Le radici economiche della disuguaglianza. Maurizio Franzini: disuguaglianze inaccettabili. L’immobilità economica in Italia.

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Corso di formazione alla politica

L’obiettivo che ci poniamo in questo terzo appuntamento del Corso di Formazione Politica dei Circoli Dossetti di Milano 2016-2017, Cittadinanza Oltre le Culture, è quello di affrontare il tema delle disuguaglianze sia in termini economici che sociali per capire che cosa sono, come si generano e come si analizzano al fine di impostare delle efficaci azioni di politica economica per attenuarle, renderle accettabili, cercando di intervenire sempre di più sul fronte della efficienza produttiva (ex ante) attraverso delle leve che incidono su variabili quali: mobilità intergenerazionale e intragenerazionale, disuguaglianze correnti, giustizia sociale, redditi (da lavoro), mercati, opportunità , asimmetrie informative, ecc., e sempre meno sul versante dell’efficienza distributiva (ex post) attraverso il solito meccanismo delle tasse e dei trasferimenti sempre più difficile da gestire in quanto influenzato dal fenomeno del free riding: evasione fiscale, elusione, ecc.

Locandina lezione di Maurizio Franzini: disuguaglianze inaccettabili. L'immobilità economica in Italia.

1. leggi l’introduzione di Vincenzo Sabatino a Maurizio Franzini

2. leggi la trascrizione della relazione di Maurizio Franzini

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1. premessa di Giovanni Bianchi 13’16” – 2. introduzione di Vincenzo Sabatino 16’42” – 3. relazione di Maurizio Franzini 1h 37’33” – 4. domande 11’52” – 5. risposte di Maurizio Franzini 16’46” – 6. domande 7’35” –  7. risposte di Maurizio Franzini e chiusura 17’00”

4. scarica qui le slide della lezione in formato Power Point


Giovanni Bianchi, Vincenzo Sabatino e Maurizio Franzini

Giovanni Bianchi, Vincenzo Sabatino e Maurizio Franzini durante la sua relazione (foto a destra)

Testo dell’introduzione di Vincenzo Sabatino a Maurizio Franzini

Disuguaglianze Inaccettabili, è un testo che tratta con un linguaggio accessibile ed esaustivo l’importantissima tematica della disuguaglianza o equità, pilastro fondamentale della scienza economica al pari di argomenti come la libertà e l’efficienza. Lo scopo principale del libro è quello di realizzare una classificazione delle disuguaglianze, distinguendole in accettabili o limitate (eguaglianze di opportunità) e non accettabili (trasmesse attraverso meccanismi intergenerazionali o di immobilità sociale), e di fornirci degli strumenti per muoverci nella direzione di una moderata disuguaglianza accettabile.

Rappresentazione della Frontiera della Disuguaglianza:

Rappresentazione della Frontiera della Disuguaglianza, schema

Disuguaglianze. Sintesi visuale dei contenuti

Glossario

Asimmetria informativa

Condizione che si verifica nel mercato quando uno o più operatori dispongono di informazioni più precise di altri. In generale, interferisce con il buon funzionamento dei mercati (efficienza economica), portando a situazioni di sotto utilizzazione delle risorse disponibili. L’asimmetria informativa, infatti, può indurre l’operatore meglio informato a comportamenti opportunistici (azzardo morale). Questi comportamenti portano, per esempio, al razionamento del credito da parte delle banche, all’impossibilità di ottenere copertura assicurativa completa a prezzi equi e a una minore occupazione oltre che a maggiori disuguaglianze correnti. In presenza di asimmetrie informative la produttività dipende anche da fattori di rischio pertanto il sistema economico raggiunge solo un uso delle risorse di second best. L’asimmetria informativa genera questo tipo di conseguenza anche quando non sia associata a opportunismo, ma semplicemente a selezione avversa. L’asimmetria informativa può essere affrontata con un’autorità di vigilanza, un’agenzia di rating, ecc. Ogni soluzione ipotizzata presenta però alcuni limiti: problema del conflitto di interessi e della frode benevola. Basti pensare alla valutazione dei titoli da parte delle agenzie di rating prima della recente crisi economica; d’altra parte, è molto difficile far pagare le informazioni a un utilizzatore, dal momento che questi cercherà di ottenerle, a sconto, da qualcuno che le ha acquistate. Si fa spesso riferimento a una situazione ideale, quella di un mercato completo in cui il numero dei prezzi è uguale a quello delle fonti di incertezza. In questo caso limite, studiato da K.J. Arrow, G. Debreu e J.E. Stiglitz, i prezzi trasmettono le informazioni a chi inizialmente non le aveva. Per esempio, un rincaro delle mele non rivela informazioni sul raccolto se può essere anche causato da un aumento del costo di trasporto. Viceversa, si capisce che il raccolto di mele è stato basso ‒ e sparisce l’asimmetria informativa rispetto al contadino ‒ se il trasporto non conta, oppure se si osserva che il prezzo delle mele non è cambiato. In un mercato completo, l’iniziale situazione di asimmetria informativa viene dunque eliminata consentendo il raggiungimento dell’efficienza.

Capitale umano

Il capitale umano oggi riveste un ruolo centrale nello sviluppo del sistema economico di ogni paese. Con il termine capitale umano si intende l’insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni, acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi. La formazione e crescita del capitale umano avviene tramite i processi educativi di un individuo che interessano:

  • l’ambiente familiare;
  • l’ambiente sociale;
  • la scolarità;
  • le esperienze di lavoro.

Per formare il capitale umano gli individui o le comunità sostengono dei costi – detti anche in economia costi di allevamento – di natura monetaria, come ad esempio la costruzione di scuole, o non monetaria, come il tempo che i genitori dedicano ai propri figli (altruismo sociale). Questi costi costituiscono degli investimenti che una comunità o un paese realizza per il proprio futuro ai fini del miglioramento delle condizioni di vita in una logica che dovrebbe essere di economia sostenibile. Fenomeni come l’emigrazione e conseguente fuga dei cervelli, la non valorizzazione dei talenti o l’insufficiente spesa pubblica per la scuola, costituiscono alcuni esempi di impoverimento del capitale umano con conseguenze sullo sviluppo economico di un territorio. Il capitale umano è alla base del sistema delle relazioni interpersonali, formali ed informali, che generano il capitale sociale di una comunità, di un territorio, di un paese. Il capitale umano è stato paragonato ad un investimento in un bene, che produce un certo rendimento. A tale proposito si è parlato di Rendimento Implicito o di Tasso Interno di Rendimento, indicatore che viene utilizzato dagli economisti per indicare in quale misura un anno di istruzione in più aumenta i benefici netti individuali. Si tratta di un parametro che rappresenta il risultato di un investimento e che ad esempio, in questo contesto del capitale umano, può valutare il differenziale salariale tra persone che hanno un diverso livello di istruzione o la diversa probabilità di occupazione, derivante sempre da titoli di studio differenti.

Coefficiente ß

Esprime la correlazione tra i redditi dei genitori e quelli dei figli. E’ un coefficiente che varia tra 0 e 1. Un valore pari a 0 indica completa indipendenza delle condizioni economiche dei figli da quelle dei padri, mentre un valore pari a 1 implica assoluta dipendenza, una condizione nella quale le famiglie ricche rimangono ricche e quelle povere rimangono povere.

Disuguaglianze accettabili e inaccettabili

Le disuguaglianze accettabili sono disuguaglianze economiche che nascono da un diverso impegno individuale. Si distinguono dalle inaccettabili che dipendono dalla condizioni di origine e quindi, di fatto, sono ereditarie.

Disuguaglianza economica

La disuguaglianza economica (nota anche come divario tra ricchi e poveri, disuguaglianza dei redditi, disparità di ricchezza, o differenze in ricchezza e reddito) comprende le disparità nella distribuzione del patrimonio economico (ricchezza) e del reddito tra gli individui di una popolazione. Il termine, di solito, si riferisce alla disuguaglianza tra individui e gruppi all’interno di una società, ma può anche denotare disuguaglianza tra paesi. La questione della disuguaglianza economica è collegata alle idee di equità, uguaglianza di risultato, e uguaglianza di opportunità. Esistono pareri discordanti sull’accettabilità morale e sull’utilità della disuguaglianza, e su quanta disuguaglianza sia necessaria o tollerabile in una società, e su come ci si debba comportare. Sostanzialmente, le opinioni di valore sulla disuguaglianza possono assumere una triplice veste. Da un lato, vi è chi elogia la disuguaglianza come necessaria e utile poiché fornisce uno stimolo proficuo alla crescita economica, in quanto innesca una benefica competizione, individuale e collettiva, tra soggetti diseguali: questo processo, però, può esprimersi solo a condizione che gli operatori si muovano in una situazione di libero mercato, priva di significativi condizionamenti e interventi pubblici. D’altro canto, vi è chi, pur auspicandone il superamento, considera la disuguaglianza come un elemento congenito alla stessa natura del sistema capitalistico, necessario al suo funzionamento: sarà lo stesso sistema capitalistico a determinare il superamento quando si producano laceranti disparità economiche e sociali. Vi è, infine, chi la considera invece come un problema sociale ed economico, soprattutto quando raggiunge particolari intensità: secondo questa visione, politiche di contrasto alla disuguaglianza si ripercuotono positivamente sull’intero sistema economico e sociale e non solo su coloro i quali sono gli immediati beneficiari di quelle politiche. Quest’ultima opinione, da un punto di vista economico, può essere ricondotta a un pensiero di matrice keynesiana; dal versante politico, è ricollegabile a una politica di tipo socialdemocratico. La disuguaglianza economica varia tra le società e nei diversi periodi storici: tra strutture o sistemi economici (come capitalismo e socialismo), guerre passate e future, differenze nella capacità degli individui di creare ricchezza, sono tutti fattori in grado di generare disuguaglianza economica. Esistono diversi indici numerici per misurare la disuguaglianza economica. Il coefficiente di Gini è un indice molto usato, ma ci sono anche molti altri metodi.

Disuguaglianza sociale

La disuguaglianza sociale è una differenza (nei privilegi, nelle risorse e nei compensi) considerata da un gruppo sociale come ingiusta e pregiudizievole per le potenzialità degli individui della collettività. È una differenza oggettivamente misurabile e soggettivamente percepita. Gli elementi che la compongono sono le differenze oggettive esistenti, ossia il possesso minore o maggiore di risorse socialmente rilevanti. Le differenze sono conseguenza dell’azione di meccanismi di selezione sociale più che del merito e sono interpretate dai soggetti e dai gruppi sfavoriti (o da coloro che li rappresentano) come ingiuste; il ritenersi vittima di ingiusta discriminazione è una componente soggettiva.

Indice di Gini

Il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini, è una misura della diseguaglianza di una distribuzione. È spesso usato come indice di concentrazione per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza. È un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo.

Meritocrazia

La meritocrazia (neologismo coniato dal sociologo britannico Michael Young negli anni 1950) è un concetto usato in origine per indicare una forma di governo distopica nella quale la posizione sociale di un individuo viene determinata dal suo quoziente intellettivo e dalla sua attitudine al lavoro. A questo uso del termine in senso dispregiativo si è affiancata col passare del tempo un’accezione più positiva, specialmente in Italia, tesa a indicare una forma di governo dove le cariche pubbliche, amministrative, e qualsiasi ruolo o professione che richieda responsabilità nei confronti di altri, è affidata secondo criteri di merito, e non di appartenenza a lobby, o altri tipi di conoscenze familiari (nepotismo e in senso allargato clientelismo) o di casta economica (oligarchia).

Mobilità

Per mobilità sociale si intende il passaggio di un individuo o di un gruppo da uno status sociale ad un altro, e il livello di flessibilità nella stratificazione di una società, il grado di difficoltà (o di facilità) con cui è possibile passare da uno strato ad un altro all’interno della stratificazione sociale ossia la pluralità dei gruppi sociali presenti all’interno della società con ruoli diversi e diverso accesso alle risorse. Sono stati alcuni grandi del pensiero liberale (Tocqueville, Stuart Mill e Pareto) a richiamare l’attenzione sull’importanza della mobilità economica e sociale, cioè sull’indipendenza del futuro di ciascuno dalle condizioni alla nascita e nei primi anni di vita. Quell’indipendenza rappresentava il segno del definitivo superamento dell’Ancien Régime, una garanzia di democrazia e di equità. La stessa efficienza economica ne avrebbe tratto beneficio perché, finalmente, chiunque fosse stato dotato di qualità avrebbe potuto dare alla società e all’economia un contributo appropriato a quelle qualità, anche se per sventura la sorte avesse scelto di assegnarlo a una famiglia svantaggiata. Il capitalismo e il mercato sono stati considerati come gli strumenti attraverso i quali questo progetto di mobilità sociale ed economica, giusta ed efficiente, potesse essere correttamente realizzato.

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Trascrizione della relazione di Maurizio Franzini

Allora, buon giorno a tutti, grazie molto di questo invito. Mi fa molto piacere essere qui. Due cose in apertura. La prima è che, diciamo da oggi in poi, dirò che esistono due tipologie di introduzioni, tutte le altre e quella di Sabatino, perché questa non è un’introduzione, questa è una vera presentazione articolata del testo del libro e la domanda che mi faccio è: se è un bel libro o no. Poi per fortuna dopo quel libro ho lavorato ancora un po’ e quindi ho scritto anche altre cose e quindi racconterò anche il seguito che lui non conosce e quindi non ha potuto dire.

L’altra cosa che mi fa molto piacere diciamo è il ricordo di Gallino che ha fatto Giovanni Bianchi, l’economista con il quale avevo diversi rapporti e mi fa piacere anche ricordare che ho scritto una recensione del suo ultimo libro che è stata pubblicata sulla rivista Politiche Sociali dove si possono capire anche le similarità e le differenze minori che ci sono, quelli che peraltro sono inevitabili tra un sociologo e un economista altrimenti non avremmo discipline diverse e quindi con lui, diciamo, concordavamo su moltissime cose, su qualche altra non eravamo esattamente dello stesso avviso e magari oggi vi accorgerete di qualche differenza nell’impostazione.

Ciò detto, io ho preparato una quantità notevole di slide che forse non riuscirò a presentarvi nel tempo. Vorrei partire dal precisare più o meno le domande a cui cercavo di dare risposta, molte delle quali sono state anticipate appunto da Vincenzo Sabatino. La prima era: da che cosa dipende la disuguaglianza economica, e soprattutto che legame ha in Italia, e non soltanto in Italia, con la mobilità sociale. Vi tedierò un po’ sui termini perché c’è molta confusione sui termini e credo che sia il caso di essere precisi, compreso l’ascensore sociale di Prodi su cui dirò qualcosa perché ci sono due tipi di ascensori sociali ed è molto diverso se ci riferiamo all’uno o all’altro.

Seconda domanda è: che senso ha chiedersi se la disuguaglianza è accettabile o inaccettabile; questa è una domanda che ci dobbiamo porre, però in generale le posizioni estreme sono di due tipi. Per qualcuno le disuguaglianze non sono mai accettabili, di nessun genere: Per qualcun altro le disuguaglianze sono sempre accettabili purché, sto parlando di quelle economiche, le abbia come dire decretate il mitico mercato, cioè quello che il mercato decide va bene e la disuguaglianza che ne risulta deve essere sempre accettata, inclusa quella che genera redditi o ricchezze estreme.

Quindi, porsi la domanda se la disuguaglianza è accettabile o meno significa andare contro queste due visioni. Il che significa anche in particolare andare contro, questo lo sottolineo con forza, a quell’atteggiamento per il quale quando tu poni il problema delle disuguaglianze, ti cominciano a dire che tu sei a favore di una società grigia, di gradi tutti uguali, senza alcuna distinzione, priva di incentivi, priva di riconoscimento del merito, eccetera. Io credo che invece la risposta debba essere: sono per una società nella quale le disuguaglianze economiche esistono, perché è un conto parlare di disuguaglianze economiche, e un conto è parlare di disuguaglianze nei diritti, per esempio. Ovviamente, sono cose molto diverse. Le disuguaglianze economiche ci possono essere, possono essere accettabili e noi andiamo predicando una società nella quale esista il più possibile soltanto disuguaglianze accettabili; dirò meglio dopo che cosa voglio dire.

Però insisto su questo punto: se cominciate a discutere con qualcuno che più o meno in buona fede pensa che il mondo così com’è vada bene, e lui vi dice: ma tu che vuoi? Un mondo di uguaglianze tristi e prive di incentivi? Questo è un retaggio del passato, di quando chi difendeva le uguaglianze si riferiva a un modello, posso dire, bolscevico, nel quale l’uguaglianza dei redditi era predicata ma non attuata come unica forma di uguaglianza possibile. Qui noi ragioniamo in termini diversi e dobbiamo imputare anche alle forze, come possiamo chiamarle, progressiste, ovvero di sinistra, una mancanza grave, quella di non avere elaborato un’idea di società in cui le disuguaglianze accettabili ci possono essere. Dirò meglio dopo perché penso che questo sia un gravissimo errore e perché penso che si continui a farlo: molto dipende, se così posso dire, da una incultura e molto altro dipende dal fatto che si ha timore di danneggiare qualcuno se si produce un’idea ragionevole di disuguaglianze accettabili, come dirò meglio dopo. Quindi, la domanda: che cosa vuole dire disuguaglianze inaccettabili, e come può diventare operativa, come anche un progetto politico, riprendendo quello che diceva Giovanni Bianchi, la domanda sarà assolutamente cruciale e devo dire ha animato molto di quello che io ho cercato di produrre su questo tema.

Ci dobbiamo poi chiedere, una volta che abbiamo stabilito che cosa intendiamo per disuguaglianze inaccettabili, se in Italia prevale e quanto è estesa la disuguaglianza accettabile o inaccettabile. Una volta che abbiamo fatto la distinzione siamo chiamati a misurarci con questo problema, non possiamo più cavarcela con approssimazioni generiche e, infine, se questa disuguaglianza è, come vi dirò che è, largamente inaccettabile, cosa si dovrebbe fare per correggerla e perché non è così facile farlo: anche di questo ci possiamo interrogare. Anche qui vorrei fare una sottolineatura forte, che è questa: anche quando discuto con molti miei colleghi non solo di queste questioni ma di altre, si ha una sorta di autocensura dell’intellettuale del tipo: ma tanto non si può fare, e quindi rinuncia anche a pensarci. Ecco, io penso che questo sia un gravissimo errore, perché l’intellettuale deve continuare a pensare e deve anche insistere se è convinto che quello che dice è fondato e ragionevole; può anche perdere naturalmente, ma perdere dopo aver combattuto è diverso che perdere dopo non aver neanche combattuto, cioè neanche provato a elaborare delle idee e a verificare in che modo queste possono incidere sugli equilibri politici.

Questa idea dell’intellettuale che continua a pensare è esattamente l’opposto di quello che fanno gli intellettuali oggi in Italia, soprattutto nei rapporti con il potere, se così posso dire. Esemplifico con un esempio: mi è capitato di parlare con uno dei consulenti del governo che adesso non c’è più, ma immagino che verrà confermato, il quale andava in giro a dire: quanto è bello il Jobs act. Adesso non è tanto il problema di stabilire se è bello o brutto il Jobs act, il problema è che un intellettuale di primo livello va in giro a dire che è bella una cosa a cui non ha partecipato, cioè non l’ha determinata. Io rimango dell’avviso che l’intellettuale, se ha una funzione, è quella di aiutare a prendere provvedimenti e a farli migliori, non quella di andare in giro a dire che sono buone cose che lui non ha fatto. Non so se mi sono spiegato, cioè c’è una bella differenza tra l’intellettuale che giustifica e l’intellettuale che indirizza e produce: se un intellettuale interviene dopo a dire che va bene una cosa di cui non si capisce neanche tanto qual è l’obbiettivo e la regione per cui è stato scelto, lui in qualche modo sta venendo meno, almeno a mio avviso, alla sua funzione essenziale.

Allora, impiegherò almeno cinque minuti con i termini perché penso che sia importante farlo per avere un’idea più chiara di che cosa è in discussione. Disuguaglianza nei redditi e nella ricchezza è un concetto di distanza tra le persone, distanza in termini di reddito, distanza in termini di ricchezza. Misurarla è molto difficile perché dovete praticamente, pensateci un momento, ridurre a un numero solo una cosa che è la distanza tra tante persone, quindi è come se voi doveste ridurre a un numero solo, che ne so, le distanze tra le città d’Italia come se le città d’Italia fossero i redditi delle persone e dovete trovare un numero solo. Quindi, ogni numero che voi usate per rappresentare questo fenomeno complesso è soggetto a dei limiti perché il fenomeno è troppo complesso per essere ridotto a un numero solo.

Però il numero che noi usiamo come economisti e come studiosi di queste cose è noto come indice di Gini. Gini era uno statistico italiano che ha inventato questo numero che tiene conto di tutte quelle distanze, ne fa una media, e insomma è una roba che cerca di rappresentare in maniera semplice un fenomeno complesso. Poi vi darò i numeri di Gini, dell’indice di Gini, ma sappiate che questo è un numero che funziona più o meno così: se è zero vuol dire che c’è perfetta uguaglianza quindi in termini di reddito vuol dire che tutti hanno lo stesso reddito, non esiste da nessuna parte. Se è uguale a 1, quindi 1 è il massimo valore che può prendere questo numero, il 100% perché lo esprimiamo in percentuali, se è uguale a 1 vuol dire che in questa comunità di riferimento, quella che sia, il paese, il mondo, quello che volete, una persona ha tutto e tutti gli altri hanno zero, quindi è la massima disuguaglianza possibile. Quindi normalmente, l’indice di Gini è compreso tra zero è 1, o tra 0% e 100%.

In Italia da qualche anno, da qualche decennio, questo indice si aggira, a seconda dei redditi che consideriamo, poi vi dirò meglio, tra il 32-33 % che tra i paesi avanzati è un valore alto e vi posso dire che i paesi in cui è bassa la disuguaglianza, che sono ancora i paesi scandinavi e del nord Europa, l’indice di Gini è dell’ordine del 22-23%. Nei paesi diciamo avanzati in cui è massima la disuguaglianza, tipo gli Stati Uniti, raggiunge il 35-36%. Dove è che è massimo l’indice di Gini? Ovviamente, nei paesi dove c’è segregazione razziale, dove c’è una forma di disuguaglianza connaturata a condizioni che non sono collegate alle possibilità di avere accesso alle stesse opportunità, e quindi in Sudafrica o in altri paesi in cui l’indice di Gini supera il 60-65%.

Qualcuno molto coraggioso ha tentato di calcolare la disuguaglianza a livello mondiale, quindi non all’interno di un paese, ma all’interno di un mondo come un tutto. Capite che è un’operazione eroica per vari motivi inclusa l’affidabilità dei dati. Vi dirò dopo perché la disuguaglianza è un tema difficile anche dal punto di vista dei dati. Ma insomma, chi si è cimentato con questa complessa operazione ha stabilito che se il mondo fosse un paese, quindi calcolassimo la disuguaglianza dell’indice di Gini del mondo come la calcoliamo in Italia, quel Gini sarebbe dell’ordine di quello che è in Sudafrica, cioè il mondo sarebbe una sorte di gigantesco Sudafrica. In qualche modo ci sono forme di disuguaglianza nel mondo che uguagliano il mondo a un paese con segregazione.

Per darvi una dimensione, perché uno dice: ma che cosa vuol dire il 30% di disuguaglianza, cioè cerco di darvi un’idea di che cosa vuol dire un indice di Gini più o meno alto. Prendiamo, per esempio, questo 33% che caratterizza l’Italia, vuol dire che per rendere tutti uguali bisognerebbe togliere circa il 33% del reddito, cioè un terzo del reddito che hanno, a coloro che stanno sopra la media del reddito. Quindi, si calcola il reddito e si fa la media: supponiamo che la media sia 1.200 euro al mese, bisogna togliere a quelli che stanno sopra a questa media il 33% e darlo a quelli che stanno sotto a questa soglia per arrivare più o meno all’uguaglianza. Voi capite che è una misura di quanto realisticamente bisognerebbe ridistribuire da chi sta meglio a chi sta peggio per avere l’uguaglianza. Non so se è chiaro. Se 1.200 euro è il reddito medio pro capite bisogna prendere tutti quelli che hanno più di 1.200 in media, prenderne il 33% e darlo a coloro che stanno sotto. Capite che più grande è questo numero, più vuol dire che quelli che stanno sopra hanno di più e quelli che stanno sotto hanno di meno. Naturalmente, conta anche quanto distanti sono tra loro quelli che stanno sopra e quelli che stanno sotto.

Questo è l’indice di Gini per darvi un’idea, uno dei modi con cui si calcola la disuguaglianza nei redditi e nelle ricchezze. Ci sono altri modi ma non mi posso intrattenere ma questo è quello tendenzialmente più usato. Un punto importante perché l’esperienza mi dice che in molti casi io parlo di disuguaglianza e chi mi ascolta pensa alla povertà. La disuguaglianza e la povertà non sono la stessa cosa, sono cose profondamente diverse: noi potremmo avere un mondo senza povertà ma enormemente diseguale e per converso potremmo avere un mondo di eguali ma tutti poveri. Quindi, i due concetti non sono commensurabili.

E dico questo anche perché chi si pone i problemi di cui noi stiamo parlando se li pone quasi esclusivamente in termini di riduzione della povertà che ovviamente è una cosa molto importante; però, come mi è capitato spesso di discutere con qualcuno che sostiene questa tesi, quando si fa la domanda: ho capito, ma la povertà come la vuoi ridurre? In generale, la si può ridurre senza ridurre le disuguaglianze. Cioè, come si fa a ridurre la povertà senza ridurre le disuguaglianze? Si spera che domani il reddito dei poveri sarà più alto grazie alla crescita economica, ma non si pensa a una ridistribuzione forte tra chi sta in alto e chi sta in basso che è il modo per ridurre le disuguaglianze.

Essere poveri tecnicamente significa avere un reddito che è inferiore a una certa soglia stabilita in modo più o meno arbitrario perché ognuno si può scegliere la soglia della povertà che vuole. In Italia abbiamo due soglie della povertà, una che si chiama povertà assoluta e una che si chiama povertà relativa. La soglia della povertà relativa si calcola facilmente: si prende quel reddito medio che dicevamo prima, si fa più o meno la metà e si dice che è povero chi ha meno della metà del reddito medio. Naturalmente, si deve poi tenere conto della composizione familiare perché vivere insieme permette di avere dei vantaggi rispetto a vivere soli. E quindi due persone single devono avere un reddito maggiore di due persone che vivono insieme. Si chiamano scale di equivalenza. Più o meno questo è il concetto di povertà relativa.

Parentesi. Qualche volta leggiamo sui giornali dati del tipo: la povertà si è ridotta. Ci dobbiamo chiedere se è la povertà relativa o la povertà assoluta perché c’è una bella differenza. La povertà assoluta: definisco una quantità di beni e servizi di cui è necessario disporre per poter vivere una vita decente. Stabilito questo insieme di beni e servizi poi vedo quanti soldi ci vogliono per procurarseli, quindi il reddito che dovresti avere per procurarti questi beni e questi servizi. E quella è la soglia della povertà assoluta. Naturalmente, siccome il prezzo dei beni e dei servizi varia a seconda che uno viva in una città grande o in periferia, al nord o al sud, e il paniere è diverso a seconda se sei anziano o giovane perché il paniere dei beni indispensabili per una vita decente per un giovane non è lo stesso di quello che ha un anziano: questo vuol dire che ci sono una quantità enorme di soglie e praticamente ognuno ha la sua di queste soglie di povertà. La povertà assoluta è l’idea del minimo per una vita decente, mentre la povertà relativa è quanto distante sei dalla media. Non so se è chiaro.

Allora, se diminuisce la povertà relativa, come è capitato negli anni della crisi, il motivo può essere banalissimo: siccome la povertà relativa dipende dal reddito medio, e durante la crisi il reddito medio si abbassa, la soglia della povertà si abbassa anche lei perché è collegata al reddito medio. Chiaro? Quindi, se la soglia della povertà si abbassa vuole dire che alcune persone che prima erano povere non lo sono più perché il reddito di soglia si è abbassato; quindi, si abbassa l’asticella, non si alza la capacità di superarla. Ci siamo? E quindi quando leggiamo dati che la povertà si è ridotta dobbiamo capire se è la povertà relativa o la povertà assoluta.

In Italia i dati più inquietanti riguardano la povertà assoluta che nel corso degli ultimi anni è aumentata enormemente: siamo a più di 4 milioni di persone considerate povere assolute, stavamo a 2 milioni e mezzo nel 2009-2010, quindi un enorme aumento. Ovviamente, ci sono problemi e difficoltà di precisione nei calcoli ma questi sono i calcoli più attendibili che abbiamo grazie all’ISTAT.

Quindi, due punti importanti sono: primo, le disuguaglianze sono un concetto di distanza; secondo: le disuguaglianze e la povertà non sono la stessa cosa. Quindi, quando qualcuno vi dice: io sto combattendo le disuguaglianze perché riduco la povertà, bisogna rispondere: stai toccando soltanto un pezzetto del problema e non è detto nemmeno che riesci a risolverlo.

Veniamo adesso a un altro concetto importante, all’ascensore sociale di cui parlava Giovanni Bianchi prima. Questo ascensore sociale è collegato all’idea di mobilità sociale, all’idea di trasmissione intergenerazionale (brutta parola) delle disuguaglianze, dirò meglio dopo, e se volete anche all’idea di uguaglianza delle opportunità. Sono concetti parenti tra di loro ma non identici: mobilità sociale, trasmissione intergenerazionale e uguaglianza delle opportunità.

Io parlo di mobilità sociale qui per semplicità, poi farò eventualmente le distinzioni, e vi do due definizioni di mobilità sociale che sono due ascensori se volete, due modi di guardare l’ascensore. Il primo modo, il più frequente, il più gradito anche ai politici è quello che si può definire mobilità sociale assoluta. Che vuol dire? Non c’entra la povertà, è un altro concetto di assoluto. Assoluta vuol dire che in media i figli stanno meglio dei padri, il reddito dei figli, da lavoro in modo particolare, è più alto del reddito dei padri. Il 99,99% di coloro che parlano di ascensore bloccato parlano del fatto che il reddito dei figli è più basso del reddito dei padri. Se ci riflettete un attimo questo concetto di mobilità è strettamente collegato al concetto di crescita economica perché in media i redditi della generazione futura saranno più alti di quelli della generazione precedente se il reddito medio cresce. Questo però, a mio avviso, è il concetto meno interessante di mobilità.

Ce n’è un’altra che si chiama mobilità relativa che a me pare molto più importante. Per farvi capire che cosa intendo: la mobilità assoluta si può realizzare se uno nasce in una famiglia ricca ed è ancora più ricco dei suoi genitori, se uno nasce in una famiglia povera ed è leggermente meno povero della famiglia da cui proviene; ma uno rimane ricco e l’altro rimane povero. Sempre mobilità assoluta è.

La mobilità relativa è invece un concetto un pochino più, come si dice, pretenzioso dal punto di vista sociale ed è quello, badate bene, che era nella testa di coloro che nel XVIII-XIX secolo hanno salutato con grande entusiasmo l’arrivo del mercato, del capitalismo, perché doveva risolvere un problema di immobilità relativa che era caratteristico delle società aristocratiche dell’antico regime. Che cosa voglio dire? Voglio dire che per mobilità relativa si intende il fatto che la posizione che tu occupi nella graduatoria della tua generazione, quindi se sei il 5% più ricco eccetera, è indipendente dalla posizione che occupavano i tuoi genitori nella graduatoria della loro epoca; quindi, in pratica, vuole dire che la probabilità di essere ricco non dipende da quanto era ricco tuo padre e la probabilità di essere povero non dipende da… Questa è la vera mobilità, quella importante, quella che conta. Quindi, non mi importa se sei più ricco o più povero di tuo padre, mi importa di stare nella stessa casella sociale dove stava tuo padre e se tutti stanno nella stessa casella sociale.

Che il mondo vada su o giù, ovviamente è meglio che vada su nel senso che il reddito medio si alza per tutti, ma la questione importante è capire se mentre il reddito medio si alza o si abbassa, ognuno rimane, come posso dire, sullo stesso gradino della scala mobile in cui già stavano i suoi genitori e se qualcuno può salire e qualcuno può scendere.

Allora, la mobilità assoluta è quella che sta nella testa dei politici; un esempio che posso citare è quello di Tony Blair, che cito non a caso perché se volete l’idea di uguaglianza post-bolscevica della sinistra che si è affermata, è solo quella che è venuta fuori dalla terza via, perché non ce ne sono molte altre. Quella disuguaglianza diceva: dobbiamo garantire a tutti uguaglianza delle opportunità per poi avere mobilità sociale intesa come mobilità sociale assoluta. Cioè, Blair era quello che diceva: a me non me ne importa niente se ci saranno degli straricchi, quello che mi importa è che tutti stiano meglio rispetto alla generazione precedente. È un problema di crescita questo, non è un problema di mobilità interna vera alla società che richiede istituzioni, che richiede meccanismi per i quali si possa avere questa condizione.

Quindi, mobilità relativa vuole dire, indipendentemente da quanto sono ricchi, che i figli dei ricchi sono soprattutto figli di ricchi, e i poveri sono figli di poveri, qui c’è poca mobilità. Questo è l’ascensore sociale per me più importante. Quell’altro non è un vero ascensore sociale, quello è un ascensore economico generale, non so come dire. Al massimo si può porre un problema di generazioni in quel caso, dire che abbiamo avuto, sì, la crescita economica, ma se ne sono avvantaggiati soprattutto gli anziani; quindi i giovani alla stessa età in cui i loro padri avevano un reddito più alto ce l’hanno più basso perché i padri si sono presi pure una parte di quello che doveva andare loro. Ma questo è diverso dal discorso della mobilità che facevo in precedenza.

Se volete i numeri per capire meglio quello che ho detto, ho fatto un piccolo esempio con dei numeri. Ci sono tre famiglie: la famiglia dei Rossi, la famiglia dei Gialli e la famiglia dei Verdi. I redditi dei genitori nella loro generazione sono quelli che vedete lì, i Rossi avevano 100, i Gialli 90 e i Verdi 80. Quindi vuole dire che in graduatoria i Rossi erano al primo posto (100), i Gialli al secondo posto (90) e i Verdi al terzo posto (80). Adesso passiamo alla generazione dei figli facendo tre ipotesi.

Ipotesi numero uno: è un’ipotesi in cui i figli stanno meglio dei padri, tutti hanno un reddito più alto: vedete che il figlio di Rossi ha 110, il figlio di Gialli ha 100, il figlio di Verdi ha 90, è di più di quello che avevano i loro genitori: però la graduatoria è rimasta la stessa, cioè il figlio di Rossi è primo, il figlio di Gialli secondo, il figlio di Verdi terzo. Qui abbiamo mobilità assoluta, quindi sarebbero contenti quelli che dicono che conta, ma non abbiamo neanche un filo di mobilità relativa perché i figli sono rimasti nella stessa posizione in cui erano i padri. Ci siamo?

Il secondo esempio è invece un esempio in cui avete mobilità assoluta perché i figli stanno meglio dei padri, ma avete anche mobilità relativa perché la graduatoria dei figli non è più quella dei padri. Esempio: il figlio di Rossi sale da 100 a 110 ma è terzo nella sua generazione perché gli altri due sono cresciuti molto di più con il loro reddito e quindi diventa primo il figlio di Gialli che invece nella sua generazione era secondo e quell’altro che era terzo diventa secondo. Non so se è chiaro il meccanismo.

Potete anche avere il terzo esempio: tutti e tre stanno peggio ma c’è mobilità relativa perché, pur discendendo, diciamo, nella scala assoluta, discendono in modo diverso e quindi chi era primo non è più primo, chi era secondo non è più secondo eccetera. D’accordo?

Allora, perché non piace tanto la mobilità relativa ai politici? Perché mentre con la mobilità assoluta possono vincere tutti, con la mobilità relativa non possono vincere tutti. Per definizione. Cioè, se si deve cambiare di posizione e qualcuno deve salire, siccome le posizioni sono primo secondo e terzo, se uno da secondo diventa primo, quello che era primo deve diventare secondo e allora ci sono i perdenti: e questo è poco popolare, proporre un’idea di mobilità relativa in cui, anche se in senso relativo, ci sono dei perdenti. Naturalmente, qual è la cosa migliore per noi e anche più praticabile politicamente dati i vincoli? Devi avere mobilità relativa in un contesto di mobilità assoluta e questo rende più accettabile per chi deve scendere scendere, perché se scende comunque sta meglio di prima in termini assoluti. Ci siamo?

Allora, quand’è che avete problemi enormi? Quando volete fare la mobilità relativa in un contesto di riduzioni, trovate ostacoli, difficoltà e resistenze. Di sicuro, la classe politica, così come noi la conosciamo, non si fa portatrice di un cambiamento di questo genere. Non lo fa anche perché, a mio modesto parere, c’è qualche problema a capire esattamente tutte le questioni; ma, diciamo, non lo fa perché quello che capisce, cioè l’impatto immediato di consenso è in qualche modo attenuato dalla difficoltà dei problemi.

Questa mobilità relativa di cui vi sto parlando è strettamente collegata a un concetto un po’ più tecnico che si chiama trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze. Che vuol dire? Andare a vedere se tra due padri e due figli la distanza che c’era tra i padri è rimasta più o meno uguale rispetto alla distanza che c’è tra i figli. Se questa distanza rimane identica tecnicamente si parla di trasmissione integrale delle disuguaglianze, cioè il tuo destino è integralmente determinato dalle condizioni di partenza, da quello che era il reddito dei tuoi genitori. Ci sono, diciamo, dei modi per calcolare tutto questo: gli economisti, ormai è chiaro, usano il reddito come variabile principale per esprimersi e per avere i numeri, per dare i dati, quindi non soltanto per fare teoria astratta, ma per dire come stanno le cose, come vi farò vedere. I sociologi, questa è una contrapposizione, usano di più gli status occupazionali. Che cosa voglio dire? Se il padre era operaio vado a vedere se il figlio fa l’impiegato e questa è mobilità.

Ora però il problema per gli economisti è che questa cosa, applicata soprattutto su periodi temporali molto lunghi, dà luogo a difficoltà rilevanti nel senso che la graduatoria delle occupazioni cambia nel corso del tempo e di conseguenza non puoi stabilire che cosa sta sopra e che cosa sta sotto. Viceversa, il reddito lo puoi confrontare sempre, e quindi noi siamo dell’avviso che il reddito sia più importante dello status occupazionale.

Conta di più la mobilità sociale o la disuguaglianza? Allora, ribadisco il concetto: disuguaglianza è quanto siamo distanti in termini di reddito, a un certo punto noi possiamo calcolare oggi la disuguaglianza nei nostri redditi, ognuno dice il suo reddito e vediamo quanto siamo diseguali. Poi possiamo vedere se c’è mobilità sociale, cioè facciamo la graduatoria di noi, se nella graduatoria rispetto ai nostri padri noi occupiamo una posizione diversa o uguale. Allora, che cos’è più importante? La distanza che c’è tra di noi o il fatto che noi occupiamo le stesse posizioni o non occupiamo le stesse posizioni dei nostri genitori?

Nella teoria economica, diciamo, consolatoria, si è detto che la cosa più importante è la mobilità sociale pensando di giustificare in questo modo la disuguaglianza corrente. L’esempio tipico è quello degli Stati Uniti. Per gli Stati Uniti si è sempre detto: è vero che sono un paese in cui le distanze sono grandi, però sono anche un paese in cui c’è molta mobilità e questo rende più tollerabili le disuguaglianze, perché è implicito che i ricchi sono parecchio più ricchi dei poveri (ecco le disuguaglianze) però quei ricchi non sono figli dei ricchi, quindi vuol dire che voi avete tra i ricchi qualcuno che ha fatto la scalata relativa non quella assoluta soltanto. E questo è l’american dream, il famoso sogno americano, quello che dice: da dovunque parti puoi arrivare alle vette.

Ora vedremo i dati che smentiscono totalmente l’idea che esista un sogno americano, cioè che ci sia questa possibilità. E però questo è indicativo del fatto che c’è una forza persuasiva nell’aneddoto che si impone all’evidenza dei fatti, cioè c’è una specie di conflitto tra gli aneddoti e le statistiche, per così dire. Gli aneddoti sono quelli di scegliere accuratamente una serie di episodi che hanno l’effetto di catturare l’immaginazione, di fare apparire come realtà quello che è in effetti espressione di casi particolari, le statistiche hanno a che fare con il fenomeno nella sua completezza e parlano di medie, parlano di varianze, come si dice. Vi farò vedere dopo i dati.

Però lì l’idea era attorno al quesito: se avete mobilità sociale non vi dovete preoccupare tanto della disuguaglianza. La situazione tragica che noi abbiamo è che invece le due cose vanno assieme e quindi trovare consolazione alle alte disuguaglianze nell’ipotesi di elevata mobilità è, come dire, un pio desiderio piuttosto che quello che accade e dovremo interrogarci sul perché accade. Cioè accade che dove i ricchi sono molto più ricchi dei poveri, i ricchi sono figli dei ricchi. Non so se è chiaro il concetto. Quindi, noi non abbiamo che se i ricchi sono molto più ricchi dei poveri, i ricchi possono essere sia figli dei poveri come dei ricchi; sistematicamente, con delle eccezioni, negli aneddoti accade il contrario: quindi, una società che produce molta disuguaglianza è anche una società che produce molta immobilità sociale in senso relativo e non in senso assoluto, perché quello è un altro discorso.

Qui ho messo una frase per darvi l’idea, adesso la traduco dall’inglese, ma è un punto importante. È di Tocqueville, grande pensatore liberale, grande entusiasta degli Stati Uniti nascenti, del liberalismo, ma con lui molti altri di quelli che hanno salutato appunto l’arrivo del capitalismo e del mercato come la liberazione da una società ingessata, antico regime, i poteri dell’aristocrazia e, come diremmo con linguaggio più moderno, una società dominata dalla lotteria della natura. Che è la lotteria della natura? A seconda di dove nasci, avrai un destino diverso in termini economici e sociali.

Diceva Tocqueville nel 1835, diceva: se ci fosse questa mobilità. quella relativa, non ci sarebbero più le classi, o quelle che ancora esistono sarebbero composte da elementi così mobili (capite che la classe presuppone la sua perpetuazione, quindi di conseguenza se avete mobilità non potete più parlare di classi in senso proprio) che il suo corpo non potrà mai esercitare un controllo reale sui suoi membri, quindi un elemento di democrazia molto forte, un elemento in cui gli individui sono in qualche modo sovrani.

Vi dico questo, ma è un tema che meriterebbe un approfondimento, perché oggi noi siamo abituati, siamo ossessionati dall’idea che successo del sistema di cui siamo parte dipenda dalla crescita economica, cioè da quanto aumenta il PIL. Questa ossessione non era originaria tant’è vero che la misurazione del PIL si è cominciata a fare negli anni Trenta, cioè si è cominciata a fare quando si è capito che si stava in una profonda crisi economica e si voleva capire quant’era grave questa crisi economica. Tra l’altro, il padre del PIL che era un russo che stava negli Stati Uniti, Simon Kuznets, che ebbe anche il Nobel dopo per altri motivi, venne incaricato dal New deal di creare questa misura che è il PIL; e quando la presentò lui fu molto attento a dire: guardate che questo non c’entra niente con il benessere, è un’altra cosa. Se ne sono completamente dimenticati e ormai ragioniamo in termini di PIL uguale a benessere, è l’unica cosa che conta, e quindi siccome benessere più ne abbiamo e meglio è, diventa l’unico parametro in base al quale valutiamo se le cose stanno andando bene o male.

Quello che cercavo di dire prima è che in realtà nel pensiero di questi signori che hanno in qualche modo avvallato intellettualmente l’affermarsi del nuovo regime quello che contava era la rottura dell’immobilismo sociale collegato all’aristocrazia, non la crescita economica. La crescita economica era semmai un sottoprodotto, ma la cosa importante era avere la fine della lotteria della natura, se così posso dire, di questa dipendenza forte del destino dei figli dalla condizione economica dei loro genitori e non soltanto di loro.

La trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze si può misurare, da qualche anno disponiamo dei dati. Vi faccio notare che disporre di dati per misurare queste cose non è affatto semplice perché dovete disporre dei redditi dei figli e dei redditi dei padri, quindi dovete avere una banca dati che vi dica quanto guadagni tu adesso, nel 2000 eccetera, tuo padre quarant’anni fa quanto guadagnava? E questo non è facile da averlo. Questi dati cominciano a essere disponibili perché gli istituti di statistica, eccetera eccetera, consapevoli dell’importanza del problema hanno messo in piedi appunto queste indagini, questi survey, queste ricerche di dati così di lungo termine. Questo ci mette nella condizione di poter in qualche modo dire oggi con più precisione quanto ci siamo allontanati dall’antico regime, perché fino adesso non lo sapevamo, cioè non avevamo dati precisi per poterci esprimere su questo.

E c’è un indice che si chiama coefficiente beta, se qualcuno di voi è un matematico c’è la formula qui (ma non vi intratterrò su questo) che dice come si calcola questo indice beta mettendo in rapporto il reddito dei figli con il reddito dei padri, si fanno i logaritmi, eccetera. Questi sono i risultati di questo esercizio: più alto è il coefficiente beta, più vuole dire che il reddito da lavoro (questo l’ha già detto prima Vincenzo Sabatino, lo sottolineo di nuovo) soltanto dei figli dipende dal reddito complessivo della famiglia di origine. Perché insisto sul reddito da lavoro? Perché il reddito da capitale, cioè quello che deriva dal fatto che si fa fruttare il patrimonio, è certamente correlato al patrimonio della famiglia di provenienza, soprattutto in un’epoca in cui le imposte di successione praticamente non esistono quasi più e quindi di conseguenza è banale spiegare la correlazione tra reddito da patrimonio dei figli e reddito da patrimonio dei genitori.

È estremamente più difficile spiegare perché se uno viene da una famiglia relativamente ricca deve guadagnare di più anche sul mercato del lavoro, quindi la trasmissione nei redditi da lavoro. Un conto è dire: io ho un vantaggio perché mi è stata trasferita la proprietà di un immobile, un altro conto è capire perché se uno si presenta sul mercato del lavoro guadagna di più se è figlio di un ricco piuttosto che se è figlio di un povero. Il mercato del lavoro dovrebbe, se funziona come noi immaginiamo, premiare esclusivamente il fatto che sei capace o non capace di fare certe cose. E in questo il collegamento con le famiglie di origine è più debole, e comunque dovrebbe essere fortemente attenuato come dirò dopo quando vediamo delle cose propositive. Quindi, ricordatevi che questi sono dati relativi ai redditi da lavoro. Se si contasse anche i redditi da capitale sarebbe enormemente più alto.

Allora, i paesi dove è più bassa la dipendenza del reddito da lavoro dei figli rispetto al reddito dei genitori sono la Danimarca, la Norvegia, la Finlandia e il Canada. Questo dato è molto basso. Il Canada è un paese in cui questo effetto largamente dipende dalla capacità che questo paese ha avuto di integrare gli immigrati, di integrare adeguatamente coloro che venivano da altri paesi e che quindi avevano una posizione di partenza svantaggiata ma che comunque loro in qualche modo li hanno inseriti bene.

I paesi in cui è più alto questo indice, quindi dove la famiglia conta di più e la mobilità sociale relativa è più bassa, sono Regno Unito, Italia e Stati Uniti. Spesso si dice che noi dovremmo essere più americani, ma mi pare che siamo già molto americani, però siamo americani su una cosa su cui non pensavamo che gli americani fossero come noi, cioè quella di avere una forte trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze e di avere una mobilità sociale molto bassa. Intuitivamente, il 50%, vedete l’indice è il 50%, non a caso come il Regno Unito, vuol dire che metà della disuguaglianza che c’è tra i genitori si trasmette, in media, ai figli. Quindi, per alcuni si trasmette il 100%, per altri si trasmette meno, ma in media si trasmette il 50% della differenza dai genitori. Quindi, quando uno nasce in una famiglia ricca ha già una certezza, la probabilità che varia un mezzo, di avere un reddito più alto di quello che è nato in una famiglia povera nella stessa misura in cui il padre era più ricco di quell’altro. Questi sono i dati che noi abbiamo e sono dati abbastanza preoccupanti.

C’è scritto qui quello che vi ho detto. Una piccola sottolineatura: questi dati sono stati una sorpresa rispetto agli Stati Uniti perché ci hanno restituito un’immagine degli Stati Uniti che non è quella del sogno americano. Piuttosto questi dati ci dicono che c’è il sogno danese, che ne so, ma non il sogno americano., è una roba diversa. È importante anche perché mi serve per il secondo punto, ricordare che quando comparirono all’inizio questi dati si presero i redditi di lavoro dei figli in una fase relativamente precoce, cioè quando avevano tipo trent’anni, poi si fece la considerazione che a trent’anni non si sono assestati tutti gli effetti e quindi si presero i redditi a quarant’anni. Prendendo i redditi a quarant’anni la cosa cambiò radicalmente, il che vuol dire che gli effetti della famiglia si manifestano anche con ritardo e quindi mentre con i trentenni sembrava che ci fosse l’american dream anche se molto attenuato, con i redditi a quarant’anni l’american dream era del tutto scomparso.

Come si trasmettono le disuguaglianze? Cioè come fa la famiglia a incidere sui redditi da lavoro dei figli? Qui abbiamo diversi canali che possono intervenire. Alcuni, ecco il problema delicato, accettabili e altri meno accettabili. C’è un canale genetico, quindi non è tanto collegato al reddito, è collegato ad altre cose: aspetto fisico, abilità non cognitiva o cognitiva, cioè che si trasmettono per via genetica. Qui faccio un esempio che mi sembra significativo: studi accurati dimostrano che l’aspetto fisico frutta tra il 15 e il 20% in più di reddito, il 15% in più di reddito, non soltanto se fate gli attori, ma anche se fate le cassiere o cose del genere. Cioè laddove non ci sono vincoli strettissimi, l’aspetto fisico diventa un fattore che consente un reddito più alto. Diciamo che ognuno può avere le sue idee al riguardo però di sicuro non è meritocratico questo, cioè non è un merito essere belli o brutti.

D’altro canto, qui anticipo un tema che poi vorrei trattare, quando si parla di uguaglianze delle opportunità si fa riferimento a cercare di eguagliare quelle cose da cui poi dipende la tua opportunità di reddito e di lavoro, tipica l’istruzione, cioè tutti dovrebbero avere la stessa istruzione, perché l’istruzione è qualcosa da cui dipende il tuo reddito futuro. Se la bellezza è una roba da cui dipende il tuo reddito futuro, come si fa a fare l’uguaglianza delle opportunità? È leggermente difficile prevedere interventi, non so come dire, di plastica facciale a tutti, ai brutti. Questo vi dà un’idea dei limiti del concetto di uguaglianza delle opportunità. Una cosa che è stata ampiamente sottovalutata e su cui io insisto molto, perché tu non puoi sapere a priori quali sono le opportunità, devi andare a vedere come funzionano i mercati, che cosa premiano. Allora, se i mercati premiano delle cose tipo queste, o premiano delle cose tipo le relazioni sociali, cioè a parità di tutto il resto, guadagna di più chi ha relazioni sociali, che vuol dire fare le uguaglianze delle opportunità? Che dai a tutti le stesse relazioni sociali? Che dai a tutti la stessa bellezza? Ovviamente, questo rivela una deficienza non assoluta, ma relativa, se mi passate il termine, dello stesso concetto di uguaglianza delle opportunità.

E anche un ruolo consolatorio che ha questa cosa. Spessissimo si dice: ma il problema non è la disuguaglianza corrente, c’è il problema delle uguaglianze delle opportunità. Benissimo, iniziamo a discuterne, ma no, invece là finisce il discorso come se aver detto che il problema delle uguaglianze delle opportunità avesse risolto ogni questione. Quello che sto cercando di dirvi è che ci sono opportunità che si possono eguagliare e opportunità che non si possono eguagliare e che diventano fonte di reddito perché funzionano male le istituzioni che determinano quanto prende l’uno e quanto prende l’altro. E questo è un elemento di cui dobbiamo rendere conto. Dirò meglio dopo.

Ci sono vari altri canali attraverso cui la famiglia incide sul reddito, alcuni perfettamente accettabili e altri perfettamente inaccettabili. Questa la prima importante distinzione tra accettabili e non accettabili. Se una famiglia si impegna a trasmettere valori ai figli che sono poi utili per scendere sul mercato del lavoro, questa non è una roba inaccettabile, questo è qualcosa che fa parte di un concetto, credo, di libertà e di ruolo della famiglia che può essere considerato fonte di disuguaglianza accettabile. Se una famiglia trasmette ai propri figli le proprie relazioni sociali, più o meno tollerabili, questo mi pare assolutamente inaccettabile. Non so che cosa ne pensiate, eventualmente poi ne discutiamo, però questo è un elemento per introdurre la differenza tra una modalità accettabile e una inaccettabile, anche di influenza della famiglia.

Di certo, è inaccettabile il fatto di cui parleremo tra un momento che coloro che provengono da famiglie ricche sono mediamente più istruiti di coloro che vengono da famiglie povere. Questo credo che sia un elemento su cui nessuno può avanzare dubbi. Ma il mondo è diventato più complicato, e quindi riprendo anche quello che diceva Sabatino, perché oggi noi abbiamo, e in Italia in particolare, che la famiglia influenza il reddito dei figli non soltanto attraverso l’istruzione che gli riesce a dare ma attraverso una serie di altre cose che sono peggio, come posso dire, molto meno difendibili in termini di disuguaglianza. E adesso vi farò vedere alcuni dati.

Una cosa di cui si parla molto oggi sono le cosiddette, scusate la parola, le cosiddette soft skill, abilità morbide. Che sono le abilità morbide? Sono quelle cose che non si imparano a scuola, non si imparano all’università perché non esiste un corso specifico, ma che sembra che il mercato del lavoro apprezzi molto: capacità di parlare in pubblico, capacità di condurre un team, faccia tosta, se posso usare questa espressione, capacità di dialogare con il capo. Quella roba lì tende a essere fortemente collegata con il ruolo e il reddito dei genitori, perché se i genitori frequentano capi tu fin da piccolo capisci come ci si comporta con i capi, se i genitori non frequentano capi, naturalmente frequenteranno capi se sono loro stessi più probabilmente dei capi. Questo è già un elemento di influenza della famiglia attraverso la generazione. Cose che, ripeto, sono rilevanti perché a un certo punto il mercato decide di considerarle rilevanti. Non si può non tenerne conto, non sta scritto nella natura quello che deve essere ricompensato sul mercato. È un’evoluzione e questa cosa della bellezza che vi dicevo immagino che prima dell’orgia di immagini a cui tutti possiamo accedere non aveva un grande ruolo perché neanche le vedevamo le persone… Il mestiere che fa Sabatino è sicuramente responsabile di questo peggioramento…

Salto questa cosa e vi dico un’altra cosa cui ho già accennato e di cui adesso vi faccio vedere dei dati. Come vi dicevo, l’argomento consolatorio con cui le disuguaglianze sono un problema ma conta la mobilità sociale presuppone logicamente che i due fenomeni siano distinti, cioè che puoi avere una disuguaglianza alta o bassa e una mobilità sociale bassa o alta, cioè le due cose non vanno insieme. Negli Stati Uniti la disuguaglianza è alta, ma la mobilità è pure alta e quindi non è un grosso problema. Quello che invece noi sappiamo adesso grazie a questi dati è che la storia è molto diversa.

Prima di farvi vedere questa storia vi ricordo brevemente quali sono le cose principali che sono successe nella disuguaglianza negli ultimi 25- 30 anni perché l’orizzonte temporale deve essere lungo. Allora, noi abbiamo in quasi tutti i paesi avanzati un tendenziale e marcato miglioramento della disuguaglianza nei redditi disponibili. Che vuol dire disponibili? È importante fare questa distinzione: disponibili vuol dire redditi che già hanno pagato le imposte e che hanno già ricevuto come redditi familiari eventuali trasferimenti da parte dello stato, quindi disponibili vuol dire che c’è già il ruolo ridistributivo dello stato via imposte o via trasferimenti ai disoccupati, agli ammalati, a chiunque sia.

Però il peggioramento è ancora maggiore nei redditi di mercato. Che sono i redditi di mercato? I redditi di mercato sono i redditi prima che lo stato li distribuisce, quindi voi li potete rendere disponibili al termine; prima ci sono i redditi di mercato e tra i redditi di mercato e i redditi disponibili c’è lo stato che ridistribuisce e che riduce le disuguaglianze, naturalmente. Vedremo tra poco come è drammaticamente peggiorata la disuguaglianza dei redditi di mercato soprattutto in Italia nel corso degli ultimi 20-25 anni. Quindi, lo stato sociale che è quello che ridistribuisce ha delle responsabilità, ma il problema principale si è creato nei mercati, cioè dove la gente guadagna il suo reddito. Lì si è avuto un enorme aumento di disuguaglianze tra ricchi e poveri anche nel mercato del lavoro, anche per coloro che percepiscono redditi da lavoro. Le disuguaglianze sono enormemente aumentate ed è avvenuto un fenomeno, che è tipico di questi tempi, di una crescente concentrazione alla parte più alta, al top, cioè l’1% più ricco, con delle conseguenze rilevanti che adesso vi dico rapidamente.

Allora questi sono i dati sui redditi disponibili equivalenti tra il 1985 e il 2010, fidatevi, questi dati qui del 2010 sono tutti più alti di quelli del 1985, quasi sempre più alti di quelli del 1995. Ma quello che più interessa, questa è l’Italia, questa è la disuguaglianza in Italia, e allora fine anni Ottanta la disuguaglianza cadeva, e già anche prima stava cadendo, continuava a cadere. All’inizio degli anni Novanta nel breve volgere di un paio d’anni si fa un salto in alto molto marcato, questo è tanto, questo momento che vedete, è enorme…

È legato alla cassa integrazione?

No, questo qui la cassa integrazione può essere esserci pure però sta dentro a questo dato… Questi sono gli anni in cui si cominciano a fare le manovre per entrare nella moneta unica europea, sono gli anni, qualcuno la ricorderà, della famosa manovra Amato, una manovra lacrime e sangue, la quale doveva mettere in ordine i conti pubblici, in ordine, insomma doveva ridurre il deficit pubblico per avere il rispetto dei parametri che erano stati fissati per entrare nell’Unione. Quella manovra lì è stata fatta, come dicono questi dati, senza alcuna attenzione alle implicazioni per le disuguaglianze. Quella manovra poteva essere fatta facendo pagare i più ricchi piuttosto che i più poveri e poi possiamo dire da questi dati che è stata fatta gravando soprattutto su coloro che stavano in basso nella scala dei redditi.

Da quel momento in poi, come vedete, la disuguaglianza nei redditi disponibili è più o meno rimasta dove stava con piccole oscillazioni e oggi siamo ancora qui. Quindi, la nostra disuguaglianza è alta perché questo trend in diminuzione è stato interrotto all’inizio degli anni Novanta e siamo rimasti a livelli molto alti.

Qui ci sono anche i dati sulla concentrazione della ricchezza e una piccola parentesi la faccio sulla concentrazione della ricchezza. Questi sono dati sulla concentrazione della ricchezza ma come potete immaginare sono meno attendibili di quelli sui redditi perché la ricchezza, diciamo così, è facile occultarla, nasconderla e non rispondere alle domande che vengono fatte in maniera realistica. Però questo istituto ha messo assieme le fonti più autorevoli, più attendibili in materia e ha prodotto questi risultati.

Che cosa ci dicono questi risultati? Ci dicono qual era la quota di ricchezza complessiva nelle mani del 10% più ricco in Europa, del 10 % più ricco in Italia, dell’1% più ricco in Europa e dell’1% più ricco in Italia. Voi capite bene che per avere uguaglianza se prendo il 10% della popolazione questo deve avere il 10% della ricchezza, quindi ogni valore superiore alla consistenza della popolazione indica una disuguaglianza. Guardate che in Europa l’1% più ricco prendeva il 31,7% che è una cifra molto rilevante e il 10% prendeva sette volte il suo peso.

Ve li faccio vedere questi dati, con le cautele di cui vi ho detto, perché è interessante osservare 2000, 2008 e 2014. 2008 è la crisi. Ok? Allora vedete che dal 2000 al 2008 questi dati erano tutti in diminuzione, dal 2008 al 2014 questi dati sono tutti in aumento e quindi questo è un modo molto semplice per far vedere come la crisi abbia distribuito in maniera molto diseguale i suoi frutti favorendo la concentrazione della ricchezza, cioè dello stock del patrimonio non del reddito, del patrimonio al top, trovando in questi dati la possibile risposta alla domanda: ma perché non si cambiano le politiche? Perché queste politiche non fanno solo morti e sconfitti, fanno anche vincitori e quindi questi qui non hanno molto probabilmente tanta urgenza di cambiare lo stato delle cose.

Ritorno adesso ai redditi di mercato per farvi vedere di quanto si sono aggravate le disuguaglianze tra la metà degli anni Ottanta e l’inizio di questo decennio. Guardate l’Italia: l’Italia nel 1985 aveva un indice di disuguaglianza del Gini, di mercato, del 38,6 che era comunque più alto di quello dei redditi disponibili perché poi arrivava lo stato e riduceva, ma questo 38,6 è diventato 50,3 che è un numero enorme e, guardate bene, più alto di quello degli Stati Uniti che nello stesso anno era 49,9. Quindi, noi siamo un paese che produce nei mercati più disuguaglianza di quella che produce il paese che era considerato il campione della disuguaglianza, e cioè gli Stati Uniti. È un cambiamento enorme. Peggio di noi fa il Regno Unito e in parte anche la Francia, per la quale però non disponiamo del dato per l’85 quindi non siamo in grado di sapere come è andato il peggioramento. 50,3% di Gini redditi di mercato, vuol dire che dovreste togliere la metà del reddito a quelli che stanno sopra la media e darla a quelli che stanno sotto per creare l’uguaglianza. È tantissimo.

Quindi, quello che è successo è: disuguaglianze aggravate per fenomeni collegati al mercato. Questo lo dobbiamo tenere ben presente perché un altro tormentone è che la disuguaglianza si batte soltanto con il welfare. Quindi, diciamo: ah, lo vuoi fare con il welfare, vuoi mettere le tasse, sei il solito retrogrado. No, la disuguaglianza si batte, se ci si riesce, giocando sui meccanismi che determinano questi risultati nel mercato, e vi dirò dopo quali sono questi possibili meccanismi. Quel mercato che ci doveva affrancare dalla lotteria della natura è in realtà un mercato che produce un sacco di disuguaglianza, e per di più con pochissima mobilità relativa. Abbiamo problemi molto rilevanti.

Controllando i dati vedete il fenomeno della crescita di reddito, quindi la concentrazione al top: quanto reddito si prende l’1% più ricco? Ripeto che negli anni Settanta questi valori andavano, a seconda dei paesi, qui ci sono diversi paesi, dal 5% al 9%, in Italia stavamo intorno al 6%. Il fenomeno è clamoroso negli Stati Uniti dove, i dati qui non sono aggiornatissimi ma i dati più recenti ci dicono che l’1% più ricco di reddito… Faccio notare tra l’altro una limitazione, come posso dire, semantica italiana perché la parola ricco si può riferire sia al reddito che alla ricchezza e quindi dobbiamo precisare se stiamo parlando di ricco di reddito o ricco di ricchezza, in inglese hanno due parole, una è rich e l’altra è wealthy: wealthy fa capire che stiamo parlando di ricchezza mentre in italiano c’è questa ambiguità e si vede quando uno parla. Allora negli Stati Uniti oggi l’1% del reddito prende circa il 20%, l’1% più ricco prende circa il 20% del reddito nazionale

Che vi posso dire? Un esempio che faccio è questo: pensiamo a un matrimonio: 100 invitati, torta nuziale, 100 fette; arriva l’1% più ricco degli invitati e si prende 20 fette e ne lascia 80 per gli altri 99. Quindi capite quale è la differenza: uno ne ha 20 e gli altri ne hanno 80 novantanovesimi, cioè da 20 a 0,9. Questa è la differenza media, che è una differenza abissale. L’Italia è passata dal 6% a circa il 10%, che vuol dire un aumento del 50%, perché l’aumento di 4 punti su 6 è più del 50% che è un numero rilevante.

Ma al di là di questi numeri, quello che va sottolineato, che emerge dalle analisi, è racchiuso in questo diagramma che adesso vi racconto. Il diagramma dice: ma i super-ricchi di reddito, da dove lo prendono il reddito? Cioè, sono super-ricchi perché hanno patrimoni? Perché gestiscono imprese? Oppure lo prendono dal lavoro variamente inteso? Allora, vedete questa cosa rossa qui? Questa è la quota di reddito da lavoro autonomo incluso nel reddito dello 0,1% più ricco. Vedete come è enormemente aumentato? E questo che vedete sotto è il reddito da lavoro dipendente. Quindi, se mettete insieme lavoro autonomo e lavoro indipendente trovate che nello 0,1% più ricco, la crème de la crème, questo reddito è diventato enormemente più importante di prima, cioè abbiamo i super-ricchi di reddito che non sono tali sempre più perché hanno un patrimonio, sono tali perché dicono (il lavoro, poi, bisogna vedere cos’è) non gli viene da quanto frutta il loro patrimonio, gli viene da qualcosa che è compensazione del loro lavoro.

È un cambiamento epocale perché questo cambia anche l’idea di classi, cambia anche l’idea di dove sta il blocco, cambia anche l’idea di società unsettled, segregata. Chi sono questi che guadagnano? Abbiamo mille esempi che potrei farvi. I manager hanno il reddito per il loro lavoro, non perché hanno messo il capitale nell’impresa, dopo ce l’avranno perché prendono magari la stock option, ma prima della stock option prendono reddito da lavoro; i super-architetti, i super-professionisti, i super-calciatori, i super dello sport e dello spettacolo eccetera, hanno redditi elevatissimi, cose che noi non possiamo neanche immaginare e stanno tutti qua dentro.

Questa è una società che produce super-ricchi da lavoro, nello stesso momento in cui produce super-poveri da lavoro. Ecco la disuguaglianza di mercato di cui dicevo prima e quei super-poveri da lavoro spesso sono figli di poveri e quei super-ricchi da lavoro spesso sono figli di ricchi. La cosa è chiara? La situazione in cui noi ci troviamo è una situazione molto particolare e molto preoccupante.

Può ripetere il concetto?

Allora il concetto è: se io prendo le persone che hanno i redditi più alti e compongono lo 0,1% della ricchezza, in Italia sarebbe lo 0,1% di 40 milioni, prendo gli adulti soltanto, questi qui sono lo 0,1% di 40 milioni. Quanto fa? 40.000? 4.000. In queste 4.000 persone la maggioranza del reddito proviene per queste persone da reddito da lavoro, o lavoro autonomo o lavoro ancora chiamato dipendente. Vent’anni fa questa percentuale era molto più bassa e negli anni Ottanta, se fate la somma della colonna viola e di quest’altra, questo è il lavoro autonomo e dipendente. Mettetela a confronto con oggi. È chiaro adesso quello che ho detto?

All’interno del mondo del lavoro c’è uno spostamento abissale. Un esempio che faccio anche spesso è questo: prendete la filiera dell’agroalimentare. In quella filiera c’è quello che raccoglie pomodori che non sopravvive, e c’è lo chef super-stellato che guadagna. Quella è una filiera unica e dà lavoro, il reddito dello chef super-stellato è reddito da lavoro, però all’interno di quella filiera dà lavoro c’è lo chef super-stellato, che guadagna non perché ci ha messo il capitale. E quindi non possiamo comparare i due lavori, ma la cosa importante non è che uno è capitale e l’altro lavoro come potremmo pensare sulla base di categorie un po’ antiquate, sono tutti e due lavori. E ci sono forme di capitale nascoste, non sono capitali fissi, ma capitali, per esempio, è un caso su cui si può discutere a lungo, di notorietà, di come si acquisisce notorietà in una società in cui quello è diventato un capitale, ma non un capitale nel senso patrimoniale, ma è diventato capitale come fonte di reddito a prescindere, cioè a prescindere dal fatto che sei veramente bravo o no.

La notorietà è una cosa su cui qualche volta io parlo con quelli dell’antitrust, che sarebbe l’autorità garante della concorrenza eccetera, e dico: voi dovreste raffinare le vostre categorie di che cosa ostacola la concorrenza, la notorietà è un ostacolo alla concorrenza. Tu puoi aver acquisito notorietà 10-20 anni fa perché sei bravo, un altro modo di trasmissione della disuguaglianza nella parte alta della notorietà dei padri che diventa notorietà dei figli e che diventa reddito dei figli, quello è una barriera enorme. Il mercato dovrebbe funzionare prendendo i più bravi oggi, perché sono in grado di stabilire chi è il più bravo oggi, non prendo uno che è noto che è bravo e non lo controllo io se è bravo o no.

C’è stata un’indagine dell’anti-trust inglese qualche anno fa su questo, ed era stata messa sull’allarme dal fatto che quando dovevano fare la revisione dei bilanci le società chiamavano sempre cinque grandi imprese, le solite. E quindi ha chiesto: ma scusate, perché chiamate sempre queste qui. La risposta è stata: perché è noto che sono le più brave. L’anti-trust ha detto: ma che vuol dire che è noto? Tu mi devi dimostrare che questo qui è qualcuno che ti dà il servizio o di qualità migliore allo stesso prezzo o a un prezzo più basso. E questo è impossibile farlo e poi, tanto per fare i maliziosi, si è scoperto che molti di coloro che lavoravano nelle società che chiamavano quelli a fare l’audit erano quelli che avevano lavorato prima nelle società delle audit, e quindi la notorietà diventa copertura delle relazioni personali, delle relazioni sociali di un meccanismo estremamente perverso.

Ci siamo? Questo è un punto molto rilevante della discussione.

Voce femminile dal pubblico che non si capisce.

No, questa è una piccola parte di questo fenomeno, non è che il fenomeno abbia avuto…

Ancora

Guardi, i dati che abbiamo visto, adesso non li ho portati, ma negli anni più recenti non sono molto diversi, perché il fenomeno dipende da tante variabili e non da una sola. Diciamo però che il persistere di alcune barriere, pensi alle barriere di accesso ad alcune professioni che possono dare luogo a redditi molto elevati, parlo dei notai eccetera, sono appunto una fonte di disuguaglianza. Il fenomeno è crescente non tanto perché aumentano le fonti delle disuguaglianze del reddito, ma perché il numero delle persone che entrano in quelle, quando riescono a entrare, sono povere; è cresciuto perché c’è una maggiore concentrazione all’interno del settore, non so come dire, gli avvocati, adesso sto generalizzando un po’, ma insomma…

Voce dal pubblico.

Dall’80 all’85 lei dice giustamente che ci sono stati dei cambiamenti ma non sufficienti a invertire il fenomeno macro.

Prolungata discussione tra il pubblico.

Allora, questo è un altro dato importante da tener presente è il rapporto che c’è tra disuguaglianza nei redditi e mobilità sociale. Ho già accennato alla relazione che c’è tra queste due cose, ma ormai è abbastanza accertato che i paesi nei quali la disuguaglianza nei redditi è più alta sono anche i paesi dove la mobilità sociale è più bassa. Cioè vale quello che dicevo prima: se i ricchi sono molto più ricchi dei poveri, i ricchi sono anche più probabilmente figli di ricchi. E questo grafico vi dice dove stanno i paesi delle due dimensioni, la disuguaglianza nei redditi e la mobilità sociale. Più andate in alto verso destra, più sono alte tutte e due le cose, la trasmissione intergenerazionale, le disuguaglianze e la disuguaglianza corrente. Vedete che l’Italia sta in alto a destra, sta qui, il che vuol dire che ha un’alta trasmissione intergenerazionale e ha un’alta disuguaglianza.

Vedete: questi punti si dispongono più o meno in senso crescente. Che vuol dire in senso crescente? Che quando è più alta una delle due è più alta anche l’altra. Se noi avessimo una indipendenza dovremmo trovare che questi punti si mettono un po’ a caso, invece non si mettono a caso, si mettono più o meno in modo tale che più alto è l’uno, più alto è l’altro.

Questo pone un problema molto rilevante, quello di capire quali collegamenti ci sono tra la disuguaglianza corrente e l’ascensore sociale relativo che si è fermato, cioè di capire che collegamenti ci possono essere tra queste due cose. I collegamenti possono essere molto inquietanti. Un collegamento non inquietante è quello del capitale umano. Un ragionamento molto semplice: le famiglie più ricche istruiscono di più i propri figli; se aumenta la disuguaglianza tra le famiglie aumenta la disuguaglianza nel grado di istruzione dei figli. Se aumenta la disuguaglianza nel grado di istruzione dei figli aumenta la disuguaglianza nei redditi guadagnati dai figli. Quindi, la disuguaglianza tra i padri, viva mancanza di istruzione, diventa disuguaglianza nei redditi dei figli, redditi da lavoro, sempre redditi da lavoro.

Perché tranquillizzante perché avrebbe una soluzione abbastanza semplice, a dire che a fare.

Interruzione dal pubblico.

Quella di dire, ricetta tradizionale, cerchiamo di eguagliare le possibilità di istruzione a prescindere dal titolo di studio. Anzitutto, qui vorrei farvi vedere qualche dato su come siamo messi. Questi sono dati che ci dicono che la famiglia di origine, in base al titolo di studio del padre, vedete qui c’è il titolo di studio del padre, se il padre aveva al massimo la scuola elementare, la scuola media, la scuola superiore o la laurea, vediamo la carriera dei figli. Questa è la quota dei figli che fa questa cosa, questa, questa, questa, a seconda del titolo di studio del padre. Esempio. Il 50,9% dei figli di chi ha solo il titolo elementare si iscrive alle scuole medie superiori una volta finita la scuola dell’obbligo. I figli dei laureati si iscrivono praticamente tutti, 99,3%. Già avete qui un destino diverso, per così dire: la metà dei figli di coloro che hanno un titolo di studio basso neanche vanno alle superiori. Di quelli che sono andati alle superiori quanti si diplomano? Vedete che la percentuale di quelli che si diplomano dopo essersi iscritti è più bassa per i figli di chi che ha un titolo di studio basso rispetto a chi ha un titolo di studio alto. Quanti si iscrivono al liceo? Vedete la differenza: i figli di coloro che hanno un titolo basso non si iscrivono, se non in piccola parte, al liceo, la gran parte fa istituti di altro genere, istituti tecnici e così via. Una volta conseguito il diploma ti iscrivi o no all’università? Di nuovo è sistematica la differenza. Una volta che ti sei iscritto all’università ti laurei oppure no, lo consegui il titolo di studio oppure no? Di nuovo vedete che la differenza si alza.

Cioè questa tabella, secondo me, è utile perché fa vedere che la famiglia, questa volta rappresentata attraverso il titolo di studio, incide sulla carriera dei figli a ogni snodo: se ti devi iscrivere alle superiori oppure no, se le finisci oppure no, se ti sei iscritto a una scuola superiore o al liceo oppure no, se ti iscrivi all’università o oppure no, se ti laurei una volta che ti sei o iscritto oppure no. Quindi, alla fine, dovete moltiplicare questo 50,9 per 74 per arrivare al numero dei laureati, che è un numero bassissimo perché il 49% del 41% dell’11% è un numero molto, molto basso. Viceversa, è un numero molto alto, relativamente alto quello dei figli dei laureati. Questo vi dà un’idea dell’influenza della famiglia sul titolo di studio dei figli.

Ricordo anche che in Italia, di coloro che hanno un’età compresa tra 30 e 34 anni si laurea soltanto il 24%, quindi siamo un paese con un tasso di laurea bassissimo. È molto lontano da qualsiasi obiettivo, credo che siamo al penultimo posto in Europa. E abbiamo anche l’incentivo a non laurearsi: quante volte abbiamo sentito dire che la laurea non serve eccetera. Qui si aprirebbe un altro discorso: se la laurea non serve perché quello che imparano non serve o se la laurea non serve perché quello che sanno fare non viene utilizzato.

Abbiamo anche molte indicazioni del fatto che le persone laureate vengono sottoutilizzate, si chiama over education, ossia c’è una sovra-educazione rispetto a quello che serve. E qui vi dico solo un dato che è interessante: la percentuale di imprenditori italiani che possiede un titolo di studio superiore alla scuola media è bassissimo. Si dimostra, studi alla mano, che se uno ha un titolo di studio basso e fa l’imprenditore non assume un laureato. Figuriamoci se assume uno che ha il dottorato di ricerca, ma lo possiamo comprendere perché è qualcuno che tu non riesci a controllare, ne sa troppo più di te, perciò gli dice: ne sai troppo. Ma troppo rispetto a chi? Troppo rispetto al poco che sai tu, ma non troppo rispetto a quello che servirebbe per fare funzionare bene le cose.

Questo è un problema serio perché se è vero che esiste una relazione tra il titolo di studio del datore di lavoro e il titolo di studio del lavoratore, per rompere questo canale bisogna aspettare generazioni se non si fa qualcosa. Il fenomeno è una specie di ruota dentata e non si riesce a invertire la tendenza perché titolo di studio basso dei genitori, titolo di studio basso dei datori di lavoro, poca reward, poca ricompensa per la laurea e non ti laurei, c’è una classe dirigente che è poco laureata e perpetua questa roba nel corso dei decenni. Questo è un fenomeno molto rilevante.

Io devo concludere perché se no voi tra un po’ voi svenite e anche io. Quello che voglio dirvi è che rispetto al capitale umano, rispetto all’educazione, all’istruzione, che cosa si può dire? Primo, l’istruzione in media rende, cioè nonostante quello che vi ho detto, in media un laureato guadagna di più di un non laureato e un diplomato guadagna di più di uno che ha soltanto la scuola media. Queste cose verdi che vedete sono la percentuale di reddito in più che guadagna un laureato rispetto a chi ha soltanto la scuola media superiore. Quindi quelle verdi sono le percentuali di reddito in più tenendo conto anche delle probabilità di disoccupazione che sono diverse per laureati e non laureati. Quelle rosse sono quanto guadagna in meno uno che ha la scuola media rispetto a chi ha la scuola media superiore, la scuola secondaria. Ok?

Quindi, in media si guadagna di più. Ma la media nasconde le varianze, come si dice, cioè nasconde una variabilità enorme e quello che è importante dire qui è che a parità di titolo di studio i redditi sono molto diversi. Perché sottolineo questo aspetto? Perché c’è un’enorme quantità di disuguaglianza che non ha a che fare con il titolo di studio, è grande la disuguaglianza non dipendente dal titolo di studio. È vero che in media stanno meglio, ma è anche vero che la variabilità all’interno del gruppo è molto forte. Quindi, avete un numero rilevante di laureati, per esempio, che seppure in media guadagnano di più, però avete un sacco di laureati poveri, di laureati che rientrano nella categoria dei percettori di reddito più basso. In generale, questi sono i più giovani perché pur laureati sono i peggio trattati.

L’esercizio che abbiamo fatto è di rispondere alla seguente domanda: supponiamo di calcolare la disuguaglianza che c’è tra i redditi nostri. E poi di vedere i nostri titoli di studio e capire quanta della disuguaglianza che c’è dipende dalla diversità del titolo di studio. Se la diversità del titolo di studio spiegasse tutto sarebbe l’unica causa di disuguaglianza; se ci sono altri fattori incidono sulla percentuale di disuguaglianza spiegata dal titolo di studio. Il risultato sorprendente per noi è stato che la percentuale di disuguaglianza spiegata dal titolo di studio è piccolissima. Vorrei dire che molti altri fattori, oltre al titolo di studio in quanto tale, determinano le disuguaglianze: cioè la differenza dovuta al fatto che uno è laureato e uno è diplomato spiega una piccola quota della disuguaglianza tra i due, il che vuol dire che tra i laureati c’è un sacco di disuguaglianza che non dipende dal titolo di studio, tra i diplomati c’è un sacco di disuguaglianza che non dipende dal titolo di studio, e vuol dire che dipende da altri fattori.

Quali possono essere? Dove ti sei laureato? Siamo andati a vedere, spiega ma non tanto. In che cosa ti sei laureato? Un pochino spiega ma non tanto. Le differenze sono dovute a fenomeni più profondi che determinano, come dire, fattori di disuguaglianza che non sono il capitale umano, che non sono soltanto il capitale umano. Potrei farvi un esempio analogo di questo discorso delle differenze “tra” e “all’interno”. La differenza “tra” è in media quanto guadagna in più un laureato rispetto a un diplomato, la differenza “all’interno” è quanto è grande la differenza tra i laureati.

Possiamo farlo con le regioni d’Italia. Sapete tutti che c’è un differenza enorme di reddito al Nord e di reddito al Sud. Abbiamo fatto il seguente esercizio. Supponiamo che in media il reddito di Calabria, Campania, Puglia, Sicilia eccetera sia elevato in modo tale che diventi uguale a quello del nord, ma lasciamo inalterate le distanze tra calabresi, campani, pugliesi. È chiaro quello che sto dicendo? Quindi, io alzo a tutti il reddito in modo tale da arrivare in media a quello del Nord ma lascio le distanze tra di loro. Ci siamo? Quindi, sto eliminando le differenze “tra” e conservando le differenze “in”. Ebbene, se fate questo esercizio per l’Italia, la disuguaglianza nei redditi che noi abbiamo diminuisce dell’8-9%, il resto è disuguaglianza tra calabresi, tra campani, tra pugliesi, tra lombardi, tra veneti, al loro interno, non tra. Non so se mi sono spiegato.

Cosa si può dire? Che le differenze di reddito tra il lombardo, dico tra il lombardo ricco e il lombardo povero, spiegano molto di più della differenza media di reddito tra un lombardo e un campano, tra un lombardo e un calabrese. Il fenomeno è molto più complicato. Tecnicamente, queste si chiamano disuguaglianze within (all’interno) e disuguaglianze between (tra). Potete fare le stesse cose con qualsiasi gruppo. Tra uomini e donne. È ovvio che gli uomini hanno un reddito più alto delle donne, però se fate l’esercizio che vi dico scoprite quanto è importante, questo non lo abbiamo ancora fatto, la differenza tra le donne e la differenza tra gli uomini al loro interno, non in media gli uni nei confronti degli altri. E quindi anche se voi avete eliminato le differenze tra gruppi, se conservate le differenze all’interno dei gruppi, conservate un sacco di disuguaglianze. Vale per il titolo di studio: anche se tutti avessero lo stesso titolo di studio, come vedete da queste cose rosse, la disuguaglianza cadrebbe in media tra il 20 e il 3% e resterebbe la parte gialla che è la parte nettamente dominante in tutti questi paesi che vedete.

C’è il caso del Portogallo che è un paese, non so perché, in cui i laureati guadagnano molto di più, prima non ve l’ho fatto vedere, ma molto più dei diplomati che sono al loro interno mediamente più coesi, cioè con meno disuguaglianze al loro interno.

Questo è rilevante o no? Certo che è rilevante perché se è vero che le disuguaglianze non dipendono soltanto dall’istruzione, una politica diretta a elevare l’istruzione elimina sì qualcosa, ma non elimina tutto, non elimina una gran parte del problema che noi abbiamo. Quindi ci poniamo il problema di andare a vedere da che cosa dipende e quanto conta questa disuguaglianza. Vedete, qui c’è una roba sorprendente. Che cos’è questo? È come vanno le disuguaglianze dovute alle differenze di istruzione in Italia dal momento in cui si è cominciato a dire che l’istruzione contava di più. Con la globalizzazione, col progresso tecnologico l’istruzione conta di più. I dati ci dicono che a partire dagli anni Novanta la disuguaglianza spiegata dalla diversa istruzione è diminuita, non è aumentata; quindi vuol dire che altre forze sono state più importanti dell’istruzione nel determinare le disuguaglianze in Italia in un’epoca in cui si diceva che l’istruzione era il fattore principale perché, se sei istruito, sai usare le nuove tecnologie, se non sei istruito non le sai usare. quindi qualcosa di completamente diverso…

Allora, e mi avvio davvero a concludere con due-tre slide, la domanda è: da che cosa dipende il fatto che le disuguaglianze nel mercato del lavoro non sono collegate al capitale umano? E la famiglia che c’entra nel ragionamento? Se la famiglia incide sul capitale umano, il capitale umano incide sulle disuguaglianze, ma incide poco, e poi io so che la famiglia conta molto, vuol dire che la famiglia incide per canali diversi dal capitale umano. Quindi, io ho un effetto forte dell’influenza della famiglia sul reddito da lavoro, l’idea è che questo dipenda soprattutto dall’istruzione; se io invece dimostro che l’istruzione incide poco, vuol dire che la famiglia opera attraverso altri canali che non sono soltanto l’istruzione.

E quali sono questi altri canali? Questi altri canali, qui ci sono i dati che dicono che per quattro paesi di cui abbiamo i dati, Italia, Gran Bretagna, Spagna e Irlanda, l’influenza di altri fattori collegati alla famiglia, ma non collegati all’istruzione, è molto forte. Cioè voi avete che il figlio di un povero, il figlio di un ricco, tutti e due ingegneri, il figlio del ricco guadagna molto di più del figlio del povero: vuol dire che non è un problema di titolo di studio, vuol dire che la famiglia incide attraverso altri canali.

Quali sono questi altri canali? I canali possibili possono essere vari. Quelli che noi abbiamo preso in esame sono soprattutto due: le cosiddette soft skill, cioè quelle abilità non cognitive che la famiglia trasmette ai figli e che il mercato apprezza, e i network familiari. Abbiamo cercato con i mezzi limitati dei dati a disposizione di vedere quale di queste due ipotesi è più importante nei vari paesi in cui c’è quell’effetto. Abbiamo trovato, non so dirvi come, ma in maniera abbastanza attendibile, che mentre in Gran Bretagna la famiglia incide molto attraverso le abilità non cognitive, in Italia incide molto attraverso le relazioni di network. Cioè la forma peggiore di disuguaglianze inaccettabili.

Adesso se volete vi spiego come abbiamo fatto, però se vi fidate vi dico che il risultato a cui giungiamo a questa diversità tra due paesi che pure hanno un’influenza di altri fattori diversi dall’istruzione, Gran Bretagna e Italia, ma dentro a questa similitudine c’è una diversità forte che è il meccanismo che sta alla base, soft skill da un lato e network personali e sociali dall’altro lato.

Voglio dire solo questo. Gli studi e le analisi più recenti che stiamo facendo adesso ci portano alla seguente conclusione che è interessante. Noi possiamo immaginare che le relazioni personali contano molto fuori dal mercato. Nella politica, laddove c’è qualcuno che ti può fare un piacere a baso costo, questo è indiscutibile che accada, ma quello che noi troviamo è che funziona anche nel mercato, cioè nelle imprese. L’analisi che abbiamo fatto ci porta alla seguente conclusione: più le imprese operano in mercati protetti dalla concorrenza buona (perché c’è la concorrenza buona e la concorrenza cattiva), più le imprese tendono ad assumere persone non tanto per il loro capitale umano ma per quello che possiamo chiamare il loro capitale relazionale, cioè per ragioni collegate al network di cui fai parte. Cioè l’idea è che se il mercato non ti disciplina troppo, c’è poca concorrenza, tu non ti devi preoccupare tanto di prendere gente brava, ti devi preoccupare di gente che ti aiuta a prendere commesse.

E quello che ti prende commesse è quello che ha il network buono, e allora noi abbiamo questo risultato che mi appare piuttosto rilevante che tra la concorrenza e la disuguaglianza inaccettabile c’è un rapporto che normalmente non viene considerato. La concorrenza è buona o cattiva, la concorrenza finora si è fatta soltanto per rompere le scatole a chi già sta peggio, cioè per abbassare i salari di chi già ce li ha bassi. Se si facesse la concorrenza per ridurre le retribuzioni di chi sta in alto forse scopriremmo il lato buono della concorrenza. Che è l’idea degli economisti seri: la concorrenza serve a sfidare chi ha il privilegio, noi invece abbiamo costruito una società dove il privilegio non è più sfidabile, in un certo senso, perché mancano le forme di concorrenza.

Guardate che questo ha a che fare anche con quella cosa che si chiama diritti e idoneità intellettuale, quella roba in cui brevetti tutto, e gli altri non ti possono più scalzare dalla posizione. Bill Gates, bravissimo, eccezionale, sapete qual è il patrimonio di Bill Gates? Quanta ricchezza ha Bill Gates? Dite un numero. Un casino non è un numero. Non ha idea? 100 miliardi di dollari? Quasi, 70 miliardi di dollari stimati, tradotti in lire per quelli che ragionano meglio con le lire vuol dire circa 140 mila miliardi delle vecchie lire. Abbiamo fatto dei rapidi calcoli, ma non per Bill Gates, per tutti quegli altri poveracci che hanno solo 20 miliardi di dollari, e ce ne sono parecchi. Allora, chi ha 20 miliardi di dollari se li investe al 2% all’anno che è una bella bazzecola, ogni mattina che si sveglia, ogni giorno ha 700 mila euro!

Questo per darvi l’idea di che cosa stiamo parlando. Stiamo parlando di qualcosa che si riproduce a un tasso spaventoso, e non so come si possa pensare a una società coesa tra uno che guadagna 700 mila euro al giorno senza fare nulla e un altro che va a prendere i pomodori. Non è una società, questa qui. Ritornando a Bill Gates, bravissimo, eccezionale eccetera, ma avrebbe potuto fare 70 miliardi di patrimonio se non avesse avuto norme di protezione della proprietà intellettuale e della concorrenza sui mercati? Se non avesse creato quelle sinergie per cui non potevi minimamente scalzare la sua posizione? È quello che sta capitando adesso con le cinque grandi Big Five negli Stati Uniti, è una roba incredibile in termini di potere che si sta concentrando impedendo la concorrenza, quella buona, cioè quella che sfida il privilegio. Non si può più sfidare. Il mondo in cui siamo è un mondo non nel senso banale di liberismo, di neo-liberismo, ma questo si chiama capitalismo oligarchico, cioè una roba in cui avete un potere enorme concentrato nelle mani di pochi che si fanno anche le loro regole in quel modo, di fronte a una debolezza estrema della politica che in parte è impreparata e in parte non ha nessuna voglia di essere preparata.

Questa è una parte del discorso perché dopo diventa finanza, prima diventa privilegio collegato ad altre cose. Quindi, un altro elemento culturale da tenere presente, che non è frequentissimo, non è popolarissimo a sinistra, è che la concorrenza può essere una cosa buona, dipende da come la facciamo, dipende su che cosa la creiamo. Uno dei padri del capitalismo dinamico che si chiama Shumpeter, che forse qualcuno di voi ha sentito nominare, Shumpeter che diceva? Il capitalismo è: ti inventi una cosa, sei bravo, non c’è brevetto, ti inventi, la metti sul mercato, la fai solo tu per un po’, poi ti copiano e tu finisci perché ti copiano. Ma tu, se vuoi diventare ricco di nuovo, questo lo aggiungo io, devi trovarne un’altra di invenzione. Non che l’invenzione che hai fatto deve essere attivata per tutta la vita con tutte le protezioni che hai.

I diritti di identità intellettuali che hai sono… non so, hai una casa farmaceutica, vai nella giunga del Vietnam, scopri un’erba medicamentosa che gli indigeni usano da 30, da 50 anni per curarsi, ci metti il marchio e quelli non si possono più curare. Questo è il diritto: l’ha scoperto lei. Il nostro telefonino ipad ha scoperto che la forma della cover, quella curva geniale, non so che cosa abbia di geniale, brevettata, cioè non si può copiare quella roba lì se non pagando i diritti. Quindi si brevettano delle cose che non hanno alcun elemento di novità, espressione di potere e per di più lo si fa per un numero di anni sterminato.

Se non si fanno gli investimenti che sono un cosa importante anche per la crescita economica, se ne vogliamo parlare, una parte della responsabilità è di queste norme, voi capite che se un giovane imprenditore, ammesso che va in banca, gli danni i soldi, poi ha un’idea per migliorare una tecnologia già esistente, non lo può fare perché non può comperare la tecnologia. Se questo invece avesse accesso a queste tecnologie ci sarebbero molti più investimenti, le disuguaglianze sarebbero molto minori. Ha a che fare, o no, su come funzionano i mercati? È evidente che ha a che fare su come funzionano i mercati e non è soltanto un problema di tasse e di redistribuzione.

E concludo veramente dicendo: avevamo delle domande all’inizio, le domande non me le sono dimenticate, le risposte più o meno avete capito quali sono. Un punto importante nella mia modesta visione è che la disuguaglianza è inaccettabile quando è il frutto di tre cose minime, poi se ne possono aggiungere altre.

Primo, ci sono diverse possibilità di accesso a dotazioni che sono ricompensate nel mercato e quindi se tu sei meno istruito soltanto perché sei nato in una famiglia povera stai soffrendo una disuguaglianza inaccettabile. Credo che su questo non si possa discutere, vorrei che qualcuno dicesse perché non è così.

La seconda cosa è quella per la quale se tu stai operando in mercati altrimenti protetti e ti arricchisci, questo non va bene. Cioè vorrei che qualcuno mi spiegasse perché le disuguaglianze che nascono dalla protezione dei mercati sono disuguaglianze accettabili. Non riesco mai a capire. Si parla di mercato come se fosse un’entità, un ectoplasma… Quale mercato, come funziona questo mercato? Se è un mercato di protetti è un mercato che va in qualche modo corretto e smantellato con le disuguaglianze che ne scaturiscono.

Terzo. Se la famiglia incide sul reddito dei figli attraverso canali che non sono tollerabili, tra cui quello dei network sociali è il principale, questo non va bene; bisogna intervenire per correggere e alcune di queste misure si possono rinforzare reciprocamente.

Allora, se io avessi un interlocutore politico che avesse voglia di fare un programma gli direi: incominciamo da queste tre cose, da queste tre idee di società che premia il merito, perché se io tolgo quelle tre resta il merito, resta il fatto che uno se si impegna di più deve guadagnare di più, se è più capace deve guadagnare di più, ma non è che deve essere più capace perché ha più privilegi di familiare o di protezione. Deve essere più capace perché ha più qualità.

Questo è anche un modo per richiamare le forze progressiste a un compito dal quale si sono in qualche modo sfilate da molto tempo, cioè di delineare una società che abbia caratteristiche che siano al tempo stesso di giustizia sociale, di disuguaglianze accettabili, dinamica progressiva e che, come posso dire, non mortifichi le individualità che le persone comunque devono avere. Ma un conto sono le individualità, un altro conto è il privilegio, è il vantaggio che ne deriva.

Una cosa che non vi ho detto e c’è scritto nelle slide è questa: quel meccanismo per cui quando la disuguaglianza è più alta anche la mobilità sociale è più bassa si alimenta di una interazione con un processo politico: noi abbiamo una disuguaglianza economica che diventa disuguaglianza politica e la disuguaglianza politica diventa la possibilità recessiva delle regole del gioco in un modo favorevole a chi gode di un vantaggio in quella disuguaglianza politica. Non so se è chiaro quello che sto dicendo. Questo è un fenomeno che, adesso non parliamo degli Stati Uniti, ma quello che sta succedendo lì è sicuramente espressione di questo: una forte disuguaglianza economica che esprime un superricco eccetera eccetera, condiziona enormemente, in modo visibilissimo adesso mentre prima era molto meno visibile, il processo di revisione politica che sicuramente non va nella direzione di ridurre le disuguaglianze economiche e aumentare la mobilità sociale. Quindi, quello che accade negli Stati Uniti oggi è la rappresentazione evidente di qualcosa che c’era già ma era più sotterraneo e che ci prospetta un futuro che, se quell’aria di civiltà che era una volta l’Europa non reagisce a questo stato di cose, credo che ce la vedremo molto male nei prossimi decenni.

Scusate se ho parlato troppo.

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