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La Chiesa in cammino

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Giovanni Bianchi

Esattamente quarant’anni fa, dal 30 ottobre al 4 novembre 1976, la Chiesa italiana tenne a Roma il suo primo Convegno nazionale intitolato “Evangelizzazione e promozione umana”. Si trattava di un’assoluta novità per il nostro Paese: se infatti era stata lunga la teoria delle Settimane sociali (interrottasi provvisoriamente nel 1969), si trattava pur sempre di incontri di carattere settoriale, mentre il convegno romano voleva costituire insieme un bilancio della recezione del Concilio ecumenico Vaticano II a dieci anni dalla sua conclusione e una valutazione sulla coscienza di sé che la comunità ecclesiale aveva maturato in quel periodo di grandi cambiamenti.

E’ significativo notare, come ha più volte rilevato padre Bartolomeo Sorge, che fu magna pars dell’organizzazione e gestione del Convegno e che è fra i pochissimi sopravvissuti fra i suoi promotori, che quella grande assise fu la prima – e allo stato l’unica- che vedesse coinvolti in prima fila i fedeli laici nella sua programmazione e gestione, e basta scorrere il volume degli Atti per rendersene conto, a partire dai tre che più direttamente furono coinvolti, cioè lo stesso p.Sorge, il prof. Giuseppe Lazzati all’epoca Rettore dell’Università Cattolica e mons. Enrico Bartoletti, Segretario generale della CEI e vero ideatore del Convegno. Tuttavia mons. Bartoletti non fece a tempo a vedere la celebrazione del Convegno perché un infarto lo fulminò nel marzo del 1976: il suo posto venne preso da mons. Luigi Maverna, il cui ruolo tuttavia fu assai più marginale.

Da notare che nel Comitato promotore e poi nel Comitato di presidenza del Convegno figuravano in maggioranza distinte figure laicali, da Maria Eletta Martini (vero “ambasciatore segreto” della DC in Vaticano) a Nicola Molè (che sarebbe stato poi fra i fondatori dei Cristiano sociali), da Adriano Bausola a Rosa Russo Jervolino non ancora parlamentare. Due nomi facevano particolare spicco: quello di Domenico Rosati, da qualche mese Presidente nazionale delle ACLI, le quali facevano così ritorno in maniera semiufficiale fra le associazioni riconosciute dalla Chiesa dopo i traumi del 1971, e Pietro Scoppola, il “cattolico a modo suo”, come lo avrebbe definito Paolo VI, già animatore dei “Cattolici per il no” al referendum sul divorzio e fondatore della Lega democratica.

Quel Convegno rimane nella storia perché per la prima e l’ultima volta, accanto a relazioni di altissimo livello come quelle di Giuseppe De Rita, di mons. Giovanni Nervo, di Achille Ardirò e di quella vera, rarissima perla dell’Episcopato italiano che fu mons. Filippo Franceschi, vi fue vera ed autentica libertà di parola che si trasfuse nei documenti finali, e gli atti vennero pubblicati senza censure di sorta. Fu così ad esempio anche per la comunicazione dello storico torinese Franco Bolgiani, che rivisitava in maniera spregiudicata, anche se non erronea, la vicenda postbellica del cattolicesimo italiano, che effettivamente suscitò molte contrarietà ma rimase ugualmente intatta nei testi pubblicati.

Già il successivo Convegno, svoltosi a Loreto nel 1985, segnò un’involuzione di tendenza sia per la diminuita presenza dei laici negli organismi decisionali sia per il deciso intervento svolto da Giovanni Paolo II, che di fatto segnava una nuova stagione di protagonismo della Chiesa italiana sotto la guida del Papa e dell’Episcopato (ossia della CEI, ossia del suo Presidente, che dal 1991 sarebbe stato il card. Camillo Ruini), durante la quale, detto per inciso, alcuni settori ecclesiali ebbero licenza di aggredire ed infamare chi la pensava diversamente secondo uno schema che risaliva ai tempi della persecuzione antimodernista.

Il Convegno di Palermo nel 1995 fu importante perché segnò da un lato l’ormai definitiva acquisizione del principio del pluralismo politico dei credenti e dall’altro il varo del cosiddetto Progetto culturale della Chiesa italiana, gigantesca e dispendiosa macchina per tagliare il brodo i cui effetti benefici sono a tuttora pressoché impercettibili.

Il Convegno di Verona del 2006 non ebbe praticamente storia, mentre quello di Firenze del 2015 ha segnato forse una svolta, una volta di più per iniziativa del Pontefice. Infatti, nel suo intervento Papa Francesco ha denunciato la tentazione pelagiana che “spinge la Chiesa a non essere umile, disinteressata e beata. E lo fa con l’apparenza di un bene. Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza, di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.” Nello stesso tempo è da evitare la tentazione gnostica che “porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello.”

Il Papa ha quindi chiesto alla Chiesa italiana di essere “inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura.”

A quarant’anni di distanza, forse, l’intuizione che fu alla base di quel primo Convegno ecclesiale, sia pure in forme diverse, torna in tutta la sua attualità.

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