La gioia dell’amore

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Giovanni Bianchi

L’esortazione apostolica “Amoris laetitia” era molto attesa dopo che ben due volte il Sinodo dei Vescovi si era riunito per discutere dei problemi e delle prospettive della famiglia dal punto di vista della Chiesa cattolica nel XXI secolo.

Una discussione ampia, sistematica, a cui hanno preso parte le Chiese locali di tutto il mondo ed in cui è stata garantita ampia libertà di parola a tutti coloro che vi hanno preso parte. L’affermazione secondo cui papa Francesco avrebbe cercato di condizionare il dibattito è del tutto fuori luogo, soprattutto perché chi la formula dimentica (o trova comodo dimenticare) quanto spesso nei Sinodi celebrati sotto i precedenti Pontefici le conclusioni fossero già scritte ben prima che il dibattito (o presunto tale) avesse avuto luogo.

Perché riprendere in mano il tema della famiglia? È ovvio annettere ad una questione tanto delicata, che attiene così strettamente alle parti più intime della natura umana, un significato che trascende la dimensione puramente affettiva e investe quella sociale, visto che tanto spesso si è ripetuto che la famiglia è la cellula di base della società, e che molte Costituzioni statali, compresa quella italiana, ripetono questo concetto.

Come tutte le strutture sociali, però, anche la famiglia è sottoposta ad evoluzione, sicché il tradizionale concetto di famiglia allargata in cui più generazioni convivevano insieme più o meno armoniosamente si è poi cambiato in quello della famiglia nucleare composta da marito, moglie e figli, ed ora contempla numerose evoluzioni da quella del single a quella dei conviventi, dei divorziati e delle unioni omosessuali.

Ovviamente la Chiesa, per motivi che non hanno un carattere dogmatico ma trovano solido fondamento nella Scrittura e nella Tradizione, non può considerare positivamente tutte queste evoluzioni, ma un conto è un rigetto puro e semplice additando nel contempo un modello ideale che trova tuttavia sempre minor riscontro nell’esperienza, un altro conto, in nome del principio generale “salus animarum suprema lex est” è andare ad indagare se in situazioni che un tempo si sarebbero definite “irregolari” (ma il superamento della distinzione fra “regolare” ed “irregolare” è stato pertinentemente indicato dal card. Schonborn come uno dei meriti del documento pontificio) vi siano scintille di bene che possono essere una via per ricondurre alla pienezza della vita di fede – sacramenti inclusi- coloro che vivono situazioni familiari “ferite”.

Non sono in condizione di analizzare con la precisione tipica di un teologo le molteplici implicazioni di questo testo, anche perché lo stesso Papa ha ricordato che la discussione non è chiusa, ma apertissima: credo però di poter dire che molti di coloro che hanno assunto una posizione di radicale critica, spesso con parole violente ed irrispettose verso il Vescovo di Roma, al netto di soggettive buone intenzioni, appartengono alla categoria di chi concepisce il cristianesimo come un sistema di potere piuttosto che un messaggio di liberazione e misericordia per il genere umano.

Gente che sarebbe costernata se scoprisse che l’inferno non esiste, perdendo così il piacere di mandarvi quelli che non la pensano come loro.

Il messaggio cristiano – e grazie a Papa Francesco che ogni giorno ce lo ricorda – è tutt’altra cosa.

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