Il vento del cambiamento che soffia sulla democrazia sospesa.

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Con questo minisaggio, non programmato, ma acuto e puntualissimo, Luca Caputo inaugura una rubrica dedicata alla riflessione sulla fase politica che stiamo attraversando.

Ci proponiamo di far seguire a quella di Luca altre riflessioni, con il medesimo taglio e la stessa intenzione. E proprio queste righe vogliono essere, nei confronti di chi ci sta leggendo, una sollecitazione a contribuire al lavoro comune che così incomincia.

Non certamente un accavallarsi di opinioni just in time, ma un dialogo attento alle ragioni dell’altro e desideroso di chiarire le proprie. Sarebbero fuori luogo infatti i soliti “mi piace” e tutti gli altri effetti speciali che hanno contaminato il Web.

Testi dunque di lunghezza non biblica, ma altresì lontani dal twitt. In fondo per dar sfogo ai conclamati sentimenti dalla pancia ci sono già altre e troppe occasioni.

Ci proponiamo infatti di usare la rete là dove generalmente si usano le pagine di una rivista cartacea. Lo scopo – soprattutto in questa circostanza – non è di spingere e sospingere in una determinata direzione, ma di fare spazio alla comunicazione, all’ascolto e al discernimento.

Chi avesse già notato che discernimento è parola abituale nel lessico martiniano, non sarebbe lontano dal cogliere la nostra intenzione di fondo.

Buon lavoro collettivo dunque, e buon dialogo.


Il vento del cambiamento che soffia sulla democrazia sospesa

Nello stesso momento in cui Matteo Renzi ha annunciato che, in caso di vittoria del NO al referendum sulla riforma della Costituzione, si sarebbe dimesso, ha di fatto aperto la crisi di Governo: quella che era una partita (ci sia consentito di usare una metafora sportiva) destinata a finire il 4 dicembre con il voto dei cittadini su una ipotesi, parziale ma precisa, di riforma del sistema istituzionale italiano, a quel punto ha cambiato natura diventando il primo tempo di una partita spiccatamente politica che si concluderà con l’elezione del prossimo Parlamento.

Qual è, dunque, l’andamento di questa partita?

A giudicare dalle posizioni prese subito dopo il voto referendario e le dimissioni di Renzi, abbiamo l’impressione che i leaders politici stiano agendo nella convinzione di trovarsi in uno scenario dalle inerzie, e dai princìpi di funzionamento, costanti.

Cosa tutt’altro che scontata, ma proviamo a ragionare su questa ipotesi.

L’epoca politica che stiamo attraversando, ad opinione di chi scrive, è definibile della “sospensione della democrazia”. Gli elementi che la caratterizzano sono:

  • Le pressioni internazionali e sovranazionali, di provenienza istituzionale e non;
  • Il riaccentramento del potere ad opera del ceto politico con finalità di:
    1. Autoconservazione
    2. Migliore resistenza/risposta alle dinamiche globali.

Possiamo convenzionalmente fissarne l’inizio al 21 dicembre 2005, data della promulgazione della legge elettorale Calderoli, la n° 270 del 2005, altrimenti nota come “Porcellum”: in quei giorni infatti, fu sancito un cambiamento nell’ equilibrio della democrazia rappresentativa a vantaggio dei partiti.

Un cambiamento eccessivo: nel momento in cui negava ai cittadini la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti in Parlamento, e limitava la loro potestà decisionale alla scelta tra differenti liste bloccate di candidati, quella legge attribuiva ai partiti, ai loro segretari e leaders di corrente, e perché no, a chi è in grado di esercitare su di essi una forma di controllo non democratico, il potere di decidere preventivamente, e con buona approssimazione, l’esatta identità dei titolari del potere legislativo.

Conseguentemente, è dal 2001 che i Rappresentanti non vengono scelti dai Rappresentati.

E’ un fatto molto grave che una simile legge sia stata imposta ai cittadini appena 12 anni dopo il referendum con cui avevano espresso chiaramente la propria volontà di eliminare il sistema di elezione proporzionale, e di votare direttamente i propri rappresentanti.

Ed è un fatto molto singolare che a volere una simile conversione ad U sia stato proprio Silvio Berlusconi, colui che più di tutti ha cavalcato la personalizzazione della politica e per primo ne ha colto i vantaggi, vincendo nel 1994 epresentandosi come un campione dell’ anti-partitocrazia.

Il secondo elemento caratterizzante di questa epoca comincia a dispiegare più vistosamente la propria influenza sulla politica nazionale a partire dall’inizio della crisi economica globale, arrivata in Europa a fine 2008: Berlusconi, già incalzato da diverse inchieste giudiziarie, e dopo aver dovuto ricorrere per mesi ed in maniera massiccia al voto di fiducia, sotto il peso delle pressioni internazionali ed interne dovute alla totale inadeguatezza del suo Esecutivo rispetto alla gravità della situazione, fu costretto a dimettersi per permettere l’ insediamento del governo dell’ emergenza guidato da Mario Monti.

Si apre così, il 16 novembre 2011, la stagione dei governi del Presidente, visto il ruolo decisivo di Napolitano nella gestione di questa congiuntura: la sua credibilità internazionale è talmente forte che è con lui, e non con il Presidente del Consiglio, che le istituzioni e i principali capi di Stato e di Governo europei trattano sulle future scelte del nostro Paese.

Assistiamo così ad un sovvertimento della normale prassi costituzionale: la linea politica del Governo, dell’ emergenza prima e delle riforme strutturali dopo, sono sostanzialmente etero-generate rispetto alle volontà dei partiti presenti in Parlamento.

D’altro canto, il combinato disposto della cooptazione della classe dirigente e legislativa e dell’ abnorme premio di maggioranza alla Camera, ha prodotto un Parlamento sostanzialmente libero dai princìpi della competenza e della rappresentatività; e, per diretta conseguenza della non rappresentatività, anche una comprensibile tendenza a non rispettare la disciplina di partito.

Il meccanismo appare contro-intuitivo: la classe politica, impreparata a reggere il confronto con le ricadute interne, sociali ed economiche, delle dinamiche che governano il mondo globalizzato, vuole auto-conservarsi, resistere e rispondere meglio alle pressioni conseguenti. Produce così un parziale esautoramento della sovranità popolare rendendosi pressocchè immune a quest’ ultima. Dovendo però la loro fedeltà non più all’ elettorato (cioè al contesto sociale e/o territoriale di cui dovrebbero essere espressione) bensì al proprio sponsor, questi cooptati finiscono per seguirne le sorti, anche quando queste non coincidono con quelle del Governo.

Quando, infine, gli accordi di partito vengono disattesi su questioni fondamentali, quali il voto di fiducia e l’elezione del Presidente della Repubblica, o che comunque decidono della propria sopravvivenza politica, il problema della governabilità ne viene fortemente esaltato.

L’ ingovernabilità indotta dalla stessa volontà di maggior controllo delle spinte democratiche è il primo degli effetti paradossali della sospensione della democrazia.

L’ instabilità dei Governi ne mina la credibilità insieme alla durata; insieme al parziale esautoramento della sovranità popolare, producono un fenomeno che a nostro avviso chiude il cerchio, diventando una delle due costanti del nostro scenario:

il ciclico sollevarsi di istanze di cambiamento, espresse poi nel voto alle successive elezioni politiche.

Il grande successo delle prime, storiche, primarie di coalizione, nel 2005; la vittoria di Prodi nel 2006 al termine del quinquennio Berlusconiano; la dura sconfitta del Centrosinistra 22 mesi dopo, pur nel discreto successo del neonato Partito Democratico; il tracollo del Centrodestra nel 2013, con la vittoria mutilata di Bersani e la grande affermazione del Movimento 5 Stelle; la vittoriosa scalata di Matteo Renzi al Partito Democratico nelle Primarie interne nell’ ottobre 2013, che farà da base per la sua ascesa alla Presidenza del Consiglio; il consenso tributatogli alle Europee del 2014, dove il PD ottiene il 40,8% dei voti diventando il gruppo nazionale più consistente all’ Europarlamento.

Fino alla netta sconfitta del Governo al referendum del 4 dicembre, trasformato in contesa prettamente politica dal giudizio di valore datogli daello stesso Renzi.

La tendenza al cambiamento, che negli anni del bipolarismo con sistema maggioritario si traduceva in una costante alternanza, è via via diventata una tendenza al cambiamento indiscriminato: a nostro avviso è la risposta dell’elettorato alla lunga teoria di accadimenti, del tutto al di fuori dalle possibilità di influenza dei cittadini, susseguitisi nello stesso periodo:

la legge elettorale del 2005; la seconda caduta in Parlamento di Prodi, vincitore nel 2006; la rimozione “dall’ alto” di Berlusconi, vincitore nel 2008; il governo dell’emergenza e le sue impopolari riforme sostenute dal Parlamento sotto il cappello ideologico della “responsabilità”; l’impossibilità dei due partiti più votati di formare un Governo; la necessità di cooptare Napolitano per un secondo mandato da Presidente della Repubblica, cosa mai successa prima e contraria alla prassi Costituzionale; il conferimento dell’ incarico ad Enrico Letta per avviare le riforme necessarie con un governo di grande coalizione tra Centrodestra e Centrosinistra, senza il Movimento 5 Stelle; la sua sostituzione con un altro Presidente non preventivamente legittimato dal voto popolare e l’ inizio di un biennio di riforme decisamente più incisive e discutibili.

Quando l’unica persona sulla quale vi può essere una espressione della volontà popolare non arriva mai a creare un governo di legislatura stabile, i cittadini non possono esercitare alcuna forma di influenza concreta sulle scelte politiche.

La seconda costante la possiamo rinvenire nella crescita del numero di elettori che non credono nel valore del proprio voto: rispetto al 2006, quando si ebbero 39 milioni e 382 mila votanti, con un’ affluenza dell’ 83,6%, si è scesi all’ 80,5 nel 2008 e al 75,2 nel 2013. Complessivamente parliamo di oltre 5 milioni di votanti in meno.

Centrodestra e Centrosinistra potevano contare nel 2006 su di un patrimonio di consenso di circa 19 milioni e mezzo di voti l’uno; nello spazio tra il 2006 ed il 2013 entrambe le opzioni politiche hanno bruciato circa 9 milioni di voti, quasi la metà di ciò che avevano.

Propensione al cambiamento e crescente disaffezione per il voto sono, quindi, le principali costanti di questa epoca politica.

Cosa sta accadendo nel secondo tempo di questa partita?

Come abbiamo detto, l’impressione è che tanto la tattica di Renzi quanto quella degli altri leaders siano frutto della convinzione di trovarsi in quadro statico, ancora governato dagli stessi elementi che ci hanno portato fin qui.

Riteniamo, però, improponibile qualunque prosecuzione di quelle dinamiche: la stagione dei Governi del Presidente, giustificata dall’ emergenza prima e dalla necessità delle riforme poi, si è esaurita con l’investitura di Renzi: gli ultimi mesi sono stati, ci pare, fortemente condizionati dalla bramosia di Renzi di procurarsi quella legittimazione popolare che gli è necessaria per andare oltre sé stesso, oltre il Renzi rottamatore e quello del Governo delle riforme voluto da Napolitano.

E per domare definitivamente il Partito.

Anche gli altri capi di partito sembrano volti ad ottenere il massimo vantaggio possibile a partire dall’ adesione ad uno schema che segue le inerzie in atto fino al referendum.

Ma ogni tornata elettorale mette in moto meccanismi imprevedibili, produce effetti negli elettori che vanno a modificare la situazione di partenza: non si esce, cioè, dalle elezioni, nella stessa maniera in cui vi si entra.

Nello scenario in cui si gioca la nostra partita, le formule secondo cui si sono combinati i due elementi che costituiscono questa epoca (pressioni sovra-sovrane e accentramento del potere), volte a garantire la governabilità, appaiono esaurite: i campi possibili sono stati battuti già tutti; i margini non autoritari di manovra, chiusi.

L’unica ipotesi ancora attiva è quella della produzione di una legge elettorale che impedisca la vittoria netta di una parte e salvi la presenza in Parlamento delle tante formazioni ridotte ormai ad assembramenti intorno a figure di secondo e terzo livello: sarebbe una ripetizione dello schema del 2005 in uno scenario, però, molto cambiato.

La storia degli ultimi anni, inoltre, ci dice che il potenziale di una simile scelta è esaurito, e che lo schema è stato rigettato, ripetutamente, dagli elettori.

Ciò che invece è rimasto in gioco è l’effetto prodotto: lo smottamento continuo del consenso delle coalizioni tradizionali verso una posizione di astensione e/o di cambiamento, che l’ingovernabilità non può che amplificare.

In assenza di altre circostanze talmente gravi da indurre ancora una volta ad un comportamento non anti-sistema, l’epoca della democrazia sospesa ci pare, dunque, destinata a finire in occasione della proclamazione della XVIII Legislatura.

I prodromi di questa tendenza si possono già vedere:

  • l’interpretazione tutta politica del voto referendario, in qualche caso a prescindere dalla bontà delle modifiche proposte. Il rigetto di una proposta che pure cavalcava i temi dell’ anti-casta, è il segno di una sfiducia ormai cronica;
  • l’eterogeneità dei manifestanti che hanno tentato l’assedio alla Leopolda;
  • la proposizione di referendum volti ad eliminare le riforme più incisive proposte dal precedente Governo, vero ed unico punto caratterizzante di una intera stagione politica.

Si è prodotto, insomma, un secondo effetto paradossale e, crediamo, preoccupante: la reazione di popolo alle politiche di leaders che pure si sono imposti rivolgendosi direttamente al popolo nella loro comunicazione, mutuandone il linguaggio e gli strumenti.

Pensare di finire una simile partita continuando a praticare la tattica con la quale la si è iniziata e condotta fino a qui, ci pare un errore tattico fondamentale: chi sarà in grado di capirlo ed agire di conseguenza riuscirà ad evitare l’irrilevanza politica o la sconfitta.

La possibilità di ricercare una governabilità “morbida” attraverso le regole costituzionali e la legge elettorale (cioè attraverso la dittatura di una maggioranza numerica) sono ormai terminate: l’alternativa che abbiamo davanti è, semplicemente, tra la recrudescenza (?) dell’ autoritarismo e la realizzazione di una effettiva ed efficace rappresentatività.

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4 comments

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    • Mario Brambilla on 23 gennaio 2017 at 18:30

    L’analisi è bene formulata. Ciò che manca alla politica e alla classe dirigente è la profondità del pensiero e la capacità di misurarsi sulle visioni, progetti e soluzioni dei problemi. La sfida quindi è sul merito e nella forza normativa dei fatti più che delle parole. Grazie e cordiali saluti.
    M. Brambilla

    • Luigi Fassina on 20 gennaio 2017 at 16:49

    Lucida ed importante analisi. Mi piacerebbe che qualcuno approfondisse anche l’aspetto di come è cambiato il “sentire” della gente in questi anni, cioè come è cambiata la sensibilità del cittadino al voto.
    Grazie

    • gigi on 20 gennaio 2017 at 13:40

    Condivido in pieno l’analisi di Caputo…un periodo buio in cui non è facile vedere la luce, anche se la speranza non deve mai morire.
    Rimboccarsi dunque le maniche, chi dentro e chi fuori dal PD, certo Renzi non si deve agitare, gli dobbiamo far venire la voglia di andare a casa !!!
    gigi

    • Gianluca on 17 gennaio 2017 at 17:48

    Bellissima e lucidissima analisi. Complimenti!

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