Giacomo Costa. Enciclica LAUDATO SI’.

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Corso di formazione alla politica

Il Papa che non guarda la televisione da venticinque anni – “per un fioretto” – ha cambiato la comunicazione e la grammatica della politica nel breve giro di due anni e mezzo. In particolare con l’enciclica Laudato Si’ il mutamento di paradigma ha assunto una metafora e un concetto che, mutuati dall’ecologia, stanno diventando il punto di vista dal quale guardare alla globalizzazione, alle modalità di sviluppo, ai suoi guasti, agli strumenti della critica. Il concetto centrale è quello di casa comune. Casa comune ha sostituito nel lessico dei riformismi e della dottrina sociale della Chiesa il termine bene comune. Per questo campeggia nel titolo di questo 17º corso dei Circoli Dossetti.

Costruire la casa comune è sfida compatibile con queste economie, queste politiche, queste società civili “liquide”? È solo un’utopia la costruzione di una cittadinanza globale in grado di farsi carico della dimensione biblica dei movimenti storici dei nuovi migranti? Perché oltre a confrontarsi con disuguaglianze crescenti, la casa comune dovrebbe ospitare una comune cittadinanza.

Locandina Giacomo COSTA. Enciclica Laudato si'.

1. leggi il testo dell’introduzione di Giovanni Bianchi

2. leggi la trascrizione della relazione di padre Giacomo Costa

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1. premessa e introduzione di Giovanni Bianchi 31’23” – 2. relazione di padre Giacomo Costa 1h 05”43″ – 3. domande 11’21” – 4. risposte di padre Costa 11’10” – 5. domande 18’50” –  6. risposte di padre Costa 17’37” – 7. domande (con intervento di S.Natoli) 26’22” –  8. risposte di padre Costa 7’41”

Padre Giacomo Costa con Giovanni Bianchi. Il pubblico della Sala Verde. (foto Enrico Leoni)

Padre Giacomo Costa con Giovanni Bianchi. Il pubblico della Sala Verde. (foto Enrico Leoni)

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Testo dell’introduzione di Giovanni Bianchi a padre Giacomo Costa

Breve ricognizione sull’enciclica “Laudato SI”

Da dove guarda il Papa?

Il milanese devoto che si affretta a varcare la soglia del Duomo e viene invitato a qualificarsi da uno dei militari del servizio d’ordine come fedele desideroso di prendere parte a una santa messa oppure come turista bisognoso di acquistare un biglietto d’ingresso, e quindi a incamminarsi sotto le alte navate lungo due itinerari separati e rigorosamente transennati, certamente non ricorda e non è spinto a immaginare che ci fu un tempo nel quale le comunità cristiane – durante la predicazione di Paolo nel Mediterraneo – non costruivano cattedrali e neppure chiese rupestri. La vita delle comunità era cioè immersa nel quotidiano con totale naturalezza, e senza separazioni il Vangelo si mischiava alle esistenze, già allora profondamente diversificate anche nelle identità culturali, durante la santa cena come lievito nella pasta.

E’ questo un luogo rimosso, per abitudine ed inerzia, dalla storia e dallo spirito cristiano (don Giuseppe De Luca direbbe Storia della Pietà) che mi è tornato in mente per provare a collocare il punto di vista della sorprendente enciclica di papa Francesco.

Da dove guarda il Papa? Certamente non dai sacri palazzi, nei quali non ha voluto pernottare. Certamente non dai dilemmi e dagli interessi dell’Occidente europeo e transatlantico. Certamente non dall’orizzonte sociale, culturale, economico e finanziario di un Sistema che non rappresenta più nelle coscienze l’incombere di un Moloch sessantottino. E neppure dunque dall’impianto dottrinario tradizionale del cattolicesimo romano.

Un mondo altro – e soprattutto culturalmente altro – sta dietro al Papa venuto “quasi dalla fine del mondo”. Quale? E come è possibile almeno approssimarlo?

La chiesa argentina

Nella nostra cultura generale di cattolici postconciliari è presente la memoria di un movimento sviluppatosi dal Vaticano II e che ha attraversato con passi e ritmi differenti le chiese dei diversi continenti. Dal punto di vista delle sperimentazioni teologiche l’America Latina appare come la punta dell’iceberg ed è tuttora vivo il ricordo delle posizioni rappresentate sotto le bandiere della cosiddetta teologia della liberazione. Una teologia cioè che anche nella percezione comune prende le mosse dalla vita dei popoli e dalle loro visioni e dai moti violenti e nonviolenti che le hanno accompagnate.

Che papa Bergoglio abbia radici in questo retroterra si è fatto senso comune, anche se generalmente si tende a schiacciare impropriamente la teologia popolare argentina sulle elaborazioni della restante teologia della liberazione, non riconoscendone la specificità. Non è così, come non è casuale che il termine popolo venga citato ben 164 volte nel testo della Evangelii gaudium.

Come ha recentemente osservato Franco Appi in una documentata relazione svolta all’Incontro Nazionale di Spiritualità delle Acli svoltosi a Camaldoli dal 6 all’8 novembre[1]: “Questo desta una giustificata curiosità, anche perché il termine popolo da noi dopo il Vaticano II è stato un po’ trascurato. Nella lingua spagnola del Sudamerica pueblo indica popolo ma anche villaggio, inteso non solo come agglomerato di abitazioni ma come comunità”.

Alla fine del Concilio fece notizia il cosiddetto Patto delle catacombe; col quale alcuni vescovi sudamericani, ma non solo loro, decisero di fare la scelta dei poveri. Una scelta che era stata auspicata da Giovanni XXIII nel radiomessaggio dell’11 settembre 1962, un mese prima dell’inizio del concilio, in cui disse: “In faccia ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta qual è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri.”[2]

Ci fu il famoso discorso del cardinal Lercaro il 6 dicembre 1962, nel primo periodo del concilio, in cui il Vescovo di Bologna chiedeva che il tema dell’evangelizzazione dei poveri fosse considerato come tema centrale. La povertà doveva essere intesa come modo d’essere essenziale della Chiesa.[3] Non fu così, ma se ne tenne conto.

Infine il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, una quarantina di padri conciliari celebrarono un’Eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma. (C’era anche mons Luigi Bettazzi.) Dopo la celebrazione, firmarono il Patto delle Catacombe. Con esso i firmatari s’impegnavano a vivere in povertà, a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale.

Uno dei firmatari e propositori del Patto fu Hélder Pessoa Câmara, arcivescovo di Recife. Sua fu l’espressione spesso citata e di dominio pubblico: “Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista.” Questi gli incunaboli di un lungo percorso conciliare lungo il quale si colloca l’enciclica di papa Francesco.

E’ dunque con il Vaticano II che la chiesa latino-americana decide di non essere più “chiesa specchio” di quella europea. E dietro questa metafora sarà necessario scavare.

C’erano già state due Conferenze generali dell’episcopato di quella terra. Un primo concilio plenario a Roma nel 1899, e poi a Rio de Janeiro nel 1955. Ma la novità l’abbiamo con Medellin nel 1968, poi Puebla nel 1979, Santo Domingo nel 1992 e infine Aparecida nel 2007.[4]

Usando insieme le categorie della storia e della geopolitica può dunque dirsi, alle spicce, che i cattolici europei sono figli della guerra fredda; quelli dell’America Latina si sentono invece figli di una oppressione occidentale e neocoloniale.

Di una nuova prospettiva teologica parlò Gustavo Gutierrez in una relazione in Chimbote, Perù, del 1968. Ne trasse un libro che apparve nel 1973 con il titolo Teologia della liberazione[5], destinato ad aprire un vasto filone teologico.

Si elabora l’idea di una fede che non invita a sopportare l’ingiustizia in attesa del paradiso. Piuttosto tende a operare per la liberazione integrale. Si matura l’idea di pro-seguire le opere del Gesù storico, che libera dal male già ora, e non solo del Gesù Cristo risorto ed escatologico che prepara una riscossa solo alla fine dei tempi.[6]

A Medellin (Colombia) la Chiesa latinoamericana scelse di stare dalla parte dei poveri[7] e decise la scelta preferenziale dei poveri.[8] Questa stessa espressione sarà assunta da Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis del 1987, al n. 42, e proposta a tutta la Chiesa come scelta evangelica. Quasi una svolta a “U”, tenendo conto delle diffidenze precedenti e delle ruvidezze del Papa Polacco nei confronti delle chiese latino-americane.

La teologia della liberazione a confronto di una realtà specifica diventa riflessione critica della prassi della Chiesa in quei contesti. Si parte dall’idea che l’ortodossia è vera solo se è anche ortoprassi.

Dal rovescio della storia

Per Gutierrez si fa una teologia scritta dal rovescio della storia: c’è un’irruzione dei poveri, ed è la presenza di coloro che erano assenti nella società e nella chiesa. Di più, se la teologia non s’incarna in un’esperienza di fede, rischia di diventare “una ruota che gira nell’aria, senza fare andare avanti il carro”.[9]

Vuol dire anche che la teologia morale dovrebbe studiare i problemi della fase storica, mentre ha generalmente preferito occuparsi di casistica, insieme complessa e superficiale, nella quale si valutavano i pro e i contro della moglie che nel Vangelo aveva avuto sette mariti…

In Argentina sarà la cultura del popolo stesso a fornire la comprensione dei fatti e delle condizioni alla luce della fede, e sarà quella la mediazione ermeneutica.

Questo radicamento culturale mi pare alla base dello sguardo complessivo dell’enciclica, e va colto anche quando infastidisce le nostre categorie. Anzitutto perché si tratta di una visione controcorrente, non nel senso di spericolatamente progressista, ma di sicuramente radicale. Spiega l’inabituale diluvio di citazioni nel testo delle conferenze episcopali di tutto l’orbe terracqueo. Conferisce all’enciclica un punto di vista “sintetico”, che se concerta i diversi saperi, lo fa anche a prescindere dalle rispettive “neutralità”. Quasi una summula diagnostica e programmatica, che sintetizzi e orienti la fase storica postmoderna – di quanti cioè sono costretti a congedarsi comunque dal Novecento – consegnando alla lettura e alla critica un testo che ovviamente non può limitarsi ad essere ecologico, e neppure sociale, e neppure politico, ma frutto di una pastorale che attraversa i confini quando non li azzera.

In certo senso, all’interno del grande alveo della dottrina sociale della Chiesa, un’operazione che può richiamare quella tentata da papa Leone XIII con l’enciclica “Rerum Novarum”, che, sarà bene ricordarlo, viene presentata nel Diario di un curato di campagna di Bernanos come un “colpo di tuono”. E sarà pure bene non dimenticare che non furono pochissimi i parroci che invitarono i fedeli a moltiplicare, allora, le novene per il regnante pontefice uscito di senno…

Secondo Juan Carlos Scannone, teologo argentino, gesuita tuttora vivente, maestro di papa Bergoglio, “Gutierrez afferma che le nazioni, le razze, le classi oppresse sono il popolo”.[10] E quindi la teologia argentina del popolo viene dalla riflessione del popolo, prima ancora di essere definito popolo di Dio. Una cultura e una antropologia storica che, sempre secondo Scannone, vanno prese in carico seriamente.

Scrive Scannone: “Per la teologia del popolo ciò che conta è comprendere la Chiesa come popolo di Dio in dialogo con i popoli della terra e le loro culture. … I teologi della teologia del popolo si interessano alle relazioni tra il popolo di Dio e i popoli della terra, partendo dalla… Gaudium et Spes… in America Latina sono i settori più poveri e oppressi della società ad aver mantenuto la cultura comune…”[11] Cioè non hanno seguito la cultura occidentale di tipo illuminista e nordamericano.

Certamente tutti i filoni teologici evocati si trovano nella condizione che Metz, noto teologo della teologia politica centro-europea, dice rischiosa e pericolosa. Rischiosa per chi la proclama come necessità di via politica alla liberazione; e pericolosa per la dinamica di tensioni e di probabili violenze di chi detiene il potere economico e con questo anche il potere politico. Non possiamo dimenticare infatti i martiri, da Oscar Romero a Ellacuria e compagni.

Chiosa Franco Appi: “La teologia del popolo è una teologia che nasce dall’ascolto del “popolo” semplicemente, non definito ancora popolo di Dio… Fare teologia in questo modo significa uscire, andare nelle periferie per ascoltare ed elaborare un pensiero teologico”.[12]

Si tratta di verbi e di luoghi che ci sono diventati via via familiari nel lessico scritto come in quello omiletico di papa Francesco. Che giungono da un’America Latina e da un’Argentina che sotto il profilo storico appaiono composte da poveri e cristianesimo. Dove è anche possibile non ragionare più in termini di destra e sinistra, ma di poveri e potenti.

Rafael Tello, altro teologo argentino, preferisce parlare di teologia della cultura del popolo. Egli, infatti, pensa che, come nella scolastica si diceva che la grazia presuppone la natura, si possa dire che l’evangelizzazione presuppone la cultura.

“Potremmo dire anche che il popolo di Dio presuppone il popolo tout court”.[13]

Vi sono testi ai quali è bene ritornare perché costituiscono insieme la base e la prospettiva che rendono comprensibile il punto di vista dal quale è stata scritta l’enciclica Laudato SI’.

Per questo un’enciclica insieme ecologica e sociale, quasi rispondente al bisogno di una nuova visione comprensiva e ricca delle molteplici relazioni tra i diversi saperi.

Vi è in proposito un passo formidabile nella Laudato SI’: “E’ nostra umile convinzione che il divino e l’umano si incontrino nel più piccolo dettaglio della veste senza cuciture della creazione di Dio, persino nell’ultimo granello di polvere del nostro pianeta”(n. 9).

Differenze, relazioni e unitarietà non potevano essere meglio sintetizzate e tenute insieme da un linguaggio francescano che si colloca tra scienza e poesia.

Il mondo globale e socialmente diviso ed ecologicamente dissestato è riassunto nelle sue divisioni e nel destino comune. Rispetto ad esso – certamente agli occhi di papa Francesco – il continente latino-americano presenta analogie che lo fanno assurgere a luogo privilegiato di analisi culturale.

Sono popoli ed è un continente in cui la dimensione della povertà diventa una caratteristica della cultura, in cui il mondo dei dominatori è considerato estraneo, straniero e costruttore di ingiustizia. In America latina nel contempo il vangelo s’innesta in un popolo meticcio nato da indios, spagnoli e africani: prefigurazione possibile di un mondo il cui destino, annunciato dalle migrazioni forzate di interi popoli, appare quello di un meticciato globale e culturale.

Diceva il documento di Aparecida: “l’America Latina … non (è) una somma di popoli e di etnie che si giustappongono … è la casa comune, la grande patria di alcuni popoli fratelli, …”(n.252, 2007). Una sfida che sta superando i confini pur vasti di un continente.

Costruire case comuni

 Il Papa che non guarda la televisione da venticinque anni – “per un fioretto” – ha cambiato la comunicazione e la grammatica della politica nel breve giro di due anni e mezzo. In particolare con l’enciclica Laudato Si’ il mutamento di paradigma ha assunto una metafora e un concetto che, mutuati dall’ecologia, stanno diventando il punto di vista dal quale guardare alla globalizzazione, alle modalità di sviluppo, ai suoi guasti, agli strumenti della critica. Il concetto centrale è quello di casa comune. Casa comune ha sostituito nel lessico dei riformismi e della dottrina sociale della Chiesa il termine bene comune. Per questo campeggia nel titolo di questo 17º corso dei Circoli Dossetti.

Costruire la casa comune è sfida compatibile con queste economie, queste politiche, queste società civili “liquide”? È solo un’utopia la costruzione di una cittadinanza globale in grado di farsi carico della dimensione biblica dei movimenti storici dei nuovi migranti? Perché oltre a confrontarsi con disuguaglianze crescenti, la casa comune dovrebbe ospitare una comune cittadinanza.

È curioso confrontare in questa contingenza storica l’approccio diverso di scienziati, politici e discipline.

Stephen Hawking, il più famoso scienziato del mondo, vuoi per essere netto, vuoi per stupire, ha detto in un’intervista: “Credo che la sopravvivenza della specie umana dipenderà dalla sua capacità di vivere in altri luoghi dell’universo, perché il rischio che un disastro distrugga la Terra è grande”.[14]

In effetti intere generazioni già vivono in un mondo che non è più il loro. La mia tra queste. Si tratta dei reduci del Novecento, affaticati da un problema che costituisce il congedo dal secolo alle nostre spalle. Un secolo per il quale sembra più facile la rimozione che il congedo. Le contraddizioni infatti ed anche le aporie del Novecento restano tuttora in attesa del buon scriba in grado di discernere cose buone e cose meno buone. Perché, come ci ha insegnato Le Goff, la storia dipende dalle domande che le rivolgiamo. E una delle domande centrali è quanto sia cambiata la politica.

L’ordito dell’enciclica

 Colpisce l’intreccio delle relazioni tra gli argomenti e i continui rimandi ma, dal momento che i fatti contano più delle idee e delle teorie, alla fine funziona la tecnica del finale aperto(Umberto Eco). Si attraversano cioè le regioni dei saperi (Husserl) e quelle dei poteri (i sottosistemi di Luhmann), ma si sbocca sempre nel primato della persona umana – ricollocato con più realistica umiltà e quindi fuori da un primato faustiano e imperiale – nel creato tra le altre creature.

In fondo l’ecologia integrale propone una nuova grammatica, etica, politica e culturale, dove immanenza e trascendenza si tengono con sorprendente naturalezza. Anche la teologia argentina “del popolo”, superate le asperità immanentistiche di parte della teologia della liberazione, raccoglie insieme il Cristo povero e il Cristo eterno (Natoli).

Non l’hombre nuevo, ma l’uomo creato tra le creature create. Da Che Guevara e Camilo Torres al Cantico delle creature di frate Francesco, in una prospettiva nella quale perfino la morte diventa sorella e frate ortolano riserva un angolo dell’orto a sorella gramigna.

La Laudato SI’ ha l’ambizione di proporsi come la nuova grammatica in grado di aiutarci a leggere le complessità del mondo globalizzato. La Chiesa, come già altra volta nei secoli, prova a svolgere una funzione di servizio non per i soli credenti, ma per l’umanità intera incamminata (fu il sogno d’Europa di De Gasperi e Spinelli) alla volta di un governo mondiale.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II si era concluso con un messaggio a tutti gli uomini di buona volontà. La Chiesa di Francesco prova a cimentarsi con una prima ricognizione in una funzione di servizio globale.

Un invito che non riguarda soltanto lo scibile, perché è sempre papa Francesco quello che prende le distanze dall’eccesso diagnostico avvertendo che i fatti contano più delle idee. E poi la saldatura tra i diversi piani, che può esibire un fondamento saldamente evangelico. Percorso e programma sono condensati in quella che le culture cristiane ricordano come la parabola del Buon Samaritano (Lc 10,25-37).

Ricordo l’approccio di un lontano colloquio con il padre gesuita e grande teologo De Lubac. Erano gli anni Settanta. Avevo divorato il libro del padre Valadier su Nietzsche et la critique du Christianisme. E mi ero precipitato a Parigi per verificare un saggio – poi pubblicato nella rivista “Il Regno” – sulla nouvelle théologie.

De Lubac fu gentilissimo. Mi stette ad ascoltare con grande attenzione e, prima di iniziare una lunga conversazione, mi disse fissandomi negli occhi: “C’est toujours le Christe. Heri, hodie et semper”.

Capii che non era il caso di insistere con la nouvelle théologie.

Il senso dell’enciclica “Laudato Si’”

 “Tutto è in relazione” e “tutto è collegato”: è il ritornello dell’enciclica pubblicata il 18 giugno 2015, colto benissimo dal saggio di Giacomo Costa e Paolo Foglizzo pubblicato sul numero di agosto-settembre di “aggiornamenti sociali”.   Da qui discende, ossia dall’avere posto al centro della riflessione la relazione tra le diverse parti del mondo e le regioni del sapere e del potere, la proposta di una ecologia integrale.

Il capitolo IV (n. 16) offre una pluralità di prospettive, con temi che non vengono mai abbandonati, ma costantemente ripresi e arricchiti. Sta esattamente in questo punto di vista la novità di un approccio politico, nel senso che dai tempi di Aristotele la politica viene considerata la “regina delle scienze”. Sta in regia rispetto alle scienze.

Una visione e una implicazione che dicono la necessità di un coordinamento degli interventi nei diversi campi con diversi approcci.

Quella dunque che è stata chiamata ecologia integrale si presenta lungo due vie di interpretazione e di azione: attraverso cioè un “paradigma concettuale” e un “cammino spirituale”.

Per questa ragione il concetto di ecologia integrale non può essere confuso con un significato generico e “verde” nel senso tradizionale. Si tratta piuttosto di un approccio che affronta la complessità mettendo in relazione le singole parti con il tutto. Quel che quindi viene immediatamente in rilievo come oggetto delle pagine firmate da papa Bergoglio è il collegamento dei fenomeni ambientali (riscaldamento della terra, deforestazione, diminuzione delle riserve idriche) con questioni normalmente non associate all’agenda ecologica, come la invivibilità e la bellezza degli spazi urbani, o il sovraffollamento dei trasporti pubblici.

È in questo contesto che l’enciclica colloca (n. 155) il rapporto con il proprio corpo. Da qui prendono l’avvio le dinamiche sociali e istituzionali che riguardano i macrosistemi come la vita quotidiana delle persone: circostanza che ha fatto parlare di un’enciclica socio-ecologica. Un’enciclica cioè che si occupa per la prima volta complessivamente dello stato di salute di tutti i diversi ambiti tra loro correlati (n. 142). E’ questa la vera e rivoluzionaria novità del testo.

Non ci sono dunque due crisi separate – una ambientale e l’altra sociale – bensì una sola crisi complessiva (n. 139).

E’ secondo questa logica che l’approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale (n. 49). Fondamentale una lettura del Pil da questo punto di vista, dove assume indubbiamente un ruolo di rilievo la speranza di vita o quella che viene chiamata vita media. Quanto cioè un sistema fa campare, tiene in vita, è in grado di aumentare il benessere personale dei suoi cittadini, che non possono essere considerati soltanto consumatori esposti all’avidità del profitto e del guadagno, in particolare finanziario.

Viene alla mente il celebre discorso sul Pil di Bob Kennedy nel 1968 alla Kansas University, il più alto pezzo di retorica della politica moderna.

La cultura ecologica non si può ridurre a risposta alle emergenze e alle urgenze, ma deve assumere uno sguardo e un approccio diverso: mirare a costruire un programma educativo, un pensiero, una politica, una spiritualità che creino un fronte per resistere al paradigma tecnocratico (n. 111).

E’ questa impostazione in grado di dare senso anche alle piccole azioni quotidiane di “attenzione all’ambiente”(n.211), delle quali papa Francesco fa l’elenco, come di “fioretti”, definendoli “ascetici doveri verdi”(n.211). Tutto ciò attiene alla difesa della casa comune contro il paradigma tecnocratico: e cioè l’ecologia, legata alla finanza, che pretende di essere l’unica soluzione dei problemi. Che pensa di risolvere i problemi creandone altri (n. 20).

La seconda resistenza che l’enciclica evidenzia è l’eccesso di antropocentrismo nel mondo contemporaneo, che mina il tentativo di rafforzare i legami sociali (n. 116).

Solo lo sguardo dell’ecologia integrale sfugge alla “schizofrenia permanente”, che non riconosce agli altri esseri un valore proprio, fino a negare in casi particolari un peculiare valore proprio all’essere umano (n. 118).

L’ecologia integrale smaschera dunque i limiti di iniziative ecologiste troppo parcellizzate, che rinunciano ad assumere un’ottica sistemica(n. 111). Il rischio è alimentare un’ecologia superficiale(n. 59) che finisce per lasciarsi catturare all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia (n. 194). Il problema centrale allora è mettere in crisi la logica soggiacente alla cultura attuale (n.197).

Si tratta perfino di fare i conti con le nuove dimensioni del peccato. Dal momento che vi sono peccati contro la creazione, non solo contro l’uomo. Infatti in questo nuovo orizzonte culturale globalizzato la terra risulta “socia” e interagisce da co-protagonista. Né manca chi vi ha visto una sorta di “panteismo” (e del resto io stesso sono stato sorpreso da qualche reminiscenza di Giordano Bruno).

Dove il “panteismo” di papa Francesco consiste nella presenza di Dio in e a tutti gli esseri. Tutto ciò è implicato dalla forza del punto di vista relazionale. Un punto di vista che si ricollega direttamente con la precedente Evangelii Gaudium, che ci aveva sorpreso richiamando a quella gioia del Vangelo che “riempie il cuore e la vita intera” (Primo paragrafo di Eg).

Vi avevamo incontrate esortazioni molto esplicite: “Non lasciamoci rubare la speranza!”. “Il denaro deve servire e non governare“! E termini inediti in un italiano nuovo e meticciato: “inequità”, come radice dei mali sociali, e che sta evidentemente per mancanza di equità.

Un Papa che tiene insieme credibilmente la pagina e la vita, viaggiando a Buenos Aires sui mezzi pubblici, preparandosi alla sera qualche volta la cena, scendendo, nella capitale argentina, per aprire la porta a quelli che lo andavano a trovare… Un Papa che ha vissuto il default e vi ha trovato un’occasione di conversione. Che indica la via della bellezza come esortazione e attenzione al Vangelo.

L’annuncio evangelico contiene un contenuto ineludibilmente sociale. Perché nel Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Cioè la dimensione sociale dell’evangelizzazione. Per questo bisognerà dargli retta e partire da quelle che Francesco chiama periferie esistenziali.

“No a un’economia dell’esclusione e della inequità… Con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.”(n.53 di EG). Il nostro Roberto Diodato ha osservato in una delle conversazioni preparatorie a questo corso che “per il Papa il capitalismo non è un destino”.

Certamente una “globalizzazione dell’indifferenza” esclude in radice ogni ecologia possibile.


[1] Franco Appi, Da dove viene Papa Francesco?, pro manuscripto, Camaldoli novembre 2015

[2] EV 1/25*l

[3] Vedi C. Lorefice, Dossetti e Lercaro. La chiesa povera e dei poveri nella prospettiva del Concilio Vaticano II, Paoline, Milano 2011 pp. 149-285

[4]Vedi Enchiridion – Doumenti della Chiesa latino Americana. (A cura di P.Vanzan) EMI Bologna 1995, fino a Santo Domingo, poi Documento di aparecida EDB Bologna 2014

[5] Da notare che il testo ha avuto una rielaborazione dopo le due istruzioni della Congregazione della dottrina della fede firmate da J.Ratzinger. Nella nuova stesura nulla è stato cambiato di quanto era stato scritto nella prima. È stato aggiunta una nuova prefazione dell’autore e qualche nota non inserita con numeri nuovi ma con asterischi. Questo a chiarire che le affermazioni fatte non erano da riformare, semmai da completare e chiarire.

[6] C’è una ragione che indica la salvezza escatologica già operante ora per giustizia amore e pace. Dice J. Ratzinger in Gesù di Nazareth Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Libreria editrice Vaticana-Città del Vaticano 2011, p 97:“ Vita eterna non significa…la vita che viene dopo la morte…Vita eterna significa la vita stessa, la vita vera, che può essere vissuta anche nel tempo e che poi non viene più contestata dalla morte fisica…”

[7] Enchiridion Documenti della Chiesa LatinoAmericana EMI Bologna 1995, p. 130; discorso di Paolo VI p. 241 ss

[8] Ib n. 1-2, e I.Ellacuria-J. Sobrino (a cura di) Misterium Liberationis Borla, Roma 1992, p. 60 ss

[9] G. Gutierrez, Bere al proprio pozzo, Queriniana, Brescia 1972, p. 48

[10] J.C.Scannone Il papa del popolo, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2015, p. 50

[11] Ib pp. 53-54

[12] Franco Appi, op. cit., p. 12

[13] F. Appi, op. cit., p. 14

[14] In “la Repubblica”, sabato 26 settembre 2015, p. 65


Trascrizione della relazione di padre Giacomo Costa

Grazie dell’invito per iniziare questo percorso insieme. Devo dire che non è facilissimo cominciare adesso dopo la nottata che abbiamo appena trascorso: verrebbe piuttosto da fermarsi, ascoltare e lasciare che queste cose ci colpiscano prima di fare tante analisi e discorsi, quindi andiamo avanti, però la sensibilità porterebbe ad altre prospettive. Così mi piaceva dirlo subito.

Comunque, veramente grazie dell’invito, sempre carissimo Giovanni Bianchi, mi fa piacere di poter oggi entrare un pochino insieme nell’enciclica Laudato si’. Penso che sia, anche per un corso, forse soprattutto di formazione politica, veramente un buon inizio, perché è un testo che mette in gioco radicalmente, in maniera spiazzante, e anche in maniera sicuramente perlomeno provocante, il nostro modo di leggere la realtà sociale e politica, leggere il nostro impegno, la militanza. Lo accennavi già prima, non è questione di aggiungere a quello che facciamo una piccola spennellata verde, o soltanto inserire l’ecologia e le questioni ambientali nel nostro modo abituale di pensare la giustizia, quindi è veramente confrontarsi con un nuovo paradigma di giustizia. Allora si può essere d’accordo, discutere, capire, argomentare, ma in questo senso penso che sia interessante come inizio perché fa proprio avere uno sguardo complessivo, uno sguardo, soprattutto un metodo forse più che uno sguardo, per un percorso e delle prospettive.

Non so quanti di voi conoscano o abbiano letto il testo, se alzate la mano mi regolo perché mi capita frequentemente di fare introduzioni. Siamo proprio a metà e metà. E studiato un po’ attentamente? Va beh, una lettura. Perché è un testo che si legge, che so, come il pane, che va giù abbastanza facilmente però in realtà è molto articolato e strutturato. Va bene, quindi cercherò di fare una via di mezzo tenendo conto che ci sono prospettive diverse, metà l’hanno letta e metà no, per cui cercheremo di dare qualcosa che interessi tutti e due.

Mi sembra importantissimo cominciare dalla domanda: che tipo di documento è la Laudato si’, che tipo di enciclica? Perché l’enciclica è un genere letterario a cui siamo abituati anche se penso che questo in particolare esca un pochino dalla tradizione e dalle prospettive abituali del genere letterario enciclica già a cominciare dal segnale dell’intestazione che è: “Laudato si’, lettera enciclica sulla cura della casa comune”. Punto. Vediamo l’inizio. Se l’avete potete vedere la primissima pagina: “Lettera enciclica Laudato si’ del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune”, cosa che, magari a un lettore normale, va beh, è il titolo, che cosa c’è da dire? È una cosa che già in questo incipit segnala tutto un discorso perché solitamente le encicliche hanno un’altra intestazione. Di solito sono: lettera enciclica su quello che sia, destinata a cardinali, vescovi, preti, diaconi, fedeli e a tutti gli uomini di buona volontà. A volte gli uomini di buona volontà non ci sono neanche secondo il tipo di enciclica. Lo stesso documento primo di Francesco Evangeli gaudium è intestato, dedicato e rivolto a cardinali, vescovi, diaconi, preti e a tutti i credenti; gli uomini di buona volontà nell’altra non ci sono. Questo già dice che i destinatari non sono unicamente, non sono principalmente neanche i cattolici, in quanto cattolici, sono tutti quelli che hanno voglia di ascoltare e di leggere questo testo, credenti, non credenti, cattolici, non cattolici, cristiani o di altre religioni, ecc. Non è un’enciclica rivolta principalmente al mondo cattolico e non è un’enciclica (questo lo vedremo poi ma è essenzialissimo) non è una sintesi cristiana del modo di guardare le questioni ambientali e socio-ambientali, non è una sintesi cristiana e non è una sintesi tout court come tipo di documento. Anzi, una difficoltà, chi l’ha letto se ne sarà reso conto, è che dà per scontato tutto. Allora, il capitolo sulla scienza fa un riassunto dei maggiori ritrovati, dei maggiori documenti e riflessioni sulla scienza; sulla Bibbia dice: “Non sto qua a riprendere tutta la teologia della creazione”, la dà per scontata sullo sfondo, poi chiaramente ne enuclea alcuni elementi, e così via, per cui non fa una sintesi, anzi rinvia a studi e a conoscenze di chi ha dedicato del tempo e riflessione su questi temi, per cui non dice: “ Adesso vi spiego io che cosa è l’ecologia o come guardare la società e vi faccio una lettura dei segni e dei tempi di oggi”. Non è assolutamente questo.

Che cos’è quindi? È un invito a chi ascolta, a chi è interessato ad ascoltare quello che chiama il grido dei poveri della terra. Questo è il punto centrale, dicendo: “Siamo di fronte a una situazione difficilissima e preoccupantissima, la situazione di persone abbandonate, maltrattate che hanno pagato un prezzo, eccetera, e a una situazione della terra altrettanto maltrattata, oppressa e devastata che geme e soffre”. Ed è questo proprio il numero due al centro di questo testo che vuol dire: “Rendiamoci conto, ascoltiamo quello che stiamo vivendo”. E a partire da qua, possiamo anche leggere questo tratto unendo radicalmente i poveri e la terra, penso che è sicuramente uno dei temi che avete sentito, anche chi non ha letto l’enciclica, quel passo che dice: non c’è una crisi sociale e una crisi ambientale, ma una crisi socio-ambientale, ma così detto sociologicamente, lui sempre concretamente, parla in modo concreto: i poveri e la terra, cioè persone e situazioni concrete. “Questa sorella terra protesta per il male che le provochiamo a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei, siamo cresciuti pensando che eravamo proprietari e dominatori autorizzati a saccheggiarla, la violenza che c’è nel cuore umano a causa del peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo tra i poveri abbandonati e maltrattati c’è la nostra sofferta e devastata terra”.

Quindi, al centro dell’ascolto (non è chiaramente la mia materia) ma ci sarebbe da entrare nei dettagli di questo grido e delle situazioni che si vivono dal punto di vista delle migrazioni, della vita urbana e del sovra popolamento, e la desertificazione, e la questione dell’acqua, della biodiversità, la questione chiaramente dei mutamenti climatici, ecc. ecc. Magari un pochino ci torniamo però mi interessa soprattutto in questa presentazione far capire il quadro metodologico che il testo segue.

Ora dice: ascoltiamo questo grido, io vi invito ad ascoltare questo grido; non sono l’unico che si rende conto di questo. Mi sembra molto bella tale posizione, dice in uno dei primissimi capitoli, paragrafi dell’introduzione: uniti dalla stessa preoccupazione. Dice: ma io adesso sveglio tutti, sono l’unico che ha capito; dice il mio contributo raccoglie la riflessione di innumerevoli scienziati, filosofi, teologi, organizzazioni sociali che hanno arricchito il pensiero su questa questione, quindi in questo senso cosa dice di nuovo? In sé, guardando le singole parti non dice quasi niente di nuovo. Di nuovo c’è il fatto che il papa lo dica e questo modo in cui lo propone e questo tipo di appello che riesce a fare. Questo è veramente fondamentale però dice: non possiamo ignorare che al di fuori della chiesa cattolica, altre chiese e comunità cristiane e altre religioni hanno sviluppato una profonda preoccupazione e una preziosa riflessione su questi temi. E questo mi sembra essenzialissimo e per questo dico che non è rivolta solo ai cattolici. Rendiamoci conto che, come io ho sentito che ci chiama a raccolta, ci sono tanti che hanno questa attenzione.

D’altra parte c’è una serie di resistenze radicali che fanno luce, si potrebbe dire, su esistenze radicali che vanno da una spensieratezza irresponsabile al negare quello che si sta vivendo con tutta una gamma di posizioni intermedie che fanno sì che questo grido non venga ascoltato e il compito che si assume è di risottolineare l’urgenza di questo compito di fronte a tutte queste resistenze con una speranza comunque che l’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune, una speranza non espressa in modo non ironico o pio, ma da una speranza fondata dal vedere e valorizzare le capacità che gli uomini hanno, e quelli che sono impegnati effettivamente hanno, e quindi chiamandoli a raccolta perché ciascuno metta a disposizione quello che ha di più prezioso. Questa è una cosa che dà speranza e dà speranza anche vedere come tante persone, in una indifferenza comunque abbastanza larga, però tante persone dentro e fuori della chiesa si sono sentite interpellate e sono state attivate da questo testo; anzi quasi più fuori della chiesa che dentro la chiesa, se devo dire, in cui questo discorso veramente fa fatica ancora ad arrivare dato il suo orizzonte e la modalità. Chiama infatti a una conversione ecologica non a convertirsi al cristianesimo. È interessante infatti perché il termine utilizzato è proprio questa versione a un modo di entrare tutti quanti in questa relazione.

Per cui di fatto, non si tratta di una sintesi, non si tratta di una spiegazione né di dire: noi la pensiamo così, ma piuttosto di dire: c’è un problema, ci sono tante persone che ci stanno riflettendo, ce ne sono ancora di più che invece sono irresponsabilmente, in un modo o nell’altro, disinteressate, l’appello è a impegnarsi e collaborare per costruire questa casa comune. Quindi questo ò centrale.

Per spiegare meglio forse il tipo di documento vorrei riprendere i quattro principi, che chi è dentro a queste cose sicuramente conosce, che papa Francesco aveva messo in evidenza nella Evangeli gaudium rispetto alla dottrina sociale della chiesa. Quattro domande, quattro punti fondamentali per quello che è un discorso sociale. Questo documento viene detto fa parte del discorso sociale della chiesa e concretamente cerca di fare quello che era stato enunciato in maniera molto molto astratta come formulazione, ma molto concreta se ci si entra dentro.

Il primo di questi quattro punti è che il tempo è superiore allo spazio. Detto così, che cos’è? Ma questo è veramente un punto secondo me crucialissimo e a ogni livello continua a mettere in discussione anche nel modo di portare avanti la rivista, il Centro San Fedele, quello che facciamo, il nostro impegno nella società. Cosa vuol dire il tempo è superiore allo spazio? Che è più importante avviare dei processi piuttosto che occupare delle postazioni con le nostre istituzioni, con i nostri discorsi, con i nostri modi di fare. Però, se ci pensate, quante cose di quello che facciamo occupano degli spazi invece di avviare dei processi. Mettere la bandierina: qua siamo noi, i gesuiti, San Fedele, le Acli, il Dossetti. Faccio una cosa non perché abbia un futuro o perché veramente ci sia qualcosa che cerchiamo, ma perché l’abbiamo sempre fatta, dobbiamo esistere e andiamo avanti così. E l’enciclica, appunto, il desiderio dell’enciclica non è di piantare delle bandierine, ma di avviare dei processi senza sapere dove andare. Noi cattolici, anche noi cattolici finalmente abbiamo capito, ci siamo nel mondo ecologico, perché la chiesa cattolica ha sempre un po’ resistito a tutti questi tipi di discorsi. No. anche noi piantiamo la nostra bandierina, vogliamo esserci. No. Qua avvio un processo che non so dove porterà. Dice lui, io non ho le risposte: se non ci mettiamo tutti, ciascuno dalla sua prospettiva ad affrontare il problema non arriveremo da nessuna parte. Quindi, avvio un processo, lancio e non voglio occupare uno spazio, come ha fatto in altri casi, su altri temi, anche con il sinodo; ma dove va a finire, cosa vuole? Ha avviato un processo rischiando piuttosto che continuare ad affermare la visione della chiesa sulla famiglia in maniera statica per identificarsi culturalmente, per avere uno spazio. Per cui il primo punto è essenzialissimo, il tempo è superiore allo spazio, per capire questo documento.

La faccio ancora più breve. Altri due, vado più rapidamente. Uno che è l’unità che prevale sui conflitti, non che i conflitti non ci devono essere, dice, ma una visione più ampia è sempre quella che deve vincere e deve andare avanti. In questo senso è interessante vedere come nel testo, per esempio, evolve la comprensione del rapporto con la scienza: anche lì, di solito, è il conflitto, ciascuno per affermare le sue posizioni, mentre è bellissimo vedere come viene valorizzata total mente la scienza senza però lasciare lo spazio che sia l’unico modo di comprendere la realtà. Quindi però non si tratta anche qua soltanto litigarsi e voler avere ragione sugli altri, ma è identificare dei cammini di costruzione di un percorso verso una casa comune. Qua ci sarebbe tutto un discorso ma adesso vado più rapidamente.

Come terzo, la realtà è più importante dell’idea: chiarissimamente da quello che avevo detto emerge che non si tratta di ideologie da sovrapporre con cui leggere il mondo di oggi ma dire: siamo di fronte a questa situazione, ci sono persone che devono scappare dai loro paesi, persone che vivono un’esperienza ai limiti dell’umano, in particolar modo nelle grandi città, perché questo è uno dei punti di cui parla il papa, delle grandi metropoli urbane, eccetera. Quindi ci sono queste situazioni e non si tratta di far vincere un’ideologia ma, a partire da questo, cercare di capire. Quindi la realtà è più forte dell’idea.

Ma quello che mi interessa prendere in modo particolare è l’ultimo dei 4 punti, il tutto è superiore alla parte. Anche qua, detto così può valere tutto e niente, ma gli esempi che dà mi sembrano veramente interessanti. Il modello, questo nell’Evangeli gaudium, “non è la sfera che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro, e non vi sono differenze tra un punto e l’altro”. Quindi il modello non è una sfera, il modello è un poliedro, io aggiungerei un poliedro irregolare, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale, sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno: lì sono inseriti i poveri con la loro cultura, i loro progetti e le loro potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori hanno qualcosa da portare che non deve essere perduto. C’è qui chi potrebbe dirlo meglio di me, ma sicuramente ci sono dei punti da affrontare per il nostro mondo di oggi: come tenere insieme delle cose molto diverse fra loro senza però uccidere, senza schiacciare le differenze, e anzi valorizzando il contributo che ciascuno può portare. Il percorso che fa costruire case comuni e curare il mondo di oggi sicuramente è la prospettiva fondamentale.

E capite che subito stiamo passando a un pensiero tridimensionale, cioè il poliedro non può essere schiacciato su due dimensioni questo discorso perché deve contenere degli elementi molto, molto diversi. In questo senso penso proprio che l’immagine per leggere e capire qualcosa dell’enciclica sia il poliedro. Infatti, nei miei vari scritti parlo di un’enciclica poliedro perché è un tentativo di tenere insieme, anche attraverso la categoria di ecologia integrale, ma anche nel testo e nell’invito concreto, veramente cose, dimensioni, professionalità, sguardi sul mondo, competenze molto diverse e non omogenee o omogeneizzabili. La tentazione di fare una sfera, quindi di dare una spiegazione unica che illumina tutto l’insieme, è sempre fortissima mentre il poliedro resiste a questo bisogno.

In un certo senso, piccola divagazione, qua pur seguendo un modo di fare del Concilio di interrogarsi rispetto al mondo di oggi, va anche un po’ al di là di quella che è la visione della Gaudium et spes del mondo, perché? Perché lì in un certo modo la visione era comunque sferica, cioè la rivelazione cristiana ti illumina tutti i campi della vita, l’economia, la famiglia, la società e tutti i parametri e quindi si ha un’introduzione con l’intuizione centrale della fede e poi sotto i vari capitoli che deducevano un pochino, che rileggevano alla luce della fede tutto quanto e comprendevano la società a partire da questa luce; però, sempre in questa dimensione sferica, che qua viene superata in maniera radicale, e penso che non tantissimi se ne siano ancora accorti in maniera radicale, ma se leggete l’inizio del secondo capitolo, quello sulla Bibbia, è veramente impressionante da questo punto di vista.

Se lo prendete, comincia così: “Perché inserire in questo documento, rivolto a tutte le persone di buona volontà, un capitolo riferito alle convinzioni di fede?”. È un papa che scrive e dice quasi si giustifica di inserire un capitolo in cui cerca di parlare a tutti, un capitolo sulle convinzioni di fede: “Sono consapevole che nel campo della politica e del pensiero alcuni rifiutano con forza l’idea di un creatore, o lo ritengano addirittura irrilevante, al punto da relegare all’ambito dell’irrazionale la ricchezza che le religioni possono offrire per un’ecologia integrale”. Quindi, praticamente si giustifica e dice: no, io sono convinto che la religione possa offrire un contributo, tuttavia scienza e religione forniscono approcci diversi alla realtà, possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe.

Capite che veramente qua c’è una considerazione: la chiesa e la prospettiva della fede è una delle facce del poliedro, cioè non è che noi spieghiamo tutto, siamo una faccia che riteniamo che dia un contributo fondamentale, importantissimo che va ascoltato; anche noi, piccola povera chiesa abbiamo qualcosa da dire a scienziati, politici, a chi si occupa di portare avanti le cose, ma senza che questo sia il cuore da cui far tutto il discorso. Veramente, a questo inizio del secondo capitolo io non ho visto tantissimi commenti, a dire la verità, e in fondo a rendersi conto del tipo di operazione E per questo il testo, per chi è cristiano, a mio modo di vedere, va letto abbinato all’Evangeli gaudium. L’Evangeli gaudium è stata scritta per i cristiani e riflette su una strutturazione radicale dell’impegno sociale per chi crede, il capitolo quarto bellissimo che ha alla radice la gioia del Vangelo, il motore per affrontare le questioni, il criterio di discernimento, eccetera. Proprio per una prospettiva cristiana la parte delle motivazioni,di come l’impegno sociale si articola con l’annuncio del Vangelo, è nell’Evangeli gaudium.

Qua invece dice: queste motivazioni fortissime, questa capacità delle religioni di motivare non possono non far parte del poliedro, hanno qualcosa da dire ma non sono l’unica faccia da tenere in conto, ci sono competenze scientifiche, ci sono competenze politiche, ci sono competenze degli insegnanti, di educazione, eccetera eccetera. Noi possiamo dare un contributo però è importante che il poliedro sia tenuto insieme. E questo ridefinisce anche, vedremo, cosa vuol dire essere profetici veramente oggi: essere profetici significa contrastare ogni tentativo di ridurre la realtà a una visione unica, monospiegazionale, diciamo così, come la tecnocrazia rischia di fare con la ipervalorizzazione del discorso, in sé positiva e tecnologica che rischia di fare; ma anche come la chiesa rischia di fare a volte; in questo senso è profetico non accettare delle visioni monodimensionali su quanto stiamo vivendo che non valorizzano e non considerano l’apporto di tutti e, in modo particolare, che escludono i poveri da questo discorso. Quindi, capite che mi sembra veramente importante questo: il tutto è superiore alle parti. Allora, come tenere insieme dei discorsi e delle prospettive che sono anche molto poco omogenee rispetto alla frammentazione a tutti i livelli che si rischia di vivere, rispetto anche a tutti gli avvenimenti che porterebbero alla frammentazione perché, come dicevi tu, rispetto ai terroristi dire tutti in prigione… Ieri tra i messaggini un’amica di abbastanza alti orizzonti politici, diceva: “vedi, questi mussulmani…”. Subito la divisione: i mussulmani sono dei terroristi, ma ci sono tantissimi mussulmani che non pensano né farebbero niente del genere, però subito questo istinto di dividere e di dividerci. Invece, pensate che anche chi ha torto, anche le persone che possono essere criticate hanno qualcosa da portare.

Veramente, è una sfida abbastanza radicale. Infatti dice: è l’unione dei popoli che nell’ordine universale conservano la loro peculiarità, la totalità delle persone una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti. Quindi dal livello più personale, del fatto che noi non siamo sfere ma teniamo insieme livelli e cose anche molto diverse al livello familiare, sociale, cittadino, nazionale, internazionale, un percorso poliedrico è sicuramente la sfida che dobbiamo cogliere, con l’altro rischio che ognuno dica: io mi occupo della mia parte e del resto si occuperanno degli altri, senza capire che se non c’è un’integrazione, se non c’è una prospettiva insieme non si riesce ad andare avanti. In questo senso, poi lo vedremo, uno dei due punti che suggerisce come accettazione inevitabilmente è il dialogo, perché il dialogo, perché che cosa può tenere insieme le facce di un poliedro se non cercare in qualche modo di fare dei passi avanti perché possano confluire ciascuna dando il meglio.

Va bene. Sull’intenzione e sul tipo di enciclica, veramente un po’sui generis, qualcosa abbiamo detto e questo si verifica anche nel modo in cui il testo poi è costruito. Sono sei capitoli in cui è suggerito una specie di itinerario attraverso i sei capitoli, il numero 15 lo straccia un pochino. Allo stesso tempo sono dei capitoli ciascuno con la sua consistenza e la riprova è che quando vado a presentare il testo, regolarmente a seconda del pubblico uno si è focalizzato sul primo capitolo, uno sul secondo, uno sul terzo, il quarto, eccetera, e si attacca alla citazioncina di quel capitolo, ci sono delle citazioni di frasi molto interessanti e stimolanti. Perché? Perché quello parla dalla sua prospettiva professionale, mentre il resto, sì, lo capisce più o meno, ma non fa parte del quadro. L’interessante è che tutti possono percorrere i sei capitoli e allo stesso tempo èovvio che ognuno entra in dialogo con il capitolo che più gli parla.

Il capitolo quinto è quello più centrato alla politica, dalla regionale, locale, a quella internazionale, sicuramente è un capitolo che può interessarvi; il sesto sulla formazione, sui cammini, sugli stili di vita, un’altra prospettiva. Il capitolo biblico magari a qualcuno interessa di più, a qualcuno interessa meno. Comunque, sei capitoli appunto, il primo molto centrato sulle scienze, il secondo l’approccio biblico teologico, il terzo scienze umane, filosofia, il quarto entra nel cuore del documento e parla dell’ecologia integrale, anche quella concettualmente dice le cose che vi sto dicendo io in altra maniera, il quinto politica ed economia, il sesto educazione e formazione e spiritualità. È ovvio che poi ci sono elementi trasversali che attraversano tutti i capitoli ma l’unità viene data dal problema, dal fatto di questo grido dei poveri della terra, è questo che tiene veramente insieme le cose e penso che in un corso di formazione politica sia veramente fondamentale ragionare così: non sono prospettive ideologiche ma c’è qualcosa da affrontare e come tenere insieme la varietà di approcci disciplinari, di competenze professionali, di livelli di intervento, questa è un’altra cosa che tiene insieme il testo. Non possiamo vedere tutto questo, però articola tutti questi piani attorno alla risposta da dare a un problema urgente. Penso che anche questo dovrebbe fare riflettere.

E quindi, passandoli rapidamente per chi soprattutto non li ha letti, il primo capitolo è centrato sulla scienza, vi dicevo. Non so se conoscete il rapporto IPCC (Intergovernemental Panel of Climate Change), la valutazione appunto dei gradi di attendibilità delle formazioni scientifiche rispetto alle questioni ambientali, ma c’è un forte legame con questo testo qua e anche con quanto i climatologi; per esempio, il consigliere della Merkel ha presentato l’enciclica e ha detto che veramente è un testo in cui anche chi è della disciplina si ritrova e può condividere largamente. È ovvio che scadrà rapidamente nel senso che sono i migliori pensieri sulla riflessione e sullo stato socio-ambientale di adesso, per cui se le cose vanno avanti, questo capitolo è destinato anche a essere rapidamente sorpassato. Mette in evidenza appunto mutamenti climatici, questione dell’acqua, biodiversità , debito ecologico, problemi dicevamo urbani così come i drammi di persone e popolazioni. Su questo veramente io non entro, perché non è la mia materia, scusate, è un argomento interessantissimo ma posso fare un commento che chiunque legge può fare.

Quello che dalla mia prospettiva, in particolar modo come gesuita, mette in evidenza è il modo anche con cui sono presi questi dati e vengono posti come risorsa per tutti, non soltanto all’interno di un discorso scientifico, ma dice: “questi dati aiutano tutti quanti ad ascoltare in modo competente il grido della creazione e trasformare in sofferenza personale e condivisa quello che accade nel mondo e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare”. Trovo che questo è molto bello perché, lo dico anche come chiesa, spesso quando si dice: facciamo l’analisi di quello che stiamo vivendo, è sempre fatta in modo approssimativo da quello che sci sembra da qualche nozioncina così. Lui dice: no, c’è chi studia, chi si impegna in questo campo, valorizziamo quello che fanno e prendiamo i migliori risultati della scienza. E questo ci tocca in maniera molto più puntuale e profonda e fondata rispetto a qualche sensazione così ideologico-militante, e questa è una base che però non ha fine in sé soltanto, ma è quello che è un motore di comprensione e motivazione per tutti quanti, per cui fa vedere come anche gli scienziati hanno un ruolo all’interno di un quadro che è più ampio della loro prospettiva, cosa di cui magari non si rendono conto mentre studiano le molecole dell’aria e le varie questioni nei loro laboratori. Però questo sguardo mi sembra veramente fondamentale. Dice: si affrontano così i vari aspetti dell’attuale crisi ecologica.

Lo stesso, possiamo ampliare a livello metodologico la cosa, rispetto alle letture della sociologia. Quante volte si è detto noi non vogliamo fare sociologia, facciamo un altro tipo di lettura. Benissimo, fai un atto di lettura spirituale e in profondità ma confrontandoti con chi cerca di studiare e di capire la realtà. È ovvio che lì si intreccia sempre la comprensione con un quadro ideologico per cui non è così semplice; anche la scienza non è pura e forse un lavoro è anche di rendersi conto di come i questi elementi si intrecciano è difficile confrontarsi anche su questo, però mi sembra che un atteggiamento dal punto di vista della chiesa anche questo sia radicalmente diverso da quanto si è sempre fatto. Apre un altro mondo: valorizziamo, ci sono delle persone competenti, facciamoci aiutare e loro danno un contributo che nessun altro potrebbe dare. Quindi, questo capitolo mi sembra in questo senso comunque molto interessante e comunque qua c’è questo numero 58 e 59 che sono molto belli e che richiamano sempre allo scopo fondamentale. Lui dice: “di fronte a queste cose sono veramente colpito dalla debolezza delle reazioni di fronte ai drammi di tante persone e popolazioni”. Questo intorpidimento e la spensierata responsabilità, la mancanza di una cultura adeguata, la mancanza di una disponibilità a cambiare stili di vita, produzione e consumo, eccetera. Però questo è detto di fronte e grazie a un discorso scientifico che e a tutto quello che è stato il lavoro per cercare di capire la sensibilità di queste cose che è stata anche largamente messa in discussione da chi ha interessi economici eccetera eccetera.

Vediamo di andare avanti per fare almeno un piccolo quadro delle facce del poliedro. L’altro capitolo è il vangelo della creazione. Ho già citato all’inizio il fatto di come venga posto questo contributo dal punto di vista della Bibbia e della teologia, fondamentale sicuramente per mettere in gioco anche qua delle motivazioni e del dinamismo che la scienza e altre facce non riescono a mettere in gioco. Sicuramente, anche di fronte a fallimenti e insuccessi e catastrofi di quello che viviamo, lo scoramento bussa sempre alla porta e quindi anche il ruolo di una motivazione, non solo ma anche come spunti. In particolare molto bella questa rilettura che fa, senza fare tutta la teologia della creazione, ma da una parte il ricevere il mondo come un dono e vedere, in funzione di questo, il legame tra tutte le creature e il valore di ogni creatura; questo è veramente molto bello: non è soltanto l’uomo ma ogni maltrattamento verso qualsiasi creatura è contrario alla dignità umana. Quindi, lo scopo finale, cito un pezzo che veramente mi ha colpito: “lo scopo finale delle altre creature non siamo noi”. Non è evidentissimo anche in un discorso ecclesiale questa prospettiva, anzi la chiesa ha sempre parlato di ecologia umana perché ha sempre paura che si dimentichi la centralità dell’uomo, della sua posizione rispetto a tutto il resto, la differenza rispetto a tutte le creazioni. Invece, nell’enciclica non si parla di ecologia umana, emerge solo in maniera molto marginale a un certo punto, e anzi vi segnalo, se avete il testo, un’altra volta in cui emerge l’ecologia umana è stata corretta dopo l’uscita del testo per cui il Vaticano si permette anche di fare queste cose qua, perché so che questo è il testo ufficiale che è uscito, e invece ci sono state due o tre correzioni che non sono entrate nelle versioni a stampa, bisogna fare una versione critica, per cui sono anche un po’ colpevole, e se volete saperlo trovo interessante questa versione qua… dov’è che era? L’ho perso perché non è la mia versione.

Nel quarto capitolo dice: questa ecologia umana è importante per il bene comune e dopo è stato sostituito con ecologia integrale, invece che con ecologia umana. Ecco qua, numero 156: “l’ecologia umana è inseparabile dalla nozione di bene comune” ed è stata cambiata in “l’ecologia integrale è inseparabile dalla nozione di bene comune” proprio perché l’ecologia umana qua è proprio un capitolo che riguarda la parte più corposa dell’enciclica, perchéesattamente si è voluto evitare di centrare su questo tipo di dibattito su cui c’è però una posizione molto chiara: lo scopo non siamo noi, d’altra parte c’è una responsabilità dell’uomo non di dominare ma di coltivare, custodire il mondo, una responsabilità che le altre creature chiaramente non possono assumere. Per cui in questo senso non si tratta di equiparare tutti gli esseri viventi, ma neanche togliere a ogni essere vivente il suo valore fondamentale, radicale. Questo chiaramente resiste all’ecologia umana, e comunque all’antropocentrismo che ha caratterizzato tante riflessioni cattoliche, ma anche resiste alla deep ecology per cui l’uomo ha un fastidio rispetto allo sviluppo dei processi naturali, da cui la famosa barzelletta dei due pianeti che si incontrano e uno dice: ah, ti vedo oggi con una faccia non tanto bella, come mai, cosa ti è successo? Eh, appunto c’è l’uomo che mi lavora. Non preoccuparti, tanto anch’io ho avuto l’homo sapiens ma poi passa! È un piccolo fastidio, ma poi si va avanti in altri tipi di processi.

Invece, questa posizione di responsabilità senza però prendersi per il centro della cosa. E qua si aprirebbe tutta una riflessione teologica che non vi faccio perché non è il posto però anche sulla centralità del Cristo nella visione teologica, anche in questo va avanti, perlomeno fa riflettere meglio sulla Humanae gentium e il Concilio Vaticano perché lì si insisteva molto: anche Cristo spiega l’uomo all’uomo, se vedi Cristo puoi capire e spiegare agli altri uomini cos’è veramente essere uomini. Questo è vero da una parte ma prova che mettersi al centro è un decentramento totale sia nella direzione del Creatore sia nella direzione delle altre creature. E in questo sicuramente delle scorciatoie che deducono troppo facilmente da una visione del Cristo quello che bisogna fare veramente, bisogna stare un pochino attenti. Ma tutto questo è una pista che sicuramente non sviluppiamo oggi.

E quindi comunque, secondo capitolo, questa consapevolezza di una comunione universale, creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorte di famiglia universale. Questa visione deve anche mettere in discussione chi fa politica e deve essere una faccia di questo poliedro che non si può schiacciare o ridurre. Questo confronto rispetto alle intuizioni radicali delle religioni, del far parte di un’unica famiglia umana, che spinge a un rispetto amorevole e umile di tutti e di tutte le creature, sicuramente è qualcosa di ineliminabile da qualsiasi prospettiva ci si muova.

Il terzo più sulla radice umana della crisi ecologica e di tutte le spiegazioni riduzionistiche, lo abbiamo citato prima, tecnocrazia, antropocentrismo, iperbiologismo, eccetera, non c’entriamo, ma sicuramente la logica anche del mercato unico riferimento nel profitto. Anche qua, veramente come Benedetto XVI nella Caritas in veritate, non è demonizzato il profitto, è demonizzato il discorso di assolutismo del profitto come criterio di lettura della realtà di azione per l’impresa.

Il quarto capitolo è l’ecologia integrale, quindi è quello che pone, devo dire, in maniera abbastanza rudimentale, questa prospettiva dell’ecologia integrale nel senso che ribadisce appunto questo legame, questa integrazione di livelli diversi e anche in modo particolare, il posto dei poveri e di chi di solito non viene incluso nei discorsi alla partecipazione, tutto il discorso della cultura dello scarto che poi tornerà anche dopo, la nostra abitudine a scartare, ma penso che concettualmente gioverebbe continuare a riflettere anche un po’ di più su come elaborare, capire questa proposta dell’ecologia integrale che di fatto è fatta con l’insieme del documento, è fatta con la posizione di fondo, ma penso che nella scrittura delle cose siano rimaste ancora un pochino così da lavorare.

Il capitolo quinto è quello che vi citavo prima sulle questioni politiche ed economiche e anche qua sarebbe da fare una riflessione abbastanza puntuale sulla visione di potere di papa Francesco; penso che sia un discorso su cui è molto sensibile, lui stesso ha ammesso di aver avuto un cammino, ha dovuto fare un cammino da quando era giovane, provinciale con una situazione di responsabilità diciamo anche un certo tipo di rapporto all’esercizio del potere problematico: praticamente, ha spaccato i gesuiti dell’Argentina in due gruppi tra quelli che erano in suo favore e quelli che erano contro, e ha chiesto scusa per quanto aveva fatto in quell’epoca, però penso che le riflessioni sui poteri politici siano veramente interessanti e la domanda, e già questa meriterebbe di riflettere, è: perché si vuole oggi mantenere un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo? Questo per dei politici è veramente… se uno vuole essere ricordato, perché darsi da fare per conquistare un potere se sarà ricordato per non essere stato capace di assumerlo e di agire al momento giusto? questo è veramente un colpo abbastanza… con veramente tutta la prospettiva dell’immediatismo legato alla politica, il fatto di essere schiacciati tra chi deve farlo, c’è anche chi deve pensare che localmente deve affrontare questi problemi e di avere delle prospettive più lunghe e nello stesso tempo, dal punto di vista dell’impresa, come non farsi schiacciare su alcuni processi mentre ha attenzione al profitto.

In questo senso, ci sono altre parti interessanti, per esempio sulle politiche partecipative, sui processi di valutazione dell’impatto locale; ma capite che su ogni tema si potrebbe fare una conferenza sopra e immagino che queste sarebbero cose che vi interesserebbero, ma lasciamo un po’ di frustrazione così continuate voi a leggerla e a cercare le cose che vi interessano.

Però tutti questi discorsi di governance a vari livelli sono affrontati. Voglio soltanto, invece, nell’ottica del discorso più globale sul tipo di documento e così fare due sottolineature: uno, insieme alla critica radicale di tutti i vertici mondiali sull’ambiente e sulla loro inefficacia; è interessante che qualifica quello di Rio come profetico, il primo, come profetico; è interessante questa categoria di profetico applicata a un testo che non è della chiesa, e in cui come si era intravvisto qualcosa di importante per la cura della casa comune nel senso che tocca questa capacità di vedere, dal punto di vista che fonda l’enciclica, di vedere l’azione dello Spirito non soltanto all’interno dei confini ecclesiali ma in dinamiche di quello che si vive come società. In questo senso un trattato come quello di Rio può essere definito profetico.

E poi, di nuovo, “la chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche”, cito, “né di sostituirsi alla politica, ma io invito al dibattito onesto e trasparente perché le necessità particolari o le ideologie non ledano il bene comune”. In questa prospettiva è come dire non ho io le soluzioni, né spetta, come a volte qui in Italia facciamo fatica a ricordare, alla chiesa di dare delle soluzioni ma invece invitare a un dibattito onesto e franco e trasparente mettendo le competenze e le conoscenze sul tavolo è fondamentale. Pensate per tutte le questioni degli ogm cosa vuol dire mettere veramente sul tavolo una ricerca scientifica onesta e non determinata dagli interessi economici. Gli scienziati lì hanno una responsabilità: non si tratta di andare in chiesa o no, si tratta di fare onestamente il loro lavoro di scienziati con rettitudine nel modo di portare avanti le cose.

In questo senso la proposta del dialogo viene in questo capitolo sul modo di fare e qua anche possiamo ritrovare degli accenti del Concilio quando invitavano non soltanto ad ascoltare la propria coscienza, fondamentalissimo luogo dal punto di vista credente dove c’è questo dialogo interiore con Dio, ma di confrontarsi tra coscienze, credenti e non credenti, in vista di un bene comune. E spesso questo secondo passaggio lo cancelli: prima, devo agire in coscienza e allora, possiamo dire, per lo meno ho le mie convinzioni che devo portare avanti. Ma che queste convinzioni non possano non confrontarsi con altre convinzioni e che la strada non si ottiene se non attraverso un confronto tra persone in cui ciascuno mette sul tavolo quello che capisce profondamente, quello che crede profondamente, e allo stesso tempo sa bene che quello che mette sul tavolo non può che essere che una parte di un cammino per delineare dei cammini che veramente permettano di affrontare e di costruire la casa comune e di curare il pianeta. Quindi questo è veramente bello.

Ci sarebbero altre cose ma ora intanto finisco. L’ultimo capitolo sulla spiritualità ecologica e l’educazione e qua c’è un altro riscontro: insistendo sull’importanza della formazione in questa prospettiva, penso al ruolo dei politici, economisti e imprenditori della chiesa, eccetera, però sicuramente il cammino non è affrontabile se non si costruisce una cultura in grado di sopportare poi il politico, l’insegnante, l’imprenditore, la casalinga, l’impiegato comunale, eccetera. Questo è molto interessante anche per il collegamento che fa tra i piccoli gesti quotidiani e le prospettive macro generali. Questo è veramente fondamentalissimo, fa un elenco della spesa, sembra proprio incredibile, di cose praticissime tipo: spegnere le luci, ridurre il consumo dell’acqua, raccogliere la differenziata dei rifiuti, non fare troppo da mangiare; sembra di sentire le nonne e quello che ci dicevano, eccetera. Ma dice: “non pensiate che tutto questo non ha senso”. C’è chi dice: ma che lo faccio a fare, tanto poi i rifiuti li rimettono tutti insieme, la pulizia urbana tanto poi va beh, lascio la luce accesa a basso consumo, cosa vuoi che faccia una luce di più o una luce di meno. Dice: non pensate perché spegnere la luce, riciclare la spazzatura iscrive nella carne un’attenzione, una cultura che se non comincia dal frigorifero poi non sarà disponibile nel momento in cui uno deve firmare un trattato internazionale. Quindi, se queste cose non passano attraverso la nostra carne, le nostre abitudini è inutile poi fare dei discorsi e sperare che qualcosa cambi quando uno deve agire a un livello più ampio, per cui c’è questo collegamento, un irradiamento, questo tipo di attenzione che non si può limitare al singolo fatto e poi ne va anche in gioco la dignità di chi fa il gesto, quindi non è soltanto non costruire non spegnere la luce, ma come mi rapporto io alle cose, chi sono, come affronto questi elementi, va in gioco profondamente la mia dignità di essere umano, il mio modo di guardare agli altri e alle altre cose non come dei possibili scarti e senza farne un problema di scartare le cose, ma con un profondo sguardo di rispetto per ogni piccola cosa. Veramente, è in gioco il mio modo di essere, di vivere e il nostro modo anche come comunità e società di guardare le cose, la nostra dignità, il nostro modo allo scarto, il nostro rapporto allo scarto.

In questo senso, e con questo finisco, oltre al dialogo, l’altra strada che propone, laicamente anche, è quella della contemplazione, proprio questa capacità a vari livelli, di sapersi fermare rispetto al ritmo quotidiano, avere dei tempi in cui effettivamente questo rapporto a tutto, alle cose, agli altri possa tematizzarsi e porsi davanti ai nostri occhi sia come rendersi conto che abbiamo di fronte un mistero che non possiamo dominare; anche gli eventi di ieri notte, ho cominciato dicendo sarebbero più da ascoltare perché toccano profondamente questo mistero di quello che stiamo vivendo che si sia credente o non credente, veramente c’è una violenza, un male, una sofferenza che non può non toccare e allora se continuiamo a dire non lasciamo degli spazi per guardare questa realtà e lasciarcene interrogare e vedere la sua dimensione indominabile e non riducibile a prospettive.

E anche rispetto alla bellezza, questa possibilità di lasciarci toccare dalla bellezza di ogni creatura; in questo senso il modello della ecologia integrale è San Francesco, questo sguardo verso il mondo che chiedeva ai frati di lasciare nel suo orto anche un pezzettino con le ortiche perché chi passasse potesse apprezzare anche la bellezza di quelle ortiche tra le altre creature, proprio quello che non servirebbe a niente e che anzi da fastidio per lui era una creatura degna di essere vista con una sua bellezza che doveva essere colta. Quindi, questo sguardo e all’interno di questi spazi lasciare emergere domande, chiaramente ognuno per la sua responsabilità e per la sua posizione ,ma in modo da poter assumere la propria professionalità, il proprio impegno, le proprie prospettive in una maniera appunto non reduzionistica ma che respira e che veramente permette di interrogarsi in maniera più profonda.

E un altro e ultimo elemento è questa dimensione di gratuità, di introdurre qualcosa nella vita, nelle nostre vite, degli spazi, appunto, di questa libertà dalle cose di questa gratuità che permettono poi di avere un nuovo gusto, permettono, citando Francesco, “di sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, sentire che vale la pena di essere buoni e onesti”.

Allora, queste le prospettive che apre e penso che sia interessante, e lo sto vedendo in questi mesi, ci sono veramente tante persone che si sono lasciate interpellare, insieme a tante che continuano a resistere, quindi spero che anche voi cogliate l’occasione non soltanto di dire: studiamo il testo, vediamo anche quello, ma non occupare spazi ma di avviare dei processi per cui questo poliedro, questo mettere in gioco tutte le nostre competenze per costruire la casa comune, per curare la terra, possano veramente essere spese concretamente, non facendo vincere una ideologia, ma ascoltando la realtà.

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