In memoria di Luciano Gallino

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Giovanni Bianchi

Pensando a Luciano Gallino la prima parola che viene in mente è “autorevolezza”. Non quella che derivava dai titoli accademici dell’illustre sociologo del lavoro scomparso l’ 8 novembre, e nemmeno quella dei suoi numerosi e sempre documentatissimi libri, e neppure quella legata alla sua attività di collaboratore dei più prestigiosi giornali nazionali.

No, la sua autorevolezza nasceva dalla sua persona, dal tratto austero e riservato che non mascherava una cortesia non formale, dall’umiltà con cui, giunto ormai alle soglie dei novant’anni, accettava di svolgere conferenze in tutta Italia, come tante volte fece per i Circoli Dossetti, intento a presentare i libri che licenziava in media una volta all’anno che derivavano da una cultura sterminata, da una capacità di lavoro incredibile e soprattutto da una smisurata passione civile e politica che sembrava impossibile in un uomo all’apparenza tanto freddo.

Per certi versi Gallino sembrava l’ultimo epigono dell’intellettualità azionista torinese e della scuola olivettiana: di ambedue aveva ereditato la serietà intellettuale e l’interesse per le questioni sociali che andava affrontato con rigore e non per sentito dire, perché l’approssimazione e la ciarlataneria non portano da nessuna parte.

Il fatto è che negli ultimi vent’anni della sua esistenza Luciano Gallino si era dedicato con volontà indefessa a contrastare i luoghi comuni di carattere economico e politico sullo sviluppo della società, del lavoro e dell’economia, quasi sempre nel silenzio generale dei media e con il successo, più o meno, in termini di recepimento da parte dell’ establishment che ebbe Cassandra rispetto ai suoi concittadini troiani circa il triste destino finale della rocca di Ilio.

Non che i testi di Gallino fossero dei samizdat semiclandestini o che il loro autore fosse personalità marginale rispetto al mondo delle opinioni che contano: non si potrebbe dire così di un professore emerito dell’Università di Torino, di una delle figure più eminenti della sociologia italiana, in particolare della sociologia del lavoro, di uno degli ultimi superstiti della covata di Adriano Olivetti,   di un autore i cui libri sono regolarmente pubblicati da case editrici quali Laterza ed Einaudi, di un ex collaboratore della “Stampa” ed attuale editorialista di “Repubblica”. Eppure, intorno alla sua opera venne a crearsi una cortina di silenzio e di indifferenza che, se non corrisponde ad un ostracismo vero e proprio, è comunque la migliore controprova di quella censura più o meno “soft” che il sistema cosiddetto del “pensiero unico” è riuscito a creare intorno a coloro che esprimono opinioni sgradite, tanto più sgradite se non provengono da sindacalisti di base, teorici dell’antiglobalismo ed altre figure marginali per definizione, ma da un membro rispettato dell’accademia e del mondo scientifico di sterminata erudizione e sorprendente, ancora in età avanzata, capacità di lavoro.

Ma quali sono queste opinioni così ostiche alle delicate orecchie dell’establishment? Innanzitutto, ed è la più eversiva, che il lavoro non è una merce che si può gestire con indifferenza rispetto alla sorte delle persone che concretamente tale lavoro esercitano e che ne traggono sostentamento per la loro vita; che una crescita economica drogata dalla mancanza di vincoli e di controlli prepara un presente di corruzione e crescenti diseguaglianze ed un futuro di dissesto ed instabilità; che una società incapace di puntare sulla ricerca e sullo sviluppo e che si lascia costantemente alle spalle le eccellenze industriali di cui era capace fino a pochi decenni fa è condannata al declino; che la radice dell’insicurezza non sta in problemi di ordine pubblico ma è espressione del disordine costituito in termini economici, politici e sociali.

L’ultimo suo libro “Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nipoti” è uscito poche settimane fa per i tipi di Einaudi: sarebbe troppo facile ora parlarne come di un testamento spirituale sebbene nel corso dell’ultimo anno la salute del professore fosse effettivamente peggiorata. Credo però che lui vorrebbe essenzialmente che questo suo testo, come tutti quelli che ha scritto, venissero presi per quello che sono, materiali di lavoro messi a disposizione da uno studioso militante a chi, fra gli operatori sociali e politici, fosse disponibile a tradurli in progetti ed azioni concrete.

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1 commento

    • alberto dafarra il 3 Dicembre 2015 alle 10:34

    Sante condivisibili parole, per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo anche se non abbastanza . Credo sarebbe cosa utile per coloro che credono nel valore della democrazia applicata ,organizzare una serie di conferenze che ne approfondiscono il pensiero. Come non so , magari scegliendo tra le opere quelle più applicabili al caso pratico , in un Paese in cui il Potere , che perde tempo in inutili viaggi o davanti allo specchio per acconciarsi lunghi capelli grigi ,vorrebbe cancellare l’orario di lavoro !
    If there is a will , there is a way .

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