Democrazia e merito. SALVATORE CINGARI, la meritocrazia.

Sesta lezione del Corso di Formazione alla Politica 2024-2025
LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA E I SUOI DILEMMI

“…Il discorso meritocratico oggi dominante nei media svela il carattere ideologico. Dietro la rivendicazione della giustizia si nasconde la legittimazione della diseguaglianza e il fine di disinnescare il conflitto sociale…” – così chiosa nel suo testo il prof. Salvatore Cingari – e proprio come papa Francesco ne decostruisce il suo carattere ambivalente:  “…Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata “meritocrazia”. La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il “merito”; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte…”.


Salvatore Cingari si è occupato del pensiero politico di Benedetto Croce, Antonio Gramsci e del nazionalismo italiano, di storia degli intellettuali in rapporto alle istituzioni formative e di problemi teorico-politici con specifico riguardo alla crisi della democrazia.

Di recente ha pubblicato un volume in cui ricostruisce la storia dell’ideologia meritocratica (Meritocrazia, 2020, Ediesse). Vincitore nel 2001 del Premio Basilicata per la saggistica, è direttore di collane editoriali e membro di comitati scientifici di numerose riviste.

(fonte: Università per Stranieri Perugia)

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Luca Caputo, presidente del Circolo Dossetti, presenta la lezione – 3:59
Andrea Rinaldo introduce Salvatore Cingari – 18:15
Relazione di Salvatore Cingari 1:01:32
Domande dei partecipanti alla lezione – 16:34
Risposte di Salvatore Cingari – 15:29
Domande dei partecipanti alla lezione – 11:52
Risposte di Salvatore Cingari e chiusura della lezione – 7:44

MERITOCRAZIA:  NEO-POPULISMO, NEO-LIBERALISMO 
E  CRESCITA  DELLE  DISEGUAGLIANZE   


      Introduzione al testo “La meritocrazia” [1] di Salvatore Cingari, a cura di Andrea Rinaldo.

      Uno.     Un sostantivo dal contenuto distopico?
 
Salvatore Cingari, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso l’Università per Stranieri di Perugia, nella sua ultima fatica editoriale mette subito “i piedi nel piatto” della vexata quaestio sulla spasmodica ricerca di “meritocrazia”, locuzione quest’ultima che sembra essere diventata l’asso pigliatutto nella comunicazione socio-politica, e così infatti recita la quarta di copertina:  “…Il discorso meritocratico oggi dominante nei media svela il carattere ideologico. Dietro la rivendicazione della giustizia si nasconde la legittimazione della diseguaglianza e il fine di disinnescare il conflitto sociale…“[2].  Il carattere ideologico è altresì funzionale alla creazione di un’umanità in perenne competizione isolata dal punto di vista delle rivendicazioni, dice Cingari: “… La meritocrazia […], caratterizzata da competitività e premialità, produce infatti soggetti docili e subalterni, tutti votati a risolvere i problemi individualmente, senza farsi irretire dalla lotta di classe e dalla mobilitazione collettiva…[3].   La radice del termine è greca e latina (meritus e kratos), la stessa rappresenta quindi il “potere del merito”, associato a qualità che si possono sviluppare nel tempo come i talenti e gli sforzi profusi, non ascrittivi però (ereditarietà).   Il battesimo (e forse anche la pietra tombale) del concetto di “meritocrazia” si può mettere in relazione al testo fondamentalmente distopico di Michael Young, una delle menti teoriche più fulgide del Partito Laburista Inglese, “The rise of meritocrazy”, [L’ascesa della meritocrazia, del 1958], anche se Alan Fox in un suo articolo del 1956 aveva già tracciato le linee essenziali del paradigma meritocratico. La vicenda immaginaria narrata nel testo di Young prefigurava uno scenario futuribile per l’Inghilterra, dove l’élite dominante era selezionata attraverso test che misuravano il Quoziente di Intelligenza (Q.I.), superando così i privilegi ereditari; tuttavia nella realtà fattuale si perpetuava una logica neo-conservatrice che riproponeva una ereditarietà fondata non tanto sul sangue ma sulle basi scientifiche della misurazione dell’intelletto.  Il romanzo si chiude in un ipotetico 2033 con la rivolta dei meno dotati supportata dalle donne del ceto privilegiato, ed anche con la morte del sociologo narratore.  Era innanzitutto una critica all’ “uguaglianza delle opportunità”, che certo rompeva i privilegi castali ma che in un contesto di darwinismo sociale competitivo, finiva per formare una nuova classe di “vincenti” in grado di trasmettere poi il proprio status, cristallizzando però le differenze iniziali ed amplificando le diseguaglianze. Sia Fox che Young criticavano quindi la meritocrazia come legittimazione del privilegio, ed in Europa tra gli anni sessanta ed ottanta del secolo scorso, il termine mantenne un significato prevalentemente negativo; mentre negli Stati Uniti della società post industriale la parola assunse invece una accezione immediatamente positiva, sia con riferimento al mondo del lavoro che a quello dell’istruzione.  In Marx notiamo invece una particolare enfasi posta sul bisogno anziché sul merito, tant’è che il filosofo di Treviri si spinse ad affermare che il lavoro doveva trasformarsi proprio in un bisogno, che si sottraeva così allo scambio tra prestazione e retribuzione.   La carrellata di autori che hanno affrontato la tematica, da Von Hayek, passando per Boudieu e Passeron, per continuare con Rawsl, Bell e Walzer si chiude con il caso italiano, dove invece è stato paradigmatico il contenuto culturale del socialismo craxiano ed in particolare dell’elaborazione di Claudio Martelli, nella temperie dei “ruggenti anni ottanta”; cioè quando il merito assunse una nuova centralità, giacché l’eguaglianza andava sostituita con l’equità poiché più collegata alla giustizia, finendo però per rendere sempre meno importante il bisogno obliterato dalla pressante retorica appunto meritocratica.                                                                                                                        
 
  Due.      Sulla critica del concetto di meritocrazia
 
Nei paradigmi economici liberali ed ugualitari è comune la tendenza ad attribuire al merito una connotazione morale ed una forma di oggettività, ma mercato e meritocrazia possono anche non incontrarsi poiché il primo trova giustificazione principale nella legge della domanda e dell’offerta; mentre la seconda dovrebbe partire dall’ “eguaglianza delle opportunità”  che è però difficile da ottenere; così come altrettanto complicato è pensare a sistemi valutativi delle perfomances ispirati a criteri di assoluta imparzialità.  Ma il concetto di merito in fin dei conti in che cosa consiste? In questa prospettiva il carattere, l’impegno, il talento di una persona certamente debbono essere presi in considerazione, così come altri aspetti individuali; tuttavia questi ultimi rappresentano delle qualità “oggettive” oppure sono soltanto visibili “nell’occhio di chi le guarda”, di chi le ricerca, di chi le valorizza? Spesso il merito è almeno in una certa misura visibile soltanto “agli occhi di qualcuno”, quindi la sua completa oggettivizzazione risulta sostanzialmente impossibile.  Nel mondo dell’istruzione per Bourdieu e Passeron come per Young  la valutazione ed i test servivano a confermare uno stato di fatto, quindi una forma di privilegio, ed anche a legittimare il potere costituito non più su una linea di sangue ma su basi scientifiche; in buona sostanza dietro il mito dell’eguaglianza formale si troverebbe la stessa logica aristocratica del vecchio regime.  Inoltre surrettiziamente veniva anche sdoganata una certa forma di “eugenetica” secondo la quale l’intelligenza era potenzialmente ereditaria, mentre le condizioni ambientali del contesto risultavano da questo punto di vista meno influenti.  Le nuove rivendicazioni sociali venivano assunte negli Stati Uniti dalle riflessioni di John Rawls che coglieva il limite dell’ “eguaglianza delle opportunità”, mentre Daniel Bell all’opposto nella stessa temperie consacrava il contenuto positivo del termine meritocrazia. Bell stigmatizzava l’egualitarismo con cui Rawls aveva interpretato la lezione Youngeana, proprio nel momento in cui negli USA l’accesso alla cultura universitaria veniva legato ad un sistema selettivo di test, che premiavano però gli studenti provenienti dal ceto più benestante.   Dice il professor Cingari: “… La meritocrazia diventa così una parola chiave di quel neoliberismo che si afferma politicamente, con la leadership di Regan e Thatcher, assieme ad un neo-conservatorismo modellato in direzione contraria ai valori del Sessantotto, sia in senso anti-libertario che anti-egualitario…[4], trovando in Michel Walzer un autore che ha trattato la tematica in modo problematico, il quale partendo da una critica sia di matrice liberale che egualitaria, giungeva alla conclusione che il merito non potesse giustificare il dominio.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

  Tre.       Quando la “cortina di ferro” si è sgretolata
             
Nella fase espansiva del liberismo che avrebbe caratterizzato l’ultimo decennio del secolo scorso il “modello Singapore” ha rappresentato la punta avanzata di un processo dentro alla competizione mercatista, che avrebbe portato a notevoli disequilibri tra la coesione sociale, le libertà civili, ed il mercato, con l’affermazione perentoria proprio di quest’ultimo. Si appalesava così, al termine del novecento, quel “modello Singapore”, illuminato da Francis Fukuyama ne “La fine della storia e l’ultimo uomo”, dove la centralità della meritocrazia generava una collaudata “funzionalizzazione sociale della diseguaglianza”, che Salvatore Cingari paragona al paradigma socio-economico della nuova Cina di oggi, cioè di una sorta di ardita mescolanza tra confucianesimo e post-fordismo.Lo studioso Fukuyama giunse anche alla conclusione che il nesso tra il capitalismo e la democrazia liberale non è poi così fondamentale, il futuro potrebbe andare nella direzione certo del liberalismo ma anche in quella autoritario-burocratica. Successivamente con la caduta del Muro di Berlino, e la crisi economica del 2008, si è affermato a livello planetario un nuovo modello economico neo-liberista dove sicuramente il sistema Singapore è stato un punto di riferimento, e dove la democrazia poteva stare in piedi, se fosse stata alimentata da una buona dose di “megalotimia”, cioè del bisogno di essere riconosciuti come superiori agli altri.  Tuttavia qualche altro autore come Donald Low pensava che “…spingendo a primeggiare sugli altri (o a difendersi dalla loro aggressività), la logica meritocratica non distrugge solo il corpo e la psiche dei soggetti ma innesca anche una dinamica socialmente distruttiva. La cooperazione è quindi preferibile alla competizione…[5].  Comunque l’egemonia della cultura neo-conservatrice ha radicato l’idea che le progressive diseguaglianze siano proporzionali alla mancanza di qualità dei soggetti, alla loro incapacità di adeguarsi ai modelli imposti dalla società, e spesso riscontrabili in determinati gruppi razziali. Specialmente negli Stati Uniti, dove gli artefici dell’ideologia del merito (dalle neanche tanto vaghe sfumature razziste), insistono sulle colpe individuali, trattando i più poveri come scarti da lasciare lì dove sono perché appunto non ce l’hanno fatta per i propri limiti, e non hanno sfruttato quelle presunte occasioni di riscatto (in realtà mai concesse), bollandoli come unici responsabili della propria condizione di indigenti; così chi può avanza mentre chi resta indietro è irrimediabilmente perduto, con possibilità pressoché nulle di rimettersi in piedi. La ricchezza, quindi il potere ed il merito, non sempre è originata dal lavoro ma più spesso dalle proprietà immobiliari, mentre per molte persone la vita è segnata dal duro lavoro che consente però soltanto la mera sopravvivenza. La cultura securitaria, che come ha indicato Wacquant trattava la povertà come il prodotto del demerito dei soggetti, il mito della “mobilità sociale” evidenziato da Lasch e Sennet, l’approfondimento delle diseguaglianze negli USA legittimate con l’ideologia del merito con i tratti razzistici di “The Bell Curve”, la “Curva a Campana” di Herrnstein e Murray, manifesto della misurazione dell’intelligenza (Quoziente di Intelligenza, Q.I.) e della sua ereditarietà, completano il quadro della situazione americana.  Si afferma in questo contesto la teoria neo-liberista dello “sgocciolamento” cioè che il miglioramento delle condizioni delle compagini svantaggiate possa avvenire soltanto in una società che punta a favorire la classe dominante, e non a compensare il gap dei ceti disagiati. Mentre di converso il radicamento del sentire comune meritocratico decreta il fatto che ogni lavoratore è responsabile del proprio destino. Papa Francesco trattando del tema in un discorso pronunciato nel 2017 presso l’Ilva di Genova, giungeva alla conclusione che se il povero è considerato un colpevole demeritevole, i ricchi sono quindi esonerati dal far qualcosa per lui. In questo quadro per la “bio-politica” oppure il “bio-capitalismo”, cioè il dominio esercitato sulle vite e sui corpi delle persone, così come per il “neo-populismo di mercato e penale” – in pratica una miscela demagogica inedita e trasversale politicamente parlando a destra come a  sinistra – il problema era di moralizzare la vita sociale ed economica e non di renderla più strutturalmente giusta, o men che meno egualitaria. Alla fine del “secolo breve” l’ideologia del merito penetrava in una Europa tendenzialmente ad essa refrattaria, attraverso la “terza via” di Giddens e Blair, in un Inghilterra non ancora uscita culturalmente dall’epopea Thatcheriana; mentre nel Belpaese alcune sensibilità liberal liberal-conservatrici consideravano la meritocrazia come un fattore in grado di produrre modernizzazione.
 
Quattro.   Cosa resta del merito?  
 
La saldatura tra meritocrazia e populismo in un contesto neo-liberale o meglio neo-liberista ha consentito di concentrare il consenso intorno a politiche che però peggioravano la condizione dei ceti meno abbienti; tale situazione si è appalesata sia a livello planetario così come in Italia dove si è evidenziata ad esempio l’affermazione della Lega e di Silvio Berlusconi. Non troppo distante era comunque la visione sul tema di Matteo Renzi, ed in generale quella del Partito Democratico, con riferimento alle figure di Veltroni, Fassino, Bersani, che si sono esposte in questa direzione, ed anche quella dei 5 stelle.  Le coppie oppositive “garantiti”, “non garantiti”, con riferimento all’occupazione indicate come causa della precarietà lavorativa, hanno spostato lo sguardo dalla rendita finanziaria e dalle premialità dei manager privati, che da questo punto di vista invece risulterebbero ampiamente “meritati”. La linea è quella di un “populismo di mercato” che mette insieme il culto dell’imprenditoria, del mercato, dell’azienda, contro l’inefficienza della politica e della burocrazia; gli sprechi dello stato sociale, con il rilancio di politiche conservatrici. In buona sostanza dopo la crisi economica del 2008 la narrazione neo-liberista risulta dotata di meno appeal.  È necessario affidarsi quindi ad un nuovo populismo che non vuole sovvertire l’ordine costituito ma selezionare una nuova classe dirigente con criteri giusti, e per l’appunto “meritocratici”: le differenze economiche vengono così giustificate dal merito individuale. Permane comunque una sorta, e sono le parole del nostro autore: “…di blocco storico fra masse popolari prive di coscienza dei propri interessi, depistate verso l’accettazione del merito altrui e minoranze di privilegiati che sulla base degli stessi valori negano legittimità alla giustizia redistributiva…[6].   Il merito viene sostituito al bisogno ed anche al diritto, si appalesa invece una sorta di gamificazione della vita lavorativa e quotidiana; il “capitale umano” è il nuovo paradigma e non più la “forza lavoro”, “… ogni soggetto viene perciò educato ad essere imprenditore di sé stesso, docile ed adattabile alla realtà, in una continua corsa a meritarsi una valutazione positiva sulla base, appunto, delle proprie competenze ed abilità, in un rapporto di competizione-cooperazione con gli altri soggetti e intento a controllare e valutare sé stesso, guardando all’ideale regolativo del successo personale…[7], dice Cingari. Negli Stati Uniti talune ricerche hanno messo in relazione   il danno psicologico che comporta l’accettazione della condizione di subalternità (e di violenza simbolica subita) con il successo popolare dell’ideale meritocratico.  Il “capitale umano” viene valutato dal new public managment attraverso processi specialmente negli ambienti accademici, e nella scuola in generale la posizione meritocratica aziendalistica si affianca a quella impostata sull’elitismo della formazione umanistica. Mentre il mondo della politica ricorre all’espediente meritocratico come una possibile risposta alla crisi della democrazia rappresentativa.
 
Cinque.    Una querelle ancora aperta 

Gli “svantaggiati” non avendo la possibilità di istruirsi efficacemente nell’ambiente familiare e sociale d’origine, non avrebbero quindi l’opportunità di acquisire gli strumenti per emergere nella società, così se la scuola fosse migliore, allora i soggetti meritevoli potrebbero farsi spazio nella gara della vita. Nel testo, la cui lettura è certamente impegnativa, un volume prezioso, indispensabile per capire e decostruire la grande narrazione tossica del merito che caratterizza la nostra società in tutti i suoi aspetti, questo tema è ripreso; così come il fatto che lo stesso concetto è considerato come una categoria di pensiero polinomica, per certi versi indeterminata, di contenuto variabile, che va collocata in un preciso contesto storico.  Salvatore Cingari sostiene che la meritocrazia sarebbe un’idea positiva in teoria, se intesa nella forma di un paradigma in cui certe posizioni sono assegnate in base alle competenze ed al merito individuale, tuttavia è difficile da realizzare nella pratica; la meritocrazia poi deve affrontare fin da subito la disuguaglianza di partenza, la discriminazione e la mancanza di opportunità per le persone meno privilegiate. L’autore sostiene che la meritocrazia va accompagnata da politiche pubbliche che promuovano l’uguaglianza di opportunità e che la società dovrebbe impegnarsi a creare un ambiente in cui il merito possa essere riconosciuto e premiato, anche se le stesse non sono comunque sufficienti a garantire a tutti i soggetti la libertà dal bisogno. La meritocrazia finisce così col diventare una parola chiave del neo-liberalismo, giustificando le incipienti diseguaglianze dovute ai processi di delocalizzazione, finanziarizzazione, privatizzazione.  Ecco allora che la disoccupazione tende ad essere spiegata con un presunto deficit di “meritocrazia”, invece la precarizzazione del lavoro viene interpretata come una possibile forma di  “libertà” di mettersi sul mercato rifiutando i privilegi e le tutele del passato. Forse il contributo più notevole della fatica editoriale del professor Cingari, sta nell’aprire il “vaso di Pandora” che in questo caso conterrebbe molto del bene possibile nel mondo, per esplorarne alcuni aspetti; contenuti però che appaiono spesso ambivalenti poiché creano inevitabilmente delle gerarchie sociali, oltre che porre molti dubbi circa la possibilità di una ricompensa “giusta” del merito, ed anche sulle aspettative correlate all’applicazione di questo paradigma in termini di riscontri positivi per la collettività.  La retorica meritocratica è il fulcro su cui poggia un sistema piuttosto crudele, che per ogni vincente particolarmente dotato crea parallelamente una folta compagine di “perdenti”. Va anche detto che le classi “dominate” aspirano spesso ai valori (borghesi?) delle classi “dominanti”, e fanno propria la cultura dell’ambizione ben sapendo che, come in una lotteria, tale pensiero probabilmente finirà con il relegarle soltanto ai margini. Il “mito” del merito disinnesca il conflitto sociale: la mobilità ascendente esiste in teoria come possibilità, quindi con un certo sforzo e talento si può arrivare in vetta. In realtà si tratta spesso di giustificare un arretramento del finanziamento dello stato sociale, una carenza di posti di lavoro ed una diseguaglianza sempre più crescente. Stupisce il fatto che sia stato un concetto ripreso in chiave valoriale agli albori delle socialdemocrazie industriali, giacché la possibile eguaglianza delle opportunità era già un notevole passo in avanti rispetto all’aristocrazia per nascita, anche se come abbiamo visto, Michael Young farà una sorta di satira di questa evenienza nel suo testo più celebre. Inoltre, la meritocrazia potrebbe non tener conto di fattori come discriminazioni sistemiche, disuguaglianze strutturali o privilegi di classe che possono influenzare le opportunità di successo di una persona. Ci vuole una società giusta per premiare i meriti in modo giusto mentre una società non diventa giusta semplicemente applicando i criteri meritocratici. Forse è lecito pensare che dato che è appunto la società a premiare un certo talento/merito piuttosto che un altro, gran parte dei vantaggi che le persone fortunate ottengono dall’essere nate quindi al posto giusto ed al momento giusto, dovrebbero poi venire restituiti alla società, a favore della copiosa pletora dei meno fortunati.
 
Milano ed in Videoconferenza,  lì  15/03/2025 




[1]       S. Cingari,  La meritocrazia, ed. Futura, Roma, 2023 
[2]    S. Cingari,  La meritocrazia, ed. Futura, Roma, 2023, quarta di copertina, introduzione p. 16.
[3]    S. Cingari,  La meritocrazia, ed. Futura, Roma, 2023, p. 19
[4]      S. Cingari,  La meritocrazia, ed. Futura, Roma, 2023, p. 82
[5]    S. Cingari,  La meritocrazia, ed. Futura, Roma, 2023, p. 99
[6]    S. Cingari,  La meritocrazia, ed. Futura, Roma, 2023, p. 174
[7]    S. Cingari,  La meritocrazia, ed. Futura, Roma, 2023, p. 180


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  1. Luca Caputo, presidente del Circolo Dossetti, presenta la lezione – 3:59
  2. Andrea Rinaldo introduce Salvatore Cingari – 18:15
  3. Relazione di Salvatore Cingari 1:01:32
  4. Domande dei partecipanti alla lezione – 16:34
  5. Risposte di Salvatore Cingari – 15:29
  6. Domande dei partecipanti alla lezione – 11:52
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