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L’Europa a più velocità. Di Marco Corno.

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editoriale

La BREXIT ha segnato ufficialmente l’inizio della decadenza ormai incontrovertibile dell’Unione Europea. La crisi economica, l’immigrazione fuori controllo e il terrorismo islamico hanno mostrato tutta la debolezza delle burocratiche istituzioni europee lontane dalla realtà e dalle difficoltà dei popoli europei. La mancanza di soluzioni rapide ed efficienti ai problemi presentatisi ha scatenato un’ondata di euroscetticismo all’interno della comunità europea alimentando il consenso politico dei partiti populisti che si pongono come un’alternativa al sistema europeo. L’ascesa del partito xenofobo polacco Diritto e Giustizia, guidato da Jarosław Kaczyński, è il segnale di un cambiamento politico importante dove per la prima volta si assiste ad un vero e proprio scontro politico diretto tra la Commissione Europea e un paese membro per la persistente violazione dei principi e dei trattati europei.

Con l’Ungheria lo scontro è concentrato principalmente sul rifiuto del presidente ungherese Viktor Orbàn di accogliere i profughi violando di fatto il delicato accordo di Schengen (stipulato sotto forma di accordo internazionale solo tra alcuni stati europei). Inoltre le dichiarazioni della Commissione Europea riguardo la volontà di imporre le sanzioni economiche all’Ungheria e alla Polonia potrebbero aumentare ancora di più il distacco tra UE e paesi dell’Est Europeo.

Ma i problemi dell’Unione Europea sono anche a “sud” dei propri confini.

I cosiddetti PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) sono i paesi che più di altri hanno risentito della recessione economica e fanno fatica a uscirne non solo per una classe politica clientelare ma anche a causa di un’Europa vista come la roccaforte dei paesi anglosassoni a cui importa poco delle sorti dei paesi latini massacrati dagli atti legislativi europei (a impronta tedesca) che impongono criteri e limiti insensibili alle diversità delle economie nazionali. Il risultato è l’ascesa di partiti anti-establishment come il Movimento Cinque Stelle, la Lega Nord in Italia, il partito Podemos in Spagna, il partito Juntos Podemos in Portogallo e il partito SYRIZA in Grecia.

Le elezioni europee di quest’anno sono state molto sintomatiche perché hanno mostrato all’opinione pubblica europea che esiste un ristretto gruppo di stati che invece sono riusciti ad avvantaggiarsi dall’Europa come l’Austria e i Paesi Bassi.

In Austria la vittoria dell’ecologista Van Der Bellen contro l’ultranazionalista Nobert Hofer è stata significativa in un clima di campagna elettorale dove l’argomento centrale è il fenomeno immigrazione. Questo evidenzia che il popolo austriaco è ancora benestante e che i voti andati all’opposizione sono stati un voto di “frontiera” e non di malessere.

In Olanda la situazione è simile. La vittoria del premier Mark Rutte (leader del partito liberal-democratico (VVD)) e il poco successo del partito per la libertà (PVV), guidato dal leader islamofobo Wilders, simboleggia una nazione molto coesa dove l’integrazione culturale è forte e il benessere economico altrettanto.

La Francia resta l’interrogativo maggiore perché, sebbene abbia vinto Macron, il rischio di un ulteriore frammentazione dell’Europa è molto alto. Macron, infatti, è favorevole ad una forte revisione dell’Europa che potrebbe portare la Francia in una posizione predominante generando un conflitto d’interesse con la Germania che aggraverebbe ancora di più la crisi politica attuale.

Più che un’Europa a due velocità si viene a delineare un’Europa a più velocità in una configurazione di pan regioni (blocchi):

Un blocco dei paesi dell’est formato da Polonia, Ungheria, Romania e Bulgaria che bramano di rimodellare l’Europa in base alla propria ideologia.

Un blocco dei paesi del mediterraneo (Italia, Grecia, Spagna e Portogallo) che impoveriti vedono come unica soluzione l’uscita dall’Unione Europea.

Un blocco dei paesi del Centro Europa composto da Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Repubblica Ceca, Lussemburgo e Austria che, sapendo utilizzare al meglio l’UE, hanno incrementato il proprio benessere.

In un contesto di così forte debolezza è chiaro che si assisterà ad un indebolimento sempre più veloce della comunità europea e al fallimento del sogno del Manifesto di Ventotene di creare una grande Europa federale.

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