La città difficile: Milano fra sviluppo e declino

Foto di tommaso picone da Pixabay

La discussione sullo sviluppo urbanistico, economico e sociale di Milano e, diciamo pure, della sua area metropolitana può essere affrontata in molti modi, anche perché è evidente che essa implica un approccio multidisciplinare in cui l’ultima parola spetta comunque alla politica.

Naturalmente non possono essere assenti le valutazioni di ordine sociologico e anche quelle di ordine etico, ma il sociologismo, il moralismo e lo psicologismo d’accatto emersi in questi giorni non aiutano in nessun modo, così come non aiutano i paragoni con Tangentopoli, che è letteralmente un’altra storia. 

Infatti Tangentopoli – comunque si voglia valutare quell’esperienza storica piena di luci ed ombre – iniziò con un fatto oggettivo, ossia l’arresto in flagrante di Mario Chiesa che aveva appena incassato una tangente pagata in contanti per favorire un appalto al Pio Albergo Trivulzio, di cui era presidente. 

Diversamente, non sembra che l’inchiesta milanese evidenzi al momento l’esistenza di fenomeni corruttivi conclamati, se si deve dar credito alle carte che una volta di più in maniera illegittima filtrano dalla Procura della Repubblica ai giornali (forse la vera separazione delle carriere in questo Paese dovrebbe essere quella fra PM e giornalisti). Si parla più che altro di conflitti di interesse, di eccessiva vicinanza fra immobiliaristi, tecnici comunali e amministratori, senza tuttavia che venga evidenziato un vero elemento corruttivo, al punto tale che persino Antonio Di Pietro è rimasto scandalizzato, parlando della logica della “pesca a strascico”, per cui si mandano avvisi di garanzia a raffica nella speranza che prima o poi salti fuori qualcosa. 

Di fatto, il problema di fondo rimane  quello dell’autonomia della politica nelle sue scelte, sia rispetto agli interessi corporati (che esistono ed esisteranno sempre, e che le istituzioni hanno l’obbligo di contemperare e di riportare nell’alveo dell’interesse generale, ovviamente secondo la concezione che ne hanno coloro che “pro tempore” incarnano tali istituzioni) , sia rispetto all’intromissione di altri poteri istituzionali, ed in questo senso appare davvero grave quello che ha detto Gabriele Albertini, che ha ammesso di avere richiesto il parere preventivo della Procura della Repubblica rispetto a nomine che invece erano in prima ed ultima istanza di competenza del Sindaco.

Un’affermazione come quella dell’ex Sindaco di Milano costituisce una gravissima forma di abdicazione della politica dalle sue specifiche funzioni, e se ovviamente il rispetto della legalità è un valore in se stesso, è altrettanto vero che dovrebbero essere sufficienti i controlli minuziosi di coloro a cui spettano le verifiche di legittimità degli atti, dai Segretari generali ai dirigenti fino alle posizioni organizzative, per tacere delle varie forme di auditing interno ed esterno e di tutta quell’atmosfera soffocante che nello scorso decennio ha trasformato l’ANAC in qualcosa a metà fra un oracolo ed una sorta di Corte di Cassazione preventiva.

A maggior ragione questa esigenza sembra evidenziarsi a fronte di altre sorprendenti iniziative giudiziarie, come quella che riguarda l’ex Sindaco di Pesaro ed attuale europarlamentare del PD Matteo Ricci, il quale è stato coinvolto in un’inchiesta giudiziaria per presunte irregolarità negli affidamenti da parte del Comune che ha amministrato per dieci anni. Anche in questo caso a Ricci non si contesta di aver ricevuto tangenti, ma di avere operato in un certo modo per “trarne un vantaggio politico”, che è all’incirca quello che fanno tutti coloro che si occupano di politica e di amministrazione.

La sensazione è che da un lato si voglia affermare un’idea a dir poco astratta della politica in cui il perseguire una finalità – appunto – tutta politica come il farsi rieleggere o il puntare a cariche più importanti diventa un vero e proprio illecito, e dall’altro, come ipotizzano alcuni, che l’abolizione (largamente giustificata) dell’inafferrabile reato di abuso d’ufficio (abolizione che la Corte costituzionale stessa ha dichiarato legittima) spinga i PM ad aprire fascicoli di indagine su altre questioni pur di tenere la politica sotto scacco, magari in previsione del referendum confermativo della legge costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati. 

Perché alla fine si possono avere idee radicalmente diverse sul modello di sviluppo urbanistico di una città: ma questa diversità di idee si risolve in Consiglio comunale e nelle urne elettorali, non in un un’aula di Tribunale.

E fino a prova contraria fare politica, ricercare consenso, mediare fra interessi contrapposti, non è ancora un reato.

Lorenzo Gaiani

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2 commenti

    • Rosalba Benzoni il 8 Agosto 2025 alle 19:15

    Mi sembra un pò azzardato dire che i PM vogliano tenere la politica sotto scacco ( tutti ? Come categoria? A Milano e Pesaro?) Ma una cosa mi sento di dirla con certezza. A Milano la politica non ha svolto il suo compito e ha abdicato al proprio ruolo. Più avanti e più maturi si sono dimostrati pezzi di società civile a cui ora la politica non può più esimersi dal dare risposte. Mi auguro che il circolo Dossetti contribuisca con un confronto serio

    • Umberto Bovo il 8 Agosto 2025 alle 17:40

    Mi pare che, a dispetto di quanto sostiene l’autore, anche qui i problemi siano ben concreti e non abbiano niente a che fare con fumose allusioni a PM (non meglio identificati: tutti? Una associazione segreta? …) che aprono fascicoli per tenere la politica (non meglio identificata: gli amministratori? I partiti? Tutti? …) sotto scacco…

    Leggo dal Sole24 Ore del 30 luglio 2025:
    Milano, almeno 110 milioni gli oneri non incassati dal Comune in due anni
    Tra le accuse della Procura ci sono gli sconti fatti ai costruttori per i grattacieli. L’inchiesta si allarga ai fondi immobiliari esteri: verifiche sulla Bluestone di Jersey.

    Mi pare che erigere grattaceli di 25 piani con una SCIA e il silenzio assenso qualche dubbio lo faccia venire sul fatto che si tratti puramente di una discussione politica su idee radicalmente diverse sul futuro urbanistico di una città, che si risolve in Consiglio comunale,

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