Ricordo di Mario Cuminetti

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La mia amicizia con Mario era antica, grande per me la perdita. Di questo taccio e mi si conceda il pudore. Svolgerò, allora, solo alcune riflessioni su quel che Mario Cuminetti è stato pubblicamente: in breve parlerò della sua opera.

Conobbi Cuminetti prete: un prete della generazione conciliare e per formazione, mentalità, cultura, conciliare prima del Concilio. Aveva già letto De Lubac, Congar, Rahner quando in Italia erano ancora in pochi a conoscerli. Aveva letto Barth e studiato il protestantesimo. Possedeva, già allora, una viva sensibilità ecumenica. Ricordo che grazie a lui partecipai alla metà degli anni sessanta  a gruppi interconfessionali di esegesi biblica.  Ma il suo tema, il suo vero problema fu da sempre l’ecclesiologia, più esattamente la Chiesa. Egli ha fatto proprio e ha praticato l’antico adagio: “Ecclesia semper reformanda”.

La riforma, non la polemica fine a se stessa. La critica certo, ma anche l’assunzione di responsabilità, distinguendo tra quel che è degno d’obbedienza e quel che invece è soggezione passiva all’au-torità. Peraltro abbastanza comoda. E per riformare davvero, per incidere, in taluni casi bisogna opporsi, prendere le distanze, distinguere tra la verità nucleare di un messaggio – in questo caso quello cristiano – e le stratificazioni storiche che vengono dai più assunte come verità e sono invece cattive abitudini, inerzie.

Cuminetti è stato prete di frontiera, “uomo di frontiera”. Ma alla Chiesa è rimasto fedele: ha abbandonato la disciplina ecclesiastica, ma non il popolo di Dio, meno che mai la fede. Peraltro questo è lui stesso a dichiararlo in un suo recente scritto: ” Per la fede in Gesù di Nazareth, confessato come il Salvatore, c’è un punto di vista preciso in queste pagine. La mia fede resta la prospettiva di fondo attraverso cui colgo il senso di un mondo che si dissesta, che rivela le sue fratture”. Poco capiremmo di Mario se non tenessimo conto dell’ispirazione religiosa della sua azione, di quella che possiamo definire la sua ortoprassi, la verifica pratica della verità del cristianesimo: stare dalla parte dei poveri, degli oppressi, degli ultimi.

Di qui discende il suo impegno   sociale, quello politico. Cuminetti è stato sempre uno spirito laico, come in fondo è laico il vero credente. Per il credente il problema non è quello di rendere cristiano il mondo, ma caso mai di testimoniare il cristianesimo operando per il bene del mondo. Poi è Dio che chiama e chiama chi vuole. Agli uomini tocca il compito di incontrarsi, di cercare una destinazione comune, muovendo da provenienze diverse. Di qui l’attenzione di Mario alle altre religioni come manifestazioni dell’unico Dio. Anche in questo caso è Mario a parlare: “La fede cristiana non si pone al di là o al di sopra delle diverse credenze, ma oggi è chiamata anch’essa a giustificarsi e a mostrare come, nel compito immane che l’umanità è chiamata a svolgere, essa può ripensarsi, riorientarsi, mutarsi, senza rinunciare a ciò che le è proprio”. Cuminetti è stato sempre uomo di confine, è perciò ha colto le ragioni e i  torti degli sconfinamenti individuali e collettivi. Per questo non è stato mai schiavo di alcuna ideologia, non ha ceduto a mode e sincretismi.

Ha scelto la vita laicale e la famiglia, ma non ha mai criticato il celibato nè, tanto meno, ne ha perso di vista l’alto significato. Questioni di questo genere infatti non sono da porsi in termini di valore, ma di libertà. Senza pretese superbe di vita superiore. 

Si è mosso ed ha agito lungo i molti sconfinamenti della vita moderna, non tanto per il piacere di frequentare il margine, ma perché ha capito presto che in una società dislocata e complessa  come la nostra il margine è divenuto il centro. Egli scorgeva negli interstizi delle vita religiosa e sociale il formicolare di nuove, diverse possibilità. Quella di Mario è stata indubbiamente una personalità di confine, ma per niente una personalità marginale. Al contrario, si sempre confrontato e raccordato come le grandi istituzioni, rivendicando pur sempre la sua autonomia.  Per capire questo basti pensare al rapporto tra la “Nuova corsia” e al sindacato e, poi, alle diverse collaborazioni ed interscambi con le istituzioni civili, e culturali.

Stare sulla linea. E allora tutto si spiega: il cristianesimo conciliare prima,  le comunità di base e i “cristiani per il socialismo” dopo, i movimenti, sociali, operai, giovanili degli anni “70”, la crisi dell’ideologia degli “80”. E sul piano editoriale la cura della piccola editoria. Infine l’attenzione alla cosiddetta rinascita del religioso dei tempi più recenti. 

Negli anni 70 la sua storia personale si è incrociata con quella  della “Corsia dei servi”. Si è legato ancora di più a uomini e donne che già da tempo conosceva –  Davide Turoldo, Camillo De Piaz, Lucia Pigni. Ed anche qui ha vissuto con loro una storia di allontanamento e di esilio. Poi di nuovo la ripresa e il riconoscimento nella Milano del Card. Martini. Negli ultimi anni, la “nuova Corsia”. E anche qui, ancora una volta, si è mosso sulla linea di confine, ha praticato il margine, confrontandosi con una delle dimensioni più radicali dell’esclusione: il carcere. In ciò l’antica  carità cristiana- soccorrere i carcerati – si è coniugata con la più modera e avanzata cultura dei diritti. E nel carcere il rapporto con il terrorismo: la storia di un tremendo sanguinoso errore, che portava dentro si sè intenzioni di verità. Al di là degli sviamenti politici e delle allucinazioni ideologiche, bisognava poter distinguere tra pentimento, dissociazione e malafede. Senza generalizzati perdonismi, bisognava  ricostruire vite. Per loro, per noi, a vantaggio di tutti.

Mario, nel corso della sua esistenza ha avuto una condotta ereticale senza essere eretico, ha svolto pratica sociale e di solidarietà senza essere marxista. Nei luoghi in cui ha agito ha cercato di trovare le ragioni giuste per agire. Per questo non è stato spazzato via dalle mode.  Non ha mai inseguito nessuno.  Nella secolarizzazione non si è secolarizzato: è stato dalla parte degli ultimi, ma non ha dissolto il cristianesimo nell’ideologia proletaria. Muovendosi, per breve tratto, sullo stesso piano della “teologia della liberazione”, ha tenuto ferma la trascendenza non tanto – o quanto meno non solamente –  come mondo altro, ma come possibilità di vivere diversamente in questo. E alla fine l’attenzione al religioso in generale come  “cifra del rinvio”, come senso della trascendenza. Abitare il simbolo. Il simbolo è rinvio, o – com’egli scrive –  “è  un invito all’alleanza con l’universo per tentare di ricomporre il noto con l’ignoto”. Sul modo di questo ricomporsi e rinviare eravamo distanti. Per Mario vi è un “Tu” a cui rivolgersi; per me Dio non è nulla di diverso dal mistero del mondo. 

Mario è stato fedele. Una singolare fedeltà: una fedeltà del cuore che pur nelle diverse rotture non è stata mai capace di tradimento. Per questa ragione non mi meraviglio affatto che oggi siano in tanti a parlare di lui e a patirne  la mancanza.

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