LA CURA DELLE PERIFERIE URBANE, FRANCESCA COGNETTI: Periferie del cambiamento. Traiettorie di rigenerazione tra marginalità e innovazione.


La cura delle periferie urbane, Francesca Cognetti: periferie del cambiamento. Traiettorie di rigenerazione tra marginalità e innovazione. Locandina.
Francesca Cognetti

Quarta lezione del Corso di Formazione alla Politica 2025-2026
POLITICHE DI CURA NELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA

Francesca Cognetti è professore Associato in Tecnica e Pianificazione Urbanistica presso Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Dal 2006 insegna nel corso di Laurea in Urbanistica e nel corso di Laurea in Scienze dell’Architettura. Membro del collegio Dottorato in Architettura, Città e Design (ambito Pianificazione Territoriale e Politiche Pubbliche del territorio) allo IUAV di Venezia.

Membro fondatore di Tracce Urbane, network nazionale di ricerca interdisciplinare sulla città. Svolge attività editoriali nelle riviste Territorio (Rivista del Dastu) e Tracce Urbane (Rivista Italiana Transdisciplinare di Studi Urbani).

Dal 2015 è delegato del Rettore del Politecnico di Milano alla responsabilità sociale per il territorio. I suoi interessi riguardano i temi della casa e dell’abitare, lo sviluppo e la rigenerazione delle periferie, l’università come attore nelle politiche urbane. Su questi temi, ha sviluppato progetti di ricerca nazionali e internazionali, ha coordinato attività di consulenza per istituzioni locali e policy makers in Italia, ha scritto e curato pubblicazioni scientifiche.(fonte: polimi.it)


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Luca Caputo, presidente del Circolo Dossetti, presenta la lezione – 3:53
Andrea Rinaldo introduce la lezione e la relatrice – 19:43
Relazione di Francesca Cognetti – 42:49
Interventi e domande dal pubblico – 25:56
Risposte della relatrice e chiusura della lezione – 25:00

IL  CAMBIAMENTO  PARTE  DALLE  PERIFERIE

 Introduzione al testo “Periferie del cambiamento” [1]
di Francesca Cognetti, Daniela Gambino, Jacopo Lareno Faccini,
a cura di Andrea Rinaldo.


[1]      F. Cognetti, Daniela Gambino, Jacopo Lareno Faccini, Periferie del cambiamento, ed. Quodlibet, Macerata, 2020 

Uno.     Periferie? Le persone al centro
 
“…Questa idea di rigenerazione mette in tensione due poli: come le persone si collocano in una nuova dimensione comunitaria e come i luoghi accolgono e danno forma a queste rinnovate aggregazioni sociali, attraverso punti e reti di progetto. Questo richiede di mettere al centro gli abitanti e le comunità, come d’altra parte i luoghi, che non sono solo spazi architettonici, ma interi territori, ad esempio i quartieri periferici, che vengono chiamati essi stessi a mettersi in gioco…“[1], così chiosa Francesca Cognetti, professore associato in tecnica e pianificazione urbanistica presso il Politecnico di Milano, una delle autrici del testo che stiamo analizzando stamattina.  Proprio con riferimento a quella Milano dove la rigenerazione urbana è stata oggetto di una particolare attenzione in questo ultimo periodo, ed al di là degli aspetti giudiziari connessi, quello che ha colpito del “sistema Milano” è una sorta di “Londrificazione”;  il capoluogo meneghino è diventato inaccessibile in termini di abitazione per quel ceto che fa funzionare la città come i tranvieri, gli operai, le commesse, ma anche gli insegnanti, gli impiegati pubblici, gli infermieri,  ecc., mentre è alla portata del “peaple rich or very rich”.   Ci sono però esperienze “altre” di progettazione urbana che hanno interessato la metropoli già a partire dal 2017, magari accelerate poi dalla pandemia; una di queste è la collaborazione tra Fondazione Cariplo ed il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano (DAStU), all’interno del programma “Lacittàintorno”, che ha messo le persone al centro del focus di un’indagine teorica e pratica collaborativa, per sviluppare e migliorare il benessere e la qualità della vita degli abitanti di alcuni quartieri “periferici” della città.  Ecco quindi lo studio di tre ambiti peculiari di Milano: il quartiere Adriano, il Corvetto e via Padova.  Tre indagini che attingono da un “sapere locale e partecipato”, che muovono dal basso nell’interpretazione delle complesse connessioni che caratterizzano il tessuto urbano; che si interrogano sulle modalità abitative ed ipotizzano le possibili traiettorie di trasformazione.  Le “periferie del cambiamento” sono territori urbani certamente marcati da contraddizioni ma anche da spirito di trasformazione, sempre in bilico tra immobilismo e movimento, tra marginalità ed innovazione.  “…Il libro a partire da una lettura ravvicinata e partecipante ai territori propone così un’idea di rigenerazione urbana che mette al centro la necessità di costruire una nuova conoscenza per le periferie, capace di mettere a sistema, in modo inedito e originale, conoscenze locali e segni del cambiamento e di riorientarli all’interno di politiche urbane inclusive e integrate…[2] così viene esplicitato il punto di vista dell’approccio olistico alla città.  “Ricercare per attivare”  cioè una metodologia di indagine territoriale collaborativa; “Tre territori paradigma della periferia contemporanea” quindi i tre quartieri dell’urbe già citati che necessitano di molteplici modalità interpretative; “Periferie in prospettiva”  in pratica la connessione tra il lavoro interpretativo e le politiche di rigenerazione inclusive, così si articola il volume che stiamo approfondendo.                                                                                
 
  
  Due.      La ricerca come aspirazione alla conoscenza delle periferie
 
La ricerca nel quadro del programma di Fondazione Cariplo “Lacittàintorno” si è mossa con l’intento di collocare le periferie dentro ad un corpus di politiche inclusive, innovative ed integrate che hanno orientato il profilo della rigenerazione urbana.  La sfida è stata quella di “accompagnare le politiche” costruendo migliori legami sociali e nel contempo realizzando nuovi spazi.  Una ricerca “multidimensionale” che si è avvalsa di strumenti che hanno indagato sia la quantità che la qualità, seguendo in primis  il  punto di vista degli abitanti a partire dal loro essere in un dato territorio.  Una ricerca “collaborativa” cioè una conoscenza ancorata alla specifica realtà locale, dove la dimensione relazionale è risultata alla base dello studio, ed ha permesso la costruzione di “skills territoriali” di estrema utilità per la rigenerazione urbana; un approccio quindi sia progettuale, che situato, emersivo, interattivo, abilitante.  Quando si nomina via Padova, il quartiere Adriano gli ambiti Corvetto e Chiaravalle, di quali periferie milanesi stiamo parlando?  Il territorio urbano è costituito da fatti sociali tra le persone e da spazi materiali, cioè da una dimensione meno tangibile ed un’altra più sensibile; e le due forme non soltanto co-esistono ma sono fortemente correlate.  Come comprendere questi luoghi? Attraverso un’esperienza immersiva che si può mettere in campo magari camminando e dialogando con i residenti, cioè mediante una “osservazione partecipata”.  Capita così che la definizione corrente di “periferia”, come luogo di degrado e marginalità, risulta oggettivamente insufficiente per descrivere uno spazio urbano che è sì problematico, ma anche prigioniero di una definizione che non è in grado di raccoglierne la sua complessità, sempre in bilico tra inerzia e voglia di cambiamento.  La rigenerazione urbana passa quindi attraverso “scintille”, “ingaggi”, “supporti”, “inneschi”, che consentono di scattare non già una fotografia dell’esistente, bensì una “fotografia del futuro”:  “…le periferie, in questa prospettiva, chiamano in causa di modi pensare, conoscenza collettiva e singoli punti di vista, in un processo di scambio e di influenza reciproca in cui emerge il sapere comune legato alla vita quotidiana, di cui è spesso portatore l’everyday marker…[3]. La ricerca finalizzata alla co-progettazione si avvale di una competenza co-costruita locale, la cui conoscenza viene poi diffusa in modo che possa diventare consapevolezza alla portata di tutti gli abitatori dei territori, con un approccio che potremmo definire “glocale”. Il metodo dell’ “indagine collaborativa territoriale” ha permesso di superare la divisione tra soggetti ed oggetti del lavoro di ricognizione, in un percorso di mutuo apprendimento; nell’interdisciplinarietà dell’approccio combinando l’urbanistica, l’architettura, le scienze sociali e l’antropologia.  Il toolkit di indagine ha compreso gli elementi di inquadramento e analisi territoriale, l’analisi spaziale di dati demografici e sociali, quella degli attori e delle reti sociali, le politiche e spazi in attesa, elementi base per poter poi prefigurare rappresentazioni ed immaginari a confronto.  Gli strumenti operativi sono stati le attività libere spesso nello spazio pubblico, quelle guidate a bassa soglia di confronto ed interazione tra abitanti e gruppo di ricerca, quelle laboratoriali su invito, in un crescendo  di intensità del coinvolgimento giacché “…la natura intenzionale dell’approccio messo in campo dall’indagine collaborativa territoriale apre la ricerca al territorio portando delle proprie prospettive, sollecitando determinati attori, ingaggiando alcune popolazioni più di altre. É proprio in questa fase di rinegoziazione dei punti di vista che la ricerca mette in evidenza il suo carattere non neutrale, facendo della propria capacità di esplicitare i punti di vista e le prospettive un proprio elemento qualificante…[4].  Le nuove visioni per la città possono emergere dalle “Mappe delle Comunità” esito cartografico del lavoro di rappresentazione condivisa con la rete locale e gli abitanti dei quartieri coinvolti, “…la mappa, l’azione del selezionare e dell’interpretare, ha spinto gli abitanti che hanno partecipato a esprimersi non solo  riguardo ai problemi del territorio, ma anche sulle aspirazioni e sulle visioni di cambiamento…[5].                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                
 
 
  Tre.       Tre periferie a Milano
             
Adriano è un quartiere mai finito. La sua conformazione è il risultato di un’evoluzione temporale scandita da trasformazioni che, a partire dagli anni Sessanta, hanno generato caratteri urbani nei quali oggi è possibile riconoscere le diverse vicende contrassegnanti il settore nord-est di Milano…[6], dove il passaggio tra la funzione produttiva ed industriale a quella residenziale è stato la peculiarità dominante; quindi un quartiere paradigmatico dai caratteri metropolitani, costituente un “territorio di passaggio”, ben collegato sia dalle linee della metro 1 e 2, che dai tracciati viari su gomma.   Dal punto di vista ambientale Adriano è ricompreso entro due assi territoriali notevoli: quello del naviglio Martesana ed il fiume Lambro, non è distante dal parco di Monza e dal più vicino parco Lambro ma contiene altresì i parchi locali appunto Adriano e Franca Rame.  Piazza Costantino è il fulcro del quartiere, situata nel nucleo storico di Crescenzago, mentre l’espansione è segnata dagli interventi su Adriano Vecchia e Nuova.  Il cantiere noto come “Adriano 60” è un elemento di fragilità nonché l’area dove i residenti aspettano che sia finalmente realizzata la scuola media così tanto attesa dalle famiglie del quartiere.  Un’occasione parzialmente mancata è stata quella della completa riconversione dell’area sulla quale sorgeva lo stabilimento dismesso della Magneti Marelli in accordo con il contiguo comune di Sesto San Giovanni, del quale è rimasto il “matitone” un tempo il rifugio aereo dello stesso stabilimento; prende corpo così la sensazione di un quartiere ancora sostanzialmente in “definizione”.  Dal punto di vista anagrafico il territorio Adriano risulta in contro tendenza rispetto ad altre parti della città, ospita infatti nuclei di abitanti giovani ed una minore rilevazione di over 65 concentrata in prevalenza intorno al nucleo storico di Crescenzago ed in parte di via Padova, la presenza di stranieri è invece rilevante pari al 20% dei residenti (i dati però risalgono al 2011). La Parrocchia, la Casa della Carità, gruppi informali di cittadinanza attiva, alcuni soggetti privati rappresentano altrettante modalità di esplorazioni di connessioni sociali che sono in grado di influire sulle relazioni migliorandole e nel contempo di agire per qualificare il territorio poiché “…il quadro degli attori e delle relazioni territoriali è un elemento di progetto per la costruzione di una visione d’insieme di sviluppo locale e rigenerazione urbana…[7].  Adriano è un “quartiere verde”, ha una popolazione giovane, ma manca di qualità diffusa, tuttavia può essere espressione di un progetto contemporaneo di “uso pubblico della città”.
Via Padova “…quel che caratterizza oggi la conversione di questa parte della città, inoltre, è il suo trovarsi aperta su una soglia in cui molto sembra ancora possibile e nessun orientamento ha già trovato una maturazione spaziale o sociale rispetto ad altri…[8], ed ancora gli interventi sparsi sul quartiere “…testimoniano la grande intenzionalità delle reti locali (di abitanti, professionisti e commercianti), piuttosto che la presenza di una regia d’insieme con una visione di cambiamento complessivo…[9].  Ricca di “baricentri” urbani come NoLo, Casoretto, Turro, Cimiano, Gorla, Crescenzago, Greco, in parte indipendenti dal contesto sussumibile nell’intorno dell’asse rettilineo della via Padova, ha sovrapposto al flusso immigratorio degli anni ‘50 e ‘60 legato al tessuto industriale, a quello notevole europeo ed extraeuropeo degli anni ‘90, con una predominanza della popolazione giovane. Le “vocazioni” del territorio molto diversificate tra loro hanno in comune una rigenerazione dal basso orientata all’inclusione e all’integrazione sociale e culturale.  Il parco Trotter poi assume il ruolo di spazio pubblico multifunzionale per eccellenza, luogo storico di esperienze di cittadinanza attiva, dove la funzione scolastica ed educativa si intreccia con quella ambientale e di aggregazione per il quartiere.  Un frammento urbano caratterizzato da “due velocità di cambiamento”, territori contigui con dinamiche sociali di fragilità che manifestano un “abitare critico”, dall’altro lato gli effetti della spinta innovativa del quartiere NoLo, e alle pratiche collaborative dimensionate alla scala condominiale. La rigenerazione urbana dell’ambito di via Padova dovrebbe considerare simultaneamente i “baricentri vocazionali”, la scarsità di spazi pubblici aperti per la socialità e l’abitare critico affrontato anche con l’insorgenza di innovative relazioni di vicinato. 
Corvetto è un quartiere a dieci minuti dal centro, a un passo dalla campagna, questo potrebbe essere il suo slogan promozionale.  Rifugio di molte persone senza fissa dimora e contemporaneamente anche grande area di trasformazione per la realizzazione del Villaggio Olimpico per i giochi invernali del 2026, si inserisce tra le polarità opposte costituite da Fondazione Prada ed il Borgo di Chiaravalle, ed anche il Parco Agricolo Sud.   Luogo di addensamento di storici edifici di Edilizia Residenziale Pubblica visibili ad esempio da piazzale Gabrio Rosa che ne hanno connotato l’immaginario collettivo: “…una popolazione mista per provenienza ed età, ma di cui è evidente la medesima appartenenza sociale, edifici dai muri scrostati, lastre che segnano gli appartamenti vuoti e non ristrutturati, ma anche un disegno urbano unitario caratterizzato da un’architettura a corti chiuse della prima metà del Novecento…[10].  Tuttavia non mancano realizzazioni di “urbanistica tattica”, cioè di interventi temporanei e a basso costo con finalità di miglioramento della vivibilità, i quali prevedono il coinvolgimento dei residenti, come quello di piazza Angilberto.  L’area denominata “Porto di Mare” dove avrebbe dovuto sorgere una nuova darsena, rappresenta invece il paradigma di un progetto urbano mai realizzato, di uno “spazio in attesa”, e nel frattempo un luogo di sperimentazione di cittadinanza attiva.   Il parco della Vettabbia è ricompreso nel più vasto Parco Agricolo Sud, e con il suo sistema di cascine rifunzionalizzate è in attesa di un rimodellamento che possa introdurre funzioni di rilevanza cittadina.   La popolazione del Corvetto è al contempo giovane con alti tassi di istruzione e con una rilevante presenza di stranieri.  La stagione di una nuova centralità per la città pubblica ha visto all’affacciarsi del nuovo millennio due interventi assai significativi: il Contratto di Quartiere II Mazzini e la realizzazione del parco della Vettabbia. Due sembrano all’attualità le tematiche che caratterizzano la fase attuale: la rideclinazione dello spazio agricolo come supporto a funzioni di cerniera urbana e la seconda che si concentra sullo sviluppo locale e dell’inclusione sociale come esito di micro-progettualità.  OpenagriMade in Corvetto, feste di quartiere specialmente in ambiti ERP hanno rappresentato, soltanto per fare qualche esempio, processi di co-progettazione a più livelli (tra amministrazione pubblica, agenzie territoriali, abitanti) network-based dove i corpi intermedi locali hanno assunto un nuovo ed inedito protagonismo. Tuttavia il nodo dell’abitare, della disponibilità di alloggi accessibili per le fasce sociali più fragili, rimane un tema ancora irrisolto per questa periferia, anche in ragione della smobilitazione delle risorse pubbliche messe a disposizione.   Gli spazi periurbani poco percepiti quali il parco della Vettabbia e Chiaravalle potrebbero diventare elementi di qualità della vita quotidiana e attrattivi per la città; inoltre rimane però il problema dei “vuoti in attesa” (appartamenti sfitti, locali commerciali dismessi, cascine, capannoni, ecc.) dalla difficile ricollocazione.
 
 
Quattro.   Quali prospettive per le periferie?  
 
Le periferie luoghi di concentrazione delle fragilità sociali, caratterizzate da più “fattori territoriali appunto di perifericità”, con un immaginario collettivo negativo che ne rafforza la percezione di un “luogo altro” nella città, distanti dai centri di potere politico, sono spesso considerate come porzioni urbane “malate”, da curare dall’esterno senza una necessaria compartecipazione degli attori locali.  Le periferie al plurale sono quindi in primis un “territorio dell’esclusione” sempre in bilico tra incertezza e trasformazione, e a volte sono il risultato dell’errore di architetti ed urbanisti, rappresentando un “margine” sfilacciato e insignificante dell’urbe.  Tuttavia le periferie nel senso interpretativo “poliedrico” delle stesse emergono anche come territorio ricco di risorse, sono un concetto che non è: “…univoco, rimanda a una geografia che cambia nel tempo, ed è legato in forma multidimensionale a diversi fattori di natura materiale e immateriale…[11].  Spesso infrastrutture come strade, stazioni, scali ferroviari, ecc., costituiscono delle barriere interne che frammentano i quartieri, oltre ad essere dei specifici “gradienti di perifericità”, così come la bassa qualità fisica degli immobili residenziali, l’incuria e la scarsa attenzione per gli arredi e per i piccoli spazi a verde si traducono in un degrado diffuso.  La monofunzionalità invece che l’articolazione di un mix funzionale di destinazioni d’uso rappresenta un ulteriore limite, così come la composizione sociale (anziani autoctoni, immigrati, ecc.).  “…La “città dei ricchi e la città dei poveri (Secchi 2013) si guardano molto da vicino ma senza neanche sfiorarsi, col rischio di una polarizzazione spaziale che acuisce gli effetti di autocontenimento, legati a una sorta di estraneità diffidente…[12].   Le persone come risorsa, le mappe sui gradienti di perifericità, che restituiscono ambiti in cui la fragilità sociale e materiale si intreccia con quella demografica (invecchiamento della popolazione); il welfare offerto dal territorio, sono tutti elementi che indicano la qualità urbana della metropoli, di cui un parametro oramai accettato è quello dell’accessibilità dei servizi in 15 minuti a piedi dalla propria abitazione e possono configurare una città “policentrica”, in cui i diversi e nuovi “centri urbani” si rapportano in modo meno subalterno con il centro storicamente identificato della città.   
 
 
Cinque.    Rigenerare non gentrificare: le periferie al centro del cambiamento
 
Al di là degli aspetti di cronaca che hanno investito recentemente la “capitale morale” di Italia sul tema dell’urbanistica, cioè quella Milano che “non si ferma” (la non proprio felicissima espressione utilizzata ai tempi del Covid), la stessa città viene oggi messa in discussione in occasione di confronti pubblici, stigmatizzando da un lato la sua prorompente attrattività prima condensata nel positivo “modello Milano” sconfinato poi nel più problematico “sistema o rito Ambrosiano”. Sul tema delle periferie all’attualità conglobato nel più asettico profilo della “rigenerazione urbana” forse sarebbe stato utile dedicare un assessorato specifico proprio a tali spazi urbani, e questa scelta probabilmente avrebbe potuto significare una presa in carico politica significativa della questione.  Oggi a volte ci si scaglia contro quella verticalità, quello skyline svettante meneghino così ammirato ma anche parecchio sofferto, che vede nei grattacieli i nuovi totem della rendita fondiaria e della dismisura. Mentre si inaugurano nuove linee di metropolitana, che collegano i quartieri periferici al centro, quell’idea di metropoli virtuosa, attenta all’inclusione, sembra più sfumata. I processi di gentrificazione già visti a Londra, New York e Parigi si stanno replicando anche a Milano, privilegiando la fascia alta di consumatori il cui potere d’acquisto è elevato. Va detto che nel caso di Milano, la rigenerazione urbana intesa in molti casi come partenariato tra pubblico e privato, ha anche cambiato spesso in meglio il volto di interi quartieri. Dall’altra parte l’impatto negativo di un’ “urbanistica neoliberale” sull’accessibilità economica degli immobili si è rivelato come un ostacolo difficile da arginare specialmente in contesti marginali.  Si è quindi in taluni casi confusa la rigenerazione con la gentrificazione, subordinando magari i grandi interventi all’interesse collettivo, la città pubblica a quella privata. L’analisi invece dei tre interventi paradigmatici su contesti di periferia milanese che abbiamo approfondito stamattina, ci indica che ci sono anche le “periferie del cambiamento”, cioè quelle traiettorie di trasformazione spinte spesso da processi dal basso che interpretano la città in modo diverso, e che permettono poi di abitarla con una qualità urbana di molto aumentata.

[1]    F. Cognetti, Periferie del cambiamento, ed. Quodlibet, Macerata, 2020, seconda di copertina
[2]    F. Cognetti, Daniela Gambino, Jacopo Lareno Faccini, Periferie del cambiamento, ed. Quodlibet, Macerata, 2020, p. 10
[3]        F. Cognetti, Daniela Gambino, Jacopo Lareno Faccini, Periferie del cambiamento, ed. Quodlibet, Macerata, 2020, p. 23
[4]        F. Cognetti, Daniela Gambino, Jacopo Lareno Faccini, Periferie del cambiamento, ed. Quodlibet, Macerata, 2020, p. 32
[5]        F. Cognetti, Daniela Gambino, Jacopo Lareno Faccini, Periferie del cambiamento, ed. Quodlibet, Macerata, 2020, p. 39
[6]          F. Cognetti, Daniela Gambino, Jacopo Lareno Faccini, Periferie del cambiamento, ed. Quodlibet, Macerata, 2020, p. 42
[7]       F. Cognetti, Daniela Gambino, Jacopo Lareno Faccini, Periferie del cambiamento, ed. Quodlibet, Macerata, 2020, p. 56
[8]       F. Cognetti, Daniela Gambino, Jacopo Lareno Faccini, Periferie del cambiamento, ed. Quodlibet, Macerata, 2020, p. 72 (Erika Lazzarino)
[9]     F. Cognetti, Daniela Gambino, Jacopo Lareno Faccini, Periferie del cambiamento, ed. Quodlibet, Macerata, 2020, p. 72 (Erika Lazzarino)
[10]       F. Cognetti, Daniela Gambino, Jacopo Lareno Faccini, Periferie del cambiamento, ed. Quodlibet, Macerata, 2020, p. 98
[11]       F. Cognetti, Daniela Gambino, Jacopo Lareno Faccini, Periferie del cambiamento, ed. Quodlibet, Macerata, 2020, p. 131
[12]       F. Cognetti, Daniela Gambino, Jacopo Lareno Faccini, Periferie del cambiamento, ed. Quodlibet, Macerata, 2020, p. 132


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  1. Luca Caputo, presidente del Circolo Dossetti, presenta la lezione – 3:53
  2. Andrea Rinaldo introduce la lezione e la relatrice – 19:43
  3. Relazione di Francesca Cognetti – 42:49
  4. Interventi e domande dal pubblico – 25:56
  5. Risposte della relatrice e chiusura della lezione – 25:00

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