La virtuosa resilienza: cooperare in tempo di crisi.
LEONARDO BECCHETTI: economia civile e sviluppo sostenibile.

Sabato 6 marzo 2021, lezione on-line.

“Economia civile”: una parola nuova e antica al tempo stesso. “Antica” perché nasce nel Settecento italiano su antecedenti del pensiero francescano e dell’Umanesimo civile. “Nuova” – anzi nuovissima – perché, già applicata da figure prestigiose, è riproposta e attualizzata oggi con piena convinzione da chi – come Leonardo Becchetti, Luigino Bruni e Stefano Zamagni (co-autori del volume Economia Civile e sviluppo sostenibile. Progettare e misurare un nuovo modello di benessere, Ecra, Roma 2019) – ne fa un modello di Economia profetico per l’oggi: economia di mercato, con la costante attenzione però alla persona umana quale persona in relazione. Il 6 marzo 2021 Leonardo Becchetti ha portato la sua esperienza e discusso di Lavoro, Ambiente e Bioeconomia, con uno sguardo allo scenario della Pandemia da Sars-Covid-19.

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Luca Caputo presenta la lezione – 9:49
Lodovica Maria Zanet introduce Leonardo Becchetti – 18:49
Relazione di Leonardo Becchetti, prima parte – 36:26
Relazione di Leonardo Becchetti, seconda parte (introdotta da Lodovica Maria Zanet) – 9:07
Relazione di Leonardo Becchetti, terza parte (introdotta da Lodovica Maria Zanet) – 7:51
Prima serie di domande, precedute da un breve intervento di Luca Caputo – 11:32
Risposte di Leonardo Becchetti – 8:55
Seconda serie di domande – 11:32
Risposte di Leonardo Becchetti – 9:48
Terza serie di domande – 11:15
Risposte di Leonardo Becchetti e chiusura della lezione – 9:42

Introduzione di Lodovica Maria Zanet a Leonardo Becchetti

Testo di riferimento: L. Becchetti, L. Bruni, S. Zamagni, Economia civile e sviluppo sostenibile. Progettare e misurare un nuovo modello di benessere, Ecra, Roma 2019.

L’impatto antropico e le sue conseguenze

«Il cambiamento climatico e le diseguaglianze sociali hanno la medesima natura? Sì. Sono inevitabili? No. Automazione e digitalizzazione accelerano la trasformazione del lavoro, dei suoi contenuti e del suo significato: sono fenomeni governabili? Sì»[1]. Tra il 2016 e il 2018 si è pressoché dimezzato il numero di individui che «possedevano una ricchezza pari a quella detenuta» dalla «metà più povera della popolazione mondiale» (da 61 a 26): «C’entra l’uomo? Sì»[2].

Nel 2019, Sergio Gatti decideva di introdurre con questi interrogativi il testo a firma di Leonardo Becchetti, Luigino Bruni e Stefano Zamagni: Economia civile e sviluppo sostenibile. Progettare e misurare un nuovo modello di benessere (Ed. Ecra).

In quel ripetuto interrogarsi sul ruolo dell’uomo in ciò che riguarda l’uomo stesso – condizioni ambientali, giustezza nei rapporti, risorse necessarie – risuona, sin dalle prime righe, lo specifico dell’Economia civile: volontà di dar nome a ciò che contraddistingue l’umano, affinché esso possa realizzarsi in pienezza.

Che cambiamenti climatici (oggi si parlerà di Bioeconomia), distribuzione della ricchezza e «digitalizzazione e automazione» (oggi si parlerà di lavoro) dipendano dall’uomo e riplasmino il suo contesto di vita e la forma delle sue relazioni, rinvia dunque alla responsabilità: essenziale dovere a rispondere – anche nel tempo, anche a coloro il cui futuro stiamo preparando noi oggi – con scelte di merito, di valore.

La sfida dell’Economia civile

Nell’ultimo anno, le domande che inauguravano il libro non hanno perso la propria rilevanza: rilevanza che semmai si è amplificata nell’incombere della pandemia da Sars-Covid-19. La pandemia stessa obbliga d’altra parte a porsi domande nuove.

Avere oggi ospite del Circolo il Professor Leonardo Becchetti – Ordinario di Economia Politica a Roma Tor Vergata, docente di Microeconomia, una molteplicità di iniziative coordinate e di progetti seguiti, da Banca Etica alla SEC[3] per limitarsi a due esempi – significa poter approfondire con lui questo domandare: un domandare che nei termini di Robert Musil è forse apertura ai «possibili» / “compossibili”, capacità anzitutto di pensare in modo diverso, di rifuggire dallo schiacciamento prospettico del pensiero unico, dall’appiattimento sul «mainstream»[4].

Al tempo stesso significa trovare risposte che non si limitino a produrre risultati nel breve periodo, ma che coinvolgano la persona umana quale persona-in-relazione, secondo le sue intrinseche esigenze e le sue più vere aspirazioni. «No other human beings, no party», chiosa sintetico il Professor Becchetti[5].

È la sfida dell’“Economia civile”, nata nella Napoli settecentesca in cui Antonio Genovesi (sacerdote, 1713-1769) sceglie questa espressione per le sue Lezioni di Commercio o sia d’Economia Civile e quella cattedra universitaria (cattedra di “Commercio e meccanica”) da lui appunto ribattezzata: “Economia civile”.

Antonio Genovesi e la lezione dei classici

Non nasce economista, Antonio Genovesi: ha formazione teologica e filosofica. Conosce i classici greci e latini, studia retorica. Approfondisce Aristotele e Tommaso. Educato per un periodo dagli Agostiniani, vi incontra certo la sapienza di Agostino stesso. E dei tre – Aristotele, Agostino, Tommaso – si direbbe faccia propria anzitutto l’accentuazione del costitutivo essere-in-relazione dell’uomo, quella sua definizione come “animale razionale di natura sociale” che – se in Boezio integra le celebri parole: “per grazia consorte della natura divina” – già nell’Ipponate leggeva l’intreccio delle facoltà e i legami di socialità sul modello trinitario, e nell’Aquinate si strutturava guardando al vivere civile e alle leggi che ne regolano l’assetto.

In questa formazione del Genovesi affondava le proprie radici una disciplina – l’Economia civile appunto – che egli saprà ricollegare a una tradizione più ampia: a quel suo ideale precursore che è il pensiero francescano (non a caso innervato, nel Medioevo, di agostinismo); all’«Umanesimo civile»; alla convergenza-divergente con la Political Economy dei contemporanei David Hume e Adam Smith – mentre altri, in Italia, come i giuristi Filangieri e Dragonetti, poi Verri, Beccaria, Romagnosi e altri  ancora (si citano Luigi Sturzo e Luigi Einaudi, nonché il fondatore dell’Economia aziendale Gino Zappa) espliciteranno una sensibilità analoga –.

Se Adam Smith certo ammette le dinamiche per così dire ad “alto tasso di intersoggettività” del mercato, ma ritiene che «sentimenti e comportamenti di benevolenza complichino il meccanismo di funzionamento del mercato»[6], il quale «funzionerebbe tanto meglio quanto più strumentali fossero i rapporti personali al suo interno»[7], l’Economia civile nel mercato vede invece il luogo per eccellenza della «vita in comune»[8]; luogo di «amicizia, reciprocità, gratuità»[9]. Luogo dove, in qualche modo, si antepongono le cose comuni alle proprie e non le proprie alle comuni[10].

In altri termini: «La mutua assistenza di Genovesi non è solo il mutuo vantaggio di Smith: per il mutuo vantaggio basta il contratto, per la mutua assistenza occorre la philia, e forse l’agape»[11]. Il contratto inoltre resterebbe strutturato su residuali asimmetrie informative[12]; la mutua assistenza si orienta maggiormente in direzione di una riuscita reciprocità delle parti.

Entro la suddivisione storica delle teorie economiche «in due grandi famiglie[:] quelle che partono dall’ipotesi che l’essere umano non è naturalmente capace di cooperare e quelle che, invece, rivendicano la natura cooperativa della persona»[13], l’Economia civile si schiera convintamente tra queste ultime: qui dove l’avversario non è tanto Smith o Hume, quando per così dire Hobbes, e si impone allora la stridente inconciliabilità tra l’«homo homini lupus» di Hobbes e l’«homo homini natura amicus» del Genovesi stesso[14].

La persona umana come persona-in-relazione

È un’opzione, quest’ultima, che se parrebbe muoversi sul fronte di una certa benevolenza programmatica, di un bell’auspicio etico, ha forse natura diversa.

A ripercorrere ‘al contrario’ le cattedre universitarie ricoperte da Antonio Genovesi – dall’economia all’etica, risalendo dall’etica alla metafisica –, si vedrebbe infatti come tutto ciò che è in lui discorso dapprima etico e poi economico affondi le radici in quel “metafisico” che ha l’ambizione di segnalare gli “invarianti strutturali” del reale e dunque dell’uomo stesso: la sua intrinseca socialità; il suo costitutivo essere-in-relazione; il suo bisogno di cooperazione; la sua philía/reciprocità e agape/oblatività. Caratteristiche, tutte, che riguardano ciò che l’uomo è: la sua vocazione originaria – pur se talvolta ferita o smarrita, rinnegata e deturpata – più che un mero impegno alla “cura dell’altro”.

Fraternità, amicizia e reciprocità sono, in Economia civile, parole “ontologiche” prima che “etiche”: dicono qualcosa che si “è” e si è chiamati da essere, prima che qualcosa che si “fa” e si è chiamati a fare. Dunque, chi lo riconosce e agisce di conseguenza è felice; è generativo. Chi lo misconosce può risultare in apparenza produttivo, eppure si condanna a una qualche forma di sterilità e – senz’altro – di insoddisfazione.

I beni relazionali e le nuove domande con il Covid-19

Tutto questo ha un impatto di portata immensa oggi quando il Covid-19 – se da una parte ha obbligato ad affrontare problemi nuovi e sfide inedite – ha dall’altro rivelato e accentuato dinamiche già in atto:

La pandemia è stata un terremoto che ci ha portato su sentieri nuovi favorendo un ripensamento del nostro vivere su diverse dimensioni. Uno shock che ha trasformato le nostre vite (almeno temporaneamente) e ci ha costretto a guardare le cose da un altro punto di osservazione, aiutandoci a sviluppare considerazioni che possono modificare il nostro modo di vivere e la nostra scala di priorità[15].

Di che natura è la cooperazione oggi richiesta per attuare questo passaggio, e quali i risultati che si possono e devono conseguire insieme?

Il Professor Becchetti insiste sui beni né privati[16] (rivali ed escludibili) né pubblici[17] (non rivali e non escludibili), né – ancora – “comuni”[18] (rivali, ma non escludibili): bensì relazionali.

«Per beni relazionali» – egli scrive –

intendiamo ciò di cui fruiamo (e che aumenta la nostra soddisfazione e felicità) in un’interazione con altri esseri umani […]. Più in generale [i beni relazionali] si producono in attività collettive dove l’interazione con gli altri soggetti genera una soddisfazione. L’incontro è dunque il momento in cui il bene relazionale si produce, una sorta di mezzo di produzione del bene relazionale stesso. Nel bene relazionale consumo, produzione e investimento coincidono»[19]:

sono beni-insieme che non nascono da un indistinto collettivo, che non posso produrre da solo, che esigono un accordo tra volontà[20]. Beni fragili e affascinanti al tempo stesso[21], ardui eppure necessari: «Le relazioni di qualità richiedono investimento in tempo e cura faccia a faccia»[22].

Questi mesi ci stanno insegnando per definizione che se l’altro non è al sicuro non lo sono nemmeno io; e che persino una (fortunata!) eventuale condizione di perdurante benessere economico può significare poco o niente, in assenza di scambi relazionali di alta qualità; di vera cooperazione; di incontro non solo strumentale. I veri «antivirali»[23], scriveva prima della pandemia Leonardo Becchetti avvalendosi d’una parola che oggi ha acquisito una portata completamente diversa, sono i «beni relazionali»[24]:

In realtà i beni relazionali sono qualcosa in più di non rivali, sono addirittura “antivirali”. Ovvero non solo la mia fruizione del bene relazionale non pregiudica la fruizione da parte del partner dello stesso bene relazionale ma, molto di più, senza l’altro non c’è e non si può produrre il bene relazionale. […] Nell’orizzonte dei beni privati l’altro è il mio rivale che mi contende l’utilizzo di beni scarsi […]. Nell’orizzonte della competizione di status […] l’altro è colui con cui competo e con il quale mi confronto […]. Nell’orizzonte dei beni relazionali cambia invece tutto perché l’altro è colui senza il quale non posso essere felice, perché è impossibile consumare beni relazionali da soli[25].

Di shock da perdita di beni relazionali […] si può anche morire[26].

Ci sono poi – nel testo se ne parla in relazione all’economista Tibor Scitovsky – i «beni di stimolo»[27] e non solo «di comfort»[28]: beni che esigono un investimento previo di tempo, energie, competenze per poter essere acquisiti, e non si possono acquistare con il solo denaro. Sono beni come la cultura e «tutte le abilità che si acquisiscono con fatica»[29]; ciò che in fondo «caratterizza più profondamente l’umano»[30] e presuppone la «capacità di differimento del piacere immediato»[31].

È questa la buona notizia per l’oggi? Ha senso, parlare di beni di stimolo e di beni relazionali, di felicità quale dinamica intrinsecamente multidimensionale che richiede tempo e pazienza, la capacità di andare al di là della gratifica immediata, la saggezza di farsi guidare da alcuni maestri?

Sa una “società liquida” e debole investire sui beni relazionali, dispone essa della sufficiente maturità per volerli e conseguirli, per fare degli altri non i propri avversari e il proprio “inferno” – secondo la celebre espressione sartriana richiamata nel volume –, ma qualcosa di bello, una “casa comune”?

Ambiti applicativi: ambiente/salute e lavoro

Nella Carta di Firenze (La carta di Firenze per l’Economia civile. Il futuro dopo il Coronavirus)[32], i punti di ricerca e di impegno sono: (1) Sostenere il valore del lavoro e delle persone, (2) Credere nella biodiversità delle forme di impresa, (3) Promuovere diversità e inclusione sociale, (4) Valorizzare l’impresa come luogo di creatività e benessere, (5) Investire in educazione e promozione umana, (6) Proporre una nuova idea di salute e benessere, (7) Coltivare il rispetto e la cultura dell’ambiente. Dunque centralità della persona; ruolo strategico dei beni relazionali la cui domanda si incrementa se un’economia è avanzata. E attenzione all’ambiente e alla salute: beni che rendono possibili anche gli altri beni. È un «cantiere ancora in costruzione, una storia ancora tutta da scrivere»[33].

In particolare, il Professor Becchetti ha lavorato sui temi dell’ambiente e della Bioeconomia, e si è pronunciato più volte sul lavoro[34], sul lavoro da remoto e soprattutto su un vero “smart work”, portando anche la propria personale testimonianza e sottolineando come dinamiche intelligenti di lavoro flessibile liberino tempo e risorse da reinvestire: dinamiche dunque molto concrete, che attualizzano nell’oggi la proposta “storica” dell’Economia civile e meritano di essere discusse.

L’Economia civile e gli altri saperi economici

Un ultimo interrogativo però si pone. Ed è come l’Economia civile si situi nell’attuale contesto, anche e soprattutto rispetto a paradigmi epistemologico-economici differenti, se non concorrenziali.

Se essa ben si muove nello spirito dell’ultima Lettera enciclica di Papa Francesco – la «Fratelli tutti» – (spirito che precisa per esempio come «ci siano regole economiche che sono risultate efficaci per la crescita, ma non altrettanto per lo sviluppo umano integrale»[35], e invoca quindi più equi strumenti), non mi pare possa venir tralasciato uno spunto dell’Esortazione apostolica «Gaudete et exsultate».

Qui lo stesso Pontefice stigmatizza alla radice le proposte dello gnosticismo e del pelagianesimo[36]: lo gnosticismo di quando si ritenga che il solo sapere-di-più autorizzi ad agire al meglio; il pelagianesimo di quando si scommetta su una volontà forte, su una volontà che riesca – per così dire – a salvarsi da sola in virtù delle proprie buone intenzioni.

Se certo l’Economia civile è estranea a queste tentazioni per la genesi che le è propria (schierandosi essa piuttosto a favore di un ragionevole volontarismo, caro alla tradizione francescana e incentrato sull’oggetto proprio della volontà che è il bene)[37], non rischia tuttavia di incorrervi negli effetti? Praticata da persone che, oggi come allora, dispongono di una vasta cultura e di una fondata capacità a riconoscere il bene e conseguirlo, come può però convincere interlocutori “altri”, eventualmente appagati dalla mera ricerca del profitto, sordi a istanze veritative e quindi di fatto disinteressati a ciò di cui l’Economia civile si fa al tempo stesso portavoce e portatrice? “Potere” non equivale né a “volere” né a “dovere”.

Stefano Zamagni suggerisce – nella terza parte del volume – come storicamente l’Economia civile si sia fatta strada attraverso buone prassi, in ambiti magari piccoli o medio-piccoli dove tuttavia ha attivato dinamiche virtuose poi applicabili a più ampi contesti[38].

È ancora così, o i recenti avvenimenti disegnano uno scenario diverso? E l’Economia civile resta l’unica arma contro i riduzionismi[39], o auspica di poter dialogare con proposte concorrenziali, in uno scambio al tempo stesso accesamente dialettico e inverante?

Se il mondo di oggi parla molto di “valori” – dalla presunta “crisi dei valori” al confliggere tra sistemi valoriali diversi – la risposta si trova forse non nei valori, ma nelle virtù, già care all’“Umanesimo civile”: nelle virtù, o meglio in persone di valore che incarnino questi valori in altrettante virtù, rendendoli tangibili.

La giustizia, tangibile in un’equità agita anche per i più deboli. La fraternità, tangibile in vere relazioni solidali e “reciproche”. La socialità, tangibile in buone prassi di «mutua assistenza» e non solo di «mutuo scambio».

Allora si ritorna al significato più autentico sia dell’aggettivo “civile”, sia di “Economia” che ha a che fare con oikía: casa. Allora si ritorna a casa, si è di nuovo a casa. Una «casa comune».

Lodovica Maria Zanet


[1] Sergio Gatti, Prefazione, in Leonardo Becchetti, Luigino Bruni, Stefano Zamagni, Economia Civile e sviluppo sostenibile. Progettare e misurare un nuovo modello di benessere, Ecra, Roma 2019, 7.
[2] Ivi.
[3] https://www.scuoladieconomiacivile.it/.
[4] Cf. ivi, 75 [S. Zamagni]: «Non è infatti concepibile che in società che si dicono aperte, nel senso di Karl Popper, una sola impostazione teorica – quella del mainstream – debba ricevere la quasi totalità degli spazi di ricerca e delle attenzioni culturali. E ciò pur di fronte al generale riconoscimento che l’applicazione della logica dell’homo oeconomicus al comportamento umano tende a suscitare una profonda sensazione di incongruità».
[5] Ivi, 25 [L. Becchetti].
[6] Cf. ivi, 72 [S. Zamagni].
[7] Ivi.
[8] Cf. ivi, 73.
[9] Ivi.
[10] «Allo stesso modo nessuno mai lavori per se stesso ma tutti i vostri lavori tendano al bene comune e con maggior impegno e più fervida alacrità che se ciascuno li facesse per sé. Infatti, la carità di cui è scritto che non cerca il proprio tornaconto, va intesa nel senso che antepone le cose comuni alle proprie, non le proprie alle comuni. Per cui vi accorgerete di aver tanto più progredito nella perfezione quanto più avrete curato il bene comune anteponendolo al vostro. E così su tutte le cose di cui si serve la passeggera necessità, si eleverà l’unica che permane: la carità». Cf. Regola agostiniana.
[11] L. Becchetti, L. Bruni, S. Zamagni, Economia civile…, cit., 73 con rinvio alla nota 36.
[12] «A prescindere dal fatto che i contratti sono spesso incompleti (per via dell’informazione imperfetta e delle asimmetrie informative), il paradigma dell’homo oeconomicus si limita a prendere in considerazione solamente ciò che è osservabile. Con il che le emozioni, le credenze, i valori, le rappresentazioni simboliche – hanno rilevanza solamente indiretta, per la parte che incide sui comportamenti» (ivi, 75).
[13] Ivi, 79.
[14] Ivi.
[15] Cf. Leonardo Becchetti, Nuovo coronavirus: una rivoluzione di punti di vista e priorità, in Consulta Scientifica del Cortile dei Gentili, Pandemia e resilienza. Persona, comunità e modelli di sviluppo dopo la Covid-19, Edizioni Consiglio Nazionale delle Ricerche, Roma 2020, 39.
[16] Ivi, 21 [L. Becchetti].
[17] Ivi.
[18] Ivi, 22.
[19] Ivi, 23. Corsivi nostri.
[20] «Se organizzo una festa e non viene nessuno, se organizzo una partita di calcetto e gli altri compagni di squadra non arrivano, se invito una persona ad un appuntamento e quella non si presenta, niente bene relazionale […]», ivi, 25.
[21] «La vita dei beni relazionali è estremamente affascinante ma anche molto fragile. Investire nei beni relazionali è rischioso e ci espone al fallimento. Per andare su dimensioni più alte chi genera la vita sa che generandola si espone al rischio del fallimento», ivi.
[22] Ivi, 26.
[23] Ivi, 24.
[24] Ivi.
[25] Ivi.
[26] Ivi, 23.
[27] Ivi, 27.
[28] Ivi.
[29] Ivi, 28.
[30] Ivi.
[31] Ivi.
[32] https://www.festivalnazionaleeconomiacivile.it/carta-di-firenze/. È il manifesto programmatico del Festival Nazionale dell’Economia civile, la cui sottoscrizione è ancora aperta.
[33] https://www.scuoladieconomiacivile.it/.
[34] Sul lavoro, si rinvia al contributo di Luigino Bruni: Il lavoro come amore. Per una rilettura antropologica del discorso economico, in Economia civile…, cit., 55 seg.
[35] Francesco, Lettera enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale «Fratelli tutti», n. 21.
[36] Cf. Francesco, Esortazione apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo «Gaudete et exsultate», n. 36 seg.
[37] Cf. ivi. 100 [S. Zamagni].
[38] Cf. la vicenda dei “Monti di Pietà”.
[39] «Ecco dunque ciò a cui mira, ultimamente, l’economia civile: contribuire a far sì che la scienza economica riesca a superare il forte “riduzionismo” di cui va soffrendo. Ciò che rappresenta sia il principale ostacolo all’ingresso di nuove idee nella disciplina, sia una forma pericolosa di protezionismo nei confronti non solo dalla critica che sale dai fatti, ma anche di tutto ciò che di innovativo proviene dalle altre scienze sociali». Cf. ivi, 75 [Stefano Zamagni].


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1 – Luca Caputo presenta la lezione – 9:49
2 – Lodovica Maria Zanet introduce Leonardo Becchetti – 18:49
3 – Relazione di Leonardo Becchetti, prima parte – 36:26
4 – Relazione di Leonardo Becchetti, seconda parte (introdotta da Lodovica Maria Zanet) – 9:07
5 – Relazione di Leonardo Becchetti, terza parte (introdotta da Lodovica Maria Zanet) – 7:51
6 – Prima serie di domande, precedute da un breve intervento di Luca Caputo – 11:32
7 – Risposte di Leonardo Becchetti – 8:55
8 – Seconda serie di domande – 11:32
9 – Risposte di Leonardo Becchetti – 9:48
10 – Terza serie di domande – 11:15
11 – Risposte di Leonardo Becchetti e chiusura della lezione – 9:42

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