trattato inglorioso che continuare l’inutile strage. Contro la guerra come storia europea, la politica come rivoluzione russa. Il comunismo nel 900 nasce qui.. I comunisti sono gli unici che hanno tentato di realizzare il socialismo. In una paese solo, in un mondo nemico, a partire da condizioni in gran parte precapitalistiche. Le altre forme di movimento operaio non l’hanno nemmeno tentato (61)

Trasformare la guerra capitalistica in rivoluzione operaia: questa l’occasione storica, la straordinaria contingenza dell’epoca. Averla colta, tentata, è stato il merito del comunismo; aver fallito questo tentativo è stata la sua tragedia e insieme la tragedia dell’intero novecento.

Si colloca anche  qui, in questo contesto drammatico, il rapporto strettissimo che lega le forme del comunismo alle forme della guerra, la creatività e i limiti del suo concetto di rivoluzione.

“Si è realizzato un lungo continuativo stato d’eccezione, che va dalla guerra civile degli anni venti alla guerra fredda degli anni cinquanta. Il tentativo  comunista di realizzazione del socialismo è stato questo: governo politico non di una normalità, ma di una eccezionalità storica. E nello stato d’eccezione sovrano è chi decide.. (45)

La rivoluzione comunista del novecento si trova tutta iscritta  nella esperienza  della guerra.

“La rivoluzione  proletaria del 900 si trova dentro la grande guerra, la costruzione del socialismo in un solo paese si trova tra  le due guerre, l’unica riforma possibile del socialismo, la destalinizzazione, si trova nella guerra fredda. Questi sono i tre episodi decisivi..”

Se la guerra indica uno stato d’eccezione, la grande politica del novecento ne esprime il livello più alto. La grande politica del novecento nasce dallo stato d’eccezione, mantiene lo stato d’eccezione, per durare quel tanto che serve alle forze di un ordine nuovo di stabilizzare il progetto politico. Fuoriuscire dalla guerra, ma mantenere lo stato d’eccezione: questa l’intransitabile aporia della politica nel novecento.

Si tratta per noi  di indicare più da vicino questi passaggi.

“Il fallimento del socialismo in Russia ha una data molto precoce. Coincide con il fallimento della rivoluzione in Occidente. Quando Lenin lancia la geniale iniziativa della NEP, era già consapevole di questo fatto. Cerca di distendere sui tempi lunghi la rottura improvvisa dell’Ottobre. Il capitalismo non va  subito abbattuto, va prima piegato a servire il processo di accumulazione originaria delle condizioni economiche del socialismo. Questo è il compito del potere politico che  guida, orienta, controlla, tiene in mano  il filo del movimento….(27)

E’ la grande intuizione di Lenin: sviluppare il capitalismo per costruire il socialismo, dare tempo alla rivoluzione, stabilizzare il governo politico sull’economia. Primato della politica voleva dire mantenere lo stato d’eccezione della guerra, ma trasformandolo in grande iniziativa politica. Una lezione che dalla Russia passa anche all’America.

“Keynes, almeno quello che ispira il new deal , ci sarebbe stato senza Marx, ma non senza Lenin. La mano politica che conduce il capitalismo fuori dalla crisi segue i movimenti di quella che voleva condurlo allo sviluppo. Il colpo di genio è qui nel Lenin uomo di governo.. (27)

Tra le due guerre civili mondiali, il compito del comunismo fu quello di trattenere la durata della rivoluzione, dargli tempo, allargare le esperienze, imporre il primato della politica. “La grande politica è questa: organizzare il conflitto senza scatenare la guerra (47)

Questo è il grande orizzonte della politica del novecento, il movimento operaio impone il primato della politica, esso insieme organizza il conflitto e lo sottrae alla logica della guerra: guidare il capitalismo al suo superamento, farne uno strumento della rivoluzione proletaria. Questa la sfida.

“Finché infatti, nel grande novecento, la politica, con guerra e senza, ha tenuto il primato sull’economia, l’esito finale dello scontro è rimasto incerto. Speranze messianiche di trasformazione degli antichi rapporti sociali nutrivano il cuore delle masse e l’intelletto delle persone. La politica era quello che deve essere per cambiare le cose, una passione collettiva, qualcosa di più dell’io penso. La politica che nel novecento delle guerre si è fatta rivoluzione ha tentato questo sconfitto assalto al cielo.. La sostanza some soggetto è stata afferrata e trasformata in soggetto collettivo consapevole di sé, classe con coscienza di classe, che, liberando la propria parte, dava la libertà alla totalità umana. Non la dichiarazione dei principi: tutti gli uomini sono liberi e uguali, quindi anche i servi, anche gli schiavi, anche i sottomessi. Questo è il paradigma emancipatorio universalistico delle rivoluzioni borghesi. Il contrario. Liberati gli oppressi, gli sfruttati, i subordinati, tutti saranno liberi. Solo liberando quella parte, ci sarà un’umanità libera. Grandiosa apocalittica visione della storia universale, dal punto di vista di una parzialità politica, con i segni della rivoluzione proletaria. Il comunismo del 900 è questo autosommovimento delle coscienze, emerso, esploso, e poi radicato, in una volontà politica organizzata (51)

Primato della politica imposta dalla classe operaia, ma primato della politica vissuto anche dal capitale. Ci si può giustamente domandare:

“Si è proprio sicuri  che ci sarebbe comunque stato il welfare state  senza il terrore suscitato dalla minaccia di una dittatura del proletariato?? Ci sarebbe stato capitalismo riformatore senza la presenza politica, in mezzo alla storia del 900, della Russia sovietica? (62)

La storia della cittadinanza sociale è una storia tutta politica: antagonismo di classe  e irruzione delle masse nello Stato. La costruzione dello Stato sociale nasceva da un enorme problema politico: è stata una vittoria del capitalismo democratico, una risposta sindacale a un problema politico.

la guerra fredda

Ma prima  di passare alle domande sulla sconfitta del movimento operaio, conviene soffermarci sull’ultima forma che ha assunto la guerra nel ‘900 , la guerra fredda.

“Originale concetto storico quello di guerra fredda: guerra armata, non guerreggiata. Guerra senza guerra, non per volontà dei popoli.. ma per virtù di una entità tutt’altro che astratta.. la bomba atomica (46)

E’ questa una delle analisi più originali delle riflessioni di Tronti.

“Dopo la seconda guerra mondiale capitalismo e comunismo ne escono rafforzati, ognuno nella propria naturale vocazione, l’uno all’economia, l’altro alla politica”.

E tuttavia proprio qui, in questi anni, si colloca il crollo del comunismo. Alla grande iniziativa politica subentra la concorrenza economica, tecnica, scientifica; alla riforma del socialismo la sua chiusura istituzionale. Colpevole, in questo, per tanti versoi, anche la sinistra europea.

“Chi mise in crisi il comunismo fu la guerra fredda. La politica della distensione fu grande politica capitalistica. Forse l’ultima. Quello stato di confronto senza guerra e senza pace fu micidiale  per i sistemi socialisti. Il socialismo sottratto al conflitto politico  e costretto alla competizione economica, lì ha perso. Quando non c’è più politica contro l’economia, il capitalismo vince sempre (54)

Forse dopo il 1956, alla morte di Stalin, era possibile mettere in moto il processo rivoluzionario in occidente, costringere l’URSS a riaprire i giochi all’interno del suo apparato di potere. Forse. Con gli anni sessanta la partita è ormai chiusa definitivamente. La catastrofe è avvenuta; ciò che viene dopo sono solo gli effetti di un fallimento. Il crollo del comunismo non si situa nell’89, ma negli anni sessanta.

Il fallimento del comunismo

Perché questo crollo del comunismo? Una prima constatazione: il comunismo vince nell’età delle guerre e perde quando essa finisce.

“Il comunismo non è sopravvissuto all’età delle guerre civili mondiali. Esploso qui dentro, nato in virtù di esse, con esse era vissuto e con esse aveva vinto.” “Il tragico del politico del novecento non è quello di essere entrato nell’età delle guerre civili mondiali, ma di non esserne uscito. Di non esserne uscito con una grande politica alternativa alla guerra. Il capitalismo probabilmente non poteva farlo. Troppo organico ad esso l’idea e la pratica della guerra tra gli uomini. Ma perché non l’ha fatto il socialismo?”

Questa domanda  ricorre assillante  nelle riflessioni di Tronti: perché il comunismo ha fallito?

“Impossibile politica moderna. Essa è arrivata a compimento con l’eroico tentativo del movimento operaio. di farsi Stato. Il che voleva dire: l’apocalittica decisione delle classi subalterne da farsi classe dominante. Solo la politica moderna poteva  forzare questo intransitabile passaggio… Ma in movimento operaio non si è dato una filosofia della politica per l’altra sua faccia, come espressione di irresistibile potenza, forza organizzata per una condizione di conflitto permanente, dalla base società all’alto del potere. (34) 

Il limite del comunismo è un limite politico.

“E’ mancata una critica marxiana  della politica moderna che stesse all’altezza della critica marxiana  dell’economia politica. Così si è regalata la libertà dei moderni alla tradizione liberale, la sovranità popolare alla tradizione democratica, e si è rimasti con in mano nemmeno una idea ma solo una pratica di potere assoluto, da Stato moderno degli inizi, una cattiva sintesi, primitiva, di Principe e Leviatano. Nessuna condizione storica contingente nella costruzione  del socialismo poteva giustificare questo.. Era il movimento operaio che doveva farsi Stato, cambiando così, rivoluzionando, per questo solo fatto, l’idra moderna di potere (34)  Perché questo passaggio non abbia funzionato non è chiaro.. (36)

Il movimento operaio assume  in modo acritico il rapporto tra politica e potere: eredita, non crea; ripete, non innova. E questo fin da Marx.

“Marx non colse il carattere specifico moderno della politica. Fece correttamente critica dell’ideologia e si fermò lì. Grande anticipatore del capitalismo futuro non vide il futuro della politica. Gli sfuggì l’età della guerra come ordinamento concreto provvisorio del mondo di domani.. E’ assente nel suo pensiero la possibilità di un crollo della politica…”

E’ il lato oscuro, acerbo, arcaico della politica operaia.

 “La classe operaia in Occidente non è riuscita a emanciparsi dalle sue origini subalterne per diventare classe dirigente, dominante in modo nuovo, egemonico. Si è fatta sindacato, si è fatta partito, non si è fatta Stato”. (60)

E’ nella sua incapacità di durata, nella sua fragilità, nel suo rapido dissolversi, che si misura tutta la debolezza della politica operaia.

“La politica rivoluzionaria avrebbe dovuto trattenere e al tempo stesso liberare: trattenere forze, liberare soggetti… (37) Il movimento operaio è stato sconfitto anche perché si è lasciato chiudere su un tempo troppo breve di storia, non ha saputo rovesciare contro la storia moderna la carica dei bisogni umani inevasi della storia lunga, forse non ha potuto prendere respiro, immergersi nel passato di tutte le rivoluzioni degli oppressi del mondo e di qui spingersi non nell’attesa, ma nella preparazione e nell’organizzazione  dell’avvento di un futuro riscatto” (41)

E’ possibile oggi analizzare tutta l’arcaicità che non ha consentito al movimento operaio di tenere  sui tempi lunghi la sua iniziativa politica.

“Si può dire così: il partito non ha riconosciuto nel socialismo autonomia allo Stato, e non ha riconosciuto nel capitalismo autonomia alla classe. Ma la politica moderna era proprio questo gioco di autonomie, del sociale dal politico,  del politico dal sociale, dell’economico da tutti e due, dell’istituzionale dal giuridico.. differenze da governare attraverso lo strumento del partito, grande soggetto della mediazione , o soggetto della grande mediazione, tra masse e Stato. (64)

Possiamo concludere così questa analisi del fallimento del comunismo:  “il socialismo non è riuscito ad essere altro dal comunismo di guerra. E la identificazione, ufficiale, del movimento comunista con questo socialismo, è stata micidiale.”

Il comunismo  italiano

Se questo è stato l’itinerario del socialismo, non va nemmeno taciuto un tentativo diverso, più complesso, di pensare la sua durata nella storia e contro la storia. Il riferimento esplicito è al comunismo italiano.

“La forma  occidentale  del comunismo tendeva a configurarsi come  civilizzazione della rivoluzione, sua incultarazione e complessificazione, sua moderazione, moderna ritraduzione soggettiva della ormai arcaica troppo necessitata rottura del 1917. Non il gradualismo delle riforme, ma il processo della rivoluzione, ovvero il processo rivoluzionario anche attraverso il  gradualismo riformatore.. La rivoluzione  che nel suo movimento, ad ogni passaggio,  si fa carico della ricerca del consenso e fonda culturalmente ognuno di quei passaggi in una mobilitazione intellettuale e popolare, dove attinge forza e organizza istituzioni, per vincere le resistenze, esercitare egemonia, esprimere decisione. Un grande progetto di  prassi collettiva guidata dall’alto. Il limite è stato forse di non averlo a sufficienza elaborato teoricamente con gli strumenti di pensiero del 900.” (70)

intransitabili  vie

Cosa si poteva fare e non si è fatto? Agire e far propria, torcere in favore del proprio progetto, l’autonomia della politica.

“ Il capitalismo teme la forza, ed è capace di subirla. Per sopravvivere come sistema economico, si adatta a qualsiasi sistema politico. Questa era l’epoca del secondo novecento a cui bisognava costringerlo. Le società capitalistiche riconoscono l’autonomia del politico. Cercano di utilizzare la politica, ma la politica può utilizzarle. Solo l’amico nemico sia dentro il socialismo, sia dentro il capitalismo, poteva riaprire un discorso e un percorso d’epoca.”.

Si trattava di

“Imporre-gestire uno stato d’eccezione senza guerra, dopo le guerre, con la politica, continuando il grande novecento e portando a compimento l’epoca. Questo destino era iscritto nel comunismo della rivoluzione. Dentro la prima grande guerra e contro di essa. La colpa dei comunisti e di non aver assolto al proprio destino. (72)

Questa terza parte della mia presentazione  consisterà in una sorta di piccola antologia di brani tratta dal secondo saggio del volume di Tronti. Qui le sue riflessioni  si rivolgono all’attualità politica. Mi pare questo  un modo per sperimentare quanto abbiamo detto precedentemente sui problemi  attuali della fase.

Il discorso  di Tronti parte   dalla constatazione della crisi  che investe  due strumenti fondamentali della politica moderna, il partito e lo Stato.  Quel primato della politica che aveva caratterizzato il grande novecento aveva come suoi riferimenti di fondo il partito di massa e lo Stato.

L’equivoco di un mondo unificato e complessificato

“Invece di capire la nuove forme della divisione del mondo, le frontiere attuali della di radicalizzazione della storia, le figure contemporanee dello spirito di scissione.. si acquisisce passivamente l’idea vincente di un mondo, di una storia e di un uomo, riunificati e solo complessificati. Nessuna proposta seria di partito della sinistra può darsi facendo proprio questo orizzonte subalterno di cultura politica” (95)

l’impresa partito

“Queste due cose, l’impresa che si fa direttamente partito, per un momento addirittura governo, e i gestori dei propri affari nella società civile che si fanno direttamente rappresentanti del popolo in parlamento, fanno più critica degli esiti possibili delle democrazie contemporanee di quante possiamo farne noi con le nostre lagne teorico-stioriche.” (97)

un incontro tardivo

“Democrazia progressiva era il programma di Togliatti e di Dossetti. Storia cristiana, tradizione socialista e politica comunista, allora lì, era il luogo di un incontro strategico. E’ uno dei tanti paradossi con cui l’impeto della storia si diverte a scompaginare le fila della politica; quelle componenti popolari hanno finito per incontrarsi adesso, quando ormai sono senza più popolo” (97)

il rischio di non essere eredi

“La DC muore con Moro, il PCI muore con Berlinguer. La crisi dei grandi partiti è molto anticipata, la percezione di essa molto attardata. L’iniziativa giudiziaria e la rivolta leghista fanno vedere il fenomeno. Ma chi lo fa esplodere è la fine dell’assetto bipolare internazionale. Fino al 1991 il castello precariamente regge. E’ dopo che crolla. Il problema di oggi non è perché siano trapassati quei partiti. Il problema è perché non abbiano depositato un’eredità storica. Il tema dei passaggi d’epoca è sempre infatti, per le formazioni politiche, quello dell’eredità. Più, molto di più, che quello dell’innovazione. E’ grande politica quella di chi  nella necessaria distruzione anche del proprio passato guadagna posizioni nel rapporto di forza con l’avversario. E gestisce il mutamento in questa prospettiva. L’uso della crisi per lo sviluppo è il paradigma principe su cui si misura la qualità del politico. E non c’è nessun sistema, né di idee, né di Stati, così malandato da poter essere abbattuto pacificamente: se non per tragici errori soggettivi.. Un conto  è un cambiamento della propria forma, un conto è la rinuncia alle ragioni della propria esistenza. Queste stanno nella storia viva e non si aboliscono per decreto dall’alto. E non è vero che comunque esse ritorneranno a farsi sentire sotto nuove vesti. La verità è che si possono perdere. Il dramma è che si sono perse. Così accade che si smette di essere e poi non si sa che fare. E, certo, diventa difficile organizzare il partito, se non c’è più da organizzare una parte. (98)

un non luogo

“L’attività  di governo è in mano a manager di vario livello. Perché il governo è ormai un non luogo, effimero transito per le idee di società che lì non si fermano più, come non di ferma il flaneur  nei passages metropolitani. E questo perché? Perché ci sono ancora partiti di governo, ma non si sono più governi di partito”

partito e stato

“Tra monarchie assolute e  regimi rivoluzionari, tra dittature bonapartiste e restaurazioni aristocratiche, fino alle prime forme istituzionali borghesi, lo Stato si fa regolatore dell’accumulazione capitalistica e garante sociale della rivoluzione industriale. Il partito politico prende in consegna questa storia egemone dello Stato e la continua con altri mezzi.. I partiti del movimento operaio stanno dentro questa storia, quelli riformisti e quelli rivoluzionari, di massa e di avanguardia, costruttori di welfare o del socialismo in un paese solo.. insomma il destino del partito è il destino stesso dello Stato, e della politica moderna. Improbabile un ritorno in grande dello Stato nella sua forma tradizionale. Impossibile dunque il recupero della forma del partito quale si è sviluppata tra ottocento e novecento. La crisi della politica sta qui. La centralità dei governi ne è la conseguenza. Essi occupano spazi vuoti. E assolvono a funzioni richieste.. Maggioranze politiche parlamentari eleggono e sostengono consigli di amministrazione dell’azienda paese. Burocrati competenti cercansi per gestire la cosa pubblica, cioè per far quadrare il bilancio, cioè per rientrare dai debiti, cioè per rispettare le compatibilità, sociali e internazionali, entrare in Europa, uscire dalle emergenze, primo tempo della manovra, mettere a posto i conti, secondo tempo della politica, si vedrà. Da quanto appunto non si danno idee alternative di Stato? Da quanto gli schieramenti  non si distinguono più per il senso diverso che danno alla politica? Qui è intervenuto un guasto profondo, difficile da riparare.. (104)

Lo Stato non è già più concentrazione di potere e monopolio della violenza. Non ha forma né per l’una né per l’altra. Le masse politicizzate organizzate in partito che facevano la categoria politica di popolo, sono diventate gente apolitica fatta di non individui privatizzati e manipolati.” 105

il mercato e la politica

Questa centralità del mercato elettorale nel sistema politico, questa riduzione a conquista del consenso dell’agire politico, è il male oscuro delle democrazie moderne. Per questa via i regimi democratici diventano regimi oligarchici allargati.. Il partito oligarchico degli eletti diventa il partito del leader da eleggere, il partito di tutti diventa il partito di nessuno, un non partito, che viene scelto per un giorno, ma che non chiede – non deve chiedere! – appartenenza quotidiana. Il partito è il voto. I veri poteri forti sono i sondaggi di opinione. C’è solo un altro potere che fa testo: l’andamento della Borsa… La confusione tra partito politico e coalizione elettorale, la tentazione di fare di quest’ultima un soggetto politico, sta dentro una idea subalterna di partito, un’idea egemonica di opinione pubblica, cioè una idea passivamente neutra della politica. (106)

senza le masse e senza lo Stato: quale politica?

La politica ha perso, nella seconda metà del secolo, quasi insieme, le due soggettività storiche, che le permettevano l’uso di una  propria forza: le masse e lo Stato. Come e con che cosa sostituire questi soggetti forti, queste forze soggettive? Ecco il compito vero che ha di fronte la sinistra  (110)

prediche parrocchiali

Riforma dello Stato sociale, andare oltre lo stato sociale, senza intaccare l’universalismo dei diritti, privatizzare tutto assicurando la pubblica assistenza ai ceti più deboli: prediche parrocchiali progressiste. Si pensa di parlare in modo nuovo di politica, espungendo dal discorso il tema del potere. Risultato: il potere che si esercitava senza la politica, adesso si esercita contro la politica (113)

politica e  complessità

Se si dice che il partito deve galleggiare sull’increspatura delle onde della complessità sociale, allora tanto vale rinunciare all’idea di partito e pensare ad un’altra cosa. Il partito che voleva  stare tra le pieghe  della società, ci stava in realtà con una forza organizzata. Io dico che compito del partito oggi è quello di semplificare politicamente la complessità sociale. Semplificare vuol dire mobilitare. Non è complessificando la realtà che si produce iniziativa politica. Complessificare per conoscere non per agire. Mai come adesso bisogna saper distinguere i due piani della cultura e della politica” 115

dividere l’uno in due

La politica non ci sarà mai, forse non ci sarà più, se non si torna a dividere l’uno in due, al di là di tutte le apparenze sistemiche.. Due schieramenti politici, o si motivano su due grandi interessi  parziali, in concorrenza per chi è più capace  di curare, da quel punto di vista, l’interesse generale, e confliggono e si contrastano su questo, oppure sono ognuno una finzione formale e insieme predispongono una alternativa virtuale. Una reale alternanza politica chiede grandi alternative tra modelli di società. La definitiva scomposizione del centro politico chiede la scomposizione politica del centro sociale, di quell’aggregazione vischiosa, quotidianamente compromissoria, di interessi corporativi tra loro solidali che producono consenso umorale a che li rappresenta così come sono. Lo stesso moderatismo va inseguito e rappresentato come tale, o non va  piuttosto dissolto e radicalizzato in opzioni democratiche alternative?…. Scomporre l’idea di gente, dividere il pensiero unico, rinviare corpi, ceti, individui ai grandi interessi, riaggregare la società sui due poli, è quello che fa, che può fare, che deve fare la politica. La sua vera riforma è questa. Di qui soltanto diventa possibile il recupero della sua autorità. 117

quale società

Quando si conviene tra schieramenti politici concorrenti al governo della società che c’è una, e una sola, forma possibile di organizzazione sociale, che cos’è questa se non una soluzione totalizzante del problema politico?

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