Oltre il collo di bottiglia

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Giovanni BianchiIl clamoroso diverbio fra Berlusconi e Fini che ha segnato la drammatica seduta del 22 aprile di un organismo altrimenti innocuo e soporifero come la Direzione nazionale del Popolo della Libertà ha rappresentato plasticamente alcune intuizioni che erano già abbastanza evidenti ad ogni onesto osservatore ma che il contrasto fra i due principali “cofondatori” di quel partito ha messo sotto gli occhi di tutto.

Il primo punto è il più evidente: il principale partito politico italiano non è un partito democratico. In nessun partito democratico, infatti, l’annuncio della nascita di una corrente di minoranza avrebbe prodotto reazioni isteriche come quelle che si sono riversate in testa al Presidente della Camera ed ai suoi seguaci, con tanto di accuse di tradimento e di inviti perentori (e costituzionalmente infondati) ad abbandonare lo scranno più alto di Montecitorio.

La demonizzazione del dissenso, cioè del fatto stesso di avere un’opinione difforme rispetto a quella del Leader- padrone del partito, era considerata fin qui un retaggio dei partiti totalitari di matrice fascista o comunista: il vederlo praticato nel contesto del partito che si presente come l’erede delle tradizioni della liberaldemocrazia e del cattolicesimo liberale suona abbastanza grottesco – ovvero serve a dimostrare che questo partito di natura padronale e patrimoniale non ha nulla a che fare con quelle tradizioni.

In questo senso, la deliberazione adottata dalla Direzione di vietare la costituzione di correnti all’interno del partito è un atto che non ha precedenti, se non forse nell’analoga deliberazione imposta da Lenin al II Congresso dell’Internazionale comunista nel 1921 che proibiva il “frazionismo” all’interno dei partiti comunisti, e che venne a lungo considerata come una prova dell’intrinseca non democraticità di quei partiti: come a dire che aveva ragione Marx quando diceva che la storia , quando si ripete, da tragedia diventa farsa….

Ma il dato di fatto più importante è che non una delle ragioni addotte da Fini per motivare il suo dissenso appare controvertibile: il fatto che il PDL come soggetto organizzato non sia nato mai (come hanno dimostrato le tragicomiche vicende delle liste lombarde e laziali), il fatto che al Nord il partito sia quasi del tutto colonizzato dalla Lega che detta l’agenda alla coalizione, che le elezioni regionali al Nord le abbia vinte la Lega mentre il PDL dal 2008 non fa che perdere milioni di voti, l’assenza di una vera dialettica democratica interna, la rinuncia alla costruzione di un partito nazionale e di una vera politica moderata da destra europea per inseguire il fanatismo xenofobo ed il clericalismo opportunista…

Ovviamente Berlusconi può rilanciare dicendo che Fini ed i suoi hanno sempre appoggiato i provvedimenti di legge in questione, ma il problema non sta qui, quanto nel fatto che il dire certe cose, ed il sostenerle con buone ragioni viene concepito come un oltraggio assoluto nei confronti di un leader che, non avendo una vera cultura politica, non può concepire che vi sia gente che la pensa diversamente da lui, e ritiene il dissenso espressione di malvagità intrinseca o di squilibrio mentale.

Resta da capire dove conduce la strada di Fini: la scelta di dar vita ad un proprio gruppo organizzato in un partito che, in una votazione nemmeno plebiscitaria ( è vero che i componenti della Direzione nazionale sono 172 e la mozione letta da Maurizio Lupi ha avuto solo 11 voti contrari, ma i partecipanti erano assai meno del plenum, e non è detto che tutti gli assenti stessero con Berlusconi), ha deciso di considerare le correnti come un’aberrazione , appare oggettivamente impervia, ma forse è l’unica possibile a meno di non formalizzare una rottura e la nascita di un nuovo soggetto politico, che a Berlusconi dispiacerebbe di meno della presenza di un nucleo dissenziente in un partito che egli considera “suo” non nel senso dell’appartenenza politica quanto in quello della proprietà privata.

Basta questo a definire il senso della rottura intervenuta fra il Cavaliere e Fini, come pure prima di lui con Casini e, implicitamente, con Pisanu: si tratta infatti  di persone che, pur molto diverse fra di loro, sono cresciute all’interno di un preciso percorso di militanza politica, hanno attraversato la crisi dei loro partiti, sono arrivati ad importanti cariche politiche ed istituzionali ma hanno sempre avuto ben chiaro che  un partito non coincide con una persona, e che lo stesso a maggior ragione vale per le istituzioni.

Questa crisi potrebbe essere esiziale per un Berlusconi che appare sempre più indebolito dalle vicende giudiziarie e dall’incipiente avanzare dell’età , costretto sempre più ad appoggiarsi alla Lega come all’unico sostegno di un potere altrimenti vacillante: certo, oltre agli avversari interni ci vorrebbe un’opposizione.

Tuttavia questa opposizione, che pure i numeri nel Paese ce li ha (non solo quelli ufficialmente espressi al PD e alle altre forze politiche estranee all’attuale maggioranza, ma anche e soprattutto quelli che si erano rifugiati nell’astensione) tarda ad assumere consistenza politica, e se parole d’ordine come quella lanciata da Bersani, “lavoro e costituzione”, sono indubbiamente efficaci per una battaglia di contenimento e rimandano a sacrosanti capisaldi politici, ma è difficile che possano essere utilizzati per la battaglia di movimento che ora si richiede. Nello stesso tempo, il maldestro tentativo di coinvolgimento di Fini nel cosiddetto “patto repubblicano” proposto dal Segretario democratico ha come unico risultato quello di delegittimare il Presidente della Camera, sottoposto ad una furiosa campagna di denigrazione da parte dei giornali della galassia berlusconiana, agli occhi di quella pubblica opinione di destra cui egli in realtà si rivolge per assumerne la leadership.

Ci vorrà tempo e pazienza per veder nascere un’alternativa di governo reale.

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