Sergio Bologna. Ceti medi senza futuro? Scritti, appunti sul lavoro e altro.

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Corso di formazione alla politicaMolti segnali ci dicono che la middle class europea è in decomposizione. Le professioni della conoscenza (professioni liberali protette e non protette, medio-alta burocrazia, operatori universitari e della sanità, manifestazioni artistiche ecc.) è fortemente dipendente dalle politiche pubbliche sia nelle fasce  protette che non protette in attesa di cooptazione. Una parte del lavoro autonomo di seconda generazione fa parte di questa middle class. In posizione di nicchia le professioni relazionali che, più che ricorrere a competenze, fanno uso di capacità personali. Nei prossimi anni si apriranno delle crepe negli stili di vita (strumento di identificazione della middle class), ma mentre le imprese a rete probabilmente reggeranno, la finanza è il settore fragile del sistema. La deindustrializzazione andrà avanti e rimane piuttosto una residuale “borghesia produttiva” nelle provincie, ma anche i distretti sono in crisi e tende a prevalere lo sviluppo “a minor prezzo”, che abusa del territorio.

Sergio Bologna. Ceti medi senza futuro? Scritti, appunti sul lavoro e altro.

1. leggi il testo dell’introduzione di Giancarlo Sartini

2. leggi la trascrizione della relazione di Sergio Bologna

3. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

premessa di Giovanni Bianchi (7’20”) – introduzione di Giancarlo Sartini (18’07”) – relazione di Sergio Bologna (1h5’21”) – prima serie di domande (14’07”) – risposte di Sergio Bologna (8’44”) – seconda serie di domande (13’08”) – risposte di Sergio Bologna (12’35”) – terza serie di domande (27’36”) – risposte di Sergio Bologna (16’44”)

4. leggi il contenuto extra

la relazione introduttiva di Sergio Bologna al Convegno “I rapporti tra Pubblica Amministrazione e professionisti autonomi” (nov.2008)

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Testo dell’introduzione di Giancarlo Sartini a Sergio Bologna

Sergio proviene da una lunga storia di impegno e ricerca sui temi del lavoro (dalla militanza nel filone “operaista” del pensiero politico-sociale, a 1° Maggio, alle pubblicazioni sulle “partite IVA”, al lavoro autonomo di seconda generazione). Il suo approccio è sempre stato centrato sui modi di produzione del sistema economico e sui mutamenti che   ciò induce sulla prestazione del lavoro e sulla coscienza  di chi li esperisce. In questo lavoro (ceti medi senza futuro?) molti aspetti rilevanti sono importanti, come quelli, ad esempio, riguardanti i tentativi di presa di coscienza e di colleganza circa un’identità collettiva di ceto (gli “sfoghi” su internet), ma ciò che ci può dare di più, secondo me, rispetto alla rilevazione del punto in cui siamo e, forse, di dove stiamo andando è la proposizione dell’undicesima tesi.

Si può partire dal secondo “segmento”: il lavoratore autonomo è un’impresa?

Nelle statistiche ufficiali, il lavoro autonomo è denominato come “ditta o impresa individuale” che Sergio accusa di essere denominazione ambigua e volutamente mistificatoria. Nella visione schumpeteriana l’impresa è concepita come una composizione di tre ruoli: il detentore di capitali (o investitore), il manager, gestore d’impresa, il lavoratore salariato o, esecutore. Esiste poi l’impresa familiare, in cui i ruoli di investitore e manager si fondono, e che negli anni settanta, con la fortunata esperienza dei distretti industriali è tornata in auge, ma che si fondava comunque nella distinzione di ruoli. Il lavoro autonomo, invece, si fonda sulla fusione di questi ruoli: strumenti di lavoro, o capitale, gestione dell’attività e lavoro. Ed è proprio questa fusione che caratterizza la “figura” del lavoratore autonomo di seconda generazione, con relativo potenziale di sviluppo e rischio “d’impresa”, con relative specificità di incentivo e di servizi alla formazione d’impresa.

L’identificazione del lavoro autonomo con l’impresa riduce le possibilità, ad esempio, di servizi di orientamento sul mercato o di accesso al credito. Praticamente è, allo stesso tempo, negare una figura professionale e la questione sociale che sottintende (almeno 9 milioni di persone).

Quarto segmento: dove può portare una società senza conflitto.

Il post-fordismo (delocalizzazione, esternalizzazione, impresa a “rete”) ha sconvolto la società industriale e frammentato il lavoro. Ma ormai, sulle radici di quello sta profilandosi un nuovo modello. La forte spinta ai profitti delle imprese dopo l’accordo sindacale del 1993,  più che produrre industrializzazione e investimento ha prodotto rendite e finanziarizzazione.

Le nuove élite finanziarie prosperano su un nuovo modello che non è più quello della manifattura o dei distretti industriali e che è piuttosto fatta di riscossione di pedaggi autostradali, diritti televisivi, tariffe telefoniche ecc.

Il post-fordismo ha già esaurito il suo ciclo? Si incrementerà ulteriormente la rendita o la delocalizzazione sarà ancora più forte, così la miniaturizzazione delle imprese, la flessibilità più spinta, il lavoro più frammentato?

Il mondo delle banche diventa sempre più centrale e l’interesse alla finanza delle piccole-medie imprese sempre più accentuato. Il tessuto industriale andrà sempre più assottigliandosi e una nuova generazione di imprenditori uscirà di scena (ad esempio i figli dei piccoli imprenditori del nord-est).

Si profila un paese profondamente diverso anche da quello post-fordista basato sul ceto imprenditoriale della fabbrica diffusa, a carattere famigliare, una middle class e i professionisti del lavoro autonomo di prima generazione più coperti e privilegiati, sulla lower middle class del lavoro autonomo di seconda generazione e dell’impiego pubblico, sulla moltitudine di “nuovi lavori”, formalmente autonomi e di fatto subordinati.

Di fatto, una depauperazione di molti ceti medi e dei lavori subordinati.

Sesto segmento: chi tiene assieme la “rete”?

Molti osservatori hanno individuato nella logistica (gestione delle scorte, flussi delle merci e delle informazioni, servizi finanziari, etc.) il settore strategico che permette di unificare aziende e gestione del mercato. Inghilterra e Germania, ad esempio, sono molto avanzate su questo terreno.

Ovviamente ciò comporta uno sviluppo eccezionale delle tecniche di ricerca operativa, dell’ottimizzazione dei flussi e di qualunque altro strumento di formalizzazione del sistema di decisioni, l’emissione degli ordini, il prelievo delle scorte di magazzino, le consegne al cliente (intermedio o finale), la traduzione in linguaggio informatico.

Il trasporto delle merci è il vero fattore critico di costo, ma la gestione di tutto il sistema è la sfida che i modi di produzione si sono posti di fronte.

La logistica è il fattore più importante, di fatto, di unificazione della nuova “rete” produttiva.

La classe operaia impiegata nel ciclo produttivo di trasporto è l’unico segmento ancora dotato di potere contrattuale. Ma per il resto il mercato del lavoro usa i parametri di riferimento più bassi tra quelli esistenti sul mercato, tanto per il lavoro manuale che per il lavoro ad alto contenuto professionale e di conoscenza tecnico-scientifica.

Troviamo assieme, nel nuovo modello, fordismo (classe operaia con potere di interdizione) e post-fordismo (articolazione “a rete” e lavoro flessibile). E, assieme, la tendenza al loro superamento (finanziarizzazione).

Nono segmento: l’impresa come unico sistema in cui prospera l’economia della conoscenza?

Sergio, dopo aver criticato le attuali teorie sul capitalismo “cognitivo” (i lavoratori della conoscenza tra mito e realtà), si interroga su dove e come si produca conoscenza.

Per i pensatori ufficiali, l’azienda di grosse dimensioni è il vero luogo dove si produce innovazione e conoscenza, il problema è semmai che essa venga riconosciuta e non svalorizzata. E, da questo punto di vista, pare che non ci siano dubbi: la corporation è la struttura vincente, molto di più, di piccole e medie imprese. Ma in realtà, sostiene Sergio, gli organismi più sono complessi, più sono dotati di una forte resistenza al cambiamento: l’innovazione è vista come un rischio.

Si adoperano procedure formalizzate, codici ben definiti, la “forza invenzione” corre per canali molto stretti. Solo in questa “gabbia” è apprezzata. Il lavoratore non si sente incentivato a “innovare”, semmai a dare consigli demandando ad autorità superiori la decisione, ma anche il free lance, al di là del mito, è molto condizionato dalla sua condizione subordinata.

Anche l’educazione formale fornita dalla scuola è sempre meno valorizzata: sono molto pochi coloro che trovano un lavoro coerente con la loro formazione, e l’universo delle corporation e delle medie imprese offre troppo poche occasioni di assorbimento della domanda.

Comunque lo si guardi, la radice del problema sta nella struttura della scuola, nei sistemi di pensiero e di deontologia che trasferisce.

Decimo segmento. Tirando le somme….

Molti segnali ci dicono che la middle class europea è in decomposizione. Le professioni della conoscenza (professioni liberali protette e non protette, medio-alta burocrazia, operatori universitari e della sanità, manifestazioni artistiche ecc.) è fortemente dipendente dalle politiche pubbliche sia nelle fasce  protette che non protette in attesa di cooptazione.

Una parte del lavoro autonomo di seconda generazione fa parte di questa middle class. In posizione di nicchia le professioni relazionali che, più che ricorrere a competenze, fanno uso di capacità personali.

Nei prossimi anni si apriranno delle crepe negli stili di vita (strumento di identificazione della middle class), ma mentre le imprese a rete probabilmente reggeranno, la finanza è il settore fragile del sistema.

La deindustrializzazione andrà avanti e rimane piuttosto una residuale “borghesia produttiva” nelle provincie, ma anche i distretti sono in crisi e tende a prevalere lo sviluppo “a minor prezzo”, che abusa del territorio.

Nella nuova situazione che si è creata, il lavoro autonomo di seconda generazione deve fissare l’attenzione sulle sue condizioni materiali per potersi difendere, ma andando al di là dello spirito rivendicativo, quale quello del lavoro salariato, che non muta i rapporti tra gruppi sociali. Occorre, per questo, anche una profonda innovazione nella stessa “estetica” della protesta, come testimoniato dall’iniziativa di molte aree del “lavoro precario”, ma, e forse soprattutto, occorre andare nella direzione della costruzione e incentivazione delle possibilita emancipative offerte dal lavoro autonomo, anche se la rivendicazione di certe tutele, come quella previdenziale ad esempio, sono necessarie.

Trascrizione della relazione di Sergio Bologna

Post-fordismo e classi medie

Da quasi 20 anni, dopo averne fatto altrettanti come docente universitario in Italia e all’estero, faccio il mestiere del consulente, sono un libero professionista delle professioni non regolamentate, ho una partita IVA quindi parlo dei problemi del lavoro sulla base di un’esperienza personale. I miei scritti in genere non sono gli scritti di un ricercatore classico, sono più o meno quasi sempre testimonianze di vita vissuta, sono tentativi di riflettere sul vissuto, per vedere se, dialogando con altri che fanno il mio stesso mestiere, riesco a trovare degli obiettivi condivisi per operare insieme ad altri, sul terreno della professione e sul terreno sociale, per esempio sul terreno dell’autotutela.

Il tema del mio ultimo libro è: post-fordismo e classi medie. Prima domanda: che diavolo è questo post-fordismo? Per definirlo, per capire più o meno cosa intendo dire con questo termine, mi servirò di qualche esempio concreto. Se guardiamo le immagini di una fabbrica cinese di oggi, come quelle scattate dal fotografo americano Burtynsky, ricordiamo una catena di montaggio portata all’estremo, quasi una caricatura di quella che in tutto il mondo industrializzato aveva portato la produzione di massa, quella delle grandi fabbriche che tutti noi abbiamo conosciuto e nelle quali si è costruita anche la storia del sindacato, la storia del movimento operaio. La cosiddetta cultura dell’operaismo si è formata lì dentro. Quindi, quando si dice postfordismo si vuole indicare un’epoca storica che è venuta dopo. Questo “dopo” si è verificato soprattutto nei paesi occidentali, mentre il vecchio fordismo sta impiantandosi pesantemente proprio nei paesi a basso costo del lavoro.

Proviamo a pensare ai componenti di un’automobile. Saranno circa 400. Quanti di questi pezzi vengono fabbricati dall’industria che poi mette il proprio nome sull’automobile? Mentre una volta erano fabbricati per quasi l’80% dai produttori di auto, oggi si valuta che solo un 30% di una Mercedes è prodotto dalla Daimler Benz; tutti gli altri sono prodotti da industrie satelliti fornitrici di questa industria principale. Il sistema dell’industria a rete fa sì che il titolare del marchio si concentra sul suo core business e poi decentra il resto.

Quindi, si è creato un sistema per cui, sostanzialmente, a un luogo di comando centrale corrispondono una serie di luoghi di produzione o una serie di luoghi di comando periferici; si è creata quella che viene chiamata l’impresa a rete, una rete che una volta era localizzata all’interno di una certa area geografica (i distretti industriali), ma oggi è localizzata a livello mondiale, nel senso che un componente di un’automobile tedesca non deve necessariamente essere prodotto in Germania, e non deve necessariamente essere prodotto in Europa, anche se i montaggi finali sono in Germania, ma il componente può essere benissimo prodotto in Cina o, viceversa, in Cina può essere montata definitivamente l’automobile i cui componenti sono fatti in Europa e così via.

Questa rete è una rete globale. Fin qui lo sappiamo tutti.

Una cosa però che si dimentica troppo spesso, anzi diciamo della quale non si parla, è che per tenere insieme questa rete globale ci vuole qualcuno. Non possiamo spedire via e-mail un componente. Tu fabbrichi l’automobile in Cina e io via e-mail ti mando la valvola. No, la valvola è un oggetto fisico e tu devi mandarlo con un processo fisico di trasporto. Ed evidentemente chi lavora all’interno di questa funzione di collegamento tra nodi della rete è una forza lavoro specifica che noi, molto spesso, non mettiamo in conto in quella che è una forza lavoro reale. Quindi, quando pensiamo a una fabbrica a rete non dobbiamo pensare soltanto ai lavoratori della fabbrica stessa ed a quelli dei suoi fornitori, ma anche alla forza lavoro che è impiegata nel collegare questi vari punti tra loro. È come se noi parlassimo di un sistema dimenticandone la parte più importante, cioè il collante che lo tiene insieme. Un’impresa a rete finisce per essere un’impresa nella quale l’azienda titolare del marchio  rappresenta soltanto una minima parte del capitale utilizzato. E’ una trovata geniale, perché l’impresa sfrutta il capitale altrui, utilizza forza lavoro che non è sua e della quale non risponde, quindi si riduce fortemente l’incidenza del costo del lavoro sul prodotto finale perché il lavoro lo si acquista all’esterno, dai sub-fornitori, i quali a loro volta hanno dei sub-fornitori, quindi si crea questa specie di catena infinita dove l’utilizzatore finale non deve rispondere del processo lavorativo né dei rischi ad esso connessi.

Qui ci sono due modelli. Uno è il modello globale di cui parlavo prima, dell’industria automobilistica che cerca i suoi componenti a livello mondiale. E poi c’è il modello distrettuale dove questa rete è invece limitata territorialmente, pensate ai distretti industriali emiliani, del nord-est e così via, un modello in cui si è partiti da una produzione più o meno centralizzata e ad un certo punto si è cominciato a decentrare. Il padrone dava lui stesso la macchina all’operaio e gli diceva “tu non lavori più da me, te la do io la macchina utensile, la metti nella cantina di casa tua e mi fai lo stesso lavoro di prima, io con te faccio un contratto di acquisto di un certo numero di pezzi al mese o all’anno e tu non sei più un dipendente, sei un lavoratore autonomo, anzi sei un microimprenditore”. In un’industria dell’abbigliamento, tipo per esempio Benetton, è molto più facile farlo che non a livello dell’industria dell’auto.

Poi però questa rete si è talmente frammentata che si è costituita la così detta fabbrica diffusa. E in questa fabbrica diffusa, vengono esternalizzate non soltanto singole fasi della produzione per fare singoli prodotti (Benetton, per esempio, aveva o ha tuttora, non lo so, un contratto con delle aziende che gli producono solo i bottoni dei jeans, delle magliette, delle camicie e così via). In tal modo si sono decentrate anche alcune competenze importanti, competenze che prima erano all’interno e ora sono esternalizzate.

Ecco, quando io parlo di lavoro autonomo di seconda generazione, cosa intendo, sostanzialmente? Intendo per intanto un fenomeno di decentramento delle competenze. Azienda di abbigliamento, di moda oppure di mobili: prima aveva all’interno il designer, un dipendente, lo aveva educato nella sua azienda, un designer che disegnava i modelli dei capi di abbigliamento o i mobili dell’arredamento. “Ma perché mi devo tenere un designer in casa? Mi costa meno probabilmente ricorrere a uno studio di designer esterno che lavora per me così come lavora per altri. Perché mi devo tenere un avvocato dentro? Perché mi devo tenere un programmatore dentro? Perché mi devo tenere queste competenze qualificate che mi costano. Io me le vado a comperare all’esterno. Quelli che prima lavoravano da me se ne vanno, io gli faccio un contratto di fornitura perché mi costa di meno comprare a corpo il prodotto della loro competenza che pagarli a ore come dipendenti e pagare i contributi”. Quando io parlo di lavoro autonomo di seconda generazione sto parlando di competenze professionali che sono state esternalizzate dalle aziende e che si trovano sul mercato come competenze di lavoratori indipendenti, di liberi professionisti.

Però questo è solo uno dei motivi per i quali si è sviluppato il lavoro autonomo di seconda generazione. L’altra spinta è venuta dal fatto che le persone stesse, hanno scelto questa strada. C’è stata una generazione, soprattutto dopo il ’77,  che pensava “è meglio lavorare in proprio, senza obblighi di orario: invece di andare sotto padrone, invece di farsi assumere da un’azienda, da una banca, da una casa editrice ecc., è meglio mettersi sul mercato, essere un professionista indipendente, lavorare per diverse aziende, si guadagna di più e so è più liberi, ci si organizza come si vuole”.

Illusioni che poi pian piano cadono, nel senso che alla fine si lavora molto di più.

Abbiamo del post-fordismo individuato soltanto l’aspetto della produzione, non stiamo parlando di finanza, di servizi ecc: Dal punto di vista della produzione è il passaggio da un’organizzazione verticale, integrata, dell’impresa a una organizzazione a rete che diventa globale e quindi necessita di un fortissimo coordinamento e di una fortissima incidenza del trasporto, della logistica.

Per collegare i nodi della rete non bastano i camion, le navi, gli aerei, ci vogliono depositi, il magazzini e sistemi informatici complessi. Si è sviluppato con la logistica un settore che, pensate, in Germania è – dal punto di vista occupazionale – il terzo settore. Noi ne abbiamo coscienza, pensate che il sindacato non ha un contratto della logistica, non esiste contrattazione sindacale unica di un settore che sta diventando uno dei settori a espansione più rapida. Infatti, alcuni lo chiamano physical internet. Internet è appunto un collegamento virtuale tra soggetti, la logistica invece è il collegamento concreto, fisico.

E’ un’organizzazione complessa, come quella della Daimler Benz. Il cervello sta a Sindelfingen in Germania. Questa centrale ha il compito di programmare tutta la produzione dei componenti che andranno a comporre la macchina finita che si costruisce in Inghilterra, la Mercedes MacLaren, macchina di lusso ad alte prestazioni, concorrente della Ferrari. La centrale emette gli ordini (e le fatture) a sei stabilimenti diversi: uno sta a Stoccarda, uno a Düsseldorf, uno ad Amburgo, uno a Sindelfingen, un altro in un altro posto che non ricordo e un sesto ancora a Stoccarda. Ciascuna di queste fabbriche, ciascuno di questi impianti produttivi, ha il compito di produrre un componente di quella macchina. Da queste unità produttive partono sulla base degli ordini emessi, i prodotti finiti che vengono portati da camion e tutti convergono in un magazzino centrale, il quale non appartiene né alla MacLaren né alla Mercedes Benz: è di uno specialista che fa questo mestiere, uno che ha messo a disposizione un magazzino, lo ha dotato di scaffalature speciali, ha speso un sacco di soldi di gestione automatica e di sistemi informatici e così via. Che compito ha? Di prendere questi componenti, di farne dei kit, di caricare questi kit su dei camion che si dirigini a un altro magazzino che sta oltre Manica, un magazzino di pre-assemblaggio il quale ordina appunto questi kit in base ai ritmi della linea di produzione. Quello che è interessante è che dal momento dell’emissione dell’ordine al momento in cui questi signori devono spedire il camion dal magazzino non può passare più di mezza giornata, cioè 12 ore. Tutti i materiali non possono restare in questo magazzino più di 12 ore e per essere spediti questi kit al destinatario non può passare più di un giorno. Praticamente, tutto questo enorme processo che coinvolge sei fabbriche, due magazzini, una fabbrica di montaggio e decine di viaggi ogni giorno, compreso l’attraversamento del Canale, deve avvenire entro 48 ore.

Questa è sostanzialmente la fabbrica a rete. È una fabbrica dietro la quale esiste una larga organizzazione che deve essere perfettamente collaudata, nella quale c’è un’incidenza di investimenti in sistemi informatici elevatissima. Un’impresa a rete funziona in quanto esiste un sistema logistico, un sistema di approvvigionamenti, di forniture, di controlli di qualità eccetera, che non è direttamente legato al sistema produttivo, che è tutto esternalizzato e che appartiene a una serie di cosiddetti logistic provider, di fornitori terzi di servizi.

Noi in genere, quando parliamo di fabbrica, ci dimentichiamo di tutto questo. Pensiamo che la fabbrica sia quella roba con la catena di montaggio, ma di quello che sta dietro, di quello che collega i vari nodi della rete non ne abbiamo minimamente sensazione e quindi non riusciamo veramente a capire che cos’è questo benedetto post-fordismo. Post-fordismo è la produzione basata su un sistema a rete che consente di concentrare all’interno della fabbrica titolare del marchio soltanto, nel caso dell’industria automobilistica, il 30% dei componenti che fanno il prodotto finito.

Può capitare che i componenti vengano da fornitori che stanno in un raggio di 800 km e debbono essere consegnati ogni giorno o due volte al giorno.

Sembra pura follia, ed in un certo senso lo è. Non è possibile che si spenda in trasporti tutti quei soldi, con quel che costa il gasolio. Eppure, evidentemente, a loro costa di meno, è un sistema più flessibile, è un sistema però che produce la spaventosa densità di trasporti che voi vedete sulle autostrade. Uno si chiede: ma come mai ci sono tanti camion sull’autostrada? Sono gli anelli di una catena produttiva distribuita nello spazio. E questo è, signori, il post-fordismo.

Attorno a Milano si concentrano circa il 40% dei centri logistici italiani.

Nella cultura media si ha la percezione di questa cosa? No. Si gira, si vedono dei capannoni ma non ci si chiede che cosa sono. Non esiste un contratto sindacale, perché dentro a questi capannoni lavorano operai che hanno cinque/sei contratti diversi. Purtroppo, nella cultura media, del sistema produttivo moderno non si percepisce la complessità perché si pensa ancora alla vecchia fabbrica anni 70.

L’impiego dell’informatica in questi sistemi a rete è massiccio. Ho lavorato all’Olivetti agli inizi degli anni Sessanta nella divisione pubblicità e stampa. Ho avuto la fortuna di lavorare nel settore elettronico e quindi di essere uno dei primi in Italia, dal punto di vista della pubblicità, a seguire questo settore e naturalmente dovevo prima di tutto visitare le fabbriche Olivetti dove si stavano costruendo i primi calcolatori. Adriano Olivetti a un certo punto aveva il problema di costruire le schede, le schede elettroniche, quelle che oggi sono i chips; allora la scheda era grande come una cartolina postale e venivano prodotte nello stabilimento di Caluso, che era uno stabilimento esclusivamente a manodopera femminile. Cosa dovevano fare queste donne? Ciascuna aveva un banco di lavoro e doveva fare una serie elevata di microsaldature su questa scheda, quindi doveva fare un percorso di tanti puntini, avevano un microsaldatore in mano, avevano un aspiratore che portava via i fumi e per definire il percorso ottimale di questa rete si utilizzava un sistema di ricerca operativa, che era stato tradotto in impulsi sonori dati tramite un nastro la cui velocità le operaie potevano comandare con un pedale: avevano la cuffia e seguivano i comandi che ricevevano dal sistema operativo. Perché era stata messa  a Caluso questa fabbrica? Perché quella zona era una zona di tradizione del merletto: si era convinti che c’era nel codice genetico di queste donne la capacità di lavorare su degli spazi molto limitati con grandissima precisione.

I sistemi di ricerca operativa si sono migliorati e uno dei sistemi più efficienti è quello che segue i comportamenti delle formiche perché pare che le formiche, quando escono dal nido e vanno a cercare del cibo, inizialmente seguono vari percorsi, poi finalmente trovano il percorso ottimale e quando lo trovano secernono una sostanza, il feromone, che forma una specie di traccia, di filo di Arianna che poi tutto il nido segue, e si formano le colonne che tutti abbiamo visto. I matematici hanno cercato di tradurre questa cosa in un sistema operativo dal quale hanno costruito un software con cui si confezionano dei prodotti informatici che servono a controllare i flussi dei mezzi di trasporto, a ottimizzare i carichi ed a risparmiare viaggi a vuoto.

Uno dei centri di ricerca più avanzati del mondo in questo settore è a Lugano. Sono entrato in contatto con questi matematici, che sono una ventina, molti dei quali italiani, e avendo entrature all’interno di aziende italiane, ho collaborato per vendere alle aziende italiane questo prodotto che è un prodotto veramente straordinario e può ridurre l’impatto del traffico di veicoli pesanti.

In questo modo ho sperimentato come sia difficile far passare l’innovazione nelle aziende italiane. Costava poco questo sistema, ma siccome ogni volta che introduci un sistema innovativo si ribalta la gerarchia dell’azienda, ci sono molte resistenze e alla fine ho rinunciato. Ma quello che volevo dimostrare è il grado di intelligenza e di tecnologia intrinseco ai processi di ottimizzazione della rete. Dietro una cosa molto banale come il trasporto via camion, quando questo trasporto è inserito in una catena logistica ci possono essere dei sistemi molto sofisticati a organizzarlo.

Questo era un esempio per dire quanto l’informatica conti dentro l’organizzazione delle reti, la globalizzazione può essere praticata dalle aziende a condizione che utilizzino sistemi informatici estremamente efficienti. Uno degli ultimi ritrovati in questo senso sono i tag, gli RFID (radio frequency identification device) che sono semplicemente delle micro-ricetrasmittenti prive di batterie perché si ricaricano con l’impulso che ricevono e si pensa addirittura di introdurli nella singola confezione dei prodotti. Dei farmaci, per esempio, per impedirne la contraffazione, per adesso vengono introdotti nei pacchi, in una grande unità. Vengono usati molto dall’industria dell’abbigliamento per scoprire i falsi; il capo di Armani imitato in Cina difficilmente si porta dietro un tag perché adesso costano ancora questi aggeggi.

Poi c’è l’aspetto hardware della globalizzazione, le infrastrutture di trasporto, si pensi alla line ferroviaria che i cinesi hanno costruito a 5 mila metri di altezza, poi ci sono i grandi porti, gli aeroporti. Noi non ci rendiamo conto dello spaventoso uso del territorio che richiedono queste infrastrutture per sostenere la globalizzazione dal punto di vista fisico.

Lavoro e post-fordismo: siamo arrivati un po’ al nucleo centrale del discorso. Ci sono moltissimi aspetti del lavoro in questo sistema a rete, volendo analizzarli separatamente. Basta pensare a tutto l’aspetto legato alla forza lavoro impegnata nei processi di globalizzazione. Sto leggendo un libro per farne una recensione su il Manifesto, riguarda la condizione dei lavoratori marittimi. Siccome il commercio mondiale per via marittima è enormemente aumentato in questi anni (perché le fabbriche si sono spostate nel Far East, ma poi bisogna riportare il prodotto finito nei paesi avanzati), c’è stata un’esplosione dei traffici con navi sempre più grandi. Sono circa un milione e mezzo i marittimi a livello mondiale, ma poi pensate a quelli che lavorano negli aerei,  nei porti, che lavorano nella logistica e sono milioni e milioni di persone che sono la forza lavoro della globalizzazione dei trasporti. Di tutto questo sistema ho preso in considerazione un piccolissimo segmento che è quello delle competenze professionali, il lavoro autonomo di seconda generazione, cioè quei professionisti che offrono dall’esterno alle aziende pubbliche o private o agli enti pubblici le loro competenze, i loro saperi specialistici. E perché li ho chiamati lavoratori autonomi di seconda generazione? Per distinguerli da quelli di prima generazione. E quali erano quelli di prima generazione? Erano contadini e commercianti: il lavoro autonomo in Italia si è sviluppato enormemente, ha raggiunto una cifra di più di 6 milioni di persone; c’erano i coltivatori diretti, un contadino veniva considerato lavoratore autonomo, e così chi ha il piccolo negozietto di dettagliante,

Dopo c’erano le professioni liberali, sempre esistite, come avvocati, architetti, medici ecc., cioè tutte professioni governate da Ordini. Le professioni cosiddette del lavoro autonomo non regolamentato si sono sviluppate enormemente negli ultimi decenni, è il segmento all’interno del lavoro autonomo che si è sviluppato di più, anche se in termini assoluti, è ancora abbastanza ridotto. Ho cercato di analizzare la condizione e le forme lavorative di questo particolare segmento che è quello del mio lavoro e ho cercato di capire come funziona.

Innanzitutto, di questo potremmo dire una cosa: è un patrimonio sociale importante, perché queste professioni conservano la memoria dell’innovazione. Questo è uno dei punti più importanti perché, a partire dagli anni ’70, con le forti ristrutturazioni all’interno delle aziende, con il fenomeno del decentramento, col fatto che le industrie esternalizzavano, si mettevano fuori le competenze, che in alcuni casi sono state distrutte. Pensate agli uffici tecnici, delle industrie chimiche e siderurgiche.

Cosa significa questo? Prendiamo uno stabilimento chimico di Marghera o uno stabilimento siderurgico dell’Italsider, si scioglie l’ufficio tecnico perché è costoso. Cosa significa? L’ufficio tecnico è quello che mantiene la memoria dell’impianto, sa esattamente com’era l’impianto 30 anni fa, quali sono state le modifiche pian piano apportate all’interno, e quindi quando interviene un guasto, sa esattamente che cosa deve riparare. Se questa memoria non c’è, quando succede un guasto si va da un’azienda esterna e si chiede “che cosa devo fare?” Può capitare che quello risponda di rifare l’impianto mentre basterebbe solo cambiare o modificarne una parte.

Nelle industrie chimiche si sono ridotte le manutenzioni perché è l’ufficio tecnico che sorveglia la corretta ed esatta tempistica delle manutenzioni; per risparmiare, alla fine degli anni ’70, si sono ridotte le manutenzioni quindi è aumentata l’insicurezza, sono aumentati gli incidenti, e così via.

Ecco, queste professioni esterne, che offrono la loro competenza dall’esterno, avendo lavorato per anni per varie industrie, conservano la memoria dell’innovazione. Quindi, si può dire che le competenze acquisite al servizio delle imprese costituiscono un patrimonio di memoria dell’innovazione organizzativa e tecnologica che altrimenti andrebbe disperso. Questa non è una cosa da poco.

Uno dei problemi principali quando uno lavora come professionista indipendente è quello ovviamente di saper costruire delle reti: quanto più uno è solo e individualizzato e isolato tanto più ha bisogno di entrare in relazioni. Quindi, quello che noi chiamiamo il lavoro relazionale in certi casi comporta un’incidenza del 40/50% delle ore spese durante la giornata. Quindi, le competenze e i saperi acquisiti sul campo sono frutto di attività relazionali. La qualità e i costi dei servizi di comunicazione e di trasporto incidono in maniera fondamentale sulla giornata lavorativa, sul reddito, sull’efficienza e la competitività dei professionisti al servizio delle imprese. A me capita certe volte, all’interno di una settimana, di essere in cinque città diverse. Mi è capitato anche due settimane fa: sono andato a Parigi giovedì e venerdì per una riunione, sono tornato sabato a Milano, lunedì mattina sono andato a Roma, sono stato lunedì e martedì a Roma, mercoledì sono tornato a Milano e poi giovedì sono andato a Trieste dove sono rimasto due giorni. Sono mestieri dove la mobilità territoriale è una cosa abituale, è un’attività molto logorante e dispendiosa. Molto spesso i costi dei viaggi vengono messi dentro un forfait di pagamento, spesso, soprattutto con la crisi attuale, sono a carico interamente del professionista.

Il lavoro autonomo di seconda generazione è difficile da quantificare; basta pensare che l’Osservatorio Provinciale del mercato del lavoro di Milano, che è forse il più efficiente d’Italia, non censisce questa forma di lavoro, ma soltanto il lavoro dipendente in quanto trae i suoi dati dai Centri per l’impiego.

Quindi, si fanno delle stime. Finora questo tipo di mansioni, o di funzioni, o di lavori non venivano considerati propri di un lavoratore ma di un’impresa. Mi dicono: “non sei un lavoratore, sei un’impresa individuale”. Ora, io non credo che esista un concetto più stupido e insensato diimpresa individuale, anche chi ha solo aperto un libro di economia, sa che un’impresa è fatta da capitali, da un management e dalla forza lavoro; sono tre funzioni distinte; se non ci sono queste cose non esiste impresa, che è per sua natura un organismo complesso, un’organizzazione, non può esistere in un’unica persona. Io sarei il capitalista, l’operaio e anche il manager?

Un’altra delle caratteristiche dei lavoratori autonomi di seconda generazione è una cosa che li distingue radicalmente, per esempio, dai professori universitari. I professori universitari hanno una loro autorevolezza che è certificata una volta per tutte, cioè quando vanno in cattedra. Se poi dal momento in cui vanno in cattedra fino a quando vanno in pensione non leggono più un libro, e diventano sostanzialmente degli analfabeti di ritorno, rimangono comunque delle persone estremamente autorevoli.  Quando sei un professionista le tue competenze devono essere ogni giorno sottoposte al vaglio del mercato: questo sono le nuove divisioni di classe dell’economia della conoscenza. Nell’economia della conoscenza non avremo divisioni di classe caratterizzate dal reddito, ma avremo divisioni di classe caratterizzate da queste dinamiche.

Problemi di coalizione, di mettersi insieme per difendere i propri diritti, problemi sindacali insomma. Siamo arrivati più o meno alla parte più interessante. Questa forza lavoro estremamente frammentata, suddivisa, individualizzata non ha rappresentanze, né un sindacato… Ma pian piano, un po’ alla volta, si cominciano a verificare, come dire, dei fenomeni associativi di estremo interesse. E dove hanno cominciato a manifestarsi in maniera più evidente? Negli Stati Uniti chiaramente, perché lì la condizione dei lavoratori indipendenti è una condizione quasi peggiore della nostra, in quanto i sistemi di welfare americani sono sistemi che non tutelano chi non ha un lavoro dipendente, non c’è un servizio sanitario pubblico, Obama adesso ci prova, e quindi pian piano ha cominciato a svilupparsi un fenomeno di estremo interesse, un movimento di sindacalizzazione di questa parte di ceto medio, perché tutti appartengono al ceto medio.

Ne è stata promotrice un’avvocatessa del lavoro di New York, che vive a Brooklyn, figlia e nipote di sindacalisti – suo nonno era un sindacalista degli anni ’30. Ha intuito, anche per il lavoro che svolge, che stava crescendo questa popolazione di lavoratori indipendenti privi di tutele. Ha costruito nel 1995 un sito internet chiamandolo Working Today, e ha fondato poi la Freelances Union, Sindacato dei freelance. Oggi questo sindacato conta solo nella città di New York qualcosa come 60 mila iscritti e sta diventando una delle lobby più importanti. Il tasso di sindacalizzazione negli Stati Uniti è al 7%, trovare una categoria che invece ha un tasso di sindacalizzazione piuttosto elevato e quindi dialoga con le istituzioni da una posizione di forza, è un fenomeno di cui naturalmente il ceto politico deve tener conto.

Qual è il loro interlocutore principale? Le banche e le assicurazioni. Siccome per tutelarti devi fare un’assicurazione sanitaria privata e pagare un’assicurazione privata per la pensione, la Unione ha contrattato collettivamente i premi con le società di assicurazione ottenendo anche sconti fino al 40/50%, finché qualche mese fa hanno detto “basta, ci facciamo la nostra assicurazione ed hanno fondato una società di insurance. Vale la pena visitare la loro home pagewww.freelancersunion.org, mettono in prima pagina interviste video con dei soci, usano sistemi di comunicazione molto dinamici. Fanno tanti meeting, seminari e così via, hanno le loro “pagine gialle”, ottengono dei forti sconti da medici (dentisti soprattutto) e ristoranti, riescono a dare servizi reali ai soci e in questo modo crescono.

Un’altra organizzazione interessante è stata quella messa in piedi da Barbara Ehrenreich, una scrittrice di grande successo, una femminista, militante pacifista, columnist del “New York Times”, che ha messo in piedi l’organizzazione “United Professionals” nel 2006. La crisi era già arrivata all’interno della middle class americana, poi è esplosa sul piano dei mutui suprime, ma il disagio della middle class era già presente. Prima è stato istituito un sito internet che non si rivolge soltanto ai lavoratori autonomi, ma anche ai lavoratori dipendenti che esercitano mestieri dell’economia della conoscenza.

Come dicono nel loro manifesto l’United Professionals è un’organizzazione non profit, non partisan che vuole tutelare i colletti bianchi, indipendentemente dalla loro professione e dal loro stato professionale. E quindi si rivolge ai lavoratori, ai disoccupati, ai sottooccupati e a queglianxious employed, cioè a quelli che lavorano e che hanno una paura folle di perdere il lavoro. Alla gente che ha creduto nel sogno americano e che vede la propria esistenza minacciata o distrutta dai processi di crisi dice: noi professionisti uniti vogliamo salvare la classe media americana (loro parlano sempre chiaro senza giri di parole).

Questa organizzazione crea solidarietà, crea tessuto sociale, sono piccoli sintomi di qualche cosa che si sta svegliando all’interno di una middle class che tradizionalmente è sempre stata egoista, è sempre stata conservatrice, è sempre stata di destra e così via. Una citazione da Robert Wright dice sostanzialmente che la middle class americana non è mai stata peggio dai tempi della depressione, e diciamo che la prima prova del nove l’abbiamo avuta durante l’ultima campagna elettorale perché loro sono stati quelli all’avanguardia dei sostenitori di Obama, che si è definito “il candidato della classe creativa”, il candidato dei lavoratori che usano internet, che sono innovativi.

Oggi molti di loro sono delusi dalla sua politica, la mia opinione è che in questa storia di Obama quello che è interessante non è lui, lui come personaggio, ma la dinamica sociale che lo ha portato all’elezione. E quindi sono interessanti queste prese di coscienza, queste dinamiche sociali, di strati sociali che sono sempre stati passivi e che, in generale, hanno seguito la destra. Questo mi sembra una cosa importante. Quando ho scritto il libro sulla crisi dei ceti medi, ho tenuto presente questi fenomeni, ho riflettuto sul significato e le conseguenze della crisi del ceto medio, in particolare negli Stati Uniti, ma in Europa siamo sulla stesa strada, una crisi che coinvolge anche le professioni regolamentate tradizionali naturalmente, né i giovani avvocati né i giovani medici, né i giovani architetti se la passano bene.

Ci troviamo in una situazione in cu i nostri figli li facciamo studiare, ma non ci chiediamo spesso qual è il destino che li aspetta quando arrivano sul mercato del lavoro con superlauree, master e così via.

Il salario di ingresso in Italia, come ricordava Draghi due anni fa a un convegno di economisti, sono i più bassi d’Europa. Noi siamo arrivati a pagare i nostri giovani peggio di qualunque altro paese d’Europa.

Se guardo i curricula di questi giovani e li paragono con il mio curriculum, quando ho cominciato a lavorare, trovo che non c’è paragone. Forse a loro manca una preparazione generale, una allgemeine Bildung, ma sul piano dei titoli ne hanno molti di più di quanti ne avessi io alla loro età. Poi si presentano al datore di lavoro che gli dice: “sei overeducated, sei troppo studiato, non possiamo pagarti tanto quanto ti meriteresti…ma se accetti di fare fotocopie a 800 euro lordi al mese, ti posso assumere…a tempo determinato”. E si trovano doppiamente fregati.

Anche da noi qualcosa sta nascendo. Io sono uno dei membri di questa associazione milanese ACTA, Associazione Consulenti del Terziario Avanzato, che, coi tempi che corrono, partita tre anni fa, senza un soldo, riesce a dare voce a questi lavoratori che sono privi di tutele, siamo diventati quasi mille in poco tempo e cerchiamo soprattutto di far conoscere le problematiche dei lavoratori autonomi di seconda generazione, delle Partite Iva. Abbiamo costruito una rete di associazioni, abbiamo messo insieme circa 14 associazioni professionali, che si sono formate dagli anni ’80 in poi ma spesso non hanno combinato niente perché hanno perseguito l’obbiettivo di creare Albi o Ordini professionali. Noi facciamo un discorso completamente diverso e diciamo ai nostri colleghi: “guarda che ormai, indipendentemente dalla tua professione, ci sono alcune condizioni di base del nostro lavoro che sono gravemente squilibrate rispetto al lavoro dipendente: sul piano fiscale, sul piano assistenziale, sul piano previdenziale, non abbiamo la pensione, col sistema contributivo dopo 30 anni di contributi avrai 500 euro al mese di pensione. I problemi dei termini di pagamento: l’ultima fattura che ho emesso me l’hanno pagata dopo 9 mesi. Questi sono i problemi attorno ai quali si possono mobilitare molte persone. Quindi le abbiamo messe assieme, abbiamo creato una Rete, abbiamo trovato nella Provincia di Milano governata da Penati un interlocutore, abbiamo fatto anche un convegno con lui, abbiamo filmato tutto il convegno e l’abbiamo messo su YouTube. Quindi, pian piano si è innescato un circolo virtuoso dove la gente parla, si sfoga ma anche ritrova la solidarietà ed esce dall’isolamento. Sul nostro sito www.actainrete.org si trovano molte informazioni di carattere tecnico e giuridico, sulla fiscalità soprattutto. I problemi, i disagi che ci sono all’interno della middle class si vedono di meno perché naturalmente uno li nasconde e piuttosto di tirarli fuori… Mi ricordo i miei anni d’insegnamento in Germania, inizio anni ’80, Brema era stata una grande città industriale arrivata al punto finale della de-industrializzazione. Smantellati i cantieri, smantellata l’industria siderurgica, smantellate le industrie automobilistiche ecc. Il tasso di disoccupazione nell’hinterland era del 25%. Io che pensavo di andare in un paese ricco mi sono trovato in un paese dove la povertà era impressionante. Ho cominciato a lavorare con un gruppo di volontari che davano una mano ai disoccupati; una delle cose più difficili era convincere questi disoccupati a parlare della propria condizione. C’erano alcuni, per esempio, che per non farsi vedere dai vicini che non lavoravano, uscivano regolarmente di casa alle 8 del mattino, andavano nei giardini di un parco e stavano lì seduti e tornavano a casa alle 5 e un quarto esatti. Per non fare capire ai vicini che erano disoccupati. D’inverno questa cosa non la potevano fare e allora prendevano un tram e andavano lontanissimo dove la gente non poteva conoscerli, trovavano dei locali dove stavano seduti, una birra via l’altra tutto il giorno. Ragazzi giovani, quindi diventavano alcolizzati, droga, era una cosa spaventosa. Però voglio dire che tutto era aggravato e reso ingestibile dal fatto che non avevano il coraggio di dire che erano poveri. Lo status, mantenere un’apparenza distatus era per loro la cosa più importante.

Non dobbiamo dimenticare tutte le lotte dei precari, ma una cosa sono i professionisti, un’altra cosa sono i precari giovani, che arrivano anche a 40 anni, che fanno una serie di mestieri che strutturalmente sono mestieri intermittenti, occasionali, saltuari. In Francia c’è stata una grande lotta degli intermittenti dello spettacolo, durata tre anni e che ha dato la spinta al movimento dei giovani stagisti.

Bisogna abituarsi all’uso di Internet, coglierne le enormi potenzialità. Anch’io ho un sito www.lumhi.net dove metto i miei scritti, gli scritti di alcuni amici, mi rendo conto che la carta stampata non funziona più. Ho scritto questo testo, Toxic asset, toxic learning, per le lotte studentesche ultime, è stato messo sui siti e lo avranno letto migliaia di persone nelle prime due settimane. Dopo due anni il mio libro ha venduto 700 copie, non c’è paragone.

Una delle ultime cose che abbiamo fatto è un film che un giorno, se sarete interessati, vi farò vedere, abbiamo lavorato due anni andando a vedere l’evoluzione dall’epoca dell’industria al quella post-industriale prendendo ad esempio un quartiere di Milano, il quartiere Tortona, che una volta era un grande quartiere operaio: c’erano la CGE, la Riva Calzoni, una decina di medie fabbriche. Siamo andati a scovare negli archivi i filmati dove si vedevano le vecchie fabbriche, abbiamo ricoperto uno straordinario documentario girato da Ermanno Olmi negli anni ’60 su una fabbrica di quella zona, un’opera d’arte.

Abbiamo intervistato i vecchi operai e poi siamo andati a vedere come si vive e si lavora oggi: se una volta c’era il tornitore, oggi c’è il designer. Quindi, la condizione operaia di una volta, il modo in cui l’operaio racconta la propria esistenza e il modo in cui lo fa il designer, l’architetto, il grafico, il programmatore, il consulente ecc., che popolano oggi quel quartiere. Ormai lo abbiamo fatto vedere in diverse università e l’abbiamo intitolato Oltre il ponte – Storie di lavoro. La Riva Calzoni per esempio occupava 150 mila metri quadri, era una fabbrica di avanguardia, produceva turbine e pompe idrauliche, ogni turbina era un pezzo a sé, erano lavori di alta specializzazione. La fabbrica è chiusa da 10 anni ma il “Gruppo anziani della Riva” si trova ancora due volte l’anno, sono circa 200/250 persone, quando abbiamo proiettato il film molti piangevano… Sui terreni dove c’era questa fabbrica oggi ci sono la Fondazione Pomodoro, Ermenegildo Zegna, Diesel Abbigliamento, il Gruppo Fay, roba di moda soprattutto, in parte negli stessi edifici ristrutturati. La vecchia mensa di fabbrica è uno show room. E’ il passaggio dalla società operaia alla società “creativa”?

La relazione introduttiva di Sergio Bologna al Convegno “I rapporti tra Pubblica Amministrazione e professionisti autonomi” (nov.2008)

Provincia di Milano – Via Vivaio 1

La mia relazione tratterà sinteticamente quattro punti

1)   L’evoluzione del fenomeno associativo delle professioni non regolamentate

2)   Il ruolo del “nuovo” lavoro autonomo nella società postfordista e nella cosiddetta knowledge economy

3)   Com’è difficile farsi riconoscere in quanto cittadino e lavoratore nell’Italia del nuovo Millennio

4)   Necessità di interventi che ristabiliscano certi equilibri consentendo ai lavoratori autonomi di affrontare con maggiore serenità la difficile crisi del mercato

1. Il fenomeno del “nuovo” lavoro autonomo comincia a manifestarsi verso la fine degli Anni 70 ed è determinato da tre processi di trasformazione:

a) le imprese sono alla ricerca di un’organizzazione più flessibile che le porta a trasferire all’esterno determinate competenze o ad acquisirle sul mercato

b) le Amministrazione Pubbliche, pressate da vincoli di bilancio, seguono più o meno la stessa strada

c) il cambiamento degli stili di vita e l’emergere di nuovi consumi di massa crea una serie di servizi alla persona che prima non esistevano o esistevano sotto altre forme.

Questi tre processi subiscono una forte accelerazione con il diffondersi delle tecnologie informatiche che cambiano il modo di lavorare e di comunicare e consentono di sostituire “la rete” all’organizzazione proprietaria.[1]

Le prime forme associative delle nuove professioni hanno come obbiettivo quello del riconoscimento della professione, in quanto spesso si tratta di servizi nuovi, mai conosciuti prima, o di servizi esistenti erogati sotto una forma diversa che li rende irriconoscibili.

Il problema del riconoscimento porta rapidamente a interrogarsi se le nuove professioni debbano o meno seguire la strada di quelle tradizionali protette da Ordini, ma la tendenza che man mano andrà manifestandosi a livello di Unione Europea andrà in una direzione nettamente contraria. In nome della liberalizzazione, sempre e comunque, verrà messo in discussione anche il diritto delle professioni liberali tradizionali a organizzarsi in Ordini, ritenuti organismi che violano le norme Antitrust.

Un nuovo orientamento comincia quindi a manifestarsi nel lavoro autonomo, sia in conseguenza di questa resistenza opposta dalle istituzioni alla riproduzione di strutture ordinistiche, sia a seguito di un mutamento delle condizioni di mercato che fanno capire ai “nuovi” lavoratori autonomi le condizioni di inferiorità in cui si trovano di fronte alla committenza.

Questo nuovo orientamento si manifesta con maggiore consapevolezza negli Stati Uniti, anzi in alcune grandi aree metropolitane, come New York, dove dal 1995 inizia a formarsi un vero e proprio movimento sindacale che oggi conta migliaia di iscritti e forma una lobby con cui gli amministratori pubblici debbono  misurarsi, la Freelancers Union. E’ un movimento che nasce dal sempre più drammatico indebolimento della middle class americana e s’inserisce in quella grande presa di coscienza che in definitiva porterà all’elezione di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti.[2]

In Europa intanto il problema della regolamentazione delle professioni non è più eludibile e porta nel giugno 2005 all’emanazione della Direttiva 2004 del Consiglio dell’Unione Europea che, riconoscendo l’autonomia degli Stati in materia di professioni intellettuali, rende legittima l’esistenza di Ordini e Collegi Professionali e di fatto instaura, secondo uno dei più noti studiosi del fenomeno delle professioni, il prof. Prandstraller, “un doppio sistema di riconoscimento, quello basato sugli Ordini e quello basato sulle Associazioni”.[3] Sebbene la Direttiva sia rivolta solo alle professioni regolamentate, essa apre la strada a iniziative di gruppi professionali non regolamentati che si sentono legittimati a instaurare sistemi di certificazione e tutela della professione, ne è un esempio il Registro Nazionale Italiano dei Professionisti HR (human resources).

Le Associazioni che nascono dunque negli anni più recenti, ed ACTA  è una di queste, focalizzano la loro azione sulla condizione generale del lavoro autonomo, e non sulla singola professione, denunciando le forti disparità (di carattere previdenziale, fiscale, informativo e culturale), che lo mettono in una posizione svantaggiata rispetto al lavoro dipendente. Non è un caso che, pur ignorando all’inizio l’esistenza del movimento associativo degli Stati Uniti, i punti fondamentali delle rivendicazioni di ACTA sono identici a quelli portati avanti dalla Freelancers Union.[4]

2. Molto è stato detto e scritto sulla cosiddetta knowledge economy, sul fatto cioè che i sistemi economici e le organizzazioni d’impresa tanto più sono competitivi quanto maggiore è il contenuto di conoscenza dei loro prodotti e/o servizi. I guru delle business schools americane hanno su questo tema formulato schemi di pensiero che ormai sono diventati luogo comune. I knowledge workers, i lavoratori della nuova economia, sarebbero secondo questi schemi di pensiero, la nuova leading class. Non più tardi di due mesi fa nella sede dell’Assolombarda è stata presentata l’ultima ricerca sui lavoratori della conoscenza in Italia. Confrontato con il dato europeo e statunitense l’incidenza di quello che può essere chiamato “lavoro di conoscenza” raggiunge in Italia la pur ragguardevole percentuale di 41,49% sulla forza lavoro occupata (dato 2005),  a fronte di un 48,19% in Germania e di un 52,17% in Gran Bretagna. “I lavoratori della conoscenza europei” – cito – “sono infatti per un 15% manager, per un 50% professionals e per il rimanente 35% technicians (…) Non solo però quella dei professionals è la categoria più numerosa ma è anche quella che negli anni dello studio /1993-2005 N.d.A./ cresce di più rispetto alle forze di lavoro totali”.[5]

Se è legittimo porsi degli interrogativi sui criteri utilizzati da questa ricerca (e da altre precedenti) nel definire il “lavoratore della conoscenza”, penso che non vi siano dubbi sul fatto che i lavoratori autonomi delle nuove professioni, tutti, appartengano a questa categoria, in quanto ciò che offrono sul mercato sono essenzialmente idee, beni immateriali, competenze.

Si mette spesso in risalto il valore di queste competenze erogate con l’altissima flessibilità che offre il lavoro autonomo rispetto a quello dipendente, ma non è questa la peculiarità che vorrei sottolineare. Più importante mi sembra il fatto che le competenze dei professionisti autonomi devono sempre misurarsi con il mercato, possono cioè subire un processo di rapida obsolescenza e debbono quindi essere alimentate da un continuo aggiornamento. L’autorevolezza di una professione non regolamentata deve ogni giorno essere ri-conquistata. Vorrei sottolineare a questo proposito l’enorme differenza tra questa condizione e quella nella quale la competenza è certificata una volta per tutte e l’autorevolezza, che a una competenza riconosciuta sempre si accompagna, non diminuisce anche se il soggetto non aggiorna le proprie conoscenze. Può essere il caso di un docente universitario di ruolo: una volta in cattedra, potrà non leggere più un libro né scrivere una riga che la sua autorevolezza non verrà messa in discussione fintanto che è in servizio.

Questa condizione di doversi misurare giorno per giorno con il mercato, l’assenza di strutture ordinistiche che ne certificano l’autorevolezza, costringe il lavoratore autonomo delle nuove professioni ad essere sempre in qualche misura innovativo. Ma lo costringe altresì – e questa è una sua peculiarità specifica – a sviluppare enormemente le doti relazionali, non solo, ovviamente, nell’acquisizione delle commesse ma soprattutto nel complesso rapporto di mediazione e aggiustamento tra le proprie proposte e gli usi, i costumi, le strategie, le opportunità, dei sistemi gerarchici con cui entra in un rapporto di lavoro. Pertanto il lavoro autonomo delle nuove professioni è un fattore insostituibile di generazione e diffusione di dinamiche innovative nel tessuto sociale.

3. Malgrado queste peculiarità che dovrebbero assegnare al lavoro autonomo delle nuove professioni prestigio sociale e visibilità di primo grado, ci si trova ancora in Italia a uno stadio in cui i lavoratori autonomi non hanno diritto nemmeno a essere chiamati per nome. Infatti vengono classificati ancora troppo spesso come imprese, come ”ditta individuali”. Non mi soffermerò su questa che mi pare proprio una contraddizione in termini, voglio mettere in risalto e denunciare una volta di più che la pessima abitudine di chiamarci imprese è alla radice di pesanti lacune che si perpetuano a livello di contabilità nazionale ed in particolare a livello di classificazione e rilevazione statistica del numero e della distribuzione territoriale dei lavoratori autonomi delle professioni non regolamentate. Non sappiamo quanti siamo e nessuno degli enti preposti alla rilevazione statistica, sia a livello nazionale che provinciale, sa dirci quanti siamo. L’unica fonte che permetterebbe una rilevazione attendibile, la fonte INPS, viene negata sotto pretestuosi problemi di privacy. Pertanto una delle richieste che intendiamo avanzare all’Amministrazione della Provincia di Milano, che si dimostra più sensibile di altre a questi problemi, è di esercitare pressione sull’INPS perché fornisca i dati necessari a contarci.

In assenza dunque di dati certi cerchiamo di “arrangiarci” con i pochi e disomogenei dati statistici disponibili.

Fonte ISTAT

I dati sono quelli della Rilevazione sulle forze di lavoro, aggiornata con scadenza trimestrale

Ultimo dato ISTAT sul numero dei liberi professionisti autonomi

II trimestre 2007

II trimestre 2008

Variazione %

Lombardia

226.000

238.000

5,3%

Nord Ovest

359.000

360.000

0,27%

Purtroppo questa rilevazione non riporta i dati provinciali perché, essendo un’indagine a campione, restringendo l’ambito territoriale, il dato può perdere di significatività.

In questa indagine il lavoro autonomo è suddiviso nelle seguenti categorie

Fonte: elaborazioni CNEL su dati ISTAT, 2008

Ho riportato questa tabella perché mette in evidenza la crescita del gruppo “liberi professionisti”. Dice infatti testualmente il Rapporto sul mercato del lavoro 2007 del CNEL, pubblicato nel luglio di quest’anno,

“Tra gli autonomi, gli unici lavoratori per i quali nel quadriennio in esame si è osservato un

incremento sono i liberi professionisti (che rappresentano circa un quinto degli occupati autonomi), il cui numero è aumentato complessivamente dell’1.7 per cento”.

Dal punto di vista delle differenze di genere, le donne sono prevalenti tra i collaboratori, mentre le libere professioniste senza albo sono il 33% in Italia e il 38-40% in Lombardia.

Per completare il quadro il CNEL ha effettuato un’altra elaborazione con l’intento di capire dove finisce un lavoratore in caso di cambiamento della sua posizione professionale ed il risultato è che

“Solo 1.3 lavoratori dipendenti su 100 nell’anno t0 (il 2006) sono passati al lavoro autonomo nell’anno t1 (il 2007); mentre tra i lavoratori autonomi la frequenza di passaggi all’occupazione dipendente è più alta (4 per cento). Per i dipendenti l’uscita è più frequentemente verso l’inattività (il 4.8 per cento dei dipendenti è diventato inattivo) e, in seconda battuta, verso la disoccupazione (1.4 per cento), per gli autonomi è più frequente passare all’occupazione dipendente (4 per cento) piuttosto che alla disoccupazione (0.6 per cento).”

Che la crescita delle libere professioni caratteristiche del lavoro autonomo non regolamentato sia una tendenza epocale lo dimostrano anche le previsioni circa l’evoluzione dell’occupazione a livello europeo (anche questa tabella è frutto di elaborazioni CNEL)

Torniamo per un istante alla tabella iniziale:

II trimestre 2007

II trimestre 2008

Variazione %

Lombardia

226.000

238.000

5,3%

Nord Ovest

359.000

360.000

0,27%

Il dato riguarda ovviamente sia le professioni regolamentate che quelle non regolamentate; ipotizzando che il 60% di questo universo regionale appartenga alla provincia di Milano e che le professioni non regolamentate rappresentino circa il 40% di questo 60%, otteniamo un ordine di grandezza tra le 55.000 e le 60.000 persone.

Guardiamo adesso cosa ci può dire un’altra fonte, quella di Unioncamere:Evoluzione Servizi non finanziari avanzati per forma giuridica in Lombardia

Natura giuridica

2003

2004

2005

2006

2007

Società di capitale

18.160

19.044

20.196

21.164

22.328

Società di persone

11.334

11.245

11.133

11.109

10.820

Ditta individuale

11.136

11.597

11.869

11.871

12.602

Cooperativa

1.086

1.124

1.239

1.387

1.482

Altre forme

437

531

573

608

629

Totale

42.153

43.541

45.010

46.139

47.861

Fonte: elaborazioni su banca dati Area Ricerca Formaper –Infocamere

Incidenza delle imprese monoaddetto nell’universo delle imprese del terziario avanzato non finanziario in Lombardia (anno 2005)*

%

Numero totale imprese

Informatica

51,1

8.772

Ricerca/sviluppo

41,8

514

Totale attività professionali e imprenditoriali

50,0

26.770

Fonte: elaborazioni su banca dati Area Ricerca Formaper –Infocamere

* esclusi i professionisti con Partita Iva

I soggetti deboli, come si sa, o sono ignorati dalla comunicazione di massa o subiscono veri e propri soprusi. Uno di questo soprusi consiste nell’accusa di essere propensi all’evasione fiscale. Questa brutta abitudine di dipingerci come evasori fiscali si è manifestata con particolare virulenza durante l’ultimo governo di centro-sinistra. A differenza delle professioni liberali tradizionali (avvocati, notai, medici) che offrono prevalentemente servizi alla persona, il lavoro autonomo di “seconda generazione”, il nostro, si rivolge in prevalenza a imprese e istituzioni per le quali rappresentiamo un costo, che va documentato fino all’ultimo centesimo. Sono dunque i nostri committenti i primi controllori fiscali. Lavorare in nero, senza fattura, per noi è praticamente impossibile.

Ma la disparità più grave rispetto al lavoro dipendente si riscontra in tre ambiti di vitale importanza: trattamento pensionistico, previdenza in caso di malattia e di maternità, trattamento fiscale. Il sistema contributivo, cui siamo soggetti, non consente certo, anche dopo 35 anni di attività lavorativa, che spesso nel nostro caso è intermittente, di accumulare accantonamenti sufficienti per consentirci di vivere una vecchiaia decente. Ma più in particolare questi aspetti verranno trattati dalle successive relazioni.

Se finora questa disparità di trattamento è stata sopportata senza eccessive proteste da parte degli interessati perché la situazione di mercato era tollerabile, malgrado la tendenza manifestatasi negli ultimi anni verso un drastico peggioramento delle tariffe e un drammatico allungamento dei tempi di pagamento, è facile prevedere che la crisi attuale, provocata da quello che viene chiamato “capitalismo da casinò” (Jean Ziegler), “economia della truffa” (Galbraith 2004) o “economia canaglia” (Napoleoni, 2007), porterà a delle situazioni di esasperazione e di totale sfiducia nelle istituzioni.

Quel che preoccupa me personalmente – sulla base delle mie esperienze professionali più recenti – è la sensazione di una graduale svalorizzazione delle competenze; l’esperto viene percepito sempre più come un rompiscatole, soprattutto quando oppone proposte di buon senso a scelte che sembrano dettata dall’ottenimento di una facile visibilità o da un profitto di breve periodo. Ciò si avverte anche nei rapporti con  la Pubblica Amministrazione, con Enti o Agenzia pubbliche e con istanze di governo a livello centrale e periferico.

4. La letteratura economica e sociologica più avvertita distingue nettamente tra due modelli di capitalismo: il primo fondato sulla pura finanza e sull’uso selvaggio delle risorse, tra cui in primo luogo il territorio, e il secondo fondato sulla conoscenza, l’innovazione, le tecnologie e l’uso oculato delle risorse. Purtroppo ha prevalso il primo ed ha combinato i disastri che sono sotto gli occhi di tutti. Questo è l’andamento dell’indice che misura la crescita di fondo dell’area dell’euro, così lo commenta il sito www.lavoce.info:

“Già nel secondo trimestre del 2007 la crescita dell’area aveva cominciato a rallentare, sebbene in luglio, prima che gli effetti della crisi legata ai mutui subprime si manifestassero, €-coin stimasse la crescita di fondo ancora intorno al 3 per cento annuo. Dall’agosto del 2007 €-coin è sceso al 2 per cento (in termini annuali) alla fine dello scorso anno, per poi toccare lo zero nell’ottobre di quest’anno, il livello più basso dal 1993”.

Oggi tocca al secondo modello di capitalismo dimostrare se è in grado di far uscire il mondo dalla crisi. I lavoratori autonomi delle professioni non regolamentate non hanno scelta, possono vivere e sopravvivere solo in questo secondo modello. Il loro contributo diventa quindi indispensabile. Che interesse ha un Paese a mortificarli, ad allontanare i giovani dalla scelta di questa strada che purtroppo per molti sarà, con l’aggravarsi della crisi, una scelta senza alternative? In un Paese come la Germania dove l’incidenza del lavoro autonomo è assai inferiore all’Italia, non c’è Amministrazione regionale o locale che non abbia da tempo messo a punto dei programmi di formazione e di sostegno per persone che intendono avviare un’attività in proprio. Chiediamo che analoghe iniziative vengano prese anche dalle nostre Amministrazioni Pubbliche ma che la progettazione venga condivisa con noi e la formazione affidata a noi, secondo il principio “le mie esigenze di formazione le so io perchè conosco il mercato della domanda e non accetto che mi vengano imposte da terzi estranei al mondo delle professioni”. Nei mesi precedenti questo convegno ACTA ha preso contatto con personalità dei due schieramenti politici, particolarmente attente e competenti in materia di lavoro, come il prof. Pietro Ichino del Partito Democratico e il prof. Giuliano Cazzola, del Popolo della Libertà, ottenendo non solo un riconoscimento che la rivendicazione di trattamenti previdenziali uniformi a quelli del lavoro dipendente è più che giustificata, ma anche l’impegno di queste personalità a farsi tramite delle nostre istanze a livello parlamentare. Da alcuni segnali sembra che questo impegno venga mantenuto e di questo siamo grati all’on. Cazzola e al sen. Ichino.[6] Anche questo Convegno e l’interesse alle nostre problematiche dimostrato dall’Amministrazione Provinciale di Milano sono fatti significativi e incoraggianti. Di questo siamo grati al Presidente Penati ed ai funzionari che in questi mesi hanno dialogato con la Rete delle Associazioni. Se dunque qualche passo in avanti si è fatto lo si deve in parte all’impegno di alcune persone ma soprattutto al manifestarsi di una tendenza diffusa alla coalizione. Il lavoro autonomo delle professioni non regolamentate si è finalmente svegliato, potremmo dire, per affermare i suoi diritti come gruppo sociale. Solo il rafforzamento di questa tendenza a coalizzarsi, a fare massa critica, in modo da esercitare una pressione costante sulle istituzioni, sarà garanzia di successo.

Appendice

Occupati per settore di attività economica e posizione nella professione

in Lombardia (II trimestre 2008)

Dip.

Indip.

Tot.

Agricoltura

42.000

43.000

85.000

Industria

1.246.000

301.000

1.547.000

Servizi

2.021.000

715.000

2.736.000

Totale

3.309.000

1.059.000

4.368.000

Variazioni percentuali occupazione indipendente II trim. 08/07

Nord Ovest

Italia

Agricoltura

– 3,5

– 3,2

Industria

0,9

– 0,4

Industria (senza costruzioni)

– 3,4

– 0,2

Servizi

0,0

– 0,9

Totale

0,1

– 0,9

A tempo pieno

– 2,6

A tempo parziale

11,0

All’interno dell’occupazione indipendente si distinguono due gruppi: i lavoratori autonomi, che ne costituiscono la maggioranza, ed i collaboratori, che includono i collaboratori a progetto e i prestatori d’opera occasionali e che complessivamente rappresentano circa l’8 per cento dell’occupazione indipendente.

Incidenza del lavoro indipendente nel settore “Servizi alle imprese e altre attività professionali e imprenditoriali”: 16,8%

 (2007)


[1] Sergio Bevilacqua, Il popolo delle Partite Iva, nel volume “Sinistra senza Sinistra, di AA.VV., Feltrinelli, Milano 2008.

[2] V. Sergio Bologna, Ceti medi senza futuro? Scritti, Appunti sul lavoro e altro, Derive&Approdi, Roma 2007.

[3] Gian Paolo Prandstraller, Il lavoro professionale e la civilizzazione del capitalismo. Il capitalismo cognitivo americano e la sfida economica cinese. Nuove strategie per le professioni e le attività creative, terza edizione integrata, Franco Angeli, Milano 2008, p. 226.

[4] www.freelancersunion.org; vedi anche il sito dell’organizzazione messa in piedi dalla nota giornalista Barbara Ehrenreich www.unitedprofessionals.org

 

[5] Knowledge working. Lavoro, lavoratori, società della conoscenza, a cura di Federico Butera, Sebastiano Bagnara, Ruggero Cesaria, Sebastiano Di Guardo, Mondadori, Milano 2008, p. 76.

[6] V. Progetto di legge: Delega per il completamento della riforma previdenziale

d’iniziativa del deputato Giuliano Cazzola

 

 

 

 

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