Le incomprensioni di un’enciclica

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Giovanni Bianchi

Le reazioni all’ enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco sono state generalmente di due tipi: una serie di acclamazioni interessate da parte di gente che l’ha letta poco e male, e che ovviamente non ha la minima intenzione di lasciarsi provocare da nessuna delle affermazioni contenute in un testo che, come ha ben scritto Giorgio Bernardelli, non parla (solo) di ambiente ma (soprattutto) del potere politico e delle modalità del suo esercizio.

Il secondo tipo di reazioni è quello di coloro che magari l’ enciclica l’anno letta un po’ meglio, alcune cose le hanno capite e decisamente ne sono rimasti contrariati: penso ad esempio a certi ambienti statunitensi, anche cattolici, figli di una Gerarchia poco accorta e dogmatica che ha stipulato un patto di ferro con il Partito Repubblicano, ormai feudo delle lobby dei fabbricanti d’armi e dei petrolieri.

In Italia c’è qualche esponente di questa categoria, e se “il Giornale” ed il “Foglio” non contano granché vista la loro esposizione a destra, è significativo che vi siano esponenti della sinistra che attaccano il Papa imputandogli delle simpatie neo luddiste o comunque contrarie al progresso sociale e tecnologico.

Al contrario, chiunque legga attentamente l’enciclica si rende conto che uno dei fili rossi che l’attraversa è la costante preoccupazione affinché il progresso tecnologico venga messo a servizio di tutti, e vi sia altresì una profonda diffidenza verso la teoria di chi vorrebbe che il benessere “sgocciolasse” dai più ricchi ai più poveri senza porre in essere meccanismo redistributivi seri.

Se c’è un avversario che il Papa identifica non è infatti la tecnologia in se stessa ma il “paradigma tecnocratico”, che come tutti i paradigmi pretende di elevarsi ad unica chiave interpretativa dell’esistenza umana e di orientare la vita sociale e politica in base a criteri rigidamente predefiniti.

La “tecnocrazia” è uno di quegli organismi complessi come gli “apparati burocratici” dei partiti o degli Stati o come il “complesso militare-industriale” di cui si parla negli USA: tendenzialmente impersonali, anche se di fatto composti da persone, sono governati da interessi comuni e sono dotati di volontà propria in termini generalmente autoconservativi.

Ogni società avanzata ha bisogno di una tecnocrazia: anzi, in senso lato ogni comunità sociale ha avuto un suo apparato tecnocratico, anche gli antichi Egizi e l’Impero romano ne avevano uno, ed è necessario, vitalmente necessario per il buon funzionamento della società e dello Stato.

Ma in nessun modo il paradigma tecnocratico può assurgere a verità generale, poiché esso è sempre espressione di una visione parziale dell’economia della società e del mondo nel suo complesso.

Per questo – e il Papa sul punto è chiarissimo – occorre che la politica torni al posto di comando: ma chi vorrà recepire questo messaggio?

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2 commenti

  1. “…..SENZA PORRE IN ESSERE MECCANISMI REDISTRIBUTIVI SERI” . Caro Giovanni, è questo il problema dei tempi che stiamo vivendo, ma chi ci pone mano? Non i partiti, che non esistono più, non l’associazionismo, sparito dalla circolazione e non aiuta, certamente, l’indifferenza diffusa.Tanti CIRCOLI DOSSETTI sparsi nelle città e nei centri di tutte le regioni italiane potrebbero tenere viva la speranza, nell’attesa di un sommovimento anche violento che dovrà pur venire e al quale io, certamente, non riuscirò a partecipare. Ricordando i vecchi tempi, ti abbraccio forte

    • Danilo Malaguti il 6 Agosto 2015 alle 08:27

    Grazie Giovanni per le interessanti considerazioni, sulle quali concordo. Personalmente sono però più coinvolto nel primo tipo di reazioni, quello “superficiale”: se invece tante persone di buona volontà (che ci sono!) si facessero coinvolgere e si prendessero carico di questi problemi (una specie di “cittadinanza attiva”) penso che qualcosa di buono si otterrebbe, a dispetto delle resistenze del secondo tipo.
    Cordialmente, Danilo Malaguti

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