Davide Cadeddu sul testo di Adriano Olivetti: “L’ordine politico delle comunità”

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Corso di formazione alla politica

In questo testo, “L’ordine politico delle comunità”, Olivetti cerca di immaginare e di delineare quello che potrebbe essere il futuro del nostro paese all’indomani della caduta del fascismo, della liberazione, del ritorno della democrazia.

È probabilmente il testo politico più denso e ambizioso di Olivetti e nella sua introduzione il professor Cadeddu spiega anche come esso sia stato vittima in un certo senso del pregiudizio nei confronti del suo autore. Perché generalmente quando si parla di Olivetti qualcuno dice che è un pensatore originale e una figura singolare, aggettivazioni che sembrano neutre, ma che di fatto dicono che era un tipo un po’ strano e che quindi le cose che diceva potevano anche sembrare un po’ fuori luogo.

Questo testo ha subito numerose edizioni diverse, in alcune ci sono stati stravolgimenti o quantomeno incomprensioni del pensiero di Olivetti, mentre questa edizione curata dal professor Cadeddu sostanzialmente ripristina il testo così com’era stato pensato nella sua stesura originaria.

Davide Cadeddu sul testo di Adriano Olivetti "L'ordine politico delle comunità"

1. leggi la trascrizione della relazione di Davide Cadeddu

2. clicca sui link sottostanti per ascoltare i file audio mp3

1. premessa di Giovanni Bianchi 05’55” – 2. introduzione di Lorenzo Gaiani 26’25” – 3. relazione di Davide Cadeddu 36’12” – 4. domande 15’10” – 5. risposte di Davide Cadeddu 06’31” –  6. domande 17’12” – 7. risposte di Davide Cadeddu 09’21” – 8. dialogo Gaiani-Cadeddu 07’01” – 9. domande 05’17” – 10. risposte Davide Cadeddu e chiusura 14’34”

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Trascrizione della relazione di Davide Cadeddu

Grazie. Dopo questa introduzione che ha sollecitato in me tanti ricordi e tante riflessioni svolte in passato, vorrei adesso cercare di fare uno sforzo per tutti noi, uno sforzo di chiarezza. Olivetti è un autore complesso, sul quale esiste molta aneddotica, esiste un filone, per certi versi anche storiografico, che io definirei mitologico, in cui si raccontano determinate cose, le si fanno passare per fondamentali nelle esperienze di Adriano Olivetti e l’autore finisce per essere avvolto da una sorta di aura che non gli rende giustizia.

Come sappiamo tutti, è stato un imprenditore di successo, ha permesso a una piccola fabbrica di mattoni rossi di diventare una multinazionale nota e apprezzata in tutto il mondo e, quindi, diciamo così, quello che certo non gli mancava era il senso pratico. La fabbrica, la sua impresa era un’impresa capace di fare profitto e produrre oggetti efficaci, efficienti e anche belli tanto che, come sapete, i prodotti della Olivetti sono finiti in musei, per esempio a New York.

Quindi, certo, non gli mancava il senso pratico e forse è questo senso pratico che fa da velo alla comprensione compiuta, diciamo così, del suo pensiero, un pensiero che ritengo essere, forse unico in Italia, tra i più originali, forse il più originale, tra quanto prodotto dalla teoria politica italiana nel corso del Novecento. Ed è originale soprattutto per il fatto che, come si accennava poc’anzi, era un pensiero che non si faceva limitare da dogmatismi di sorta, era un pensiero, potremmo dire a buona ragione, sincretico, capace di far confluire, di prendere quanto c’era di buono nella tradizione marxista, cristiana, elitista, liberale, federalista. E quest’opera, pubblicata per la prima volta nel settembre del ’45, è una sorta di precipitato di tutto questo sincretismo che Olivetti è andato accumulando nel corso di una vita, una vita sostanzialmente da imprenditore.

Ora, senza voler partire da troppo lontano, credo che sia necessario, prima di menzionare, come spesso molti fanno, l’elenco di autori che poi finì per pubblicare nelle sue edizioni di Comunità, quali che fossero tutti questi fonti del suo pensiero, ricordare il fatto che subito dopo la prima guerra mondiale, nel ’18–’19, e precisamente nel ’19, egli aderì alla Lega Democratica per il Rinnovamento della Politica Nazionale che si era creata attorno all’Unità di Carlo Salvemini. Ora, se si vanno a riprendere i documenti che descrivevano i principi intorno ai quali si riuniva questa Lega, sarà molto interessante scoprire come molti dei concetti che ritroviamo nell’ordine politico di Comunità fossero in realtà già presenti in queste dichiarazioni.

E i principi che caratterizzavano la Lega Democratica di Salvemini, così come l’Ordine politico delle Comunità, sostanzialmente direi che possono essere riassunti in poche unità. Innanzitutto, vi era, giusto per riprendere anche quanto si diceva poco fa, un’eredità di pensiero federalista, Salvemini sappiamo che appartiene a un filone del pensiero federalista che ha la sua origine in Giandomenico Romagnosi che poi trova in Carlo Cattaneo l’esponente più famoso e più affermato. Olivetti riprende questa tradizione federalista e la applica a modo suo, vedremo come nel pensare questo stato federale.

Un altro principio che è presente nell’opera è senz’altro il problema della selezione della classe politica di cui lo stesso Salvemini, d’accordo con un certo filone elitista che aveva in Gaetano Mosca e in Alfredo Pareto i suoi principali esponenti, propugnava.

E infine, direi che l’altra grande preoccupazione presente nelle pagine di quest’opera e nella Lega Democratica di Salvemini era il problema del rapporto tra istituzioni politiche e, potremmo dire così, istituzioni economiche e in quale modo il socialismo di allora, più o meno di ispirazione marxista, potesse trovare una sua espressione istituzionale.

Dopo quelle strette del ’19, per i fatti che ovviamente contraddistinsero la storia italiana, Olivetti dovette abbandonare l’attività giornalistica e assieme quella politica, si dedicò agli impegni di fabbrica fino a quando, secondo la sua stessa descrizione, nella seconda metà del ’42 iniziò a riflettere su quello che poteva essere il futuro dello stato italiano, il suo passaggio, auspicabile, a una democrazia. E quest’opera, appunto, scaturisce da quella imperie culturale, da quei dibattiti tra forze resistenziali, tra esuli antifascisti in Svizzera che fecero un periodo particolarmente fertile di riflessione e di idee.

Ora, entrando nel merito dell’opera, secondo quello che è, dopotutto, lo stesso suggerimento di Olivetti, per capire più che i dettagli che egli comunque si sforza di articolare, i principi che sorreggono questo edificio istituzionale da lui preconizzato, senz’altro occorre concentrarsi su tre pilastri. Il primo pilastro, quello più noto, che dà il titolo stesso del libro, è senz’altro il concetto di comunità, o comunità concreta come lui la chiamava. Il secondo pilastro, che in maniera meno evidente è presente anch’esso nel titolo dell’opera, è il concetto di ordine politico. E infine il terzo pilastro, che in qualche modo costituisce una forma di collegamento tra le comunità e gli ordini politici, è l’idea, particolarmente originale in Olivetti, della pluralità dei principi di legittimazione che dovrebbero contraddistinguere la selezione della classe politica.

Allora partiamo dalla comunità. Su questo si è detto e si è scritto un po’ di tutto. Ciò che interessava a Olivetti, ed è il motivo per cui ha scritto questo libro che con le parole di Alessandro Levi possiamo definire effettivamente un progetto di riforma costituzionale, la cui complessità è data semplicemente dal fatto che lui cerca di dar conto di tutti i meccanismi che caratterizzano l’amministrazione statuale. Queste comunità preoccupavano Olivetti sostanzialmente per tre ragioni. In una frase celebre del suo saggio di memorie, potremmo definirlo così, Olivetti ricorda come si accorgeva dalla sua esperienza di imprenditore che tutti i problemi della fabbrica diventavano problemi esterni alla fabbrica e che soltanto chi fosse stato in grado di risolvere questi problemi esterni, e di trovare una sintesi tra problemi interni e problemi esterni, avrebbe potuto dare una soluzione corretta a tutte le cose.

La comunità sorge un po’ da questa idea di fondo, ovvero dal fatto che per dare una soluzione corretta a tutte le cose, secondo Olivetti, ed è questa una grande eredità del suo pensiero, occorreva far coincidere le circoscrizioni degli interessi economici e sociali con le circoscrizioni amministrative e con la circoscrizione elettorale. In questo modo era possibile, secondo Olivetti, permettere ai rappresentanti politici di essere più direttamente responsabili dei problemi di un determinato, e ben delimitato, territorio. Le comunità quindi andavano individuate, secondo Olivetti, attraverso gli strumenti di quella che si stava sviluppando come la sociologia, e andavano individuate appunto considerando aspetti che fossero sia storici, quindi culturali, sia geografici, ma soprattutto economici. Sostanzialmente, lui divideva le comunità in tre tipi: le comunità industriali, quelle agricole e quelle miste.

Ma per dar senso e per capire meglio il concetto che sta alla base di queste comunità potremmo dire che la comunità, per Olivetti, altro non era, se consideriamo l’attività lavorativa degli individui, che lo spazio di maggiore movimento diurno della popolazione. Cosa vuol dire? Vuol dire che occorre individuare come comunità quello spazio territoriale all’interno del quale effettivamente si creavano per motivi di interessi concreti, per motivi lavorativi, determinati movimenti di vita.

Da questo punto di vista, diciamo così, l’attualità del suo pensiero può essere ben colta se noi pensiamo che dal ’45 a oggi in tutta l’Europa occidentale si è provveduto a una sistematica razionalizzazione delle circoscrizioni degli enti territoriali locali. Laddove invece in Italia, come ben sappiamo, è in corso una sorta di contro-tendenza che tende a far proliferare unità amministrative quasi che il dare la possibilità anche al piccolo comune di gestirsi in maniera autonoma fosse un bene per il comune stesso e per la collettività, quando ben sappiamo, e lei può esserne testimone, che nel momento in cui non si hanno strumenti finanziari e non si ha la possibilità di intervenire sul problema considerandolo nella sua corretta estensione territoriale, il problema ovviamente non può essere risolto. In realtà, questa proliferazione di comuni polvere finisce per essere a discapito della stessa efficacia della amministrazione pubblica.

Olivetti suggeriva nel ’45 esattamente l’opposto: suggeriva la razionalizzazione di questi enti territoriali locali e in effetti le comunità cosa sono? A prescindere dal nome che può confondere, può dare questa idea di solidarietà che ha poco a che fare con l’efficienza amministrativa, le comunità, per capirci, altro non sono che piccole province che hanno, rispetto a quelle italiane, una circoscrizione più ridotta. In alcuni casi, secondo Olivetti, potevano essere costituite all’interno dei grandi comuni, come il comune di Milano, dividendo il comune in comunità. In altri casi, simili alla situazione delle comunità montane, queste comunità finivano per coincidere con le comunità montane perché non aveva senso trovare delle fusioni che forzassero la natura del luogo. Altrove, queste comunità altro non erano che l’associazione di una pluralità di comuni.

Questo era, secondo Olivetti, il metodo per cercare di risolvere nel modo più efficace possibile i problemi dell’amministrazione. Rispetto alla tradizione, visto che l’abbiamo menzionato, di Salvemini e di Cattaneo, la grande differenza sta senz’altro nel fatto che mentre Salvemini e Cattaneo pensavano a questo federalismo, come un federalismo volontaristico, di fusione di una pluralità di entità territoriali e di comunità in enti territoriali di maggiore dimensione, Olivetti invece dà, diciamo così, un’idea più razionalista: l’individuazione delle comunità doveva avvenire appunto attraverso gli strumenti della sociologia dall’alto, attraverso una mente razionale che fosse in grado di stabilire quali fossero le circoscrizioni più opportune.

Queste comunità erano allo stesso tempo, cosa non secondaria nelle idee di Olivetti, un luogo all’interno del quale la classe politica andava selezionata. Spesso si parla, a torto, di un Olivetti che ha a che fare qualcosa con la democrazia diretta: è stato recentemente menzionato un po’ da tutti a dire la verità, come un modello di democrazia appunto deliberativa. Nulla di più falso. In Olivetti è presente una precisa idea di rappresentanza politica che cerca di evitare lo scollamento tra i rappresentanti politici e le istanze della popolazione. È presente però un’idea elitista di politica: pensate soltanto al fatto che il principio della sovranità popolare non viene esteso in maniera sconsiderata, ma viene in realtà applicato esclusivamente nella’elezione dei rappresentanti politici delle comunità locali, quindi per ciò che riguarda la regione, per ciò che riguarda i rappresentanti politici dello stato questo non avviene, e nel caso della comunità locale il principio della sovranità popolare viene utilizzato esclusivamente per l’elezione del presidente della comunità, potremmo dire del sindaco.

Infatti, per capire meglio come fosse organizzata questa comunità, abbandonando la sua terminologia che a partire appunto dalla stessa parola comunità, può creare un po’ di confusione, che cosa era questa comunità? La comunità, dicevo, era una piccola provincia in cui vigeva il principio della elezione uninominale; questa elezione a carattere uninominale era, diciamo così, corroborata dalla presenza di, lui ne indica sei ma il numero non interessava a lui particolarmente e può non interessare a noi, indicava sei assessorati che in qualche modo lo aiutassero. Ora, la grande caratteristica di quest’opera e dell’idea di comunità di Olivetti, è che questo numero di assessorati, che diventa a livello regionale il numero degli assessorati regionali e a livello nazionale il numero dei ministeri, non era variabile a seconda delle stagioni politiche, ma doveva essere un numero di assessorati, e di ministeri per quanto riguarda lo stato federale, fissato in costituzione.

Andavano individuate, secondo Olivetti, innanzitutto quelle che erano le principali funzioni politiche necessarie all’amministrazione dello stato e queste funzioni politiche dovevano fungere da coordinatrici di una pluralità di altre attività che potevano essere svolte e gestite eventualmente attraverso la creazione di commissioni o di gruppi di specialisti. Ma la funzione di coordinamento doveva essere limitata a un numero ben individuato, fossato in costituzione, di funzioni, e quindi di assessorati e ministeri.

E la particolarità della costituzione federalista di Olivetti consiste proprio in questo fatto, nel fatto che, potremmo dire così, la piramide federalista, che trova il suo vertice nello stato federale e nel mezzo le regioni, a partire dalle comunità di base, individua un percorso per i rappresentanti politici in qualche modo fissato e stabilito una volta per tutte, addirittura appunto in costituzione.

E a questo punto possiamo introdurre l’altro principio a cui ho accennato parlando di funzioni politiche, che è il principio degli ordini politici. Detto in altri termini, credo che l’espressione ci possa aiutare a capire, Olivetti teorizza la separazione delle carriere politiche: una volta che noi individuiamo determinate funzioni, secondo Olivetti, occorre che i politici, a partire dalle comunità di base, esperiscano una determinata capacità amministrativa e si preparino, dal punto di vista teorico, lui parla di un istituto di studi politici che doveva appunto essere un certa condicio sine qua non per la carriera politica, dicevo un’esperienza politica che quindi a partire dalle comunità di base costituisca una sorta di corsus honorum o di iter obbligatorio che può portare eventualmente questi rappresentanti politici delle comunità di base a diventare rappresentanti politici a livello regionale e a livello statale.

E questa progressione di carriera, diciamola così, non avviene attraverso il suffragio universale e l’elezione diretta, tutto al contrario di quello che noi spesso sentiamo circa la necessità di rendere il primo ministro o il presidente della repubblica eletto direttamente dal popolo per creare un maggior rapporto rappresentativo tra popolo e rappresentanti politici, Olivetti aveva in mente ben altro, andava in una direzione completamente opposta. Questi rappresentanti politici salivano di grado amministrativo attraverso elezioni di secondo o di terzo grado, in alcuni casi, in altri casi attraverso altri principi.

E siamo qui al terzo pilastro, abbiamo parlato delle comunità, abbiamo parlato degli ordini politici: parliamo della pluralità delle fonti di legittimazione. La fonte di legittimazione del rappresentante politico, fondata sull’idea della sovranità popolare, era come abbiamo visto una di queste. Era sicuramente la più importante, legittimava in maniera indiretta tutto l’edificio costituzionale progettato da Olivetti, ma non era l’unica. Queste funzioni politiche, necessarie secondo Olivetti alla corretta amministrazione della macchina amministrativa statale, dovevano essere alimentate da persone, da rappresentanti politici, che appartenevano a dei veri e propri ordini, ordini possiamo intenderli, se volete, anche con l’idea dell’ordine religioso, dell’ordine professionale, erano ordini politici. Ordini politici all’interno dei quali si entrava e che garantivano della qualità del rappresentante politico ai vari livelli territoriali e amministrativi.

Questi ordini politici, in relazione al fatto che erano collegati a determinate funzioni politiche, avevano differenti principi di legittimazione. E sostanzialmente, i principi di legittimazione individuati da Olivetti come efficaci allo scopo, oltre a quello della sovranità popolare, sono sostanzialmente il principio concorsuale, per quel che riguarda per esempio la funzione urbanistica, o la funzione culturale, il principio dell’elezione da parte di, come possiamo definirli, da parte di gruppi ristretti della popolazione, da parte di gruppi interessati, ed è questo il caso per quel che riguarda le funzioni che hanno diretta connessione con il mondo del lavoro, con la funzione di assistenza sociale, ad esempio. Olivetti prevedeva un suffragio ristretto ai lavoratori dipendenti che permettesse in qualche modo di inserire nella macchina statuale, possiamo dire così, fuori dai denti, anche se non è dichiaratamente espresso, una sorta di rappresentante sindacale.

E poi prevedeva il principio legittimante della cooptazione e questo veniva applicato esclusivamente al rappresentante della funzione economica, perché secondo Olivetti questa funzione doveva trovare l’armonia di consenso da parte del nucleo direttivo e quindi doveva essere scelta una persona che fosse, attraverso la cooptazione, una scelta dall’alto verso il basso, con caratteristiche ovviamente di competenza, ma anche di armonia rispetto agli ideali politici che caratterizzavano il nucleo dirigente.

E questo nucleo dirigente, quello che lui chiama il nucleo originario del potere, era sostanzialmente composto da tre rappresentanti, dal sindaco, rappresentante del suffragio universale, e dai due assessori della cultura , a rappresentare il mondo culturale, e del lavoro, detto, per capirci, il sindacalista che Olivetti voleva che entrasse nella gestione della cosa pubblica. Il rappresentante politico dell’economia doveva essere cooptato da queste tre persone e doveva affiancare questo nucleo di assessori che in totale era composto, come ho accennato, da sette persone.

Abbiamo detto ideali politici e una critica che è stata rivolta a Olivetti è stata quella di non considerare il ruolo dei partiti politici. Alcuni hanno affermato che quest’opera sia abbastanza irrealistica proprio per il fatto che il ruolo dei partiti politici non viene preso nella dovuta considerazione. Quello che possiamo dire in difesa di Olivetti, se mai ne avesse bisogno, è che, innanzitutto se dovessimo partire da questo principio e ci rileggessimo la costituzione italiana, potremmo avere lo stesso problema. Per altro verso Olivetti menziona il partito politico, i partiti politici all’interno dell’opera, ma non li prende particolarmente in considerazione semplicemente per il fatto che la sua opera, questo progetto di riforma costituzionale, è tutto rivolto a limitare per quanto più possibile l’influenza dei partiti politici.

Delle associazioni politiche, dei partiti politici in quanto associazioni ne è ovviamente prevista l’esistenza, ma proprio grazie a questo meccanismo istituzionale, secondo Olivetti, devono giungere a delle soluzioni, a delle prese di posizione che si emancipino in qualche modo dall’ideologia che, come sappiamo, era allora dominante.

E in effetti, per riprendere un po’ il problema della sfortuna di Adriano Olivetti, e se volete anche della sfortuna di quest’opera, al di là della complessità dell’opera stessa, va senz’altro ricordato, come già è stato fatto, che Olivetti si collocava esattamente a metà strada tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista. Subito dopo aver pubblicato quest’opera, negli anni di dibattito attorno all’Assemblea Costituente, si avvicinò al movimento dei cristiani sociali di Gerardo Bruni, ma anche al partito socialista di Nenni che trovava in alcuni esponenti come Massimo Severo Giannini degli attenti amministrativisti che cercarono di valorizzare in qualche modo le sue idee.

Le idee finirono per essere accantonate nonostante in quegli anni si esprimessero a suo favore, a favore della consistenza e della bontà quanto meno dell’idea di comunità concreta, personalità come appunto lo stesso Massimo Severo Giannini, ma come anche Luigi Einaudi, come Gerardo Bruni appunto. Ad esempio, abbiamo opinioni favorevoli da parte di costituzionalisti come Costantino Mortati e altri come il già menzionato Alessandro Levi.

Questo per dire che per quanto, come è stato ricordato, Olivetti non fosse uno studioso di amministrazione pubblica, di diritto costituzionale comparato, senz’altro alla fine, grazie a una pluralità di letture da parte di amici, diciamo così, riuscì a confezionare un’opera che dal punto di vista teorico, dal punto di vista giuridico, non ha alcuna falla teorica o concettuale. Come gli rimproverò Ernesto Rossi, durante l’esilio elvetico, durante il ’44, e come anche lo stesso Luigi Einaudi gli rimproverò, senz’altro il grave problema di quest’opera è il fatto di cercare di esprimere sia i principi filosofici che lo vogliono animare, sia questa nuova forma di organizzazione amministrativa e statale che viene preconizzata,

Peraltro, nella spiegazione di questa costruzione dell’edificio assai complesso amministrativo statale, il problema che ulteriormente emerge è appunto il fatto che nel tentativo di marcare anche, diciamo così, filosoficamente o moralmente se volete, le istituzioni, Olivetti tende a scegliere dei nomi che non rientravano proprio nel vocabolario dei politici e dei costituzionalisti né di allora, né di oggi. E quindi nel momento in cui si legge, o si leggeva l’opera, senz’altro questo faceva da freno, da velo alla compiuta comprensione della stessa.

È un’opera che però, ed è questo il motivo per cui è stata ripubblicata, ha, come ho cercato di far capire, dei principi più che delle soluzioni espresse esplicitamente, che varrebbe la pena di riprendere perché senz’altro potrebbero offrire, non soltanto all’Italia, ma in generale alla stessa idea di democrazia, degli strumenti originali ed eterodossi per far sì che essa possa essere allo stesso modo una democrazia gestita da rappresentati politici responsabili e responsivi rispetto a quelle che sono le istanze della comunità di riferimento.

Ora, io forse preferirei fermarmi qui e raccogliere qualche domanda anche perché mi rendo conto che delle volte parlando si danno per scontate determinate cose che non permettono poi a tutti la comprensione di quanto si vuol dire. È un’opera, è un aurore complesso, ho cercato di semplificarlo ma forse qualcosa è rimasto poco chiaro. Grazie.

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