Forward

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Giovanni BianchiSe lo slogan di Barack Obama per la sua prima campagna presidenziale fu “Change”, quello per la seconda (e ultima) è stato “Forward”. Ambedue evidentemente azzeccati: il primo si riferiva in tutta evidenza alla necessità di un cambiamento radicale dopo le prevaricazioni, le ruberie e l’impoverimento che avevano segnato gli anni di George W. Bush, questo Cesare di cartapesta che aveva iniziato tre guerre senza vincerne in realtà nessuna, ma versando litri di sangue di soldati suoi ed altrui, e soprattutto quello di civili inermi ed incolpevoli.

Il secondo indicava la necessità di proseguire sulla strada di questo cambiamento, al di là delle incertezze e degli errori che hanno segnato la strada del Presidente, a partire da una certa attitudine alla ricerca del consenso bipartisan ad ogni costo anche quando era chiaro che esso sarebbe stato impossibile per l’assenza dell’interlocutore, un Partito Repubblicano diventato preda degli estremismi più insensati sotto il profilo politico,  economico e religioso.

A simboleggiare questa rincorsa estremistica suicida, assai più della vicenda di Mitt Romney, candidato incolore segnalatosi soprattutto per la tendenza al banderuolismo politico, è quella di Richard Lugar, senatore repubblicano dell’Indiana da oltre trent’anni , simbolo di un conservatorismo tradizionale e dialogante, che oltretutto aveva stabilito anche un buon rapporto personale con Obama . Troppo per i fanatici che dominano ormai la base del partito, generosamente finanziati da fondazioni e centri culturali che a loro volta vivono del fiume di denaro riversato da “benefattori” nemmeno troppo occulti che odiano tutto ciò che significa tasse per i ricchi, controlli dello Stato, presenza del sindacato nelle loro aziende… Così Lugar è stato letteralmente disfatto alle primarie del suo partito dal piccolo burocrate locale Richard Mourdock, il quale si era così caldamente convertito alle follie estremistiche del “Tea party” e dell’evangelismo politicante da giungere a dichiarare (e questa battuta avrebbe fatto il giro del mondo) che “anche un concepimento dopo uno stupro rientra nel piano divino” e quindi l’aborto sarebbe inammissibile anche in questo caso.

Ovviamente ai Democratici è bastato mettergli contro un candidato di normale moderazione, il deputato uscente Joe Donnelly, per vincere agevolmente strappando ai Repubblicani un seggio che detenevano dal 1977, oltretutto in uno Stato che alle presidenziali ha votato largamente per il ticket repubblicano.

Il fatto in sé forse non significa nulla ma è incoraggiante pensare che forse la marea reazionaria e clericale degli ultimi dieci anni stia in qualche modo arretrando, e che non sia più così facile vincere un’elezione con il fanatismo, gli insulti ed il razzismo strisciante (alla fine, il sottinteso di tutte le accuse repubblicane contro Obama “nato all’estero” e “cripto-islamico” nascondono malamente l’autentico sottodiscorso, quello per cui un uomo di colore dovrebbe entrare alla Casa Bianca solo come cameriere o facchino) . Ancora quattro anni fa, alla vigilia della prima elezione di Obama, Susan George pubblicava un libro che nell’edizione italiana sarebbe uscita con l’icastico titolo “L’America in pugno”. Ciò che la nota economista voleva sottolineare era come la strategia informativa e di lobbying dell’estrema destra, sostenuta da Istituti e Fondazioni di studio riccamente dotate da parte di alcuni dei principali contribuenti USA contro tutto ciò che sapesse solo lontanamente di Stato sociale, equità fiscale, sindacato e tutela dell’ambiente. Tali organizzazioni potevano (e tuttora possono) permettersi di pagare consistenti stipendi a economisti, giuristi, sociologi, persino teologi, i quali producono opinioni, articoli per giornali, papers per commissioni parlamentari e schemi di progetti di legge che vanno in direzione univoca a favore degli interessi del big business che si ammantano della retorica di quelle che Paul Krugman ha definito “ armi di distrazione di massa”: la difesa dell’Occidente, le radici cristiane, la supremazia dell’uomo bianco…

Si tratta evidentemente di uno schermo sovrastrutturale, ma è utilissimo perché da un lato serve a mobilitare la parte meno colta dell’elettorato potenziale intorno alla difesa di valori che stanno particolarmente a cuore – e magari fa appello a radicati pregiudizi- e d’altro canto distoglie l’attenzione dal dato di fatto reale, che cioè da trent’ anni a questa parte, dall’era Reagan, la società statunitense è segnata da una divisione di classe che non ha precedenti da prima del New Deal rooseveltiano. Come ha ricordato recentemente lo storico Massimo Faggioli, che insegna presso la Saint Thomas University di Saint Paul, nel Minnesota, poche società come quella statunitense vivono oggi un gap sociale tanto profondo, al punto tale che interi settori sociali vivono in quella che si può definire la miseria più nera. In questo senso, le iniziative sociali di Obama, a partire dalla riforma sanitaria (che agli occhi di un europeo appare ben poca cosa) , sono un tentativo per avviare un minimo di percorso redistributivo rispetto ad un accumulo della ricchezza che pare unilateralmente in mano ad un ceto sociale che non ha alcun problema a condurre una politica brutalmente classista.

In questo senso appare viepiù sorprendente l’atteggiamento della Gerarchia ecclesiastica statunitense, la quale fin dall’inizio ha fatto di Obama un bersaglio polemico in nome di un’interpretazione riduttiva e fin ossessiva dei cosiddetti “principi non negoziabili” che prescinde spesso dall’analisi del contesto sociale, al punto tale che, mentre  si sono trovati il tempo e le risorse per una grottesca campagna in difesa di una libertà religiosa che nessuno si sogna di mettere in discussione, non c’è stata invece la capacità di scrivere una sola riga sulla terrificante crisi economica e sociale che da cinque anni travaglia il Paese. Forse ha pesato il timore di mettere in discussione il comportamento di certi ricchi finanziatori ed interessati fiancheggiatori della Gerarchia? O più in generale ha pesato il fatto che anche all’interno della stessa Gerarchia permane il “muro invisibile” della razza, che fa sì che i posti di comando siano riservati a uomini bianchi di origine irlandese, italiana, tedesca o dell’ Europa orientale e praticamente nessun nero o ispanico ( e una delle poche eccezioni, l’Arcivescovo di Los Angeles Josè Horacio Gomez, deve presumibilmente la propria carica non all’origine messicana ma all’affiliazione all’Opus Dei)?

In ogni caso si tratta di una posizione rischiosa, dati alla mano: infatti, fin dal 2002 i sociologi Ruy Texeira e John Judis hanno pubblicato un libro intitolato  “The emerging Democratic majority”, in cui dimostravano come la crescita dell’immigrazione, soprattutto di quella ispanica, mettesse in dubbio il prevalere del tradizionale ambito di riferimento del voto conservatore all’interno del ceto medio e della classe lavoratrice. A dieci anni di distanza questo trend viene confermato, insieme alla tendenza ad un approccio più secolare ai problemi politici, che si è tradotto per la seconda volta consecutiva in un appoggio maggioritario anche se non plebiscitario  dei cattolici al candidato democratico, nonostante la massiccia pressione in senso contrario della Gerarchia (ma forse non del basso clero).

Varrebbe la pena di fare una riflessione su questo argomento, anche da questo lato dell’Atlantico.

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