Confronto tra Tito Boeri e Luciano Gallino condotto da Giovanni Bianchi.

La discussione sul declino economico e sociale del nostro Paese rischia ormai di diventare un luogo comune: molti organi di comunicazione, in particolare quelli di una certa sinistra soi-disant riformista che sembra avere molti peccati pregressi da farsi perdonare, hanno in questi ultimi mesi scoperto di botto che nel nostro Paese si vive male e che le prospettive sono peggiori, che due stipendi non bastano quasi più a far vivere dignitosamente una famiglia e che la precarietà (del lavoro, della qualità sociale, della salute …) non è affatto una condizione piacevole. In sostanza il neoliberismo che è alla base del processo di globalizzazione non è affatto un pranzo di gala come non lo era la rivoluzione secondo Mao, ma piuttosto è un progressivo moto di aumento delle distanze sociali nel Sud come nel Nord del mondo, mettendo a rischio le conquiste sociali e politiche dei lavoratori e più in generale l’ assetto stesso dei nostri sistemi democratici.

1. leggi il testo dell’introduzione di  Giovanni Bianchi

2. leggi la trascrizione della relazione di Luciano Gallino (la scomparsa dell’Italia industriale)

3. leggi la trascrizione della relazione di Tito Boeri (meno pensioni e più welfare)

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Testo dell’introduzione di Giovanni Bianchi a Luciano Gallino e Tito Boeri

Un paese in declino

1- La discussione sul declino economico e sociale del nostro Paese rischia ormai di diventare un luogo comune: molti organi di comunicazione, in particolare quelli di una certa sinistra soi-disant riformista che sembra avere molti peccati pregressi da farsi perdonare, hanno in questi ultimi mesi scoperto di botto che nel nostro Paese si vive male e che le prospettive sono peggiori, che due stipendi non bastano quasi più a far vivere dignitosamente una famiglia e che la precarietà (del lavoro, della qualità sociale, della salute …) non è affatto una condizione piacevole. In sostanza il neoliberismo che è alla base del processo di globalizzazione non è affatto un pranzo di gala come non lo era la rivoluzione secondo Mao, ma piuttosto è un progressivo moto di aumento delle distanze sociali nel Sud come nel Nord del mondo, mettendo a rischio le conquiste sociali e politiche dei lavoratori e più in generale l’ assetto stesso dei nostri sistemi democratici. Questo processo viene da lontano, ha avuto una lunga preparazione ideologica e si è sostanziato in scelte ben precise, ed è proprio questo l’ elemento che vogliamo approfondire con i nostri ospiti. La scelta di un confronto a due voci, nuova nella formula fin qui seguita per gli incontri dei Circoli Dossetti, nasce dall’ esigenza di verificare le posizioni di due illustri studiosi direttamente impegnati nel dibattito sociale e politico e solidamente impiantati nell’ area democratica e progressista. Non si tratta per parte nostra di voler tentare la sintesi delle proposte di Luciano Gallino e di Tito Boeri, che del resto si sono già confrontati con fermezza e civiltà sulle colonne di “Repubblica”: non è compito nostro e del resto il livello della sintesi politica deve essere tentato su di uno spettro progettuale ben più ampio. In pari tempo, volendo fornire ai nostri amici e alle persone che seguono i nostri dibattiti la possibilità di un confronto a tutto campo ci pare che verificare le tesi esposte da Gallino nel suo testo “La scomparsa dell’ Italia industriale” e da Tito Boeri nel volume curato con Roberto Perrotti titolato significativamente “Meno pensioni e più welfare” sia indubbiamente il modo migliore per mettere al centro la questione che a noi sta particolarmente a cuore del rapporto fra politica economica e politica sociale e fra tutte e due e la promozione di una rete di protezione sociale a favore degli strati più poveri della nostra società in un quadro che rinnovi e rafforzi l’ intuizione che fu propria dei padri del Welfare State, il quale del resto costituisce, come ebbe a dire Romano Prodi, la più geniale intuizione politica del XX secolo.

2- Il punto di partenza di Gallino è deciso e supportato da argomenti inconfutabili: “L’ Italia è uscita quasi completamente da settori che sembravano avviati ad una forte crescita produttiva all’ epoca del boom economico postbellico ” e non è nemmeno riuscita “a far raggiungere un’ adeguata massa critica a industrie dove possedeva, ed in parte ancora possiede, un capitale eccezionale di competenze, di tecnologie e di risorse umane”. Le conseguenze sono ovvie e sgradevoli poiché “nel XXI secolo non meno che nei due secoli precedenti un paese che non possegga una grande industria manifatturiera, rischia di diventare una sorta di colonia, subordinata alle esigenze economiche, sociali e politiche di altri paesi che tale industria posseggono”. Per necessaria conseguenza “tutte le decisioni in merito ai livelli di occupazione, alle condizioni di lavoro, alle retribuzioni, a che cosa si produce e a quali prezzi, ai prodotti che entrano nelle case e strutturano la vita delle persone,saranno prese altrove”. Ho voluto mettere queste lunghe citazioni prese dall’ incipit del libro perché nella loro semplicità e nettezza di argomentazione sono state giudicate per molto tempo delle volgari e semplicistiche negazioni di anime grette a fronte delle “magnifiche sorti e progressive” della globalizzazione. La cosa divertente (si fa per dire) è che questa particolare versione dell’ubriacatura neoliberista è una specialità italiana perché – e Gallino lo dimostra- tedeschi, francesi, britannici e, soprattutto, statunitensi hanno tutelato spesso ringhiosamente e senza particolari concessioni agli spiriti magni di Smith e Stuart Mill le loro aziende, cercando di tener lontani gli intrusi e, ovviamente, inserendosi a capofitto in quei mercati che generosamente gli industriali locali lasciavano al loro arbitrio per dedicarsi alla Borsa, al mattone o alla bella vita.

3- Capitolo per capitolo, con una descrizione sintetica ma assai accurata, Gallino descrive il progressivo abbandono di quelle che sono state le frontiere più avanzate dell’ industria manifatturiera e di trasformazione del nostro Paese, dedicando pagine particolarmente penetranti alla perdita dei primati già acclarati come quello in materia informatica, nella quale si sentono vibrare i suoi antichi precordi olivettiani , come pure alla distruzione sistematica dell’ industria siderurgica oppure alla vicenda tutta italiana della FIAT, la più grande impresa manifatturiera del Paese perennemente incapace di fare il salto di qualità che le permetta di stare stabilmente sul mercato internazionale rischiando a più riprese il collasso da cui doveva salvarla lo Stato con le commesse belliche o con le rottamazioni. Da qui l’ amara constatazione di una duplice incapacità: l’ incapacità della classe imprenditoriale di uscire dalla retorica dei capitani di (s)ventura e del “piccolo è bello” e di assumere per conseguenza la piena responsabilità dei loro atti di fronte ai cittadini e alle loro esigenze, non suffragando quindi l’ eterna pretesa di rappresentare la parte migliore del Paese perchè spesso invece ne sono la palla al piede. Le vicende Parmalat e Cirio, che il libro non analizza perchè accadute successivamente, sono più che altro la cartina di tornasole di un altro vizio del nostro sistema industriale – la pretesa di una crescita a dismisura dei profitti personali a prezzo del collasso dei conti reali, in un clima in cui la produzione materiale conta meno del gioco immateriale dei paradisi fiscali e dei conti estero su estero. Quanto alla responsabilità, non parliamone, se è vero che Giorgio Fossa, il ventriloquo di Romiti passato dalla guida della Confindustria, dove per anni aveva savonaroleggiato contro l’ irresponsabilità della burocrazia e dei boiardi di Stato, a quella della SEA non ha avvertito di fronte alle ripetute inefficienze del cosiddetto “hub” di Malpensa e alla tragedia di Linate dell’ ottobre 2001 l’ opportunità di mettersi anche solo per un momento in discussione come manager. La seconda incapacità è ovviamente quella della politica, che nel corso degli anni ha inseguito senza dirigere l’ evoluzione o involuzione del sistema economico, vuoi per carenza intellettuale vuoi per più o meno dolose compromissioni, rivelando un deficit di programmazione che si è riflesso su tutto il Paese.

4- Che fare? Più esattamente, come impostare una seria politica economica ed industriale capace di rimuovere i difetti di un sistema mineralizzato ? Gallino ha buon gioco a dimostrare che le velleità “riformatrici” dell’ attuale Governo non hanno alcuna connessione con i problemi reali, giacché non si tratta né di diminuire la pressione fiscale né di far funzionare la PA “come un’ azienda privata” e nemmeno della tanto vantata flessibilità del lavoro se è vero che la legge 30/03, la cosiddetta “Legge Biagi” (cosiddetta perchè Marco Biagi vi si sarebbe identificato ben poco) non fa altro che moltiplicare le figure contrattuali del precariato di massa favorendo ulteriormente le imprese a scapito dei lavoratori. In realtà, una lettura retrospettiva dimostra che l’ obiettivo della modernizzazione del sistema industriale, dello sviluppo tecnologico come necessario volano dello sviluppo economico, della migliore collocazione del nostro sistema Paese nei mercati internazionali era presente ai nostri legislatori fin da quando venne emanata la legge 675 del 1977 (in piena solidarietà nazionale) istitutiva del comitato interministeriale per la politica industriale (CIPI). Solo che quella legge fallì i suoi scopi, da un lato perchè vi erano potenti interessi determinati a farla fallire, dall’ altro perchè , come spiega con semplicità Gallino, il mercato può favorire o stroncare una politica industriale,ma mai può farla nascere spontaneamente, come dimostra la parabola di Internet, nata da ingenti finanziamenti pubblici su ricerche sorte in ambito militare e poi sviluppatesi in uso civile. Proprio la miscomprensione del ruolo della tecnologia e prima ancora della ricerca finalizzata allo sviluppo industriale è stata uno dei limiti più evidenti della mentalità corrente delle leadership politiche ed economiche del nostro Paese.

5- Il discorso di Boeri muove in prima istanza da un’ ottica diversa, che è quella della costruzione di un nuovo modello di welfare che prescinda dall’ impianto attuale centrato sulla dimensione lavoristica e sulla figura del lavoratore dipendente. Il problema non è nuovo, ma i due autori hanno il merito di affrontarlo da un’ ottica che è tutt’ altra rispetto alla vulgata neoliberista corrente: un’ ottica che dichiaratamente si pone l’ obiettivo non di liquidare ma di salvare il sistema di welfare andando a confrontarsi anche con problematiche tabù nell’ Italia ridens come quella della povertà. I dati ISTAT relativi al periodo 1990/’97 indicano chiaramente come il tasso di povertà relativa (le persone con un reddito inferiore a due terzi del reddito mediano) sarebbe cresciuto di tre punti percentuali e che, in rapporto agli altri Paesi dell’ area dell’ OCSE (i più sviluppati del mondo, quindi) nel nostro Paese sarebbe cresciuto l’ indice sia della povertà relativa che di quella assoluta in maniera esponenziale.

6- A fronte di un dato tanto drammatico per la sorte di molti nostri concittadini, troviamo che la spesa sociale nel nostro Paese è oggi fortemente sbilanciata a favore delle pensioni e a svantaggio di misure contro la povertà, in un contesto in cui i vincoli di bilancio interni ed esterni rendono difficili politiche di indiscriminata espansione della spesa sociale. Il progetto di riforma proposto da Boeri e Perotti è concepito in termini ambiziosamente organici ed è imperniato su due assi portanti: raggiungere effettivamente le fasce maggiormente a rischio di emarginazione, piuttosto che categorie già relativamente privilegiate, e minimizzare gli inevitabili effetti distorsivi della spesa sociale sul mercato del lavoro. Tale trasformazione, abbastanza conseguentemente, richiederà una riduzione della quota del prodotto interno lordo assorbito dalla previdenza pubblica. Non si tratta quindi di procedere ad una politica di lesina, tagli e assicurazioni private a tutto spiano: gli autori indicano chiaramente quale debba essere l’ insieme della attività e degli strumenti da porre in essere al fine di costruire il nuovo welfare. Si tratta del reddito minimo garantito, degli incentivi all’ occupazione, delle politiche di sostegno alla cure parentali e alle famiglie monoparentali, dei sussidi di disoccupazione, della riforma dei sistemi pensionistici a favore di disabili ed invalidi, della creazione di un vero sistema di servizi all’ impiego finalizzato ad un’ occupabilità che sia qualcosa di più che un vuoto slogan.

7- Quale è il legame intimo fra questi due libri, fra le materie che questi due libri trattano? Il legame a mio parere è dato dal comune interesse degli autori per la ripresa dello sviluppo del nostro Paese, uno sviluppo non casuale né affidato ai meccanismi virtuosi del mercato (anche perchè tali meccanismi non sono affatto virtuosi e il mercato, nella terra del monopolista Berlusconi, non esiste). Lo sviluppo, lo dice la parola stessa, non è legato all’ incremento dei profitti e delle personali fortune dei capitalisti ma al miglioramento in termini generali delle condizioni di vita nel Paese: lo sviluppo è tale, quindi, se viene percepito dal più ampio numero possibile di cittadini. Un sistema economico e produttivo stagnante non produce capitale sociale sufficiente per migliorare i meccanismi redistributivi, che era la vecchia aspirazione di Keynes e di Beveridge quando venne messa mano alla primissima architettura di welfare. E’ chiaro che problemi di questo tipo sono completamente assenti dalla mente e dall’ orizzonte morale di chi ci governa, che non ha di meglio da fare che evocare miracoli e chiedere immotivate fiducie. Forse sarebbe il caso di chiudere in via definitiva la polemica fra “radicali” e “riformisti” che fin qui, essendo fondamentalmente una semplice battaglia di ombre, ha giovato solo alla destra, e dedicarsi invece con molta pazienza a costruire le ragioni di una proposta politica e sociale alternativa per un’ Italia diversa e migliore.

Trascrizione della relazione di Luciano Gallino

La scomparsa dell’Italia industriale

(a) Per me è ormai una piacevole consuetudine quella di venire almeno una volta all’anno al Circolo Dossetti per parlare della situazione attuale, dei problemi emergenti. Io vorrei dire poche cose sul saggio da cui è partita la presentazione di Bianchi per spendere qualche minuto in più, invece, su ciò che si potrebbe fare.

Questo mio libro è diviso in sei capitoli, che sono dedicati a sei disastri, o semidisastri dell’Italia industriale, maturati nell’arco di una quarantina d’anni.

I calcolatori

Il primo riguarda la produzione di grandi calcolatori, non userei il termine di informatica che si riferisce in realtà al software. La Olivetti nel 1959 produsse uno dei più grandi calcolatori elettronici del mondo, ne produsse centinaia di esemplari per alcuni anni. In quell’epoca l’Italia si collocava tra i primi 5 – 6 produttori di calcolatori elettronici al mondo. Il primo esemplare viene presentato nell’ottobre – novembre 1959. In Italia c’erano altri due calcolatori elettronici, uno a Roma, al C.N.R., e uno a Napoli.

Il comparto Olivetti in altre due ondate successive produce, primo al mondo, un personal computer che viene salutato come tale, il primo computer da tavolo, the first desken computer in the world, lo saluta a New York nell’ottobre 1965 alla Fiera dell’Automazione delle Macchine per Ufficio. A causa di una serie di errori industriali e tecnici anche quella stagione durò poco.

Arriva la terza stagione che è quella dei Personal Computer che conosciamo, che anche la Olivetti conosce con le famose F 24, che sono i padri o gli zii dei P.C che noi tutti usiamo. E’ una stagione brillante ma breve, perché era scomparso il valore aggiunto. Adriano Olivetti che è stato un grande organizzatore industriale, un grande imprenditore, un molto puntiglioso economista, utopista e così via, ha saputo trarre un altissimo valore aggiunto dai pezzi di lamiera. Le macchine elettromeccaniche degli anni ’50 erano macchine fatte da tre mila parti, alcune complicate, ma prevalentemente (il 98%) composte da parti meccaniche , lamierini stampati, alberini torniti e altre cose del genere. Ma c’era il talento, c’era la genialità del modo di mettere insieme quei pezzi di ferramenta che facevano sì che fatto uguale a 100 il costo complessivo industriale, il prezzo di vendita era intorno a 450-500. Sono dati che fanno venire le vertigini oggi. La Olivetti, tra l’altro, non destinava risorse alla bella vita (Adriano Olivetti aveva una modesta villa in collina, dietro alla fabbrica), né ad acrobazie finanziarie, e i profitti venivano ridistribuiti e diventavano biblioteche, asili, case, corsi di formazione e altre cose del genere.

Comunque la produzione prima di grandi computers, poi di piccoli computers scompare, e con essi scompare la produzione di P.C. elettronici originali in Italia. Se uno guarda le statistiche ISTAT scopre che in Italia si producono tanti calcolatori elettronici, ma sono assemblaggi: uno prende l’inimitabile microprocessore americano, la scheda di memoria sudcoreana o giapponese, un video fatto da irlandesi o olandesi, una tastiera cinese e mette insieme un computer: questo non è produrre, questo è assemblaggio. La produzione di computers, grandi e piccoli, dove l’Italia, grazie ad Olivetti, è stata uno dei primi paesi del mondo, non esiste più.

L’aereonautica

Un altro settore è l’aeronautica civile. Ricordo soltanto due dati. Nel 1918, ultimo anno di guerra, l’Italia produce più di 6.000 aeroplani e più di 14.000 motori da aeroplano. Una parte di questi veniva da Sesto S. Giovanni, continuata poi in anni successivi attraverso la Breda. La produzione industriale Zappata di Sesto lavorò anche a Monfalcone dove avevano il cantiere i famosi idrovolanti CRAZ, i Cantieri Riuniti dell’Adriatico Zappata. Bene, nel 1918 l’Italia produceva 6 mila aeroplani, 14 mila motori di aereo e occupa 100 mila persone nell’industria aeronautica.

A metà degli anni ’30 un’azienda come la Caproni ha 40 mila dipendenti, 20 mila in Italia e 20 mila all’estero e ha nel suo catalogo 170 modelli differenti e l’Italia consegue una serie di primati di velocità, di durata e di altezza, grazie alle grandi doti dei suoi prodotti aeronautici che venivano da una sfilza incredibile di aziende. La Caproni produceva anche per Fiat, poi l’Ansaldo, la Breda a Sesto S. Giovanni, la Macchi a Varese e c’erano industrie che producevano aerei perfino nel napoletano: si chiamavano Industrie Aeronautiche Stabiensi, che sono poi state assorbite dalla Caproni.

Bene, nel 2002 quel paese che 60 anni prima produceva 5.500 aeroplani, produce una ventina di mezzi aeroplani, cioè produce la fusoliera di un aereo da trasporto regionale e una ventina di executive da 7-8 posti. Siamo surclassati abbondantemente dal Brasile, ad esempio, o dal Canada ecc. L’aeronautica civile italiana, sopra tutto Alenia Aeronautica, che sta dentro Alenia Aerospazio, occupa tra le 3 e le 4 mila persone.

Qui l’errore clamoroso fu politico: non entrare nel consorzio Airbus nel 1969. L’Airbus oggi è un gigante, sta surclassando la Boeing nella produzione di grandi aerei. Nel 2002 – 2003 ha prodotto circa 300 aerei oltre i 100 posti: si tratta di un aereo al giorno, tolte le ferie e le vacanze di Natale. Uno al giorno: 20 % Germania, 20 % Francia, 20 % Regno Unito, 10-15 % Spagna, Italia zero. In Italia si fabbricano pezzi del cono di coda, pezzi di motore. Siamo sub-fornitori o sub-appaltanti. Tutto fu deciso nel 1969: era un po’ rischioso cercare di produrre grandi aeroplani. E’ vero che nel ’69 l’Airbus non aveva neanche una commessa, ma fu un grande caso di imprenditoria pubblica, furono i governi francese, tedesco e inglese ad assumersi il rischio di impresa e poi arrivarono le commesse: 6 ordinativi da Airfrance, poi altri 12 e così via fino a quando negli anni ‘90 l’Airbus è un gigante che occupa 45 mila persone, altrettante nell’indotto, ha rinnovato profondamente molti tipi di tecnologie, compresa la tecnologia della logistica, perché grandi parti delle fusoliere dell’Airbus sono prodotte, per esempio, in Germania, poi vengono portate a Tolosa per l’assemblaggio con attrezzature particolari. L’Italia è completamente fuori, produce solo parti o sottoparti di aereo.

La chimica

E’ stata un disastro la chimica. La Montecatini negli anni ’50 era un gigante mondiale emerso sopra tutto negli anni ’20, perché prima faceva cose un po’ diverse. Si sviluppa una complicata battaglia che vede coinvolta una società ex elettrica, la Edison, che aveva propri fondi da investire e doveva investirli in un settore che non era il suo e allora si allea con la Montecatini, nasce la Montedison; si entra in conflitto con la chimica dell’Agip prima e poi con la chimica dell’ENI. Sono state chiamate le guerre della chimica, ma in realtà sono state strategie intese sopra tutto a sopprimere la concorrenza fino al punto di sopprimere anche se stessi.

Riassumo questa vicenda in uno slogan: all’energia attraverso la chimica, perché la Edison, grande industria milanese produttrice di energia elettrica e distributrice, passa alla chimica, vi transita per alcune decine di anni, combina disastri assieme alla Montecatini e all’Eni. Nel 2002 viene ricostituita la Edison Energia Elettrica, in parte sotto l’egida Fiat.

Nel 1960 c’era un’industria elettrica che passa alla chimica, contribuisce a sperperare migliaia di miliardi e decine di migliaia di posti di lavoro, per ritornare poi all’energia.

L’elettronica

Un altro campo dove avremmo potuto essere grandi e non lo siamo più è l’elettronica di consumo, a cominciare dai cellulari fino ai registratori, ai DVD, a tutti gli apparecchi e apparecchietti, di cui sono armai ricche le nostre case. Oggi li vediamo comparire quasi ogni giorni sul video, vediamo decantare le meraviglie del wireless, termine straordinariamente nuovo che significa senza fili, cioè significa radio, in sostanza.

Il termine wireless è stato coniato da un giovane bolognese che si chiamava Marconi intorno al 1896-1897. Marconi non trova in Italia alcuno che gli dia credito e, dato che ha una madre irlandese che ha contatti con il Post Office inglese, va in Inghilterra. Nel 1897 deposita il brevetto e nel 1898 fonda la Wireless Telegraph Company, la società del telegrafo senza fili, ovvero la radio, dando origine ad una fiorentissima industria che nasce da un singolo brevetto di un italiano che però è depositato a Londra. Non vi sono conseguenze economiche e tecnologiche strettamente consequenziali, ma è molto rappresentativo il fatto di un brillantissimo inventore italiano che deposita all’estero la sua invenzione, mentre l’Italia deve acquistare successivamente il brevetto che sviluppa sopra tutto la radio.

L’Italia commette un altro errore, quello di differire di 10 anni l’avvento della TV a colori. Il che vuol dire che quando si è concesso alla RAI di trasmettere a colori, i giapponesi avevano già conquistato il mercato e una parte discreta l’avevano conquistata anche i tedeschi. Oggi come oggi, la produzione originale italiana, insisto su l’originale, di tutta l’elettronica di consumo, ad essere benevolo, sta intorno al 2 o al 3 %. Perché anche qui ci sono dei buoni assemblatori che però comprano pezzi Telefunken o di altro genere, che mettono abilmente assieme. Progettare è un’altra cosa. Quel mercato è completamente dominato dai giapponesi,ecc. ecc. L’elettronica di consumo è un settore perso, compresa l’ultima voce, l’ultimo grido, il wireless il cui peso italiano non è più rilevante.

L’elettromeccanica

Abbiamo avuto grandi aziende nel settore elettrotecnico o elettromeccanico, come l’Ansaldo. L’Ansaldo nasce nel 1853 e produce di tutto: grandi navi, carri armati, aeroplani, automobili, ma nel ’60 dismette la cantieristica e si specializza nel campo che è quello della svizzera-svedese ABB, cioè la Brown Boveri, della Siemens o della Philips, cioè turbine, impianti per l’automazione ferroviaria e così via. Nel 2001 la Finmeccanica ha bisogno assoluto di fare cassa (si trovano sempre delle buoni ragioni per prendere delle decisioni sbagliate) e smembra l’Ansaldo facendone 8-10 pezzi, mettendo così la premessa per la scomparsa definitiva dell’industria ferroviaria in Italia. Esiste ancora un pezzo di industria ferroviaria, che si chiama Ansaldo Breda, ma probabilmente finirà nelle mani della Austin che nel frattempo ha acquisito la Fiat Ferroviaria.

L’automobile

E poi c’è l’automobile con le sue strategie non riuscite per diventare grandi. Il manegement Fiat 15 anni fa disse: nel mondo dei competitori globali, per restare vivi occorre produrre più di 3 milioni di veicoli l’anno. La Fiat si avvicinò nel 1977 a questa cifra quando produce 2,7 milioni di veicoli con notevoli aiuti dal governo (prime forme di incentivi, di rottamazione ecc), ma poi cala rapidamente e da qualche anno è sui 2 milioni. Quest’anno se tutto va bene produrrà 2 milioni di autoveicoli come nel 2002.

La Fiat ha cercato di diventare grande in parte cercando di produrre più automobili in tanti paesi, Turchia, Brasile, India, ecc., commettendo errori di marketing in questo caso molto gravi. Il management pensava che i tecnici, i funzionari, i nuovi benestanti, se non i nuovi ricchi della Turchia o dell’India avrebbero cercato come primo simbolo di status delle oneste auto, un po’ rustiche, solide, di poco prezzo. Nemmeno per scherzo. I ceti emergenti, compresa la Cina, cercano la BMW o le Mercedes o altre cose del genere e le rustiche auto prodotte in Brasile o in Turchia non sono mai decollate.

L’altra strada per diventare grandi è avere successo in campagne di fusioni e di acquisizioni. Anche qui la non riuscita, per essere benevolo, è totale. Si cerca alleanza con Ford, sembra che si sia alla vigilia della firma dell’accordo, questo avveniva già dell’80, prima dell’acquisizione dell’Alfa Romeo, ma l’alleanza non va in porto. Cerca di acquisire la Volvo ma non ci riesce; cerca l’accordo con la Renault e questo fallisce perché la Renault va benissimo con l’acquisizione della Nissan, commette l’errore cedendo quella che a Torino è sempre chiamata la Fiat spagnola, cioè la Seat, che in spagnolo significa Sociedad Espagnola de Automobiles de Toledo, e la cede; pochi mesi dopo questa viene acquisita dalla Volkswagen, che all’epoca era poco più grande della Fiat e che oggi è grande due volte e mezzo. Uno dei primi scalini che la Volkswagen salì fu quello di acquisire stabilmente la Seat.

La Fiat non è riuscita a diventare grande, ha attraversato una gravissima crisi. Nell’ultimo anno ha preso decisioni sagge, ma i rischi sono tutt’ora grandi. Il management Fiat aveva visto giusto: al di sotto dei 3 milioni di veicoli, che oggi sono probabilmente più 4 che 3, il rischio di essere acquistati o conquistati da qualcun altro è gravissimo.

(B) Volendo metterla in positivo, che fare? Quali sono i problemi principali che abbiamo dinnanzi?

La cultura industriale

Intanto abbiamo un grosso problema di cultura industriale. Gli imprenditori che sono succeduti alla generazione dei Mattei, degli Olivetti o anche, in campo pubblico, dei Sinigaglia, non si sono mostrati all’altezza della situazione. C’è stata una cesura generazionale: quelli sapevano fare industria. Adriano Olivetti porta la Olivetti ad essere la prima nel mondo nel campo delle macchine per ufficio, Mattei fonda quella che è oggi l’ultima impresa propriamente industriale che abbiamo e Sinigaglia, con l’avvio del piano Sinigaglia, porta la produzione di acciaio da 2 milioni di tonnellate all’anno a 28 milioni circa di tonnellate 15 anni dopo. Sinigaglia muore nel 1953, non vede il successo del piano, ma quello fu un grande atto di politica industriale.

Così come occorrerebbe accrescere il tasso di cultura industriale di gran parte dei politici, come avviene in altri paesi europei, dove dinanzi ad un bilancio anche un uomo politico sa come comportarsi, come agire.

La formazione

Però ci sono altri settori, alcuni a intervento immediato, altri invece dovrebbero essere inevitabilmente più lunghi, come l’istruzione. Noi abbiamo forze di lavoro a tutti i livelli scarsamente qualificate, in media 3 anni in meno di formazione professionale rispetto ai francesi ed ai tedeschi. E 3 anni di formazione in meno sono molto elevati, fanno una grande differenza in termini di produttività. L’Italia produce pochi laureati in materie scientifiche e ingegneristiche, la metà della media U.E. che è già influenzata dal dato italiano. Comunque la media U.E. è sopra il 10 % nella fascia 20-22 anni, quella italiana è a metà, un po’ più del 5 %. In particolare l’Italia produce pochi laureati nelle materie scientifiche; l’industria lamenta il ritardo dell’Università nei confronti del mondo del lavoro, denuncia la necessità di un rapido adattamento. Però quando di va a vedere, come ha fatto recentemente il Consorzio Alma Laurea di Bologna, qual è la situazione dei laureati in materie scientifiche e anche ingegneristiche, si resta quanto meno stupiti perché l’assorbimento da parte dell’industria è minimo, tanto è vero che anche l’iscrizione ai corsi di laurea in materie scientifiche e ingegneristiche sono in perenne ribasso dal 1990 ad oggi: eravamo a circa 93 – 94 mila nuove immatricolazioni agli inizi degli anni ’90, siamo ora attorno alle 50 mila. La società della conoscenza non va in quella direzione.

Oltre ad assumerne pochi, l’industria li paga pure poco. Tra gli stipendi iniziali e quelli dei primi 5 anni, i laureati in materie scientifiche e ingegneristiche sono i peggio pagati dopo gli insegnanti. I peggio pagati sono gli insegnanti ma subito dopo vengono biologi, informatici, tecnici e così via.

La scelta dei settori produttivi

C’è un problema di scelta dei settori produttivi, perché far politica industriale significa scegliere quali settori sviluppare o rafforzare e quali lasciare invece al loro destino. Qui si tratta di vedere quali sono i settori che sono dotati intrinsecamente di un maggiore effetto trainante sul resto della tecnologia e dell’economia ed evitare di commettere gravi errori. Una delle ragioni per cui il governo, le forze politiche, la Confindustria, hanno assistito con bonaria indifferenza al declino, alla crisi dell’industria automobilistica è che si riteneva che quella fosse un pezzo di industria del secolo scorso, se non dell’800, un’industria tradizionale ormai di scarso peso, tutto metallo e poca intelligenza. Gravissimo errore perché nell’automobile è in corso una rivoluzione tecnologica e, data la sua forza produttiva, è anche un fattore di grandissime commesse per settori tecnologici di nuova generazione come le tecnologie ottiche. Cosa che è avvenuta in Germania. La Germania è oggi un leader nel campo delle tecnologie ottiche e in gran parte questo è dovuto alle commesse dell’industria automobilistica, che non riguardano soltanto la motoristica, ma che riguardano, per esempio, nuovi tipi di trattamento superficiale dei metalli e molti altri tipi di lavorazione industriale.

Riforme istituzionali

Un’altra cosa da fare sarebbe di modificare le strutture istituzionali, le strutture governative statuali, nel senso strutturale del termine, indipendentemente dal personale che le occupa, affinché si possa fare una politica industriale. Perché per concepire ed attuare una politica industriale, che non sia fatta soltanto di investimenti pubblici, per i quali non ci sono fondi, o è difficile trovarli, anche se alcune strade dovrebbero essere esperite, occorre comunque avere dei centri dotati di potere, influenza, competenza per fare la politica industriale.

Nei paesi vicini, Francia, Germania, Gran Bretagna, ecc., c’è la struttura governativa che concentra al massimo in 2 ministeri (il Ministero dell’economia, dell’economia del lavoro come in Germania, e il Ministero della formazione della ricerca) le capacità e i poteri per fare della politica industriale. Sono essi che costituiscono, per esempio, gruppi di imprenditori, di funzionari ministeriali, di rappresentanti dei lander (degli stati regionali), ecc., ed insieme mettono giù dei rapporti di altissimo livello che spiegano agli imprenditori e a chi vuole documentarsi con essi, che cosa bisognerebbe fare per far crescere un certo settore industriale piuttosto che un altro. Ma è tutto sotto il comando di un singolo ministero, o di un ministero e mezzo, cioè il Ministero dell’economia e il Ministero dell’istruzione. In Italia le competenze per fare politica industriale, ammesso che si possa parlare di qualcosa del genere, sono disperse tra 4-5 ministeri. Penso al Ministero del tesoro, che però lo farà, a livello della direzione settima, di un dipartimento che è già sotto il Ministero del tesoro. La politica industriale si trova al terzo livello del ministero, dove ci sono ancora dei pezzi importanti di partecipazione statale (Enel, Finmeccanica, Fincantieri, ecc.). Qualcosa fa anche il Ministero per le attività produttive, che una volta si chiamava Ministero dell’industria, ma i documenti che escono dal Ministero delle attività produttive sono di un’estrema genericità. Quelli inglesi e francesi parlano di tecnologie di un determinato tipo. Anche nel sito dei ministeri uno trova rapporti sulle biotecnologie o sulle tecnologie ottiche, o sul marketing dei laser, non trova generiche affermazioni di principio in base alle quali si dice che lo sviluppo industriale deve avvenire in modo reticolare, con il sostegno della tecnologia dell’informazione. Poi c’è il Ministero dell’innovazione tecnologica, che è un ministero senza portafoglio che si occupa però solo di informatica, tecnologia importante che però è una. Poi c’è il Ministero dell’università e della ricerca che diffonde, per così dire, prescrizioni a pioggia su come fare progetti, ma non sostiene attivamente nessuno, ecc.

Insomma l’Italia ha moltissime leve di comando ma capire quale possa comandare e che cosa, è improbo.

Occorre concentrare in un singolo ministero, o due al massimo, la capacità e la competenza di fare politica industriale.

Distribuzione del reddito

Un altro intervento che sarebbe indispensabile è la questione della distribuzione del reddito. Non si può fare politica industriale senza pensare alla distribuzione del reddito, senza tener conto, per esempio, che dal 1972 al 2000, la quota dei redditi di lavoro dipendente, degli occupati dipendenti, è scesa dal 50,6 % al 40,6 %, cioè si sono persi 10 punti di PIL a favore di altri redditi, rendite e anche lavoro autonomo. La posizione dell’Italia, ovvero dei lavoratori italiani, è la peggiore d’Europa. In Francia, in Germania, in Spagna, l’analoga quota si è mantenuta grosso modo costante, al di sopra del 50 % e nel regno Unito, dove i sindacati e i lavoratori sono stati duramente colpiti dall’era Tacher, il paradosso è che questa quota è diminuita di 3 punti, ma partendo da un livello molto alto, cioè del 58 %. Oggi quindi i redditi da lavoro dipendente in Gran Bretagna rappresentano ancora una quota superiore di 15 punti rispetto a quella che è data da registrare in Italia. Ci possiamo sbizzarrire per capire quali sono state le ragioni, ma sta il fatto che l’Italia sta per diventare uno dei paesi più diseguali del mondo.

Perché insistere sulla distribuzione del reddito? Ma, per intanto perché la stagnazione dei consumi ha a che fare con la distribuzione del reddito: i consumi stagnano perché ci sono più poveri ma anche perché c’è più disuguaglianza, perché le famiglie che si spartiscono il 2 % del PIL sono 28, mentre le famiglie che si distribuiscono il 28 % del PIL sono 2. In termini di consumo anche se il 2 % di famiglie acquistano 5 frigoriferi, 6 automobili e alcune altre cose, però si tratta di incrementi limitati rispetto a ciò che potrebbe conseguire invece da una distribuzione un po’ meno disegualitaria del reddito a favore delle fasce oggi più povere.

In secondo luogo c’è da dire che salari bassi, salari stagnanti, salari che dal ’90 ad oggi sono aumentati in termini reali solo dell’1,5 % (il che, su 1.000 Euro al mese fa, se non vado errato, 15 Euro in termini reali, ottenuti in più nell’arco di 12-14 anni) significano in generale lavoro a bassa qualificazione, implicano un’organizzazione del lavoro che punta molto sull’uso delle braccia e poco sull’uso delle teste. Questo si paga in termini di qualità dei prodotti. Nell’industria dell’automobile, tanto per fare un caso, che cosa avviene? Che le vetture deliberate, così si dice, cioè certificate come pienamente funzionanti a fine linea degli stabilimenti italiani sono mediamente una trentina, negli stabilimenti tedeschi sono mediamente oltre 90, cioè con un balzo di qualità a fine linea grandissimo. Sarà solo una contingenza, ma sta il fatto che l’industria automobilistica italiana paga i dipendenti 1000-1200 Euro al mese, quella tedesca li paga 2.500 Euro al mese e anche facendo i calcoli in termini di parità del potere d’acquisto, la differenza rimane grandissima. Questo riflette anche forze di lavoro più qualificate che vengono meglio retribuite, che hanno una produttività più elevata e, in particolar modo, la qualità del prodotto più elevata.

La concezione dell’impresa

Chiudo con due battute sulla concezione dell’impresa. Uno dei problemi che è esploso con Parmalat, ma che potrebbe portare altre sgradevoli sorprese, è il fatto che anche in Italia, si è affermata, e non solo in base a teorizzazioni di economisti o di sociologi, ma in base a dati oggettivi, la concezione dell’impresa che vede il suo scopo massimo, il suo scopo supremo nella massimilizzazione del valore per l’azionista. Far salire il valore complessivo dei valori quotati in borsa. Questo dipende da molti fattori tra cui appunto la controrivoluzione della proprietà rispetto ai managers, la fine della rivoluzione manageriale. Sta il fatto che rispetto al periodo anteriore agli anni ’80 è una vera e propria rivoluzione. Non si produce col fabbricare buoni prodotti, coll’eseguire buoni servizi, pagare buoni salari, produrre ricchezze e profitti equi da godere in proprio ma anche da distribuire; si lavora sopra tutto per massimizzare il valore degli azionisti. Questa è una nuova distorsione della natura stessa dell’impresa ed è questa concezione che si possono fare risalire gli ultimi disastri borsistici.

Occorrerebbe, tra le riforme da fare, (questa è una riforma nelle teste e nei comportamenti e quindi una delle più difficili), anche ripensare alle concezioni stesse delle imprese.

Trascrizione della relazione di Tito Boeri

Ogni scelta comporta delle rinunce

Ho accolto con molto piacere l’invito di venire a presentare questo libro, scritto con Roberto Perotti. E’ un libro che abbiamo scritto perché venisse discusso. Si scrivono dei libri perché vengano letti, altri per discuterne. In questo libro abbiamo fatto uno sforzo un po’ diverso da quello che fanno normalmente gli studiosi. Gli studiosi si trovano sempre nella situazione privilegiata di poter mettersi ad osservare i fenomeni e fornire ex-post delle spiegazioni a tutto, senza andare proprio a sporcarsi le mani nei dettagli delle politiche e scontrarsi con il fatto che se si fanno delle cose non si possono fare delle altre. Ogni scelta comporta delle rinunce e per uno studioso è facile mettere dentro soltanto i vantaggi di certe scelte senza mettere in luce anche a che cosa si rinuncia facendo queste scelte.

In questo libro noi ci siamo veramente sforzati di andare molto nel dettaglio, che in questa sede trascurerò per fare i conti con queste rinunce.

La prima di tutte è il fatto di tener conto dei vincoli di bilancio. Non facciamo delle proposte, liste della spesa di cose da fare senza tener conto che queste costano. Proviamo anche a fornire delle stime dei costi, cercando di dire dove si possono trovare le risorse. Io ritengo che una formazione politica che si presentasse oggi alle elezioni in Italia proponendo di aumentare le tasse, perderebbe sicuramente le elezioni. Questo lo dice qualsiasi sondaggio ed è fortemente radicato nell’opinione pubblica. Anche per l’economista ci sono delle ragioni per ritenere che si debba cercare semmai, se possibile, di ridurre la pressione fiscale nel nostro paese. I vincoli di bilancio vanno posti molto seriamente: non si possono proporre di aumentare programmi che costano, ecc. ecc., senza proporre anche come trovare le risorse.

Le finalità delle politiche sociali

Noi ci occupiamo di politiche sociali e quindi partiamo col chiederci quali sono le finalità delle politiche sociali. Noi riteniamo che le politiche sociali (nate in Europa con diverse tradizioni, sia quella bismarkiana continentale, sia in quella di Beveridge, nel regno Unito) dicono che la prima finalità è di ridurre la povertà. La seconda finalità è quella di ridurre le disuguaglianze. Non necessariamente le due cose vanno sempre di pari passo: si può ridurre la povertà talvolta senza necessariamente ridurre le disuguaglianze, si possono ridurre le disuguaglianze dimenticandosi dei più poveri. Quindi sono due obiettivi che hanno sicuramente dei rapporti tra di loro, delle interconnessioni, ma non sono esattamente la stessa cosa, l’una non implica l’altra.

Politiche sociali e mercati del lavoro

E poi questi due obiettivi vanno perseguiti (questo è il terzo criterio che poniamo all’inizio del nostro libro), per minimizzare gli effetti terzi che questi interventi hanno sulla partecipazione al mercato del lavoro. Perché ridistribuire ha degli effetti anche distorsivi. La letteratura evidenzia tanti dati, ma lo dimostra anche l’evidenza empirica, che si rischia di creare, se non si correggono queste cose, maggiore non-occupazione. E ritengo che il miglior modo per contrastare la povertà e per ridistribuire sia il lavoro.

Risorse mal distribuite

Bene, se questi sono gli obiettivi delle politiche sociali, chiediamoci se questi obiettivi sono perseguiti in modo efficace all’interno del nostro paese. Ricordava già prima Giovanni Bianchi i dati sulla povertà di cui noi parliamo nel libro e non sto qui a ripeterli. Abbiamo avuto un incremento della povertà, è un fenomeno strutturale di lungo periodo. Si leggono ogni giorno tanti dati sulla povertà, sui problemi degli italiani. Sono dei dati poco accurati. E’ un fenomeno che è avvenuto da tanto tempo, che ha portato anche un cambiamento nella composizione della povertà, una povertà molto più concentrata sui giovani e le famiglie con figli. Oggi fare figli nel nostro paese comporta molti più rischi di cadere in condizioni di indigenza, di povertà.

Abbiamo un modo di ridistribuire le risorse nel nostro paese che è molto inefficiente. C’è un modo molto semplice di misurare tutto questo ed è quello di guardare quanto le politiche sociali contribuiscono a ridurre le disuguaglianze: ci sono degli indici di disuguaglianza che vengono normalmente calcolati e che misurano quanto distanti sono i redditi delle diverse parti della popolazione, quanto è concentrato il reddito in alcune componenti della popolazione. Noi vediamo che i paesi che spendono di più in politiche sociali riducono, riescono a contenere le disuguaglianze, nel senso che se si guarda la distribuzione del reddito senza tasse e trasferimenti e quella con tasse, quando si sono tassati i redditi, la tassazione tende a ridistribuire; quando la tassazione è progressiva, e non sempre lo è, chiaramente tende a ridurre le disuguaglianze, perché si tassano di più i più ricchi e i trasferimenti vanno ai più poveri, questo riduce le disuguaglianze.

E’ utile guardare non soltanto a serie politiche sociali che contengano la disuguaglianza, quindi tasse, trasferimenti, ecc. ecc., ma anche vedere quanto sono efficienti nel fare questo. Siccome spendere, dare molte risorse per le politiche sociali è qualcosa che dà delle controindicazioni, è necessario vedere che per quanto si spende si riducono di più le disuguaglianze.

Abbiamo in Europa una situazione molto diversa. Alcuni paesi sono molto efficaci, i paesi scandinavi: spendono tanto, ma spendono

molto bene, riescono molto a contenere le disuguaglianze; altri paesi, e noi siamo tra questi, spendono abbastanza, vicino alla media più o meno della U.E., ma ridistribuiscono malissimo, fanno pochissima ridistribuzione, riescono molto poco a contenere le disuguaglianze. Perché questo avviene? Perché abbiamo una spesa sociale che è concentrata in alcuni capitoli che hanno delle proprietà ridistributive perverse. Purtroppo la spesa pensionistica in Italia serve molto poco a ridistribuire, contiene molto poco le disuguaglianze.

Cambiamenti della famiglia

E questo per la tradizione, per il modo con cui si è sviluppata, privilegiando alcune categorie, creando alcune situazioni di privilegio, e poi fondandosi tutto – questo è un aspetto molto importante – sulla ridistribuzione all’interno della famiglia: dava ai genitori, che poi davano ai figli che magari erano disoccupati. C’erano la famiglie molto grandi e la pensione che arrivava a qualcuno in famiglia poteva essere gestita per sanare situazioni in difficoltà per l’inserimento nel mercato del lavoro.

Le famiglie stanno diventando più piccole ed essendo più piccole è molto difficile ridistribuire all’interno della famiglia.

C’è inoltre un fenomeno grave: da una situazione in cui c’erano le famiglie così dette miste, in cui c’era qualcuno che lavorava e qualcuno che non lavorava, e quindi era possibile ridistribuire da quello che lavorava a quello che non lavorava, o qualcuno che aveva maturato una pensione e quindi poteva dare magari a qualche giovane che non era ancora entrato nel mercato del lavoro, stiamo sempre più assistendo alla crescita del numero delle famiglie. C’è una polarizzazione dell’occupazione e della disoccupazione per cui ci sono famiglie in cui tutti lavorano, oppure famiglie in cui nessuno lavora. Se c’è nessuno che lavora in una famiglia non ci può essere ridistribuzione all’interno della famiglia, quindi basarsi sulla famiglia come sostituto delle politiche sociali non è più possibile. Tornerò su questo aspetto della famiglia perché è legato al capitalismo italiano. Noi dobbiamo tenere conto del fatto che la famiglia in Italia sta diventando più piccola e questo comporta che la famiglia può svolgere sempre meno funzioni che svolgeva in passato.

Come contrastare efficacemente la povertà

Quindi noi proponiamo in questo libro alcune cose che possono rendere il nostro sistema più efficace nel ridistribuire, e sopra tutto in grado di combattere, di contrastare efficacemente la povertà. Quali sono questi strumenti? Sono ammortizzatori sociali veri. Noi non li abbiamo. Ammortizzatori sociali veri non sono solo i sussidi di disoccupazione. C’è sempre questa idea che l’ammortizzatore sociale è il sussidio di disoccupazione; in realtà ci sono altri strumenti, che sono tra l’altro comuni e fondati nella tradizione europea del welfare state. Esistono in 13 dei 15 paesi della U.E. attuale, non esistono da noi e non esistono in Grecia.

C’è, per esempio, il reddito minimo garantito: si stabilisce una soglia di reddito e questo strumento serve a compensare la differenza fra il livello di reddito dell’individuo e questa soglia, cioè riporta a galla le persone, le riporta al di sopra di questo livello. Ci vogliono anche i sussidi di disoccupazione che abbiano una copertura molto più alta dei nostri. Abbiamo sussidi di disoccupazione molto generosi, che accompagnano le persone fino alla pensione, quindi sono degli schemi-ponte verso il pensionamento, oppure abbiamo dei sussidi ordinari di disoccupazione, quelli che ricevono i lavoratori delle piccole imprese, senz’altro la stragrande maggioranza delle imprese del nostro paese, che sono dei sussidi che hanno durata molto bassa, tra i 6 ed i 12 mesi, ed hanno delle prestazioni molto basse.

Il problema dei costi

Questo però costa. Non illudiamoci che fare questa operazione non costi nulla. Questa idea che si possono fare le riforme sociali a costo zero è un’idea perniciosa, ricorrente, purtroppo non solo un questo Governo devo dire, perché anche nella legislatura precedente si sono tentate delle operazioni con degli stanziamenti irrisori. Ebbene, se noi le vogliamo fare, dobbiamo porci anche l’obiettivo di trovare queste risorse.

Queste risorse, se non vogliamo mettere le tasse, devono essere trovate in altri capitoli della spesa, spesa corrente sicuramente. Ci sono molte dispersioni, molte inefficienze nella locazione della spesa pubblica e nei trasferimenti alle regioni a statuto speciale che sono assolutamente non motivati: devono essere riguardati, uno per uno, e vedere con attenzione. Nella scorsa legislatura non si è potuta fare questa operazione perché c’era un governo che dipendeva proprio nella sua maggioranza dalle regioni e province a statuto speciale. Questo governo, con una maggioranza così forte avrebbe potuto fare un’operazione molto seria anche su questo piano.

Ci sono molti sprechi nei dipendenti pubblici, molti sprechi in tante politiche che vengono condotte senza che ci sia una vera valutazione della loro efficacia. Tutte queste cose vanno riguardate con estrema attenzione se ci sono dei risparmi da fare. Ci sono dei risparmi da fare anche nel capitolo spesa professionistica, perché nella spesa professionistica è giusto che ci sia un riequilibrio rispetto alla nostra spesa sociale. Ci deve essere più spesa sociale verso questi capitoli: lotta alla povertà, ammortizzatori sociali e meno verso le pensioni.

Si dice. Certo le pensioni hanno anche loro una componente assistenziale. E’ verissimo, nessuno lo mette in discussione, e allora accettiamo la scommessa. Facciamo una vera assistenza che non è soltanto per le persone che sono in età di pensionamento, ma per tutti, che è indipendente dall’età degli individui, e questi fondi noi li diamo a questo scopo. Il criterio di distribuzione di questi fondi è trovare i poveri, cioè trovare le persone che all’esame del reddito e dei mezzi degli individui, risultano essere povere. Facendo questa operazione, tra l’altro, spenderemo di meno per alzare l’assistenza anche agli anziani perché diventa un modo molto più efficace per alzare l’assistenza. Noi diamo spesso prestazioni assistenziali anche a persone che non ne hanno così bisogno. La povertà tra gli anziani si è ridotta, c’è proprio bisogno di un cambiamento generazionale nella distribuzione della povertà.

Politiche sociali e declino industriale

Tutte queste considerazioni però valgono indipendentemente dal declino industriale. E’ difficile trovare un collegamento tra i due libri. Spesso si fa questo ragionamento: se non ci fosse il declino industriale, se il nostro paese crescesse noi non avremmo questi problemi della povertà e della distribuzione del reddito. Non è vero! In qualsiasi contesto economico c’è sempre qualcuno che cade in condizioni di povertà Non è la crescita la panacea di queste politiche, si fanno queste politiche ridistributive anche quando ci sono paesi che crescono molto fortemente.

Questo è un equivoco ed una mistificazione al tempo stesso che c’è per esempio sul Libro bianco del welfare che dice: noi all’inizio abbiamo scommesso sulla crescita, riduciamo le tasse, aumenteremo, si crescerà molto più fortemente e quindi non avremo bisogno di strumenti ridistributivi, di politiche contro la povertà. Non è assolutamente vero: non c’è equazione crescita – povertà. La crescita può avvenire anche avendo molte persone che cadono in condizione di povertà, aumentando a dismisura le disuguaglianze. Bisogna fare queste cose che ci sia il declino o che non ci sia.

Però c’è il declino e di questo dobbiamo tener conto, perché siamo qui anche per parlarne. C’è un bellissimo libro di Gallino che stiamo discutendo. Io sono un economista e quindi ho un approccio diverso da quello di Gallino, ma devo dire che è molto piacevole, ho imparato molte cose perché è un libro da storico anche per molti versi.

Servono le riforme strutturali?

Condivido tra l’altro un aspetto di fondo che c’è in questo libro, cioè l’idea che c’è molta retorica sulle riforme strutturali, che dovrebbero risolvere tutti i problemi del nostro paese. Omnia mala fugant. Qui facciamo un attimo di pubblicità di una cosa che stiamo organizzando e che dimostra anche che sono anch’io convinto sul fatto che non necessariamente le riforme strutturali servono. Io dirigo una fondazione che si chiama “Fondazione Rodolfo De Benedetti”, abbiamo organizzato il 19 Giugno in quel di Lecce un Convegno che ha come titolo “Riforme strutturali senza pregiudizi”. Chiederemo a studiosi internazionali di dirci: ma servono o non servono queste benedette riforme strutturali? Quale impatto hanno? Perché sono così difficili da attuare? Quindi sulle riforme strutturali condivido questo approccio, questo scetticismo. Siamo sicuri che poi servono? E’ molto utile ragionare in questo modo, è molto utile andare contro i luoghi comuni. Quindi ho trovato molto utile questa operazione che c’è nel libro.

Cosa si intende per politica industriale?

La cosa invece su cui mi piacerebbe che si discutesse oggi, e che è un modo per riportarci alla discussione sull’altro libro, è cercare di capire a fondo su che cosa si intende per politica industriale, perché anche su questo c’è molto da dire, è un termine moltissimo utilizzato. Tutte le volte che si parla e c’è qualcosa che non funziona, si dice bisogna fare delle politiche industriali nel nostro paese. Io ho il sospetto che si dica politiche industriali per dire far migliore politica economica, e allora su questo siamo sicuramente d’accordo. Però il termine politica industriale è un termine che si presta a molti equivoci e quindi mi piacerebbe cercare di istruire un po’ la discussione. Pongo delle domande che magari ci facciamo assieme. Vuol dire puntare su alcuni settori strategici fare politica industriale? Cioè dobbiamo investire, spendere denaro pubblico, aiuti di stato su alcuni settori strategici? Quali? Bisogna definire molto esattamente quali, perché il rischio in questi casi e che si degeneri e che poi i settori strategici diventino un po’ tutti.

Il calcio potrebbe essere uno di questi perché ci sarebbe sicuramente qualcuno che si leva a dire ma il calcio è un’industria nazionale, ci guardano tutti da tutto il mondo. Col nostro presidente del Consiglio è evidente che questo sarebbe molto, molto forte, si troverebbero delle giustificazioni molto, molto forti per dire strategico anche per la pace sociale. E questa è anche la ragione per cui si invocava il decreto spalma debiti. Possono esserci dei settori strategici, sicuramente, non lo so, la difesa, non me ne intendo. Però definiamoli con precisione e quindi mi piacerebbe sapere quali siano.

Secondo, molto spesso per politica industriale si intende chiusura, protezione e quindi dazi, fondamentalmente protezione commerciale. Su questo sono fortemente contrario su qualsiasi tipo di restrizione commerciale per difendere l’industria nazionale. Guardiamoci in giro per l’Europa: le imprese anche più forti crescono anche in paesi piccoli. In Europa i paesi piccoli hanno una caratteristica fondamentale rispetto ai paesi più grandi: una parte molto più rilevante del loro prodotto è commerciato internazionalmente; loro hanno un interscambio con il resto del mondo che arriva al 60-70 % del prodotto. Quindi sono molto esposti, più di noi, alla concorrenza, alle pressioni internazionali ecc. ecc. E sono andati così bene anche in virtù del fatto che hanno competizione Certamente è costoso, essere in un ambiente competitivo ha anche delle controindicazioni, fa male la concorrenza. A tutti noi è capitato nella vita di dover competere con altri e dà anche fastidio. Si sta meglio a non competere. Però è anche una molla fondamentale per far meglio le cose e alla fine questo paga. E quello che i paesi piccoli stanno facendo e ce lo dimostrano. Quindi non credo che quella sia la politica industriale.

Chiudersi agli stranieri, cioè lasciare che investitori esteri vengano nel nostro paese…. Anche questo non mi sembra un modo di fare politica industriale. In Italia non abbiamo investitori stranieri. Se noi abbiamo una cosa che ci manca sono loro. Sarei felice se venissero più investitori stranieri in Italia a investire ed anche a comprare delle industrie perché quando vengono degli investitori stranieri ci sono degli effetti positivi, questo è dimostrato, anche sul resto dell’industria nazionale. Vengono con culture imprenditoriali diverse. Certo c’è sempre il rischio che poi se ne vadano, ma il rischio c’è comunque anche per le imprese nazionali che diventano multinazionali. Se noi vogliamo che l’industria italiana cresca e vada all’estero, certamente poi ragionerà con la logica globale e può darsi che anche le industrie che nascono da noi poi hanno un orizzonte globale e quando le cose cambiano decideranno di investire in parte, non so se in Cina o in altri posti, e disinvestire da noi. Quindi non è il fatto che siamo italiani piuttosto che stranieri, le cose non cambiano.

Se noi dovessimo porre, tra l’altro, delle forti restrizioni agli investitori stranieri, dicendo voi venite qui, ma se venite qui voi non ve ne potete andare quando cambia, che so, qualcosa altrove, bene, sappiate benissimo che non verranno. Se vogliamo attrarre investitori non possiamo porre molti paletti. E chiaro che volerli avere qui, come penso sia giusto averli, dobbiamo anche sapere che può darsi che un giorno se ne andranno, e avere qualche strumento che ci permetta, nel caso in cui ciò avvenisse, di cercare di minimizzare i danni. Gli ammortizzatori sociali servono anche per questo.

Infine gli aspetti istituzionali, Ministero dell’industria: abbiamo bisogno di un Ministero dell’Industria più forte. Io non so se effettivamente la selezione che viene operata dai sistemi democratici e di chi poi gestisce queste macchine, è una selezione efficace. Forse noi ci siamo dimenticati i nomi dei nostri ministri dell’industria dal dopoguerra. Li sono andati a scaricare qualche giorno fa per altre ragioni: ve ne faccio alcuni: Nicolazzi, Ferri, Tanassi….Voglio dire, non so se queste persone avrebbero potuto gestire e impedire il declino industriale del nostro paese o se invece avrebbero ulteriormente lavorato nel senso di disperdere denaro pubblico e di impedirci di costruire un sistema di welfare efficiente.

Penso che il vero senso della politica industriale è quello di dichiarare tutte le condizioni migliori per cui si faccia impresa in modo buono, perché si possa crescere e non si abbia paura di crescere come impresa. In questo senso la riforma delle politiche sociali hanno un ruolo importante, gli ammortizzatori sociali efficaci sono fondamentali. Io credo che il problema nostro è quello di avere una specializzazione produttiva sbagliata. Noi soffriamo il fatto di avere, più di altri paesi europei, la competizione di paesi a basso costo del lavoro perché siamo ancora specializzati in settori tradizionali e non ci siamo invece impegnati, e questo è molto coerente con il ragionamento che c’è nel libro di Gallino, in settori più avanzati, tecnologicamente avanzati, e in produzione di qualità.

Tutto questo ci permetterebbe di reggere meglio la concorrenza di questi paesi. Ma se vogliamo spostarci da questi settori a quei settori dobbiamo riallocare risorse ed anche lavoro, non c’è dubbio. Io ho studiato personalmente l’esperienza di trasformazione strutturale dei paesi dell’allargamento, dei paesi che venivano dall’economia pianificata. Loro hanno fatto un cambiamento strutturale incredibile perché nel giro di 10 anni hanno completamente cambiato la distribuzione dell’occupazione tra settori produttivi e risorse. Cioè avevano investito e concentrato quasi tutto nell’industria pesante, li hanno spostati ai servizi, all’industria manifatturiera e di altro tipo. Hanno avuto un problema opposto al nostro, loro non avevano piccole imprese, hanno dovuto creare piccole imprese, hanno fatto tutti questi cambiamenti.

I paesi che ci sono riusciti meglio sono quelli che avevano degli ammortizzatori sociali efficaci, che si erano dati sussidi di disoccupazione ecc che hanno permesso di conciliare autotrasformazioni molto forti con costi relativamente contenuti. Quelli che hanno fatto peggio sono quelli che non avevano questi ammortizzatori sociali. Dicevo prima che valevano anche se non ci fosse declino, ma siccome noi abbiamo declino e dobbiamo trasformare il nostro sistema produttivo, abbiamo una ragione in più per farlo.

Il problema della formazione

C’è poi il problema dell’università, della formazione.. Sono tutte cose fondamentali. Io ritengo che anche qui dobbiamo capire dove troviamo le risorse. Ritengo che sul capitolo ricerca e istruzione è importante contare di più anche a livello europeo. C’è proprio un problema di allocazione, di responsabilità e di interventi a livello europeo. Purtroppo nel nostro paese stiamo andando, come sempre, nella direzione opposta, per cui decentriamo le competenze su queste materie a livello regionale: è quanto è stato approvato in questi giorni.

E quello della cultura imprenditoriale

Ma poi c’è anche un problema di cultura imprenditoriale che è fondamentale e questo viene denunciato con forza nel libro di Gallino. Si dice che non ci sono più imprenditori nel nostro paese, che non c’è voglia di rischiare, che i nostri imprenditori tendono tutti a spostarsi nei settori protetti e che nessuno si vuole impegnare nella concorrenza. Io condivido la preoccupazione del libro di Gallino sul fatto che c’è il declino del manifatturiero, ma non mi preoccupo più di tanto del fatto che sia manifattura o servizi, quello che mi preoccupa è il fatto che ci stiamo spostando sempre di più verso settori protetti dalla concorrenza. Questo è proprio l’idea di un capitalismo che sfugge alla concorrenza e quindi ci condanna a rimanere piccoli e a non crescere perché vuol dire non misurarsi sui mercati globali. Questo è il vero problema, la cultura imprenditoriale.

Qui c’è poco da fare: come si fa a creare gli imprenditori? Io non lo so. Forse gli strumenti di un sociologo sono più utili di quelli di un economista… Però c’è qualcosa anche di economico dietro questa assenza di cultura imprenditoriale. Qui c’è un aspetto delle riforme strutturali che invece è valido. Le riforme strutturali servono a qualcosa, servono a permettere che ci sia una trasmissione di nuove iniziative imprenditoriali, più capace, basata sul merito e sulle competenze delle diverse persone.

Noi abbiamo restrizioni fortissime sul mercato dei prodotti che fanno sì che la trasmissione della titolarità tra le imprese avvenga in modo dinastico: tramandare l’impresa di padre in figlio, è uno dei modi più inefficienti di selezionare gli imprenditori perché non è affatto detto che il figlio di un imprenditore sia un buon imprenditore, non affatto detto che il figlio di una persona intelligente, sia intelligente. Io ho avuto l’occasione di incontrare il nipote di Darwin e vi assicuro che era una delle persone più stupide che abbia conosciuto nella mia vita. Questo dimostra, tra l’altro, che la selezione naturale non funziona e quindi è meglio darsi un altro strumento per selezionarli e quindi di avere maggiore possibilità e più facilità di iniziare l’impresa e, in Italia sopra tutto, di farla crescere.

Sul capitalismo familiare

L’ultima considerazione che voglio fare è sulle famiglie e il capitalismo familiare. Il capitalismo familiare si è rivelato assolutamente inefficiente a migliorare la qualità della nostra imprenditoria. E’ un capitalismo familiare che ci condanna, tra l’altro, ad essere piccoli, a non crescere, perché molto spesso la famiglia significa gestire tutto all’interno della famiglia, avere paura di crescere, perché crescere vuol dire andare sul mercato dei capitali. O abbiamo delle famiglie con delle risorse, dei patrimoni talmente rilevanti che possono crescere con le risorse della famiglia, oppure le imprese devono andare a quotarsi in borsa, devono raccogliere dei fondi all’esterno e dietro al motto del culto del piccolo è bello, c’è molto di questa idea che devi fare impresa con la famiglia e devi rimanere piccolo.

Nicola Tognana, nella sua campagna elettorale per la Confindustria, andava in giro dicendo: io adoro l’imprenditore che ipoteca la propria casa invece di andare sul mercato dei capitali, emettere obbligazioni, o nel cuore dell’azionariato diffuso. Bene, questa è una ricetta proprio per rimanere nel campo della famiglia e non crescere e quindi alimentare il nanismo delle nostre imprese.

Mentre io ritengo che sia fondamentale avere un meccanismo di selezione degli imprenditori migliore, con maggiore apertura alle entrate, possibilità che chi è capace entri, chi non è capace esca, fallisca, che ci sia maggiore possibilità di ricorrere ai mercati dei capitali e che ci sia azionariato diffuso. Anche perché, purtroppo, noi avevamo sempre pensato che la famiglia avesse almeno un aspetto, cioè sembrava che il terreno familiare avesse un vantaggio che era quello di evitare che ci fosse questa separazione tra proprietà e management che spesso altrove ha portato a quei fenomeni di cui parlava Gallino, cioè ai manager che gestiscono l’impresa a loro esclusivo vantaggio, non a vantaggio degli azionisti. Avere un proprietario che è manager può evitare tutto questo, però non è che sia successo così. Il caso Parmalat ci insegna che anche le aziende familiari purtroppo generano questi mostri.

Quindi se i mostri vengono creati anche nell’ambito familiare, allora è meglio abbandonare questo modello e approntare invece modelli più aperti che ricorrono di più al mercato dei capitali.

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