REALITY POLITIK (o dei personaggi in cerca di posizione)

Si può dire, senza esagerare, che abbiamo atteso due mesi prima di scrivere questo editoriale: a partire dalla profonda analisi della situazione che ha portato all’esito elettorale del 4 marzo scorso, svolta sulle nostre pagine da Lorenzo Gaiani, è infatti iniziata una lunga attesa; che, dipanandosi lungo la strada seguita dal Presidente Mattarella (che in effetti ci pare la più corretta, sensata e trasparente possibile), e punteggiata da un diluvio di dichiarazioni rese ai microfoni e alle telecamere per spiegare il senso del proprio posizionamento, i nostri sei personaggi sono giunti a farsi consegnare, ieri 7 maggio, una sorta di ultimatum dal Capo dello Stato.
Il quale ha deciso di provare a forzare lui la situazione proponendo direttamente una alternativa tra: il sostegno ad un governo neutrale, con compiti ben precisi e non discutibili, e durata certa, continuando ad esperire con responsabilità e lontano dai tappeti rossi istituzionali la via del dialogo, per dare un governo politico, pienamente operativo, al Paese; e l’assunzione di un altro tipo di responsabilità, ossia di non far partire la legislatura ed andare a nuove elezioni in un tempo molto breve che presenta numerosi rischi e controindicazioni.

Non ci addentreremo, in questa sede, nei dettagli delle posizioni tenute fin qui dai nostri personaggi: a proposito dei quali, va detto, comprendiamo le posizioni di ciascuno pur non condividendone quasi nessuna.
Ci interessa, piuttosto, evidenziare quella che è a nostro avviso la vera natura di questa conflittualità politica, traducibile in un nome vagamente provocatorio ma piuttosto sensato:
si tratta, a nostro avviso, di una dinamica molto simile a quella di uno dei tanti reality show ad eliminazione: alcuni concorrenti cercano di raggiungere un premio finale, posto in una dimensione mista di visibilità, consenso del pubblico e vantaggi propri ed effettivi.

Ciascuno di questi personaggi è differentemente dotato: di punti di forza e punti deboli, connessi spesso alla consistenza del proprio gruppo parlamentare e a quello dei possibili alleati; e di caratteristiche peculiari più o meno corrispondenti alle diverse identità e sensibilità dei diversi pezzi della nostra società; ha, o cerca di assumere, una propria identità che lo renda riconoscibile al pubblico, gli permetta di ritagliarsi giorno per giorno una fetta più o meno ampia di consenso e di vincere la propria personale battaglia.
Per alcuni si è trattato di ottenere il massimo possibile, per qualcun altro il massimo auspicabile in base alla propria strategia di breve-medio periodo, per altri ancora il premio massimo.

Obiettivi, questi, apparentemente cangianti a seconda della fase: ossia a seconda di quanto, settimana dopo settimana, la paziente opera del Presidente della Repubblica ne abbia messo a nudo le incongruenze e le ambiguità.

L’ impressione che ne abbiamo ricavato, in questo lunghissimo periodo di consultazioni e trattative, è di essere davanti, più che ad un concreto tentativo di dare un governo al Paese, ad una enorme e continua operazione mista di posizionamento elettorale e lotta politica, condotta avvalendosi di una continua sovraesposizione mediatica a tutto campo, e alla luce della prospettiva, mai troppo taciuta, che questo particolare reality possa avere alla peggio, come premio finale, il miglior posizionamento nelle elezioni anticipate, spesso prospettate come un regolamento di conti finale, naturalmente sulle spalle e sulla pelle del Paese.

Crediamo, peraltro, che sia facilmente comprensibile quanto male faccia, un simile atteggiamento, alla credibilità delle istituzioni: spettacolarizzare il passaggio delle consultazioni, e macchiettizzare (seppur con benevolenza) la figura del Presidente, ormai diffusamente dipinto sui social come unico elemento responsabile al cospetto di una classe politica (pardon, di una batteria di concorrenti) ormai persino più irresponsabile e partigiana che litigiosa, comporta uno svilimento di quello che, di suo, è invece un momento di solenne prassi istituzionale condotto dalla personalità più importante e seria della Repubblica.

Una dinamica a cui il Capo dello Stato, al termine di una paziente ma necessaria opera di esperimento di tutte le ipotesi possibili, e di contestuale privazione di ogni possibilità di recriminazione per i tanti “vincitori” delle elezioni (da spendere elettoralmente lamentando lesioni alla democrazia e violazione della Costituzione), ha voluto porre fine con la decisione di ieri.

Tra gli effetti immediati, una benefica riduzione in chiave democratica e di servizio degli esecutivi proposti dal Presidente della Repubblica: ciò che va a disinnescare una sorta di “complesso di sudditanza” maturato ed in qualche caso urlato dai cittadini (complice la mancanza di criterio di talune forze politiche) negli scorsi anni.

Di straordinario rilievo costituzionale e giuridico è poi l’introduzione, per via di prassi, di una nuova formula di governo, abbinata ad un principio simile a quello della “sfiducia costruttiva”, con l’impegno informale, sancito col voto di fiducia, alle dimissioni: una sorta di formula prammatica che permette di tenere insieme, nell’alveo della Costituzione vigente, il rispetto del principio democratico e l’interesse legittimo dello Stato alla governabilità.

L’effetto immediato più concreto è che la contesa, allontanata per quanto possibile dalla ribalta mediatica connessa al rito delle consultazioni, passa direttamente alle parti politiche, messe di fronte alla necessità di operare “nella sede opportuna, cioè il Parlamento” una scelta fra quelle che il Presidente ha, nel pieno esercizio dei propri poteri e della propria funzione, ritenuto di dare:
il sostegno ad “un governo neutrale, di servizio” che salvaguardi innanzitutto il Paese e poi anche la possibilità del Parlamento di individuare un governo politico (visibile la preoccupazione di Mattarella di salvaguardare le scelte fatte dai cittadini -tutti- il 4 marzo);
in alternativa, le elezioni in un termine breve o brevissimo.

Grave è quindi la responsabilità che il Presidente si assume, nel tentativo di salvaguardare insieme il Paese e la piena dimensione democratica e Costituzionale, pure in una fase complicata come questa.

Ci auguriamo che chi tanto suole appellarsi alla democrazia, intesa come quell’ unico momento in 5 anni in cui i cittadini possono dire la propria, e alla Costituzione quando fa comodo, prenda quantomeno questo buon esempio di democrazia e costituzionalità vissute onorando a fondo la propria funzione, e si comporti di conseguenza.
O, anche lo spettacolo a cui ha partecipato finora, rischia di concludersi presto; con le conseguenze più pesanti proprio per chi ha ritenuto conveniente giocare più a lungo, ma soprattutto con grave danno per l’ Italia.

Luca Emilio Caputo

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